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Sara Vasini

Sara Vasini, I want to sleep with you, 2016, corallo rosso corallo nero e marmo in oggetto già fatto

Premessa: credo di non aver mai fatto una premessa prima di una delle mie interviste. Ma questa intervista è speciale. Mi ha commosso l’amore totale, l’identificazione di questa ragazza con la sua materia-anima-carne viva e quotidiana, il mosaico, l’aria che la fa vivere.

Ho rispettato le parole, il corsivo, le Maiuscole dell’artista, perché persino i caratteri delle sue parole-tessere hanno significato e desiderano essere scritte come lei le ha pensate.

Anche di questo, grazie, Sara.

Dedico questa pagina a Michele Tosi, professore (anche di Sara) e grande studioso del mosaico, purtroppo recentemente scomparso.

 

Sara Vasini (Bellaria, 1986): quando hai capito che il mosaico faceva parte di te, del tuo mondo-modo di ragionare? Racconta di questa folgorazione, dei tuoi maestri, degli incontri che ti hanno formata.

Quando facevo la terza media, Paolo Racagni e Marco de Luca sono venuti a presentare l’Istituto d’Arte per il Mosaico Gino Severini.

Non ricordo le parole, ma tutt’ora è rimasto quel fascino del mosaico che mi avevano trasmesso. Con molta umiltà e dedizione presentavano un Mondo, come in Correspondances, di Charles Baudelaire, e volevo scoprire quella magia che è il mosaico, che non ha parole.

Avevano fatto vedere una cassetta, uno seduto alla destra e uno alla sinistra del televisore – al centro il mosaico. Ricordo con precisione le mura di San Vitale, il resto delle immagini le ho rimosse. Se penso al mio incontro con il mosaico è questo, e sono ancora lì, fuori, fuori a contemplare le mura di San Vitale, aspettando qualche messaggio confuso.

Ricordo il primo giorno di scuola, Paolo Racagni ci ha fatto tagliare dalla prima ora. Siamo entrati, ci ha presentato tagliolo e martellina, ci ha fatti sedere e abbiamo iniziato a tagliare del marmo.

Poi, le scuole medie e i primi anni delle superiori sono un po’ un Medioevo. Anni poco chiari, ma pieni di colore, dove gli Altri non riescono ad intenderci, perché noi stessi non riusciamo ad intenderci. Ora, mi sento veramente tanto fortunata ad aver avuto il mosaico in quel momento, è la mia lingua madre. Non avevo parole per esprimermi, finché non ho incontrato il mosaico, e nel tempo, negli Alti e nei bassi della mia vita il mosaico è sempre stato Casa, è sempre stato l’abbraccio e la carezza di una Madre. L’Astrazione non è solo ne gli occhi degli Imperatori, è anche in chi fa mosaico, nel momento stesso in cui fa mosaico.

Sono molto legata all’Istituto d’Arte per il mosaico di Ravenna. C’è un’energia particolare quando incontro altre persone che hanno fatto quella scuola, un’intesa, un tacito accordo che si riassume nella parola mosaico. L’Istituto d’Arte di Ravenna è Educazione alla durata interiore. In un mondo dove tutto è veloce l’Istituto d’Arte ci Donava – ci Dona! – il diritto di essere del tutto fuori moda, fin da piccini.

Sara Vasini, Prometeo, 2015, madre perla smalto marmo conchiglie e oro in oggetto già fatto, 11x19 cm

Sara Vasini, Prometeo, 2015, madre perla smalto marmo conchiglie e oro in oggetto già fatto, 11×19 cm

Insomma, l’Istituto d’Arte per il Mosaico è il Vero Maestro. Poi, i Professori – sì, Maestri a loro volta – cambiano, passano, ma tutti Loro hanno il Rispetto della tradizione.

Ultimamente stavo rileggendo L’Arte del Marmo di Adolfo Wildt e nel saggio critico che lo accompagna di Elena Pontiggia ho trovato quello che rappresenta tutti i miei Maestri di Mosaico: L’arte nasce dall’originarietà, non dall’originalità.

