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Ismail Akhmetov Foundation, Parco delle Arti, Tarusa, Mosca

Marta Severgnini (Milano, 1989) e Andreina Cristino (Foggia, 1991): vi siete incontrate a Ravenna in Accademia avendo scoperto una passione comune per il medium musivo. In realtà provenite da esperienze formative diverse, oltre a essere rispettivamente nate e cresciute nel Nord e nel Sud dell’Italia, con le differenze (atmosferiche, cromatiche, ecc.) che ciò comporta. Dunque quali sono stati i vostri percorsi e come siete arrivate alla necessità del mosaico?

M.S. Fin da piccola sono sempre stata attratta dal disegno e dalle materie artistiche, ed è per questo motivo che ho frequentato prima il Liceo Artistico e successivamente la Facoltà di Architettura al Politecnico di Milano. Tuttavia, alla fine della laurea triennale, sentivo la necessità di riavvicinarmi al lavoro manuale. Per questo motivo quando ho scoperto l’arte musiva e la possibilità di chiudere il mio ciclo di studi frequentando un biennio specialistico in questa particolare tecnica ho capito immediatamente che quella era la strada giusta per me.

È come se tutti i tasselli fossero andati al loro posto, ho dato così significato ad alcuni episodi della mia infanzia, come quando preferivo giocare con i mattoncini Lego piuttosto che con le bambole.

Marta Severgnini, Camillo, 2016, h. 77,5 cm, diametro 94,5 cm

Andreina Cristino, Odi et Amo, 2016, 20X16 cm

A.C. “Spiegami, com’è possibile creare un volto con questi piccoli cubetti di marmo?”

Ero rivolta con lo sguardo verso l’alto e l’espressione sorpresa quando pronunciai questo dubbio a mio padre che, all’età di otto anni, mi portò ad ammirare i mosaici della maestosa Basilica di San Marco a Venezia. Lungo il viaggio di ritorno verso casa le idee mi furono chiare, espressi il desiderio di voler fare mosaico una volta diventata grande. Nel percorso dei miei studi mi sono persa in altre distrazioni e interessi, considerando quel sogno di bambina irraggiungibile, fino a quando non incontrai Luigi La Ferla.

Era pomeriggio e io per ripararmi dalla pioggia entrai al 59 di Rue de Rivoli, una residenza d’artista nel cuore pulsante di Parigi. Fu un incontro decisivo col mio destino. Luigi mi spiegò com’era possibile creare un volto con piccoli cubetti di marmo. Così, a distanza di quindici anni dall’incontro col Cristo Pantocratore immerso nello sfondo di un mosaico dorato, mi ritrovai a crearli io quei piccoli cubetti di marmo all’Accademia di Belle Arti di Ravenna. E pensai che fosse serendipità, divina provvidenza o come dici tu necessità del mosaico.

La tessera tradizionale (marmo o pasta vitrea) vi è congeniale, sebbene tu, Marta, visti i tuoi studi di architettura, la declini verso una progettualità di design, mentre per Andreina mi sembra che la direzione sia decisamente scultorea. Vorrei che chiariste la vostra idea di mosaico, dall’uso dei materiali alla poetica che state sviluppando, avendo finalmente scoperto la vostra voce. Cos’è per voi il mosaico?

M.S. Il mosaico è una tecnica artistica, così come l’essere umano cerca espressione di sé stesso attraverso la pittura, la scultura e l’incisione, lo fa anche attraverso il mosaico, una tecnica antica che ha delle proprie regole compositive, e che utilizza i colori non per sfumature ma per accostamento di frammenti o tessere di diverso colore. Esistono diverse tipologie di approccio al mosaico: a ciottoli, il trencadís, il mosaico bizantino e quello industriale. Personalmente prediligo l’uso della tessera tradizionale in marmo o pasta vitrea.

Mi piace l’idea di preservare la funzione primaria del mosaico, nato infatti originariamente come rivestimento funzionale ed elemento decorativo: con queste due parole chiave trovano espressione la mia poetica e il mio gusto estetico, con il desiderio di coniugare Architettura, Mosaico e Design.

Questo mio sogno si concretizza attraverso la realizzazione di oggetti di design e arredamento completati e arricchiti attraverso il linguaggio musivo.

