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Posts Tagged ‘orsoni smalti veneziani’

Maylee Christie, Orchid, 2010, 5×4,50×3 m, rubies, smalti, gold, silver, stained glass, etc.

Maylee Christie: what was your initial training (your studies) and how you came to the mosaic? How important was the experience in Italy and with maestro Marco Bravura in particular?

I think my love for mosaics started when I was a toddler, playing in my Italian grandma’s courtyard, in Argentina. There she had the most beautiful wisteria, whose lilac drooping flowers had the most exquisite perfume and under whose shade, flowers with bright colours were dotted here and there, overflowing from planters covered in mosaics.

I was born in a small town called Miraflores, in Peru. But it was such a long time ago, (ha, ha) that I can’t remember much of it. I’ve studied fine art in Argentina and then studied graphic design. Then moved to Spain in my early twenties and worked as an illustrator and translator of children’s books. After some time studying veterinary in Madrid and sculpture in Winchester, I went on holidays to Barcelona, where I discovered Antoni Gaudí’s work at Parque Guell, Casa Milo, Casa Batlo and Lluis Domenech’s Palaude la musica catalana. I became absolutely fascinated by the fantastic mosaics and specially Gaudí’s organic and sensual architecture. I then signed up for a course with Orsoni in Venice and was completely and utterly hooked! After that came a course with Luciana Notturni in Ravenna where I learnt the basics of mosaics and heard about Marco Bravura’s work. I helped Marco to make a mosaic for a week and then came back toRavennafor another week to help him on another mosaic. Marco is a very generous person, we had lots of fun at his studio and the few days that I’ve spent with him, certainly marked a pivotal moment in my work.

Maylee Christie, Orchid (detail), 2010

Yours is a very sculptural mosaic: you love the curved lines and it seems to me that there is always a connection with nature. Could you talk about your way of making art with mosaic?

Indeed, I love nature. My work usually starts with a sight, a dream or a feeling: I become fascinated by something beautiful and I try, in a way, to create something that invites the viewer to caress it, to feel it, to experience and share its beauty with me, to linger the eyes on its forms and the forms within them, in a sort of sensual, joyful, playful dance. My work comes from a very happy heart.

Maylee Christie, Ramblings, 2009, 90×90 cm, turquoises, gold, silver, smalti, stained glass, etc.

If you can say them, what are your future artistic projects? And you’ll work again with children?

I enjoy community works because I love the connection with people. I love it when they become excited by the project I propose, the joy it brings them, the sense of pride and achievement that children -especially- get from it. I would love it if my work could make a difference in someone’s life. There’s a new project coming up where I plan to change a school for children with emotional difficulties. I want to create a place for them which will hopefully, brighten their days. A mosaic that will transform their dull, grey school into a happy place, full of bright colours, where they’ll be happy to come to every morning.

The sculptures, though, are the joy I give to myself, my own very special time that I share with people once they are finished. I’m working on something green, curved and sensual, which is lots of fun, too. But I like to keep it a bit of a surprise until it’s finished, a bit like that magical feeling that strikes you when beauty deeply moves you, caressing your soul.

Web site: www.mayleechristie.com

Maylee Christie, Ramblings (detail), 2009

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Samantha Holmes, Unspoken 10.22.10 - 07.07.11, 2011, legno, carta e filo di ferro, 55 x 55 cm (opera vincitrice del primo premio G.A.E.M. 2011, sezione "mosaico di ricerca")

Samantha Holmes (Carmel, New York, U.S.A., 1984): vieni da una formazione incentrata sul design: laurea all’Harvard University in Visual and Environmental Studies, studi presso la Parsons New School for Design di New York, città dove hai dato vita alla rivista Design mind.

Dal 2010 hai deciso di frequentare l’Accademia di Belle Arti di Ravenna per specializzarti sul mosaico. Oltre a chiederti le ragioni di questa scelta, vorrei sapere se nel tuo lavoro riesci a connettere mosaico e design. Mi spiego: ci sono già stati grandi designers che hanno progettato oggetti e usato il mosaico come tecnica d’alto artigianato (un paio d’anni fa ho intervistato in proposito Ugo La Pietra), ma credo che tu ne faccia un discorso più artistico, o sbaglio?

