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Henri Rousseau, La guerra, 1894, Musée d'Orsay, Parigi

Premessa: ancora una volta l’Italia, il mio Paese, ha preso la via dissennata della guerra, in altre occasioni chiamata ipocritamente missione di pace.

Macabra coincidenza: stavolta si bombarda la Libia, il Paese da noi invaso esattamente cento anni fa, quand’era ancora parte del morente Impero ottomano, nel settembre1911, in preda a furori coloniali di cui ancora paghiamo le conseguenze.

Eppure la nostra Costituzione non ammette dubbi di principio:

Art. 11

L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali (…).

Chi dalla guerra è scampato, sa come si torna (se si torna): nella migliore ipotesi, più poveri, induriti nell’animo e feriti nel corpo. E questo vale per gli individui come per le nazioni intere. Del resto si è andati ad uccidere. Una volta, almeno, re e condottieri scendevano in battaglia e rischiavano la pellaccia direttamente. Il ‘900 ci ha abituato a governanti che in sale ovattate si limitano a dettare ordini telefonici, a cliccare pulsanti. Di morte.

Proprio questa settimana è stato offerto uno degli spettacoli più miserabili che le democrazie occidentali, presunte evolute ed esportatrici di (in)civiltà, abbiano mai dato, con l’inneggiare internazionale e da parte di capi di stato e responsabili politici che si definiscono moderati all’uccisione di Caino-Bin Laden: non entro nel merito della vicenda, se il fatto sia o meno vero e comunque la scomparsa del corpo in mare lo rende non più verificabile, ma anche ammesso lo sia (forse sulla scia della cosiddetta primavera araba, questa sì novità epocale per cui gioire, sono cadute le coperture del noto terrorista divenuto un peso pericolosamente ingombrante da eliminare: ma a questo punto ogni fanta-ipotesi è possibile quanto inutile), mi chiedo un po’ ingenuamente se non sarebbe stata resa giustizia nel senso pieno della parola con la sua cattura e incarcerazione a vita seguita da un processo, coi nomi eventuali che l’imputato avrebbe potuto fare (e a proposito di responsabilità scommetto ne avrebbe avuti da dire…). Senza peraltro contare le conseguenze terroristiche possibili di questa esecuzione sommaria…

Basta. Lascio la parola ad un grandissimo dimenticato del teatro cinquecentesco, che visse direttamente la guerra in giovinezza, il padovano Angelo Beolco detto il Ruzante.

 

MENATO – Quando a’ gieri in qualche scalmaruza, disíme a la reale, compare, disíssiu mé: «Oh, fossio a ca’!», cussí da vostra posta, pian? Disí pure, che agni muò con mi – intendíu, compare? – a’ poí dire com a’ volí.

RUZANTE – O compare, s’a’ fossè sto on’ son stato io mi, aessè fato an pí de quatro de g’invò. Che criu che sipia a esser in quel paese? Che te no cognussi negun, te no sè don’andare, e che te vi’tanta zente che dise: «Amaza, amaza! Dàghe, dàghe!» Trelarí, s-ciopiti, balestre, freçe; e te vi’ qualche to compagno morto amazò, e quel’altro amazarte a pè. E com te crí muzare, te vè int’i nemisi; e uno che muza darghe un s-ciopeto in la schina. A’ ve dighe che ‘l’ha gran cuore chi se mete a muzare. Quante fiè criu che a’ m’he fato da morto, e sí me he lagò passar per adosso cavagi? A’ no me sarae movesto, ch’i m’aesse metú adosso el monte de Venda! A’ ve dighe la veritè, mi; e sí me par che chi sa defendere la so vita, quelú sea valent’omo. (…)

MENATO – Cancaro! A’ si’ stò fieramen in là. A che muò favèlegi in quel paese? Se intèndegi? Ègi uomeni com a’ seóm nu? De carne – intendíu? – com a’ seóm nu?

RUZANTE – Gi è uomeni de carne, com a’ seóm nu. E si favela com a fazóm nu, mo malamén, com fa sti megiolari de fachinaría che va con la zerle per la vila. Tamentre gi è batezè, e sí fa pan com a’ fazóm (nu), e sí magna com a’ fazóm nu. E sí se maría e fa figiuoli, puorpio com a’ fem nu. A’ se inamòregi, an; mo l’è vero che sta guera e (i) soldè gh’ha fato andare l’amore via dal culo.

 

(MENATO –  Quando eravate in qualche scaramuccia, ditemi francamente, compare, dicevate mai: «Oh, fossi a casa!», così per vostro conto, piano? Dite pure, che in ogni modo, con me – intendete, compare? – potete parlare come volete.

RUZANTE – Oh, compare, se voi foste stato dove sono stato io, (ne) avreste fatto anche più di quattro di voti. Che credete che sia essere in quel paese? Che non conosci nessuno, non sai dove andare, e vedi tanta gente che dice: «Ammazza, ammazza! Dàgli, dàgli!» Artiglierie, schioppi, balestre, frecce; e ti vedi qualche tuo compagno morto ammazzato, e quell’altro ammazzato vicino. E quando credi di scappare, vai in mezzo ai nemici; e a uno che scappa, vedi dargli una schioppettata nella schiena. Vi dico che ha un gran coraggio chi si mette a scappare. Quante volte credete che io abbia fatto il morto, e mi sia lasciato passare sopra i cavalli? Non mi sarei mosso neanche se mi avessero messo sopra il monte Venda! Vi dico la verità; e così mi pare che chi sa difendere la propria vita, quello sia un valentuomo. (…)

MENATO – Canchero! Siete stato molto lontano. E in che modo parlano in quel paese? Si intendono? Sono uomini fatti come noi? Di carne – intendete? – come siamo noi?

RUZANTE – Sono uomini di carne, come siamo noi. E parlano come facciamo noi, ma malamente, come fanno questi ambulanti che vanno come facchini con le gerle per la villa. Eppure sono battezzati, e fanno il pane come lo facciamo noi, e mangiano come facciamo noi. E si maritano e fanno figli, proprio come facciamo noi. Si innamorano anche; ma è vero che questa guerra e i soldati gli han fatto andare l’amore via dal culo.)

Angelo Beolco detto il Ruzante (Padova – Pernumia? – 1496 ca. – Padova 1542), Parlamento de Ruzante che iera vegnú de campo, dai Dialoghi in lingua rustica, 1528-29 (trad. A. Zorzi).

Ruzante in scena – sito regionale su Ruzante

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