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Giusto di Gand (o Pedro Berruguete), Cardinal Bessarione, anni '70 del XV secolo, Musée du Louvre, Parigi

Giusto di Gand (o Pedro Berruguete?), Cardinal Bessarione, anni ’70 del XV secolo, Musée du Louvre, Parigi

 

I libri sono pieni delle parole dei saggi, pieni degli esempi degli antichi, dei costumi, delle leggi, della religione. Vivono, discorrono, parlano con noi, ci insegnano, ci ammaestrano, ci consolano, ci fanno presenti – ponendole sotto gli occhi – cose remotissime dalla nostra memoria. Tanto grande è la loro forza, la loro dignità, la loro maestà e infine la loro sacralità, che, se non ci fossero i libri, saremmo tutti rozzi e ignoranti, senza alcun ricordo del passato, senza alcun esempio e non avremmo conoscenza alcuna delle cose umane e divine; la stessa urna che accoglie i corpi degli uomini avvolgerebbe nell’oblio anche i loro nomi.

Cardinal Bessarione (Trebisonda, 1403 – Ravenna, 1472), dalla lettera al doge Cristoforo Moro, 31 maggio 1468.

 

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Raffaello Sanzio, Ritratto di Baldassar Castiglione, 1514-15, Musée du Louvre, Parigi

Dico adunque che ‘l cortegiano dée in questi spettaculi d’arme aver la medesima avvertenzia, secondo il grado suo. Nel volteggiar poi a cavallo, lottar, correre e saltare, piacemi molto fuggir la moltitudine della plebe, o almeno lasciarsi veder rarissime volte; perché non è al mondo cosa tanto eccellente, della quale gli ignoranti non si sazieno e non tengan poco conto, vedendola spesso. Il medesimo giudico della musica; però non voglio che  ‘l nostro cortegiano faccia come molti, che subito che son giunti ove che sia, e alla presenzia ancor di Signori de’ quali non abbiano notizia alcuna, senza lasciarsi molto pregare, si metteno a  far ciò che sanno, e spesso ancor quel che non sanno; di modo che par che solamente per quello effetto siano andati a farsi vedere e che quella sia la loro principal professione. Venga adunque il cortegiano a far musica come a cosa per passar tempo, e quasi sforzato, e non in presenzia di gente ignobile, né di gran moltitudine; e, benché sappia ed intenda ciò che fa, in questo ancor voglio che dissimuli il studio e la fatica che è necessaria in tutte le cose che si hanno a far bene, e mostri estimar poco in se stesso questa condizione, ma, col farla eccellentemente, la faccia estimar assai dagli altri.

Baldassar Castiglione (Casatico, Mantova, 1478 – Toledo, 1529), da Il libro del Cortegiano, II, 12 (1513-18, poi pubblicato nel 1528).

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Premessa: molto ci sarebbe da dire su Attilio Bertolucci (San Lazzaro, Parma, 1911 – Roma, 2000), uno dei maggiori poeti del nostro ‘900, che lo scorso 18 novembre avrebbe compiuto cento anni. Mi limito a segnalare uno dei suoi capolavori, forse il più grande, il romanzo in versi La camera da letto (1984-1988), che potrebbe anche essere un bellissimo cadeau natalizio.

Leggere Bertolucci mi fa stare bene, al caldo: è come entrare in una stanza di pietre antiche, da cascinale padano, riscaldata dal fuoco di un camino, l’odore del legno che arde, il suo crepitare. Fuori la nebbia mattutina, il freddo che penetra nelle ossa, fors’anche la neve a sera. Ma noi finalmente dentro, a casa.

Questa pagina è dedicata a lui e, attraverso le sue parole, ai miei lettori: buon Natale e inizio sereno d’anno nuovo. Ci rivediamo dopo il 6 gennaio.

Georges de La Tour, L'adorazione dei pastori, 1640-45, Musée du Louvre

I
Questo è il dolce inverno di qui
che porta fumo tra le gaggìe, vecchi vagabondi
giù dall’Appennino per la strada che va in città,
un così allegro silenzio intorno.

Sole o nebbia, non importa, la dolce sera
vede fanciulli in mesti giochi gridare
sul cielo occidentale, sia cenere o oro,
tardi, tardi, sino alle luci che si accendono.


II
Così intimamente la giornata comincia
nel grigio autunno, così lenta passa
la mattina di là dai vetri tersi
ove la luce tarda s’assopisce.