Marta Severgnini, Bella di notte, 2017

Andreina Cristino, Leben, 2018, 25X16 cm

A.C. Non so cosa sia il mosaico e mi piace non dovermi porre la domanda. In quanto a definizione, ne potrei declinare diverse attingendo a citazioni di maestri del mosaico. Il mio approccio con la materia è del tutto sperimentale, per ora il mosaico mi è congeniale come forma d’arte per dar voce a ciò che realizzo. Il mosaico tende, anche senza volerlo, a creare un rapporto viscerale con la materia. La materia ti sceglie, ti spinge a toccarla con possesso. Se poi per materia includiamo non solo i marmi ma anche gli smalti, allora rimani ulteriormente rapito dai giochi di luce e ti sembra di essere in contatto con qualcosa. È una magia e non va troppo elaborata e spiegata, si perderebbe il senso della sua funzione. Sono in una fase di profonda sperimentazione, quindi la voce è molto debole e tende a parlare poco. Dalle installazioni, fotografie, sculture e mosaico, la direzione è sempre la stessa, dare spazio e significato a quella emotività che tendo a reprimere in me, dare sfogo alla malinconia e tracciare un percorso di sensibilità nella sua concretezza. Non so,  per definizione, vogliamo avvicinarci all’arte terapia?

Ismail Akhmetov Foundation, Parco delle Arti, Tarusa, Mosca

Dopo la vittoria del Premio Tesi nel 2017, avete avuto la possibilità di una borsa di studio con residenza d’artista a Tarusa, vicino Mosca, nei primi mesi del 2018, grazie al mecenatismo di Ismail Akhmetov e alla Fondazione che porta il suo nome. L’artista Marco Bravura vi ha accolto e guidato in quella splendida officina creativa che è il Parco delle Arti per il quale ognuna di voi ha anche realizzato un’opera, che lì ha poi trovato immediata collocazione: la doppia stele ispirata all’art nouveau della Maison Coillot di Lille per Marta e il grande “gomitolo” di Andreina che riprende i colori e il filo del tappeto musivo Rosso Nureyev realizzato nel 1993 da Akomena Spazio Mosaico per la tomba del grande ballerino russo. Mi piacerebbe che raccontaste la vostra esperienza a Tarusa e alcune delle possibili letture di queste opere create appositamente per quel luogo. 

M.S. L’esperienza in Russia è stata impegnativa ma davvero molto bella, sono stati mesi di lavoro intenso, immersi come eravamo in uno spazio naturale quasi incontaminato e ricoperto di neve, le giornate lavorative scorrevano veloci senza che quasi ce ne accorgessimo. Il supporto di Marco è stato molto importante, grazie a lui ho imparato quei piccoli segreti che solo chi ha molta esperienza conosce.

L’opera da me realizzata è Feeling home e si ispira alla casa in stile art nouveau della Maison Coilliot di Hector Guimard. La scelta stilistica è stata dettata dalle affinità che riscontro con questo particolare stile, come la forte decoratività e le linee che si intrecciano sinuose. A livello emozionale invece la casa trasmette sicurezza, riparo e allo stesso tempo rispecchia la personalità di chi la abita, è abitudine infatti adornarla con segni ed oggetti che raccontano la storia di ognuno di noi. È proprio questo che rappresenta per me la doppia stele realizzata per il Parco delle Arti, un segno del mio passaggio in quel luogo, una piccola traccia di me.

Marta Severgnini, Feeling Home, 2018

Andreina Cristino, Rosso Nureyev, 2018, diametro 1,55 cm

A.C. La Fondazione Akhmetov gode di una struttura nuovissima, con comfort e personalità. Si incontrano opere di Verdiano Marzi, CaCO3, Marco de Luca e tanti altri, per non soffermarsi poi sui pavimenti dal gusto eccentrico/bizantino realizzati da Dusciana Bravura e del maestoso atelier di Marco Bravura. In questo scenario ho avuto quindi il privilegio di condividere tempo, spazio e creatività con il maestro mosaicista.

Rosso Nureyev, invece, rappresenta il gomitolo del tappeto che ricopre la tomba del ballerino russo, voluto dallo scenografo nonché suo amico Ezio Frigerio e realizzato da Akomena Spazio Mosaico.

Il destino per i Greci è simile alla filatura e alla tessitura. A ciascuno è affidata una quantità di vita, come un cumulo di lana che viene a poco a poco trasformato in un filo e intrecciato sul telaio. Rosso Nureyev voluto e pensato per il Parco che lo ospita, rappresenta le origini, quel gomitolo che intreccia e tesse il morbido e prezioso tappeto che è stata la vita estrosa e brillante del danzatore. 

Martin Buber, celebre pensatore chassidico, chiedeva non tanto chi sei ma dove sei. A che punto siete in questo vostro presente e dove vi vedete nell’immediato futuro (sogni, progetti, idee, ecc.)?