Nessuno dei miei Maestri mi ha imposto il proprio stile. Tutti i miei Maestri mi hanno insegnato mosaico sul campo, senza parole. Il mosaico non s’insegna con le parole, ma con il fare, con messaggi confusi. Nessuno di loro mi ha mostrato i propri lavori, sì, li ho scoperti poi – tempo al tempo. Tutti i miei Maestri mi hanno lasciata libera.

Ho avuto veramente tanti Maestri di mosaico, ne ho tuttora talmente tanti che citarne uno toglierebbe la Grazia a un Altro, scrivendone i nomi qua in fila (poi, non tutti i miei Maestri di mosaico hanno fatto un mosaico). Potrei iniziare dal primo all’ultimo, ma in mezzo ci sono piccoli incontri con persone che ho incontrato anche solo per un minuto che hanno detto quella frase saggia che mi ha dato la forza di amare ancora di più il mosaico.

Tutti i miei Maestri di mosaico sono Filosofi, che parlano attraverso la materia, attraverso il rapporto, l’armonia, che si crea tra una tessera e l’altra, nell’andamento.

Marcello Landi, ai tempi dell’Istituto d’arte direttore, diceva che a un certo punto al mosaicista vengono le mani da pianista; s’aprono, s’allungano nel toccare i tasti-tessere.

E sì, il mosaicista è un musicista, di un suono segreto. Il silenzio è cosa della materia e del mosaicista, mentre crea un mosaico e mentre è nel mondo. L’unico suono che gli appartiene è quello tra tagliolo e martellina. Del resto, come ha detto Federico Nietzsche Tutti parlano, parlano e nessuno dice niente.

Non mi sono mai resa conto del fatto che il mosaico facesse parte di me, perché sono stata educata fin da piccola al mosaico. Ho preso coscienza del mondo attraverso il mosaico, come dicevo prima è la mia lingua Madre, il mosaico mi ha insegnato a ragionare. E penso veramente di non avere null’altro al mondo se non il mosaico.

Come un giorno mi disse Ines Morigi Berti: Nella vita puoi avere solo una passione, perché devi dedicarti a lei, totalmente.

Sara Vasini

Sara Vasini, Latte +, 2016, smalto filato in oggetto già fatto

Nel tuo processo creativo, usi il rigore del mosaico bizantino, non necessariamente le tessere tradizionali, anzi. Penso alle serie Nasso, ma anche a Una stanza tutta per sé, titolo significativamente mutuato dalla Woolf. A questo proposito c’è poi tutto il rapporto intimo che hai con la parola, specie se in versi. Potresti illustrare con esempi di tue opere i tratti salienti della tua poetica?

Il mosaico è filosofia del rapporto fra entità differenti – le tessere -, ma allo stesso tempo è concetto pratico di una filosofia monista. Insomma, dal generale al particolare, il mosaico offre differenti spunti di riflessione, che a mio avviso convivono in totale armonia in qualsiasi ambito della vita li si applichi. Il mosaico è come una Religione, con precetti e morale, e quando si lavora si prega. Ma il mosaico è anche una droga (allego un lavoro che sto facendo in questo momento, insomma, che mi guarda perché ora sto scrivendo, Latte + ispirato ad Arancia meccanica di Stanley Kubrick, mosaico filato in ceramica).

Il mosaico è già Arte Concettuale dal momento in cui, in epoca Bizantina, nel suo farsi utilizza tessere di smalto per riflettere la Luce, che rappresenta simbolicamente Dio. È già Arte Concettuale quando all’esterno ritroviamo la semplicità, la povertà dei mattoni e all’interno lo Splendore e la Ricchezza degli Ori e della Pasta Vitrea, a dire che non è importante l’esteriorità ma l’interiorità (questa è una delle motivazioni che mi porta a fare mosaico dentro a oggetti già fatti, e non a ricoprirli).

La ricerca concettuale è un Minotauro fatto per metà di materia e metà di parole, quando le parole non bastano viene in soccorso la materia e viceversa.

Se nei miei lavori metto a proprio agio il Minotauro non è perché la mia educazione bizantina è stata deviata dalla ricerca visiva degli anni Sessanta. Il mosaico Bizantino è ricerca concettuale da molto tempo prima.

La vera tradizione del mosaico bizantino non è qualcosa di materiale che si possa definire in tecnica, a mio avviso. La vera tradizione del mosaico bizantino è una religione del tutto concettuale che sta nel Mondo delle Idee, al di là della materia, nell’Astrazione.