Bisognerà vedere se troverò un modo di unire questi due campi nel mio lavoro, ma la cosa più importante per me è affrontare il mosaico con ogni strumento che si ha a disposizione, ogni materiale che possa essere trovato, trattato e ricombinato. E questo, oggi, include la tecnologia. Se affermo che Schwitters o Rauschenberg o Alberto Burri hanno fatto un tipo di “mosaico” prendendo gli elementi della cultura della loro epoca, tagliandoli e ricomponendoli in un’opera che parla della società – nel suo caos, nel suo ordine –, devo accettare che per farlo adesso, per mettere in discussione la vita che conosciamo oggi, non è possibile negare la centralità della tecnologia.

Prima del mosaico per me c’è stata la pittura, che ho studiato presso una Facoltà che univa la pratica della tecnica con una ricerca della cultura visiva – come rispondiamo agli stimoli visivi intorno a noi e come questi stimoli riflettono la cultura in cui sono stati creati -. Quest’idea della contestualità mi sembra di un’importanza centrale quando penso al mosaico; chi guarda un mosaico contemporaneo lo vede attraverso due contesti: quello della tradizione – serie di associazioni storiche che ci riportiamo al mosaico – e quello della contemporaneità, una cultura della velocità e della tecnologia, di un atteggiamento dell’usa e getta verso gli oggetti e le esperienze.

Nel campo del digital design, lavoravo completamente dentro questa seconda sfera, focalizzata sull’esperienza dello schermo, dell’informazione che può essere sempre accessibile, cambiata, corretta, estesa. Ma sentivo che nel ridurre tutto all’informazione, la nostra esperienza si riduceva al solo intelletto, dimenticando che abbiamo altri sensi con cui sperimentare il mondo, come l’esperienza tattile e quella spaziale. A livello più basilare, la mia scelta di dedicarmi al mosaico è stata soprattutto dettata dal tornare a un rapporto più diretto con il mondo fisico. Ma anche un modo per prendersi cura di tutto ciò che resta inosservato in mezzo a tutta quest’informazione che ci circonda.

Dato il contrasto tra le caratteristiche più tipiche del mosaico – la sacralità con cui si trattano i suoi soggetti, la lentezza della sua creazione, la permanenza dei suoi materiali – e la società di oggi, il suo impiego mi permette di assegnare una certa nobiltà di contesto ai dettagli della vita quotidiana che scelgo di raffigurare.

 

Samantha Holmes, Wrestlers, 2011, ardesia e metallo, 28 x 28 cm

Ho visto più di qualche tua opera, apparentemente tutte in direzioni di ricerca differente: nella mostra Frammentamenti (Ravenna, ottobre 2011), ad esempio, erano presenti sia mosaici-quadro come la serie Rain, sia esperimenti più arditi, in cui attraverso frammenti di sughero, talvolta leggermente bruciati, ricomponevi corpi e volti umani, puntellati da spilli su tavola. Uno di questi lavori era anche presente nella mostra Avvistamenti, collettiva dell’Accademia di Belle Arti presso i Chiostri francescani di Ravenna, all’interno del festival biennale internazionale RavennaMosaico, concluso lo scorso novembre.

Samantha Holmes, Unspoken 10.22.10 - 07.07.11 (particolare), 2011

Infine, durante lo stesso mese, hai partecipato e vinto la prima edizione del premio G.A.E.M. (Giovani Artisti e Mosaico, organizzato con la collaborazione fra ditta Orsoni e CIDM), in particolare per la sezione “mosaico di ricerca” con un’opera del 2011, Unspoken 10.22.10 – 07.07.11, in cui hai adoperato una delle bacheche tradizionali da campionario di mosaico, per ordinare i numerosi foglietti di carta stampata o manoscritti che hanno segnato il tuo arrivo in Italia un anno fa sino al 7 luglio 2011, come recita il titolo, sul tema del “non detto”, della difficoltà di comprendere e farsi comprendere in un’altra lingua dalla tua.