M.S. Dove sono…  solo all’inizio di una nuova grande avventura, una scommessa per il futuro. Ho studiato e appreso le tecniche necessarie ad intraprendere la strada del mosaicista da me scelta, ed ora si procede con pazienza un passo alla volta, una tessera dopo l’altra… proprio come nel mosaico!

Marta Severgnini, Geronte, 2017, h. 40 cm, diametro 59 cm

Marta Severgnini, Geronte (particolare), 2017

A.C. La mia formazione artistica mi rimanda alla celebre opera di Paul Gauguin Da dove veniamo? Che siamo? Dove andiamo?. Questi interrogativi filosofici mi portano a riflettere e talvolta anche con tanta ansia. È per questo che per placare le paure dell’ignoto futuro mi rifugio nella poesia. Goethe, ad esempio, esprime al meglio dove io mi trovi adesso: “C’è una verità elementare, la cui ignoranza uccide innumerevoli idee e splendidi piani: nel momento in cui uno si impegna a fondo, anche la provvidenza allora si muove. Infinite cose accadono per aiutarlo, cose che altrimenti mai sarebbero avvenute. Qualunque cosa tu possa fare, o sognare di poter fare, incominciala. L’audacia ha in sé genio, potere, magia. Incomincia adesso.”

Andreina Cristino, Rosso Nureyev (particolare), 2018

Contatti

www.martasevergnini.it

https://www.facebook.com/andcristino/

https://www.instagram.com/andreina.cristino/?hl=it

 

 

 

 

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Premessa: il testo seguente è stato appena pubblicato su Mosaïque Magazine n.5 (gennaio 2013), quale commento alla collettiva Ti desidero – I long for you da me curata presso la Musivum Gallery di Mosca (24 ottobre – 2 dicembre 2012). Per visualizzare il testo in catalogo e le opere esposte cliccare qui.

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Ti desidero è il titolo della collettiva di giovani mosaicisti da me curata presso la Musivum Gallery di Mosca col supporto dell’ottimo staff organizzativo della Ismail Akhmetov Foundation.

CaCO3, Roberta Grasso, Samantha Holmes, Vadzim Kamisarau, Silvia Naddeo, Matylda Tracewska e Aleksey Zhuchkov: sette proposte artistiche assai differenti fra loro sia dal punto di vista delle costruzioni tecniche delle opere, sia a livello di significato.

CaCO3 e Tracewska sono impegnati in ricerche astratte, i primi ragionando sui campi energetici, sul moto delle particelle che compongono il tessuto di ogni frammento dell’universo reso attraverso l’uso particolare e tridimensionale del vermiculatum antico, mentre l’artista polacca con un omaggio singolare a Malevič, propone una riflessione sui colori-non colori assoluti, il bianco e il nero, a cui unisce ricordi personali della sua permanenza in Russia, lo splendore lucente di Pietroburgo e la visione della casa della poetessa Anna Achmatova, con la fotografia di lei bambina e il suo cane nella neve.

Viceversa sembra poggiarsi su un’evidenza (o apparenza?) figurativa il lavoro degli altri protagonisti: Grasso col suo mosaico morbido in “tessuto” di silicone cita la dimensione del sogno, dell’incanto e della musica di Tchaïkovski (ma dietro il sogno si nasconde forse l’inquietudine inconfessabile di un incubo? L’ultimo Truffaut e ancor più Hitchcock ne sarebbero certamente ispirati), Naddeo gioca col cibo ingrandendolo quasi iperrealisticamente, in questo caso con un piatto russo tipico, il blin, ma se da una parte il suo lavoro per il soggetto trattato e per l’uso costante di linee curve celebra la vita, la gioia e per certi versi la fertilità, dall’altra i suoi iper-volumi potrebbero schiacciare l’osservatore (lo stesso che si ciba di ciò che sta osservando) quasi approdando al grottesco (qui i riferimenti, sempre stando in ambito cinematografico, potrebbero andare da Fellini ai Monty Python), mentre Zhuchkov fa un’operazione parallela e opposta alle nature morte dell’italiano Giorgio Morandi, suo punto di partenza, per smaterializzare quegli oggetti (brocche e bicchieri), tessera dopo tessera, scavandone l’essenza sino al solo profilo ridotto su una griglia cartesiana per giungere talvolta ad uno spazio teorico e analitico tanto quanto era concreto e unitario quello del suo modello di partenza.