Sara Vasini, Nasso, 2013, Giardino e Chiostro della Biblioteca Oriani, Ravenna

Sara Vasini, Nasso, 2013, installazione presso il giardino e chiostro della Biblioteca Oriani, Ravenna

 

Sara Vasini, Nasso, 2013, Giardino e Chiostro della Biblioteca Oriani, Ravenna

Sara Vasini, Nasso, 2013, legno di rovere, base 9,3×9,3 cm, altezza 250 cm, installazione presso il giardino e chiostro della Biblioteca Oriani, Ravenna

Nasso è un lavoro che nasce in funzione ad un Luogo.

Il luogo è il Chiostro della Biblioteca Oriani, in piazza San Francesco a Ravenna. In epoca Medioevale, il Chiostro rappresentava il percorso del pellegrino e del peccatore per arrivare al centro, al giardino, a Dio. In epoca fascista questo chiostro è stato tagliato. Dunque, oggi, non vi è più possibilità di catarsi. Un gioco a cui non si può giocare.

Ho deciso di riprodurre, rielaborare, il Jenga.

Il Jenga è un gioco da tavolo, il suo nome è tratto dalla lingua Swahili e significa costruisci. Il gioco consiste nella sistemazione di tessere rettangolari, tre per piano, sovrapposte in altezza andando a formare una torre. I giocatori a turno sottraggono un blocchetto – una tessera – dalla torre e lo posizionano sulla sommità della torre. Durante il gioco la torre diventa sempre più instabile, e colui che ha tolto l’ultima tessera, che farà crollare la torre stessa, ha perso. Il vincitore è colui che precede il perdente.

Data l’impossibilità di catarsi del pellegrino e del peccatore, data l’impossibilità di gioco, ho deciso di rielaborare il Jenga rendendolo celibe come il Chiostro stesso. Le tessere del Jenga, rettangolari come le stesse dei mosaici bizantini per andare più a fondo – come denti nella carne, diceva la mia Maestra di mosaico Adriana Morelli -, sono in legno di rovere, Quercus Petraea. Lo stesso rovere che preserva (il rovere è uno tra i materiali più pregiati per le botti) il liquido di quel Dio ignoto, Dioniso, che ha lasciato in Nasso Arianna, nell’isola della pazzia. Nell’isola dell’eterno ritorno. La pazzia, l’abbandono, un chiostro che non ci lascia più la possibilità di redenzione a lato del sepolcro del sommo Poeta che tanto aveva Cantato la catarsi attraverso il rituale del Viaggio.   

Sara Vasini, Una stanza tutta per sé

Sara Vasini, Una stanza tutta per sé (particolare di una pagina), 2014, inchiostro acquarelli e tempere su carta, 25×35 cm

Una stanza tutta per sé nasce come omaggio a Ines Morigi Berti. Era l’insegnante di Adriana Morelli. Alle superiori fui accolta a casa sua con Felice Nittolo per un’intervista. Casa sua era il suo studio. Le chiesi perché trasfigurasse dei mosaici su cartoni di Altri, Lei mi rispose che nella vita si può avere solo una passione, perché bisogna dedicarsi a lei totalmente. Ho deciso di ricordarla traducendo un testo che me la ricorda molto. Una stanza tutta per sé è un’insieme di lezioni tenute da Virginia Woolf in un college femminile, il tema del “workshop” era La donna e il Romanzo. In questo libro la Signora Woolf spiega alle studentesse una cosa molto bella: l’artista non è donna o uomo, l’artista è androgino. L’artista deve avere qualcosa di femminile e qualcosa di maschile. E cosa deve avere un artista per poter lavorare alla sua propria ricerca? Un po’ di denaro per potersi mantenere e una stanza tutta per sé, dove poter lavorare e sognare in tutta tranquillità.

