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Auschwitz

Auschwitz

“Quel che ora penso veramente è che il male non è mai ‘radicale’, ma soltanto estremo, e che non possegga né profondità né una dimensione demoniaca. Esso può invadere e devastare il mondo intero, perché si espande sulla superficie come un fungo. Esso ‘sfida’ il pensiero, perché il pensiero cerca di raggiungere la profondità, di andare alle radici, e nel momento in cui cerca il male, è frustrato perché non trova nulla. Questa è la sua ‘banalità’. Solo il bene è profondo e può essere radicale.” Hannah Arendt

 

Due amici veri da una vita, soci in affari, galleristi in California, due che hanno condiviso difficoltà e piaceri di un certo raggiunto benessere. Verso la fine del ’32 Martin, il tedesco, decide di tornare in Germania, a Monaco, mentre Max, l’ebreo, continua a curare le fortunate compravendite della loro Galleria Schulse-Eisenstein a San Francisco e puntualmente spedisce la parte di guadagni spettante all’amico con lettere cariche d’affetto.

Inizialmente, nelle risposte alle missive, anche Martin è dello stesso avviso, dando ampio spazio ai particolari familiari, alla loro nuova vita tutto sommato agiata in una Germania poverissima, quella di Weimar ormai agli sgoccioli. Martin è un liberale, ammira il vecchio Hindenburg, ma pensa che questo nuovo fenomeno, Hitler, non sia poi così male per il suo Paese, anzi, forse è la “scossa elettrica” giusta visto il momento difficile che milioni di tedeschi stanno vivendo, sebbene talvolta gli venga da chiedersi “se sia sano di mente” (marzo ’33).

Passati pochi mesi e salendo rapidamente la scala sociale e politica della propria città, Martin non solo cambia decisamente opinione (“il nostro amabile Führer”, luglio ’33), ma azzera e chiude freddamente i rapporti con Max (“ti ho voluto bene non perché eri ebreo, ma nonostante tu lo fossi”).

Di più: nonostante le raccomandazioni e le preghiere di aiuto ricevute dall’ex amico, abbandona sua sorella Griselle, attrice teatrale in tournée in Germania ed ex amante dello stesso Martin, al suo destino di morte, fra le amabili braccia delle SA (dicembre ’33).

A questo punto scatta la vendetta di Max: conscio del fatto che la censura avrebbe controllato ogni lettera ricevuta da un notabile come Martin, specie se spedita da un mittente ebreo, nei primi mesi del ’34 lo inonda di lettere più che mai confidenziali e amichevoli tanto da spingerlo a scrivergli per chiedere di smetterla o ne sarebbe andato della sua stessa vita. Max però, memore di Griselle, non ha alcuna pietà e cessa la corrispondenza solo quando l’ultima lettera del marzo ’34 torna indietro dalla Germania con la scritta “Destinatario sconosciuto”, segno che la nemesi è finalmente compiuta.

Destinatario sconosciuto: breve, asciutto ma assai incisivo questo romanzo epistolare dell’americana-tedesca Katherine Kressmann Taylor (1903-1995), che lo firmò solo coi suoi due cognomi, apparve inizialmente a puntate nel ’38 sulla rivista Story, divenendo un vero caso editoriale l’anno successivo. Poi l’oblio.

Riscoperto negli anni ’90 prima in USA poi in Francia e nel resto d’Europa (da noi ripubblicato dal 2000 dalla Rizzoli), colpisce per la lucida preveggenza del massimo orrore che il ‘900 europeo avrebbe poi prodotto nei campi di sterminio nazisti, dove non morirono solo milioni di persone, ma anche la coscienza di una delle nazioni più intellettualmente e filosoficamente progredite della storia moderna. Com’è stato possibile tutto ciò? A noi non resta che ascoltare il grido di dolore inestinguibile di Primo Levi: “considerate se questo è un uomo” e “meditate che questo è stato”. Che tutti sappiano e nessuno scordi mai.

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