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Posts Tagged ‘mosse di seppia’

 

Leggendo spesso poesia, non è inusuale trovare raccolte di versi segnate da grazia o bellezza, meno rare di quanto si pensi. È invece più difficile imbattersi nella pagina che stupisce perché ci si riconosce o perché rivela parti tanto lontane da sé – forse mancanti – quanto desiderose di farsi ascoltare. Pagine insomma che sanno fermare e che obbligano chi le incontri a tornare. È il caso di Matteo Greco, Da grande voglio fare il Meridione (CartaCanta, Forlì 2016), su cui dirò prossimamente, e della perla (anche editoriale) Aspettare la rugiada (Raffaelli Editore, Rimini 2017) di Damiana De Gennaro (Vico Equense, 1995), studentessa di giapponese all’Orientale di Napoli e una delle anime della rivista letteraria indipendente Mosse di seppia.

I versi di queste pagine, pur nella loro perfezione formale d’eco nipponica (spesso quindi in settenari e quinari), non guardano dall’alto né salgono in cattedra, semplicemente sono vissuti e dunque null’affatto distanti, anzi familiari al lettore, gli si accostano, raccontano immagini, frammenti di quotidiano dal sapore lirico (“facevamo insieme la spesa,/ dentro la notte”), atmosfere in vaghezza tarkovskyana (“ho visto lo spezzarsi delle albe/ tra i cavi elettrici del cielo/ (…) ma lei fa la pioggia che mi tiene/ attaccata al finestrino”), l’amore delicatissimo per l’universo femminile (“si potrebbe entrare in te/come in cattedrali di silenzio”), gli ideogrammi giapponesi che spiegano (a proposito: mi è cara la parola Komorebi, “la luce che filtra attraverso le foglie”, essendo il titolo medesimo di un’opera dell’artista Takako Hirai esposta nella mostra Foglie, da me curata proprio lo scorso giugno a Ravenna) o che sanano (Kintsugi, “riparare con l’oro” e dunque saldare i cocci di ceramica – e della De Gennaro – evidenziando preziosamente la rottura e non nascondendola come nella tradizione occidentale del restauro). E su tutto l’aria che attraversa quasi ogni particolare, che letteralmente sfoglia le pagine del piccolo, compatto libro se si lasciano scorrere da metà, a ricordare cosa scrisse un altro poeta, il romagnolo Tonino Guerra: “L’aria l’è cla ròba lizìra/ ch’la sta datònda la tu tèsta/ e la dvénta piò cèra quant che t’róid.” (“L’aria è quella roba leggera/ che ti gira intorno alla testa/ e diventa più chiara quando ridi” da I bu, Rizzoli, Milano 1972).

 

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