Sara Vasini, Una stanza tutta per sé

Sara Vasini, Una stanza tutta per sé, 2014, installazione, dimensioni variabili

 

Sara Vasini, Una stanza tutta per sé, 2014, installazione, dimensioni variabili

Sara Vasini, Una stanza tutta per sé, 2014, installazione, dimensioni variabili

Lo studio della Signora Berti è le prime Stanze di un’artista nelle quali ho avuto l’Onore di essere accolta. Ho semplicemente trasfigurato un testo scritto, come nel mosaico si trasfigura un’immagine. Ho eliminato la crenatura, per rappresentare l’incomunicabilità della sua perdita, della perdita della Signora Berti. Tuttavia, la storia della crenatura viene da molto lontano.. Dopo il Premio Tesi, dopo Nasso, tu, Luca, mi hai consigliato La casa di carta di  Carlos Marìa Domìnguez; ad un tratto nel libro apparì la parola crenatura, non conoscevo quella parola, cercai il suo significato. La crenatura è quel vuoto – interstizio? – tra una parola e l’altra, quel vuoto che dona senso ad ogni singola parola – tessera? – . Decisi di abolire la crenatura, abolire l’interstizio, per poi ritrovarlo tra una pagina e l’altra durante l’istallazione del lavoro. Il mosaico in Una stanza tutta per sé sta anche nel rapporto tra una pagina e l’altra.

Semplicemente: il mio Minotauro non voleva dire Dio attraverso la Luce delle tessere, come nel mosaico bizantino. Il mio Minotauro voleva parlare senza parole a Ines Morigi Berti, seguendo sempre le regole della composizione. Ogni lavoro, ogni Minotauro, è un mondo a sé. In funzione del concetto, della riflessione, cambio materiale. Certo è che la luce degli smalti rimane una delle più affascinanti.

Sara Vasini, Tu (particolare), RAM 2015, oro conchiglie marmi e smalti in oggetto già fatto, ditale da cucito

Sara Vasini, Tu (particolare), RAM 2015, oro conchiglie marmi e smalti in oggetto già fatto (ditale da cucito), installazione, dimensioni variabili

A che punto sei della tua vita, Sara? Dove ti trovi adesso e quali, se ne hai, progetti prevedi per il futuro?

Sto frequentando il biennio di mosaico presso l’Accademia di Belle Arti di Ravenna. Sono passati anni dal triennio. In questi anni ho avuto l’onore di assistere in studio uno scultore. Ho fatto esperienze mie proprie. Ora, ho deciso di terminare la carriera scolastica, ancora fuori dalle mura, sempre in attesa.

Desidero solo aver seguito in questa cosa piena di Grazia che è il mosaico. Ho ventinove anni e mi sento ancora una quattordicenne: tutte le volte che ne inizio uno nuovo, è sempre la prima volta e non mi sento mai all’altezza del suo Nome.

Il progetto per il futuro forse è proprio questo: rimanere quella quattordicenne che non si sente all’altezza, e seguitare fino all’ultimo dei miei giorni a fare mosaico.

Come mi disse Ines Morigi Berti nel suo studio: Sono sempre stanca, ho poche ore di lucidità al giorno, ma in quelle ore faccio mosaico.

Sara Vasini: favoleperadultiancorabambini.blogspot.it

Sara Vasini, Astrazione, incisione, inchiostro su pergamino argenteo, istallazione, dimensioni variabili, 50x70 cm per stampa (foto di Maurizio Nicosia)

Sara Vasini, Astrazione, 2010, incisione, inchiostro su pergamino argenteo, installazione, dimensioni variabili, 50×70 cm per stampa (foto di Maurizio Nicosia)

 

Sara Vasini, Astrazione, incisione, inchiostro su pergamino argenteo, istallazione, dimensioni variabili, 50x70 cm per stampa (foto di Maurizio Nicosia)

Sara Vasini, Astrazione, 2010, incisione, inchiostro su pergamino argenteo, installazione, dimensioni variabili, 50×70 cm per stampa (foto di Maurizio Nicosia)

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Si propone la seconda e ultima parte dei testi critici (qui la prima parte) nel catalogo di Orientamenti – Premio Tesi 2013, a cura mia e di Antonella Perazza, fra cui quello del vincitore del Premio, Sergio Policicchio.

