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Piero della Francesca, Battesimo di Cristo, metà del XV secolo ca., National Gallery, Londra

Dedicare un post a Jorge Luis Borges (Buenos Aires, 1899 – Ginevra, 1986) è per me quasi impossibile, tanto trovo immenso questo autore che mi accompagna da tempo (nel tempo), dall’adolescenza. Come molti fui folgorato sulla via dell’Aleph e soprattutto di Finzioni nella splendida traduzione di Franco Lucentini, anche se li precedettero i versi di La cifra (“La notte impone a noi la sua fatica/ magica. Disfare l’universo,/ le ramificazioni senza fine/ di effetti e di cause che si perdono/ in quell’abisso senza fondo, il tempo.”), nell’edizione tascabile ed economica dei “Miti Poesia Mondadori” di metà anni ’90, a 3.900 lire, una raccolta purtroppo non più proposta, ma che ha significato per la mia generazione la possibilità di scoprire una quantità di poeti contemporanei oltre i soliti quattro che impartivano negli stantii programmi scolastici patri (senza scordare gli altrettanto mitici romanzi, racconti e testi teatrali della Newton Compton a 1000 lire cadauno!).

Proseguii con l’Elogio dell’ombra, L’oro delle tigri, Il libro di sabbia, Storia dell’eternità, L’invenzione della poesia, etc., sino a comperare i due Meridiani dedicati a Borges con quasi tutta l’opera omnia, ad eccezione del Manuale di zoologia fantastica (in collaborazione con Margarita Guerrero), del Libro dei sogni e poche altre cose.

Scrive Calvino in Perché leggere i classici (postumo, Milano, 1991): “Borges è un maestro dello scrivere breve. Egli riesce a condensare in testi sempre di pochissime pagine una ricchezza straordinaria di suggestioni poetiche e di pensiero: fatti narrati o suggeriti, aperture vertiginose sull’infinito, e idee, idee, idee. Come questa densità si realizzi senza la minima congestione, nel periodare più cristallino e sobrio e arioso; come il raccontare sinteticamente e di scorcio porti a un linguaggio tutto precisione e concretezza, la cui inventiva si manifesta nella varietà dei ritmi, delle movenze sintattiche, degli aggettivi sempre inaspettati e sorprendenti, questo è il miracolo stilistico, senza uguali nella lingua spagnola, di cui solo Borges ha il segreto.”

Miracolo stilistico che, mi permetto di aggiungere, ho riscontrato solo rarissimamente altrove, ad esempio nella meravigliosa Wisława Szymborska.

A me Borges ricorda Piero della Francesca, altro autore da me amato alla follia, o meglio l’ipotesi di equivalenza che mi sono fatto delle loro strutture mentali, rette dall’idea che un ordine (e dunque un senso) al caos sia possibile, addirittura auspicabile, e nel caso di Borges si chiama scrittura, libro, testimonianza redatta, segno lasciato nei secoli, ai secoli, attraverso la sabbia dei secoli, complice il moltiplicarsi degli eventi (e degli esiti) negli universi paralleli (e letterari) immaginabili e dunque per ciò stesso esistenti, come nelle forme di Piero, solidi geometrici e curve ripetute, un’eco infinitamente replicabile (variabile) sotto un sole perennemente zenitale.

Borges ha influenzato una quantità di scrittori anche italiani, non ultimo Sciascia, autore del seguente aneddoto, di sapore appunto borgesiano: “Petrarca morì nella notte tra il 18 e il 19 luglio del 1374 (…). Stroncato da una sincope improvvisa, reclinò la testa sul libro che stava leggendo. Accorso a sollevarlo, il fedele discepolo Lombardo della Seta vide «come una nuvoletta in su salire» l’anima del maestro. La sera del I marzo 1938, Gabriele D’Annunzio moriva allo stesso modo. Nessuno vide la sua anima in su salire. Ma stava leggendo Petrarca. Se non sapessimo che cosa Petrarca stava leggendo quando la morte lo colse, diremmo che – nel labirinto del tempo o nella siderale circolarità fuori del tempo – stava leggendo D’Annunzio.” (da Nero su nero, Torino, 1979).

Non resta che dare spazio diretto alle sue parole, al verso-prosa borgesiano: mesi fa ho riportato I giusti in spagnolo e italiano, stavolta tocca all’Altra poesia dei doni (data la lunghezza solo in traduzione), facente parte della raccolta L’altro, lo stesso (1964), successiva a L’artefice (1960), in cui era inclusa la prima Poesia dei doni.