È questo argenteo silenzio il declinare
dell’anno, la nostra vita
variano appena le dolorose feste del cuore,
le memorie che migrano come nuvole.

Attilio Bertolucci, da Lettere da casa, 1951

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Lubin Baugin (1612-1663), Natura morta con cialde, Musée du Louvre, Parigi

Tous les matins du monde, film del 1991 di Alain Corneau: narra la storia romanzata di due musicisti del barocco francese, durante il regno del Re Sole: Marin Marais (1656-1728) e il suo misterioso quanto ascetico maestro, Monsieur de Sainte Colombe (1630 ca.-1700?), di cui tuttora poco o nulla si conosce.

La pellicola ha meriti numerosi e giustamente fu premiata con sette César: anzitutto l’aver portato all’attenzione del grande pubblico e fatto riscoprire l’incanto della viola da gamba, in particolare nelle composizioni pressoché dimenticate dei due protagonisti (prima gli unici nomi noti del periodo erano Lully, Rameau e Couperin), superbamente eseguite e in qualche caso arrangiate da Jordi Savall per la sua orchestra, Le Concert des Nations: vanno da sé preziosità e bellezza della colonna sonora.

Magnifiche le interpretazioni, da Jean-Pierre Marielle/ Sainte Colombe, alle sue figlie, Anne Brochet/ Madeleine e Carole Richert/ Toinette, oltre al coprotagonista Marais, vestito dei volti e della bravura dei due Depardieu, il maturo Gérard, voce narrante, e il giovane Guillaume.

Splendide le ambientazioni e la fotografia: gli interni, dai particolari severi e metafisici come un Cotán o un Baugin (non a caso presente nel film: “il suo pennello è come l’archetto della mia viola”, dice Sainte Colombe e aggiunge: “il segreto della nostra arte è la sorpresa”), essenziali come le atmosfere di uno Chardin (in cui pare non accada nulla e c’è tutto), con le fiamme alte delle candele alla de La Tour e tagli di luce diurna sui visi, sui muri, che ricordano Vermeer o altri olandesi coevi (De Witte, De Hooch, ter Borch, Netscher, Steen, gli Horemans, etc.), e gli esterni alla Dughet (emozionante la scena ventosa, del sentire il vento, come ogni altro suono e passo della natura), specchi dell’animo di Sainte Colombe, dominato dal rigore giansenista (assai interessante, in questo senso, lo sguardo gettato su artisti e intellettuali raccolti intorno al messaggio di Port Royal, in avversione più o meno aperta a Versailles) e da passioni sovrumane, brucianti come una fede, a partire dall’amore per la moglie scomparsa prematuramente, lacerazione irrimediabile, se non con l’evocazione del suo fantasma attraverso la musica e l’ispirazione che ne deriva.

Ed è la musica, alfine, la protagonista assoluta: già, ma quale musica? Quella composta per sé, nella solitudine ai limiti della follia, all’interno di un povero capanno, o quella ricca, sfarzosa, scritta per il re e la sua corte, come vuole sin da ragazzo l’ambizioso Marais, divenuto poco più che ventenne (1679) primo maestro di viola di Luigi XIV? Tradimento questo che lo farà cacciare da Sainte Colombe, salvo tornare di nascosto a spiarlo, a carpirne i segreti e le composizioni mai pubblicate, senza capirle però, poiché “lo strumento non è la musica”.

Tranne, forse, alla fine: della vita, della commedia, come direbbe Shakespeare. Tous les matins du monde sont sans retour, tutte le mattine del mondo sono senza ritorno, rivelazione possibile solo passando per il dolore e l’ascolto, la visione, anche, di cose minute che formano la vita e diventano musica, musica interiore che quella vita restituisce in sembianza di perfezione, incorrotta, compreso ciò che la vita stessa sottrae o rovina col concorso del tempo. E ora è forma fluens, lacrime dell’animo, sì ristoro, rigenerazione, ma anzitutto musica in cui “ogni nota deve finire morendo” poiché suo fine non è intrattenimento o dolcezza ma “l’ombra”. Come nell’intreccio delle due voci della Troisième Leçon de Ténèbres di François Couperin, che volano alto fra legni e fumo di preghiere non dissolte. Come nelle parole, illuminate d’ombra, dell’imbolsito Marais/Depardieu di fronte al suo antico maestro, in umiltà ora: verità notturne, pronunciate a fior di labbra, secondo la sceneggiatura (e prima ancora romanzo) “giansenista”, parca di dialoghi, di Pascal Quignard, non ultimo dei pregi di questo capolavoro.

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