Infine se il bielorusso Kamisarau realizza una contraddizione, fermare su pietra frame televisivi di avvenimenti effimeri e leggeri o più gravi ma sempre fugaci (dalle partite sportive allo scoppio di una bomba) per capire il valore del tempo nel nostro tempo liquido e, si potrebbe aggiungere, per capire anche se quelle cose esistono o sono solo frutto di fiction, inclusi gli eventi dolorosi (non a caso nei suoi quadri ci sono sempre dei non finiti, dei buchi come fossero recuperi archeologici impossibili da vedere per intero o dietro i quali si cela il vuoto, il nulla), l’americana Holmes torna a parlare della memoria stavolta in senso intimo e spirituale: piccoli foglietti-tessera cartacei e quadrati legati e impilati fra di loro, sospesi grazie ad una struttura metallica, come tante preghiere non scritte, vertice mistico o al suo opposto assenza divina, come nel grande mosaico che prevede l’evidente cancellazione di una figura di santo antico (oggi all’uomo manca credere o gli è semplicemente impossibile?).

Dunque cosa lega artisti così differenti fra loro? Il fatto che insieme, in mostra, grazie alla ritrovata modernità e attualità di questo linguaggio, il mosaico, oggi davvero in grado di esprimere qualunque idea, siano sollecitati i cinque sensi attraverso il denominatore comune del sesto senso, quello dell’intuizione. Ma intuizione di cosa? Del desiderio.

Desiderare significa etimologicamente assenza di stelle (in latino, de-sidera): come i soldati di Giulio Cesare, i desiderantes, aspettavano fiduciosi nelle notti senza stelle i propri compagni per proseguire insieme il cammino[1], così il desiderio indica un’assenza, una mancanza ma anche la speranza di superare la difficoltà momentanea, o meglio, come direbbe Jacques Lacan[2], l’esigenza dell’incontro con l’Altro da sé che completa il senso altrimenti sterile dell’io, ovvero la ricerca e il raggiungimento del piacere che ha fatto la fortuna evolutiva della specie umana[3], e nel caso di questi artisti la ricerca delle domande che sono i loro desideri di trovare più che risposte ferme, vie nuove da indagare, certo attraverso il piacere della bellezza, del loro saper fare pensando: stupore di mente, mani e occhi, i loro, i nostri.

Mosaïque Magazine

Musivum Gallery Mosca – Ti desidero/I long for you


[1] Massimo Recalcati, Ritratti del desiderio (Milano 2012).

[2] Jacques Lacan, Scritti (ediz. ital. Torino 1974).

[3] David J. Linden, The Compass of Pleasure (New York 2011); The Accidental Mind: How Brain Evolution Has Given Us Love, Memory, Dreams and God (Cambridge, MA, 2007).

 

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In foto particolare dell’opera di CaCO3, Essere Quadrato / Essere Rosso, 2011, limestone / smalti on polystyrene, 100x100x3,5 cm / ø 27 cm

Premessa: ho scritto il testo critico seguente per il catalogo della collettiva Ti desidero – I long for you, esposizione organizzata grazie alla Ismail Akhmetov Foundation presso la Musivum Gallery di Mosca dal 24 ottobre al 2 dicembre 2012. In mostra opere di CaCO3, Roberta Grasso, Samantha Holmes, Vadzim Kamisarau, Silvia Naddeo, Matylda Tracewska e Aleksey Zhuchkov.

Ti desidero

A volte l’avvenire abita in noi senza che ce ne rendiamo conto e le nostre parole che credono di mentire descrivono una realtà vicina. Marcel Proust, Sodoma e Gomorra

CaCO3, Organismo, 2009, gold, 45 x 45 x 3 cm

Desiderare: essere umani. Desideriamo per vivere: oggetti, risposte, successi, amore, denaro, la sapienza, la semplicità, le complicazioni, il lusso, il corpo o talvolta un suo particolare (Il ginocchio di Claire), desideriamo sino a oltrepassare il confine del lecito, l’uccisione di sé e dell’altro, così da Narciso a Hitchcock, tutti soggetti ad una medesima potentissima pulsione, quella del desiderio che produce piacere.

Matylda Tracewska, Black Square II, 2011, marble, smalti, 80 x 80 x 4 cm

Matylda Tracewska, Black Square III, 2011, marble, smalti, 80 x 80 x 4 cm

È inevitabile dicono gli studi di David Linden[1], fa parte della nostra storia evolutiva e di come si è modificata conseguentemente l’area tegmentale ventrale del cervello. D’accordo, ma proprio perché non travalichi è necessario orientare e capire la natura del desiderio che è anzitutto scoperta dell’altro[2], della necessità che ognuno di noi ha dell’altro (e dunque sana presa di coscienza della propria incompletezza, vero riflesso nello specchio di ogni mattino).

