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Posts Tagged ‘muammar gheddafi’

Premessa: a seguire il mio testo critico di presentazione della personale di pittura di Nicola Montalbini, da me curata e allestita presso la sala espositiva comunale di Palazzo Rasponi, via D’Azeglio n.2 Ravenna, sino al prossimo venerdì 15 aprile 2011.

Nicola Montalbini, Senza titolo, 2010

Sarebbe forse pretenzioso cominciare la presentazione di questa personale di Nicola Montalbini (Ravenna, 1986) con una citazione parmenidea: “senza nascita è l’Essere e senza morte, tutto intero, unigenito, immobile, ed incompiuto mai è stato o sarà, perché è tutt’insieme adesso, uno, continuo.”

Eppure è parte integrante della sua poetica: perché filosofia (presocratica e contemporanea) e letteratura (il romanzo ottocentesco russo e francese in particolare) sono da sempre i luoghi privilegiati di questo artista, le incubatrici del suo immaginario che si conferma e concretizza nell’ossessione delle città: disegnate, incise, dipinte, strappate, acquerellate, combuste, etc., purché ci sia l’intervento manuale, tradizionale anche, di pennello e olio, ma scaturito da un’orgia di letture lasciate macerare mesi prima di liberarsene su tele spesso di grande formato, adatte a contenere tali cumuli di energia.

Nicola Montalbini, Senza titolo, 2010

Sono meditazioni violente e distillate, luoghi della mente da cui sono espunti l’homo homini lupus e altri suoi segni come strade o automobili, mentre i ponti tra le architetture sono memoria dostoevskijana, passaggi in cui solitamente i personaggi del grande russo crollano e si liberano dagli schemi-gabbia che hanno sostituito le loro (e le nostre) identità.

Il rimando è anche agli affastellamenti babelici, per quanto ordinati, degli edifici d’ogni stile ed epoca disegnati da Charles Robert Cockerell, alle gabbie di furia compressa di Bacon o, viceversa, alle musiche seriali di Glass, il cui ascolto da parte dell’autore risultava particolarmente evidente nella serie dei campanili e delle torri bianche di qualche anno fa, col rarefarsi dei soggetti nell’aria, quasi a coincidere con la tela bianca in cui sembravano sciogliersi.

Nicola Montalbini, Campanile III, 2009

A distanza di qualche tempo e fermo restando il tema urbano (“immagini di città” avrebbe detto il genio Benjamin), Montalbini ha approfondito le due linee guida del suo operare, contraddittorie e coesistenti, parti di un tutto parmenideo e mentale: la calma ragionata e l’inquietudine che permea ogni pulviscolo dei suoi soggetti, il caos apparente e l’ordine altrettanto apparente di strutture solide, architettoniche, in realtà mere scenografie frutto di combinazioni immaginarie, sospese fra l’esattezza dei fabbricati e il loro essere inesistenti, essendo le singole parti incastri di un caleidoscopio infinito: dettagli di ipotetici fari dell’antichità, moschee turche e minareti andalusi o maghrebini, torri campanarie bizantine e medievali, balaustre e logge e tamburi di provenienza diversa rimontati ad hoc, ciminiere dickensiane e tendoni circensi immensi quanto arcani, cupole di cattedrali – fra tutte St Paul – e facciate di palazzi parigini haussmanniani o casupole in cui la presenza umana continua ad essere pressoché evitata, salvo cenni brevi di un’ombra affacciata ad osservare una ballerina segnavento (reale, bronzea, sognata?) circonfusa di luce.

Nicola Montalbini, Senza titolo, 2010

E su tutto, le finestre, gli occhi dei suoi corpi-edifici, spesso scure (o vuote) come le stanze che celano, moltitudini di finestre nere come gli uccelli caduti degli ultimissimi lavori, montagne di cadaveri, brividi hitchcockiani e registrazione degli eventi di pochi mesi fa, sorta di mistero e disastro ecologico che tutti riguarda e coinvolge, come nessuno può sottrarsi a tragedie politiche e umanitarie tuttora in corso, quella libica in particolare che ha indotto Montalbini a riprendere gli scenari claustrofobici, da horror vacui, delle città-macerie dei suoi esordi e a ritrarre in primo piano il dittatore inespressivo sotto l’ombrello, come nella nota sequenza trasmessa dai telegiornali, alle cui spalle, nell’unica striscia di cielo rimasta, è una pioggia di altri uccelli morti.

Nicola Montalbini, Senza titolo, 2011

Il clima di molti lavori è dunque cupo, oppressivo, ed emerge anche la volontà di far scomparire o almeno in parte occultare edifici e città: coi neri è più esplicita occupando la quasi totalità della superficie dipinta con cieli di pece che sembrano inghiottire lo skyline nello sbuffare iperbolico di ciminiere, rivisitazione catramosa di certe vedute inglesi di William Henry Crome o William Turner.