Prima però desidero citare un ricordo di Alberto Manguel, noto saggista e scrittore che da ragazzo fu gli occhi di Borges, essendo stato fra i lettori del grande cieco. Ho avuto modo di incontrarlo qualche settimana fa, dopo una bella conferenza sul senso delle biblioteche oggi, e gli ho chiesto di descrivermi il suono della voce del maestro, notando come, col tempo, la memoria delle voci pare sbiadirsi, ma appena suscitata torni fresca. Infatti alla mia domanda, seguita da qualche secondo per richiamare alla mente quel timbro particolare, mi risponde: “Era lenta, calma, cadenzata, apposta anche per sorprendere l’interlocutore. Una volta un giornalista gli ha chiesto cosa gli piacesse del nostro eroe nazionale José de San Martín, una specie di Garibaldi argentino. E lui con quella voce solenne e lenta, gli ha risposto: “La sua effigie sulle banconote, il suo nome nelle canzoni dei bambini prima di iniziare scuola e nei discorsi ufficiali dei politici.” Il giornalista si è sorpreso della non risposta e allora Borges: “Bueno, così ci siamo allontanati dall’eroe.””

Clara Peeters, Natura morta, 1622 ca., Museo del Prado, Madrid

Ringraziare desidero il divino
Labirinto delle cause e degli effetti
Per la diversità delle creature
Che compongono questo universo singolare,
Per la ragione, che non cesserà di sognare
Un qualche disegno del labirinto,
Per il viso di Elena e la perseveranza di Ulisse,
Per l’amore, che ci fa vedere gli altri
Come li vede la divinità,
Per il saldo diamante e l’acqua libera,
Per l’algebra, palazzo di cristalli esatti,
Per le mistiche monete di Angelus Silesius,
Per Schopenhauer,
Che forse decifrò l’universo,
Per lo splendore del fuoco
Che nessun umano può guardare senza uno stupore antico

Per il mogano, il cedro e il sandalo,
Per il pane e il sale,
Per il mistero della rosa
Che dona il suo colore e non lo vede,
Per certe vigilie e giorni del 1955,
Per i duri mandriani che nella pianura
Aizzano le bestie e l’alba,
Per il mattino a Montevideo,
Per l’arte dell’amicizia,
Per l’ultimo giorno di Socrate,
Per le parole che in un crepuscolo furono dette
Da una croce all’altra,
Per quel sogno dell’Islam che abbracciò
Mille notti e una,
Per quell’altro sogno dell’inferno,
Della torre di fuoco che purifica,
E delle sfere gloriose,
Per Swedenborg,
Che conversava con gli angeli per le strade di Londra,
Per i fiumi segreti e immemorabili
Che convergono in me,
Per la lingua che, secoli fa, parlai nella Northumbria,
Per la spada e l’arpa dei sassoni,
Per il mare, che è un deserto risplendente
E un simbolo di cose che non sappiamo,
Per la musica verbale d’Inghilterra,
Per la musica verbale della Germania,
Per l’oro, che riluce nei versi,
Per l’epico inverno,
Per il nome di un libro che non ho letto: “Gesta Dei per Francos”,

Per Verlaine, innocente come gli uccelli,
Per il prisma di cristallo e il peso del bronzo,
Per le strisce della tigre,
Per le alte torri di San Francisco e dell’isola di Manhattan,
Per il mattino nel Texas,
Per quel sivigliano che stese l’Epistola Morale,
E il cui nome, com’egli avrebbe preferito, ignoriamo,
Per Seneca e Lucano, di Cordova,
Che prima dello spagnolo scrissero

Tutta la letteratura spagnola,
Per il geometrico e bizzarro gioco degli scacchi,
Per la tartaruga di Zenone e la mappa di Royce,
Per l’odore medicinale degli eucalipti,
Per il linguaggio, che può simulare la sapienza,
Per l’oblio, che annulla o modifica il passato,
Per l’abitudine,
Che ci ripete e ci conferma come uno specchio,
Per il mattino, che ci dà l’illusione di un principio,

Per la notte, le sue tenebre e la sua astronomia,
Per il coraggio e la felicità degli altri,
Per la patria, sentita nei gelsomini
O in una vecchia spada,
Per Whitman e Francesco d’Assisi che già scrissero questa poesia,
Per il fatto che questa poesia è inesauribile
E si confonde con la somma delle creature
E non arriverà mai all’ultimo verso
E cambia secondo gli uomini,
Per Frances Haslam[1], che chiese perdono ai suoi figli
Perché moriva così lentamente,
Per i minuti che precedono il sonno,
Per il sonno e la morte,
Quei due tesori segreti,
Per gli intimi doni che non elenco,
Per la musica, misteriosa forma del tempo.

 

Jorge Luis BorgesAltra poesia dei doni, da L’altro, lo stesso (1964), traduzione di Luca Maggio sulla base della precedente di Francesco Tentori Montalto.


[1] Frances Haslam: nonna dell’autore.

Internetaleph – sito dedicato a Jorge Luis Borges

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