Al termine di questo bellissimo percorso si ringraziano tutti gli organizzatori che lo hanno permesso,  l’Accademia di Belle Arti di Ravenna, in particolare nella persona di Maria Rita Bentini, e il Comune di Ravenna, nonché la Fondazione Akhmetov di Mosca, sponsor della residenza d’artista trimestrale assegnata al vincitore. E a tutti e quattro questi capaci artisti, Raffaella Ceccarossi, Naghmeh Farahvash, Sergio Policicchio e Sara Vasini, l’augurio di una mente sempre fertile e pronta alla bellezza dell’inatteso.

Si ricorda infine che la mostra resterà aperta e con ingresso gratuito sino al 24 novembre 2013 presso il chiostro della Biblioteca Oriani di Ravenna.

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Sul pensiero di perdersi di Antonella Perazza

Sergio Policicchio, Sul pensiero di perdersi, micromosaico su stampa fotografica, 50x70 cm, 2013

Sergio Policicchio, Sul pensiero di perdersi, micromosaico su stampa fotografica, 50×70 cm, 2013

Sergio Policicchio inizia a lavorare al suo ciclo di opere Sul pensiero di perdersi nel 2012, anno in cui si imbatte in una raccolta di fotografie sulla popolazione autoctona della Tierra del Fuego.

Questo incontro fortuito innesca un imprinting tra l’artista e quei volti provenienti dall’estremità del continente che si risolve in uno smarrimento emozionale dato dalla frontalità disarmante di quelle immagini.

Sergio le analizza ma non si ferma alla sola fisiognomica. Attraverso la presenza materiale delle microtessere tenta di porre delle domande per mettersi in discussione, per cercare di diventare altro da sé e aprirsi agli altri. Crea nuovi segni tribali che non si limitano a una popolazione specifica ma identificano l’intera tribù umana, al di là di ogni linguaggio. Le metamorfosi che ne derivano innestano l’uomo nell’animale e generano una rincorsa di espressioni sovrapposte. Lo scarto tra la superficie patinata del medium fotografico e la texture delle tessere e micro frammenti, crea un’epidermide sensoriale in cui i tratti somatici diventano geologici, le mimiche facciali vengono ri-calcate dall’intervento plastico.

Il viso si trasforma allora in territorio e quei tratti trascinano l’immaginario di una terra che diventa paesaggio interiore, un labirinto da percorrere senza seguire nessun filo, lasciandosi perdere nella profondità di quegli sguardi.

Negli occhi dei cinque soggetti si apre una questione umana che, seguendo a ritroso la scia delle lacrime dello sguardo che le ha generate, diventa idioma comune oltre il tempo e gli uomini, sempre attuale e parlante perché comunica con l’emozione.

BIO artista: Sergio Policicchio, nato a Buenos Aires nel 1985, si diploma nel 2013 presso l’Accademia di Belle Arti di Ravenna.  Nel 2011 è finalista al premio GAEM. Espone durante il Festival Internazionale del Mosaico (2010, 2011). Tra gli altri lavori: In tensione verso (2011, installazione), Erma (2011, installazione), La quiescenza (2012), Accademie eventuali (2012), Fuoco bianco (2013), Mundus, paesaggio sonoro (2013). Ha partecipato come performer a diversi progetti di compagnie teatrali.

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Nasso di Luca Maggio

Sara Vasini, Nasso-Arcipelago di Nasso, quercus petrae (rovere), 7x130 cm, 2013 (foto di Filippo Tonni)

Sara Vasini, Nasso-Arcipelago di Nasso, quercus petrae (rovere), 7×130 cm, 2013 (foto di Filippo Tonni)

Nasso metafora d’una vita dunque d’un gioco bloccati, impossibili da condurre.

Sara Vasini torna sul mito dell’isola dell’abbandono, dell’amoredoloreamore di Arianna per Teseo e Dioniso, qui interpretato in forma di torri jenga, isole-monadi prive di comunicazione fra loro e in se stesse, costruite con tessere realizzate dall’artista, tutte diverse come vere tessere musive e in legno di quercia, lo stesso delle botti di vino, quale omaggio al dio oscuro dell’ebrezza.

Ora in forma di torre verticale, ora cubica, le tante Nasso qui poste fra giardino e chiostro trovano dialogo con quest’hortus non conclusus, piuttosto aperto e mozzo, come mozzata è la possibilità di giocare con le tessere, causa ora la loro dimensione ora la saturazione delle torri, che tuttavia, impedendo il jenga, dunque creando un disequilibrio d’identità, permettono la stabilità architettonica delle singole costruzioni.