Silvia Naddeo, Transition, 2012, smalti, ceramic glass, hand colored glass spheres, 40 x ø 170 cm

Silvia Naddeo, Transition (particolare), 2012

Gli artisti non sono certo esenti da questo tipo di processi, anzi per certi versi ne sono tramiti privilegiati: il desiderio indica sempre una mancanza, un vuoto da riempire, un’assenza di stelle (questo è l’etimo della parola) da aspettare per riprendere il cammino, come facevano di notte i soldati di Cesare nel De Bello Gallico, desiderantes in attesa del rientro dei loro commilitoni[3].

Roberta Grasso, Memory of a Dream, 2012, silicon, smalti, ceramic glass, organza, tulle, 460X230 cm

Roberta Grasso, Memory of a Dream (particolare), 2012

I desideri di questi artisti li state vedendo ora, qui: vivono in queste immagini di pensiero e realtà raggrumata attraverso l’interpretazione musiva, che facendosi incontro, scontro, dramma, analisi della loro visione dell’altro (e di sé), traducono la vita del nostro tempo inclusa la sua assenza di tempo.

Alexey Zhuchkov, Still Life with Bottles and White Teapot, 2012, natural and artificial stone, smalti, 44 x 65,6 cm

Alexey Zhuchkov, Still Life with Half an Apple, 2012, natural and artificial stone, smalti, 50 x 65 cm

Sono modi diversi di vedere questo tempo e i suoi desideri fatti di ombre di memoria personale e oggettuale da recuperare, da fissare, come di attimi globali da voler conservare come fotogrammi intimi (la Nostra storia, la mia storia), di passioni ipertrofiche che, novelle sirene, attirano per divorarci, di intrecci impalpabili come un sogno (si chiarirà al risveglio, ci imprigionerà?), di astrazioni di colore e materia alla ricerca della sfida (im)possibile, raggiungere l’assoluto (e la sua follia), non a caso in quest’era così straripante di icone che si annullano nell’oceano del proprio vorticare impazzito.

Vadzim Kamissarau, The Main News 1, 2012, cement, smalti, 73 х 93 х 25 cm

Vadzim Kamissarau,The Main News 3, 2012, cement, smalti, 50 x 95 cm

Sono idee che non cercano alibi per piacere: pietra, vetro, silicone, metallo, legno, carta e volontà: di questo si tratta e di questo oggi sa trattare il mosaico, per la verità già da anni, ma oggi con forza rinnovata anche grazie all’apporto di questi giovani artisti, consapevoli abitatori del loro tempo internauta, e coautori essi stessi della terribile euforica festa pop e dunque neobarocca di inizio XXI secolo, in cui al rigore scientifico-chimico si affianca violenta e leggera la meraviglia (quasi eco secentesca) di cui sono veicolo i cosiddetti cinque sensi, qui tutti sollecitati. Recentemente John M. Henshaw[4] ha proposto di raddoppiarli, visti gli sviluppi ultimi delle neuroscienze, ma già in tempi remoti venivano completati dal cosiddetto sesto senso, sorta di summa, affinamento e potenziamento dei precedenti, per raggiungere capacità intuitive superiori, che questi artisti possiedono e che la compositrice finlandese Kaija Saariaho ha perfettamente descritto nel suo  D’om le vrai sens (2010)[5], musica adattissima quale ideale colonna sonora, lirica e inquieta, di queste opere che nude si offrono ai nostri occhi ingombri e sporchi, quale igiene visiva e mentale.

Samantha Holmes, Devotion, 2012, paper and wire, 92 х 42 cm

A questo punto, più di qualche dubbio sorge, se sia ormai il caso di capovolgere la distinzione del Fedone platonico sull’immortalità dell’anima rispetto al corpo, ovvero fra l’eternità dell’idea e il suo riflesso fisico legato ad una durata: è vero, un giorno tutto scomparirà, incluso il Pianeta, ma in ogni opera d’arte l’essere delle cose risiede nella sua attuazione realizzata, testimone particolare d’un epoca, d’un io e insieme universale, non “senza tempo”, ma “oltre” il proprio tempo: è lo scandalo e l’assurdità sempre attuale della bellezza, il sommo dei piaceri, il primo fra i desideri.