Ma anche coi rossi spenti, gli ocra o i verdi rabbuiati di altre tele che impregnano e sostanziano non solo le architetture ma l’aria stessa che le circonda, con nuvole che s’addensano minacciose come vapori tolkieniani (sino quasi ad avvicinare certi risultati al cine-fantasy jacksoniano).

L’altro volto della catastrofe è però negli azzurri in cui evaporano profili urbani interi, città ancora una volta atmosferiche o acquee, delicatissime e colanti come fantasmi futuri, diverse dalle precedenti e loro gemelle, loro riscatto e chiarità all’interno della “gigantesca danza cosmica”, per dirla con Fritjof Capra, attuata da Montalbini nelle sue visioni di città.

Info: nicolamontalbini@libero.it ; tel. 333.3306425

Ravenna Web TV – intervista a Nicola Montalbini

Nicola Montalbini, Senza titolo, 2011

Ps. Nota sull’allestimento: in occasione di questa personale di pittura ho pensato ad un allestimento inedito per il non facile spazio della sala espositiva di Palazzo Rasponi in via D’Azeglio 2 a Ravenna, che presenta volte a crociera ribassate e di altezza varia, asimmetrie, quattro finestre lungo la parete di destra del primo ambiente (non a caso prima d’ora inutilizzata), oltre all’arco di cartongesso completamente aperto a conclusione del corridoio del secondo e ultimo ambiente.

Ho cercato un dialogo fra i quadri posti in relazione ad ogni spazio, ad ogni angolo, e fra le cromie-cronologie di ciascun periodo di Montalbini (i neri, i nebbiosi-ocra, i bianchi, le città affastellate, i sabbiosi-azzurri più recenti), con illuminazione a faretti direzionabili, dunque non diffusa e centrale, ma su ogni singola opera, ora più fioca ora più chiara, dal giallo tenue al bianco.

Il punto di svolta è stato sospendere i quadri del primo ambiente alle volte (in accordo al fatto che sono “visioni di città” non descrizioni obiettive: inoltre i fumi delle ciminiere che aprono la mostra sembra che ricadano su se stessi cozzando sulle volte basse di ciascuna nicchia della prima sala) e non appenderli alle pareti (o peggio a grate metalliche come veniva fatto solitamente), ovviando così all’impossibilità di usare la parete di destra occupata, come detto, dalle finestre e facendo di un limite un pregio. A questo proposito, tutte le finestre sono state opportunamente oscurate con drappi neri sino a terra, quasi a creare finte quinte teatrali (che, fra l’altro, a distanza inquadrano le opere antistanti), come nell’ultima sala, l’enorme accesso sotto l’arco di cartongesso è stato occultato e coperto con un alto tendaggio nero, sospeso e a punta, a ricordare il primo dipinto della mostra che raffigura un tendone da circo.

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Ahi serva Italia, di dolore ostello,/ nave sanza nocchiere in gran tempesta,/ non donna di provincie, ma bordello!” Dante Alighieri,  Purgatorio, Canto VI, 76-78

Si è dato conto nel post precedente della memoria dovuta ad un grande italiano, Vittorio Foapater patriae senza ombra di retorica, figura intellettualmente onesta della sinistra non comunista.

Dunque una voce tuttora di riferimento, se fosse ascoltata dagli amorfi, quando non conniventi, PD e sindacati vari, in un frangente della nostra democrazia così buio come quello attuale, quando più che mai occorrerebbero coesione, voci unite e concretezza di proposte sul lavoro, il welfare, la maledetta precarietà (benedetta da quasi tutta questa classe politica e vigliaccamente battezzata col nome di un morto ammazzato, Biagi, che non aveva terminato né così pensato la legge che porta il suo nome), la tassazione e la riforma fiscale, il rilancio economico e d’immagine della nazione, le agevolazioni connesse per dare ossigeno alle imprese, ma anche pene certe e severe sull’evasione fiscale, le liberalizzazioni non selvagge, l’energia, la sanità, la famiglia tradizionale e non (e certo non quella dei blabla di convegni e family day, spesso promossi da gente indegna), l’istruzione ormai allo sbando (salvo i fondi abbondantemente elargiti per le scuole private), la ricerca azzerata dai tagli, i disgraziatissimi beni paesaggistici e culturali (più che emblematico l’ultimo crollo pompeiano, ovviamente sine culpa), cinema, teatro e cultura in generale vilipesa (del resto Bondi è un nulla e per Tremonti tutto ciò è men che inutile), il ritiro troppo a lungo rimandato dall’Afghanistan (ma qualcuno ha calcolato le spese per la Difesa degli ultimi dieci dodici anni, senza contare le perdite umane, civili e militari? Mentre in patria le forze d’ordine non hanno benzina, sebbene i politici non si neghino le scorte…), una legge elettorale non liberticida (ma quale partito la vuole veramente?), l’immigrazione, un federalismo equo e ragionato, la gestione rifiuti e dei problemi del Mezzogiorno, mafie anzitutto, etc., tutti frammenti di un Paese bloccato, specchio di un governo inerte, assente, incapace d’ogni agire nonostante la maggioranza schiacciante del 2008, essendo il suo capo sotto “ipnosi giudiziaria”, come l’ha denominata Paolo Mieli, e da anni ormai, per cui al volgo non spetta che “godersi” gli stacchi pubblicitari di Montecarlo, delle feste con le escort (ma non si chiamavano prostitute?), o del delitto della settimana, tutto pur di distrarre dagli impegni presi, dai problemi non risolti e cumulati.