Ma un gioco che non è più un gioco, ossia un metalinguaggio (G. Bateson), col fascino-delirio-piacere delle regole entro cui si accetta rigorosamente di stare (J. Baudrillard), che senso ha?

“È un gioco celibe” dice l’artista che, aiutata dall’ossessione calligrafica cui porta la minuzia del lavorare per concetti musivi, indica la risposta al cortocircuito in un’unica parola: follia. Qui priva però dell’enthousiasmós dionisiaco e dunque nichilista, bruciata e sola come i palcoscenici beckettiani, quelli delle tante Nasso nostre quotidiane.

BIO artista: Sara Vasini, nata a Cesena nel 1986, si diploma presso l’Accademia di Belle Arti di Ravenna nel 2013. Nel 2008 partecipa a Arte Fiera, Forlì. Nel 2009 Nouvelle Vague 2, Russi; Ravenna Mosaico, sezione Opere dal Mondo, Ravenna. Nel 2010 Les languages de Blue, Saint Germaine en Lay, Francia. Nel 2011 Avvistamenti, Ravenna. Nel 2013 Noi qui un mosaico, Bologna; Torre nord della fortezza, San Leo, Rimini.

Read Full Post »

ravennamosaico_topAll’interno delle mostre inaugurate sabato 12 ottobre in occasione del III Festival Internazionale del Mosaico e della notte d’oro di Ravenna, ho avuto modo di occuparmi insieme ad Antonella Perazza della curatela di Orientamenti – Premio Tesi 2013, organizzato dall’Accademia di Belle arti di Ravenna e dalla Fondazione Akhmetov di Mosca.

Il tema specifico individuato da noi curatori ha tenuto conto della storia e dell’architettura del chiostro della ravennate biblioteca Oriani, luogo espositivo assegnatoci: la riflessione chiesta ai quattro artisti precedentemente selezionati (giugno 2013) ha riguardato sia la figura del chiostro come labirinto interrotto, essendo qui presenti solo due lati della costruzione originale risalente al XVI secolo, sia il cambiamento d’identità della sua funzione da religiosa a civile.

Si è inoltre tenuto conto dei colori e della luce del sito per sviluppare un collegamento ulteriore fra artisti e ambiente: se Naghmeh Farahvash ha giocato su trasparenze e opacità dei vetri e del pluriball, materiale da lei usato, Sara Vasini e Raffaella Ceccarossi hanno studiato percorsi rispettivamente impossibili e dissolventi intorno alla geometria spezzata del labirinto, usando legni e marmi e cercando un dialogo fra interno ed esterno. Viceversa Sergio Policicchio invita lo sguardo a un viaggio dentro labirinti interiori, partendo dai ritratti di abitanti della Terra del Fuoco.

“Orientamenti”, il titolo scelto, è volutamente polisemico, riferendosi sia ai percorsi post laurea  artistici e umani che attendono i quattro ragazzi, sia all’orientamento che ognuno di loro ha deciso rispetto al tema-labirinto assegnato, sia alla radice comune delle parole orientamento e oriente, ricordando che tra i quattro è stato scelto il vincitore della borsa di studio trimestrale a Mosca, offerta da Solo Mosaico-Ismail Akhmetov Foundation, in questo caso toccata a Sergio Policicchio.

Si ricorda che la mostra resterà aperta e con ingresso gratuito sino al 24 novembre 2013.

Luca Maggio (Bergamo, 1978), vive e lavora a Ravenna. E-mail: lucamaggio78@libero.it ; sito: https://lucamaggio.wordpress.com/

Antonella Perazza (Giulianova – TE, 1981), vive e lavora a Ravenna. E-mail: learmid@gmail.com

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Identity crisis di Antonella Perazza

Raffaella Ceccarossi, Identity crisis, marmo e plexiglas, 45x45 cm, 2013

Raffaella Ceccarossi, Identity crisis, marmo e plexiglas, 45×45 cm, 2013

Modificazione, scomposizione e rarefazione sono i temi su cui si centra l’opera di Raffaella Ceccarossi, artista abruzzese che riflette sulla storia del luogo espositivo, analizzandone il processo di cambiamento.