Musivum Gallery Mosca – Ti desidero/I long for you

Mosaic Art Now Interview

Samantha Holmes, Absence (Moscow), 2012, marble, smalti, ceramic glass, gold, 260 x 150 cm


[1] Cfr. David J. Linden, The Compass of Pleasure (New York 2011); The Accidental Mind: How Brain Evolution Has Given Us Love, Memory, Dreams and God (Cambridge, MA, 2007).

[2] Lacan opportunamente parla dell’Altro da sé come potenza esterna e beneficamente contraria all’impero dell’Io, che solo così può percepirsi non più monade autosufficiente ma finalmente bisognoso di relazione e in sostanza capace di desiderare, cfr. Jacques Lacan, Scritti (ediz. ital. Torino 1974) e il bellissimo saggio del lacaniano Massimo Recalcati, Ritratti del desiderio (Milano 2012).

[3] Cfr. Massimo Recalcati, op.cit.

[4] John M. Henshaw , A Tour of Senses: How Your Brain Interprets the World (John Hopkins University Press, 2012): in particolare lo scienziato americano propone di aggiungere ai tradizionali vista, udito, olfatto, gusto, tatto, anche equilibrio, temperatura, dolore, senso chimico comune, “propriocezione” (ovvero la percezione di sé), senza contare altri sensi di cui sono dotati alcuni animali, l’ecolocazione dei cetacei, l’elettrolocazione di squali e anguille, la capacità di vedere l’ultravioletto delle api e l’infrarosso di alcuni serpenti, etc.

[5] Ispirato alla Storia della Dama e dell’Unicorno degli arazzi del Museo di Cluny, Parigi.

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Claudia Rogge, Inferno I, 2011

Dice (il Gran Khan): – Tutto è inutile, se l’ultimo approdo non può essere che la città infernale, ed è là in fondo che, in una spirale sempre più stretta, ci risucchia la corrente.

E Polo: – L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare e dargli spazio. Italo Calvino, Le città invisibili, 1972

 

A Mosca, nei quartieri artistici Winzavod e Art Play, si possono trovare nuove e interessanti proposte di ogni settore della creatività.

Ed è stata una bella sorpresa a Winzavod, presso la Frolov Gallery, trovare EverAfter l’ultimo lavoro che la fotografa tedesca Claudia Rogge ha dedicato alla Commedia di Dante Alighieri.

Quando si affronta un capolavoro noto e con una lunga tradizione di altre traduzioni in immagine, il rischio della banalizzazione è davvero molto concreto. Ma l’artista non è caduta nella trappola e ha parlato di sé, anzitutto della propria analisi costante di individuo e massa umana, usando l’opera del poeta medievale.

Rogge ha costruito pazientemente ogni frammento di immagine rimontando digitalmente il puzzle con tutti gli altri, in modo da formare un insieme coerente e pittorico: quei corpi possono essere visti nei loro tormenti e nella loro estasi sia come singoli blocchi se l’occhio si concentra su un particolare, sia come scene intere se per un attimo ci si distanzia o si vedono questi grandissimi quadri da un’altra prospettiva, dall’alto in basso ad esempio.

Claudia Rogge, Purgatory IV, 2011

Lavoro finissimo di orchestrazione dello spazio, dunque, e coltissimo, poiché non a caso ogni immagine dei tre mondi ultraterreni finisce o col disegnare una cuspide triangolare, come nelle geometrie compositive rinascimentali, o in tre vertici, a ricordare le tre croci del Golgota, altro riferimento alla pittura religiosa antica.

A parte un paio di scene solo in catalogo dove sono presenti anche corpi invecchiati, flaccidi, più consoni alla visione di Dante e del suo tempo, tutte le altre vedono protagonisti corpi giovani, statuari, bellissimi, maschili e femminili, a dimostrazione del fatto che la riflessione dell’artista è generale sulla condizione del bene e del male in un ipotetico aldilà (qui reale in quanto artistico-letterario) e su un’ideale umano possibile come negli affreschi michelangioleschi e prima ancora come nel Giudizio Universale del Signorelli a Orvieto (1499-1502), il cui rimando e riferimento visivo pare abbastanza esplicito per certi particolari.