Ma la responsabilità di questa impasse disastrosa è da attribuirsi anche alle mancanze della sinistra (dalla mai pensata legge sul conflitto d’interessi quand’era al governo per ben due volte, all’assenza di una ventina di deputati PD, grazie a cui è passato il famigerato scudo fiscale tremontiano del 2009 in favore dei grandi e grandissimi evasori, mafiosi inclusi, a numerose altre occasioni perse), che paralizzata dalla visione del proprio ombelico non trova soluzioni alternative serie da opporre ad una crisi economica devastante, al populismo ipocrita che impera e a cui compartecipa, alla notte di ogni etica, all’arroganza senza ritegno anzi alla violenza della politica, alla corruzione e al degrado dilaganti, trasversali (La casta di Stella e Rizzo è un must), oltre al connesso svilimento della magistratura, atto pericolosissimo, ormai quotidiano, cui si assiste come impotenti di fronte a certa maggioranza, al governo e ai media pubblici e privati direttamente loro rispondenti e asserviti.

Ora, di fronte a questo “regime di seduzione”, secondo la definizione dello storico Adriano Prosperi, autore della raccolta recente Cause perse (Torino, 2010), di fronte a sollecitazioni comunque positive sia all’interno del Partito Democratico, dove pure ci sono persone capaci (si pensi alle iniziative di quest’ultimo week-end del sindaco di Firenze Matteo Renzi), che in zone limitrofe (Vendola, il Movimento 5 stelle, il Popolo Viola), cosa fa il PD?

Alle regionali in Piemonte accusa Grillo e i suoi di avergli sottratto voti (come Di Pietro alle ultime politiche, del resto), anziché fare autocritica e capire perché quegli elettori delusi non possano né vogliano più votare PD: esattamente come si comporta il grande, si fa per dire, demagogo: è colpa dei comunisti, della stampa, della televisione, dell’Europa, delle toghe rosse, di Fini, dei propri coordinatori, mai una responsabilità propria. E chi non lo vota, è un “coglione”, ricordate?

Intanto s’avanza la Lega, questa sorta di nuova DC razzista, calata tra le valli, nella pancia delle valli, e dove arriva piazza i suoi in barba alla meritocrazia tanto sbandierata: la vicenda del “Trota”, neo consigliere regionale in Lombardia (come la Minetti, già igienista di Mr B., per il Pdl, ma i casi sono migliaia, essendo la norma, e in tutti gli schieramenti politici), è più che esemplare in questo senso. E poi continuare a urlare “Roma ladrona” o rinverdire battute tristi come SPQR, avendo propri ministri al governo, credo debba procurare ai dirigenti leghisti una sorta di libidine da fessaggine e creduloneria del proprio elettorato quasi senza pari.

Intanto, così temporeggiando, il PD, che negli anni ha cambiato molti nomi e nessuna faccia, ha definitivamente perso quasi per intero il nord del Paese, abbandonando amministratori capaci come Illy, Cacciari, la Puppato e Chiamparino, e da Roma, sostanzialmente, tacendo. Ogni tanto balbetta, quando proprio non può farne a meno perché l’ultimo bunga bunga di Mr B. è sotto gli occhi di tutti, ma resta vuoto come un guscio di noce, com’è nella sua natura del resto e laddove governa da decenni ininterrottamente, avendo creato una rete (come a Ravenna, ma sarà argomento di un altro post), non si comporta diversamente dal fintamente criticato Pdl o, si sarebbe detto in altri tempi, come nella vecchia, immarcescibile trinariciuta tradizione  baffoncomunista: tutti zitti, qui comando io, il Partito coi suoi vertici, so io chi va messo sulle poltrone e il resto del popolo… eseguire e basta! Avete presente le foto di Stalin sul podio coi suoi (lì almeno, ogni tanto, ne scompariva qualcuno “purgato”) e sotto migliaia di cittadini-compagni a sfilare.