Partendo dall’attuale collocazione in situ, ne percorre a ritroso la storia fatta di numerosi spostamenti, cercando di capire cosa è andato perduto e cosa è rimasto in questi passaggi.

Con il suo intervento musivo, attraverso una successione di mappe aeree fatte di tessere, frammenti e polveri impercettibili, architetta nuovi confini, e di volta in volta, di mappa in mappa, compie mutilazioni che portano alla negazione del chiostro stesso. I limiti architettonici, originariamente simboli di raccoglimento, di meditazione e conoscenza di sé, risultano persi, dissolti. La geometria spezzata del labirinto che si è formato diventa indagine di una spiritualità che è svaporata come un liquido lasciato al logorio degli elementi. Il rapporto originario con Dio è compromesso così come il reticolo di marmo che, gradualmente meno fitto, tende all’evanescenza e all’azzeramento.

L’artista compie una delicata operazione chirurgica che rivela l’interiorità di un’architettura destinata a scomparire. Il luogo sacro smette allora di essere tale e, vittima dello scorrere del tempo, diventa per Raffaella un recipiente vuoto che è pronto ad essere riempito, perdendo la sua funzionalità originaria e cancellandone ogni traccia riconoscibile.

BIO artista: Raffaella Ceccarossi, nata a Lanciano (Ch) nel 1978, completa la sua formazione artistica con il Biennio Specialistico in Mosaico presso l’Accademia di Belle Arti di Ravenna nel 2013. Nel 2011 in occasione del II Festival Internazionale del Mosaico espone alla mostra Frammentamenti (Palazzo Rasponi, Ravenna). Nel 2012 partecipa a After After (NiArt Gallery, Ravenna), L’arte del mosaico (Nazzano, Roma) e Gioielli in micromosaico (MAR, Ravenna).

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Un’iconostasi laica di Luca Maggio

Naghmeh Farahvash, Il cammino verso la libertà, tempera, colla vinilica, pluriball, 500x39 cm, 2013

Naghmeh Farahvash, Il cammino verso la libertà, tempera, colla vinilica, pluriball, 500×39 cm, 2013

“Caduto il fiore/ resiste l’immagine/ della peonia”, Yosa Buson.

Con la grazia degli haiku si presentano le opere di Naghmeh Farahvash, catturano per  l’evidenza d’una semplicità iconica ch’è difficile scordare, sia quand’è trasparente sia con l’immissione di colori nelle bolle, alcune nell’insieme della partitura lasciate vuote “come un mosaico i cui pezzi si sono sparsi”, dice l’autrice, per creare un’armonia finale, un giardino essenziale di delizie sospeso fra gli incanti d’un Monet autunnale, qui analiticamente campionati, e le geometrie regolari delle colonne di Inanna a Uruk.

Eppure si tratta di pluriball: è dunque un’operazione di ready-made (a circa cent’anni dai primi esperimenti dada), che ridà vita e identità a qualcosa nato per proteggere e essere scartato subito dopo, senza che il minimo sguardo sia a esso dedicato.

Su queste superfici vagano invece gli occhi intrappolati dalla malìa lillipuziana di cellule plastiche parate dinanzi come una serie di file-ricordo vuoti-pieni che ci osservano, iati e micro-specchi senza uscita, come il deserto di Borges.

Tali cellule prigione d’una ghiandola pineale spenta perché paradossalmente sostanziata dalla luce che la blocca, creano l’iconostasi laica di quest’artista, sintesi pittorico-musiva e lago indistinto di vetro plastica e luce ormai coincidenti.

BIO artista: Naghmeh Farahvash, nata a Teheran nel 1981, si laurea in Grafica presso l’Università Azad di Teheran, in Scultura presso l’Accademia di Belle Arti di Bologna e nel biennio di mosaico presso l’Accademia di Ravenna. Diverse le mostre con l’Accademia bolognese, fra cui Arte senza frontiere (Trento). Selezionata fra 2011 e 2013 per il premio GAEM e per la II e III edizione del Festival Internazionale di Mosaico Contemporaneo a Ravenna, sempre nel 2013 vince il concorso RAM, sezione mosaico.

 

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