In realtà, la Rogge non ha in mente un solo quadro o una determinata citazione, ma se le scene infernali e purgatoriali paiono più direttamente riferirsi al dettato dantesco col crescendo di oscurità e tensione alla luce delle due cantiche corrispondenti, il vero scarto dal poema si ha col Paradiso, luogo sublime della contemplazione sì, ma anche dell’amore e dell’amor carnale in particolare (del resto quale piacere fisico è più forte e più umanamente comprensibile di questo? E lo aveva perfettamente presente anche Bernini con le sue Ludovica Albertoni e Santa Teresa): si tratta non di mistica medievale ma di “lusso, calma e voluttà” pagane, classiche e rinascimentali insieme (si vedano i Baccanali di Tiziano dipinti per gli Este) con un tocco di contemporaneo per cui in quest’orgia sublime e luminosa (come nella piazza di Grasse del Profumo di Süskind) non è più scandalo che due donne o due uomini si scambino baci e carezze: è il Paradiso, è finalmente il Paradiso.

Frolov Gallery – Moscow

www.claudia-rogge.de

Claudia Rogge, Paradise IV, 2011

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Premessa: testo critico di presentazione dell’opera di Marco Bravura Lo scudo invisibile (2008), in collezione permanente presso il centro Solo Mosaico di Mosca.                                                                                      

   

Marco Bravura, Scudo Invisibile (2008), Centro Solo-Mosaico, Mosca

                                                                             

Un uomo si propone il compito di disegnare il mondo. Trascorrendo gli anni, popola uno spazio con immagini di province, di regni, di montagne, di baie, di navi, d’isole, di pesci, di dimore, di strumenti, di astri, di cavalli e di persone. Poco prima di morire, scopre che quel paziente labirinto di linee traccia l’immagine del suo volto.” Jorge Luis Borges, da L’artefice, 1960

Uno scudo significa difesa in tempo di guerra e trionfo dopo la battaglia, su cui erigere il capo tribù vittorioso o da dipingere per essere esibito in marce e sfilate festose o come dono fra signori rinascimentali, sul più noto dei quali Caravaggio rappresentò la testa spiccata e ancora sanguinante di Medusa, il mostro vinto da Perseo proprio grazie ad uno scudo riflettente.

Lo scudo che avete di fronte è un racconto: di un popolo di conquistatori formidabili e del loro re, della mappa di un impero e dell’amicizia fra due uomini. Tutto racchiuso nella forma ovoidale propria dell’oggetto rappresentato e, al contempo, simbolo antico di vita.

L’artista Marco Bravura, affascinato dallo splendore barbarico dei guerrieri tartari, che dalla steppe seppero creare una civiltà potentissima, ha voluto omaggiarne il ricordo e il suo mecenate, Ismail Akhmetov, d’origine tartara, ispirandosi con un ulteriore gioco di rimandi al racconto di Italo Calvino Le città invisibili, in cui Kublai Khan ascolta il narrare di Marco Polo, suo ambasciatore, ospite ed amico, che, come Shahrāzād, ma senza l’ombra della morte che incombe, descrive e ricrea con le parole luoghi visitati e insieme immaginari dell’impero vastissimo e fantastico del re, in realtà, mettendo in ogni città un po’ di Venezia, sua patria, e luogo di formazione del ravennate Bravura.

Due sono i moti che animano lo scudo, opposti e necessari all’equilibrio generale: forze centrifughe partono dal centro di esso, in cui è il Khan, e forze centripete ritornano ad esso, dai quattro punti cardinali, ovvero dalle quattro onde-Orde che formano il suo popolo: l’Orda Grigia, l’Orda Blu, l’Orda d’Oro e l’Orda Bianca. Ogni elemento permette all’altro di esistere: i guerrieri danno al loro signore parte del bottino ed egli con essi lo condivide. Il retro dello scudo è un blu ondoso, poiché come ogni cavaliere di deserti e steppe sa, all’inizio come alla fine dei tempi, cielo e oceani torneranno uniti nell’indistinto infinito.

Ma nella faccia anteriore dello scudo, la parte che si mostra al nemico o, in questo caso, all’osservatore pacifico, appare un vortice armonico come riemerso dalle viscere del tempo, che è storia, letteratura e arte, fatto di conchiglie, scarabei, murrine, tessere musive (dunque altri omaggi di materiali veneziani che sono nel DNA di Bravura-Polo), forse a simulare gli zaffiri, i rubini, gli ori, gli argenti e i diamanti del tempo di Gengis, Tamerlano e Kublai, sicuramente a costituire la pelle e la luce riflettente dello scudo, gioiello in sé sontuoso, apparato scenografico atto al racconto barocco (e perciò testimone perfetto anche del nostro tempo), volutamente carico, com’è nella cifra di Bravura, erede ed artefice d’un barocco moderno (e, una volta ancora, veneziano, colmo di riflessi acquei e dorati), difesa di bellezze conosciute e, anche più, di bellezze dimenticate o invisibili, difesa della memoria, della memoria della bellezza e della bellezza della memoria, poiché per affrontare lo sfacelo quotidiano cui ognuno di noi assiste e, in qualche modo, partecipa pur non volendo, “l’inferno dei viventi”, come scrive Calvino a conclusione del suo libro, non ci sono che due vie: accettarlo e soccombere come purtroppo accade ai più, o fare la differenza, con “attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare e dargli spazio.” (Italo Calvino, Le città invisibili, 1972)