Una strategia assai ben capita dall’imprenditore Berlusconi, che, in più, sa come indorare la pillola, anzi renderla vendibile, appetibile, richiesta: come ha intelligentemente spiegato Beppe Severgnini in La pancia degli italiani. Berlusconi spiegato ai posteri (Milano, 2010), egli è un grande assolutore: hai frodato il fisco? E che sarà mai… Hai violato una delle tante, troppe leggi? E che sarà mai… Sei andato con una minorenne o hai usato il sesso per fare carriera? E che sarà mai… Stracquadanio, deputato Pdl, docet (mentre se sei gay il problema c’è, dice il Premier, non potendo fare a meno delle sue irresistibili battute). Bisogna pur godersela la vita, no? Non come quei tristi comunisti…

A tutti dispensa ciò che più desiderano, l’assoluzione, non la soluzione: così ogni freno è saltato. Persino i cardinali giustificano le sue bestemmie e da pluridivorziato lo comunicano. Pazienza per chi non sa approfittarne.

Certo, ogni tanto qualcuno tira fuori del marcio vero, come l’ottimo Report di Milena Gabanelli sull’affaire Antigua, lo scorso 17 ottobre… Masi e ma no, si vedrà di farla tacere (basti vedere le vicissitudini per la messa in onda di Vieni via con me: a proposito, splendido l’intervento di Saviano su “Falcone e la macchina del fango” e visto lo share ottenuto dalla trasmissione, ci sarebbe molto da discutere sul fatto che gli italiani vogliono solo tv spazzatura e reality).

C’è un rimedio possibile, ipotizzabile a questo precipitare che pare senza soluzione di continuità, anche per scongiurare che, alla vigilia del 150° dell’Unità, l’Italia si spacchi in due, tre, cinque, venti pezzettini malridotti e difficilmente ricucibili? Sì, auspicabile quanto meno: ripeto, la responsabilità e l’inazione del maggior partito d’opposizione sono grandi: quando capiranno di non contentarsi del disco rotto e vacuo dell’antiberlusconismo, palliativo ormai consunto, e, anziché proporre nuovi fallimentari ulivi (ancora altre sigle? Pure vecchie…), renderanno noto cosa vogliono seriamente fare in merito ai problemi gravissimi di questo assai malconcio Paese (e solo un amore altrettanto disperato mi spinge a esprimermi così), coalizzando in un programma vero gli sforzi riformisti, con alternative plausibili e ben comunicate, finalmente Mr B. apparirà agli italiani, certo non a quelli che ne ricevono benefici e prebende, ma a tutti gli altri (e sono la maggioranza da riconquistare), per quello che è: un satiro invecchiato, corrotto, ricco certo, ma solo, un Hook spielberghiano imparruccato e truccato per nascondere gli anni, amico, ça va sans dire, di altri pirati quali Bush jr, Putin, Lukašenko e Gheddafi, e terrorizzato dalla giustizia famelica del coccodrillo.

Certo, per fare questo c’è bisogno di un atto di coraggio da parte della dirigenza attuale del PD: mettersi definitivamente da parte (come già richiesto otto anni fa a Piazza Navona dal regista Moretti e dai girotondisti). Contentarsi di consigliare eventualmente e nulla più, come gli ex leader di tutte le democrazie occidentali che sono davvero tali.

Così forse questa favola brutta, durata anche troppo a lungo, potrà avere una fine e ricominceremo a sognare, a costruire la realtà.

Ps. . Il senso delle opinioni espresse in questa pagina non vuole essere la rassegnazione alla denuncia qualunquista. Certo, toccando tanti e tali argomenti, il rischio della retorica da bar c’è. Ma le sono superiori e credo, spero, siano emerse chiaramente, la rabbia e lo sdegno, soprattutto la voglia di cambiare, animata dal mio essere e pensare da libero, forse sbagliando, ma senza tessere o mani da dover baciare.

Né la conclusione voleva essere bonariamente e ingenuamente speranzosa circa le virtù civiche nostrane: secolare è la tradizione amorale italica, favorita anche dalla gerarchia ecclesiastica, come ricordato più e più volte da Dante a Machiavelli, da Guicciardini al Leopardi del Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani e così via, dal sistema clientelare dell’antichità a quello fascista, sino ai giorni nostri telecratici. Eppure, non si può tacere, se non per speranza, per disperazione.

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