Marco Bravura – sito ufficiale

Solo-Mosaico – official website

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Anna Marasco, Die Brücke, Hamburg, 2007

Non so che numero di scarpe indossi Anna Marasco (Napoli, 1977): i piedi sono la prima cura del viaggiatore e Anna lo è. La seconda, nel suo caso, sono una Leica MP e una Nikon D200, macchine e compagne di strada, con cui scrivere lettere in pellicola e cartoline in digitale senza altro ingombro: le pagine del suo moleskine.

Anna Marasco, Trompe l’œil, Rotterdam, 2007

Anna Marasco, DNA-Turning Torso, Malmö, 2008

Il grande geografo Franco Farinelli ha detto che da Ulisse a Marco Polo tutti i viaggiatori antichi percorrevano senza fretta il proprio cammino, senza l’assillo del tempo del ritorno, attraverso vie curve, naturali, luoghi da conoscere e da vivere: il viaggio di Polo durò 24 anni. Da Colombo in poi le rotte si fecero sempre più dritte, veloci, precise, punti di un sistema reticolato: paradossalmente, la modernità ridusse la terra da tonda ad una tavola geografica piatta.

Anna Marasco, Porthole, Utrecht, 2007

Quando Anna parte, sa che tornerà, ma si estranea dal tempo meccanico delle lancette e cammina con lentezza, esplorando: acquista spazio il senso di un altro tempo, più antico, più umano, con cui alimenta il suo sguardo, che sa “porre sulla stessa linea di mira la mente, gli occhi e il cuore. È un modo di vivere.” (Henri Cartier Bresson)

Anna Marasco, Human steps #2, Lisbona, 2008

Anna Marasco, Human steps #3, Lisbona, 2008

Anna passa e scatta: la messa in scena, senza prove né artifici, di vita fra persone, murales, visi dipinti e architetture come dipinti, ovunque si posi quel suo occhio colto e sognante, sinceramente incuriosito e pulito. Questo sono le sue foto: parti del suo vedere, parti della sua pelle. Cos’altro volere dall’anima di un fotografo?

Anna Marasco, Whispers, Gay Pride, Amsterdam, 2007

Anna Marasco, L’hédonisme, Amsterdam, 2007

Ma Anna non si contenta di registrare il mondo, essendo capace di mettere in discussione l’oggettività presunta della realtà col mezzo fotografico, per cui ciò che coglie fa assumere al dato empirico aspetti inattesi e talvolta ironici, sia nella presa in esame di frammenti architettonici (il Turning Torso di Calatrava a Malmö diviene segmento di DNA, gli Human Steps di un passaggio pedonale a Lisbona, rivelano la simmetria casuale delle formiche umane su una sorta di tela alla Giorgio Griffa) sia nella visione di interi (l’apparire di una gigantesca giraffa pubblicitaria su un grattacielo nel centro moderno di Rotterdam).

Anna Marasco, Legàmi n.2, Mosca, 2008

Anna Marasco, En attendant, Rotterdam, 2007

Nelle sue immagini c’è sempre un sorriso di nonsense beckettiano di fondo, di partecipazione però, non di distacco dai suoi soggetti, poiché la Marasco sa cogliere nel piccolo teatro dell’assurdo che è il quotidiano comune a tutti, una persistenza dell’essere nonostante la grandezza del nulla: nella forma delle cose, come nei volti felici o dolenti dei suoi personaggi, quasi sempre rivolti altrove, ad una vertigine momentanea data da un Gay Pride o dal Summer Carnival olandese, da un momento di memoria emerso durante l’attesa, infinitamente ripetuta, di un’anziana alla finestra o dai legami ostinati di due tubi già spezzati nella periferia russa o, ancora, dal fare la fotografia di una fotografia altrui, mentre il click a pochi metri di distanza sta per essere premuto.

Contatti: anna.marasco@gmail.com (attualmente vive e lavora a Berlino).

Anna Marasco, Fotografia di fotografia, Sergiev Posad, 2008

 

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