Hai poi piegato questi tuoi pensieri ed esperienze di vita in forma quadrangolare, come tessere, infine li hai legati fra loro col filo di ferro, riannodando anche in questo caso elementi inizialmente a sé stanti, con atteggiamento compositivo tipico del mosaico.

A questo proposito, che idea hai del fare mosaico? Potresti spiegare più  in generale che linee segui nel definire la tua poetica e il tuo agire?

 

In tutto il mio lavoro, c’è un’attenzione per i materiali che mostrano le tracce delle loro esperienze – la venatura di un marmo, la ruggine di un pezzo di metallo, i graffi su una vecchia asse di legno. Nella serie Rain (Greenpoint), ho usato pezzi di cartongesso che ho trovato vicino al mio vecchio appartamento a New York: un materiale usato per costruire le case, adesso sbriciolato, abbandonato alla pioggia. C’è una storia dietro questo materiale.

Nell’opera per il GAEM, la storia raccontata dai materiali è una più personale: i bigliettini raccontano delle mie esperienze attraverso la scelta della carta – biglietti del treno, scontrini del caffè – ma anche attraverso la scrittura sopra, dove ho ricordato tutte le cose che non ho detto, all’inizio per la limitazione del mio italiano, più tardi per tutte le altre ragioni per cui non sempre riusciamo ad esprimerci: la proprietà, la cortesia, il desiderio, la necessità, la paura.

Questo non vuol dire che la mia ricerca sia un’investigazione formale dei materiali. Non lo è. Piuttosto sono molto coinvolta dai materiali per quello che mi dicono della loro vita e per il modo in cui quest’aspetto può offrire una metafora su come costruiamo noi stessi, dagli scarti delle nostre esperienze.

Samantha Holmes, Nudo, 2011, sughero, spilli tela e legno, 90 x 150 cm

 

A che punto del tuo viaggio umano e artistico ti trovi ora? Con quali occhi guardi al tuo futuro? Hai progetti da realizzare a breve o a lungo termine?

Questo è un momento decisivo per me perché quando finirò l’Accademia il futuro sarà tutto aperto. L’unica cosa di cui sono sicura è che voglio andare avanti con la mia ricerca artistica. Voglio sperimentare di nuovo la tecnica del collage, che per me è profondamente collegata al mosaico, non solo per la sua discontinuità, ma per il modo in cui la sua fragilità crea un rapporto con l’idea della permanenza e della facile perdita. Sono anche all’inizio di un progetto di ritratti contemporanei resi col mosaico, basato su foto di persone a me sconosciute. In ogni modo, cerco di continuare con l’atto di costruzione che rappresenta il cuore del mosaico – un atto non solo di creazione, ma di ricomposizione e rivalutazione.

Non so quando, ma tornerò a New York, dove spero di espandere la presenza del mosaico contemporaneo nel nostro mercato dell’arte e dell’arte pubblica, con una consapevolezza della tecnica tradizionale e un occhio verso la sperimentazione.

Info e contatti: samantha.holmes@gmail.com

Sito: samantha-holmes.com

Samantha Holmes, Mobile Home (Moscow), 2011, ardesia, ceramica, metallo e filo di ferro, 54 x 48 cm

Samantha Holmes, Mobile Home (New York), 2011, materiali lapidei, legno, metallo, carta e filo di ferro, 25 x 18 cm

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Naghmeh Farahvash Fashandi, Senza titolo, 2011

Naghmeh Farahvash Fashandi (Tehran, Iran, 1981): ti sei laureata a Tehran in Grafica pubblicitaria e a Bologna in Storia dell’Arte e Scultura per poi incontrare il mondo del mosaico presso l’Accademia di Belle Arti di Ravenna. Cosa ti ha spinto verso questa direzione? E, a proposito, come ti sei trovata in Italia dal punto di vista degli studi? E nel tuo Paese d’origine, com’è la situazione per una ragazza che vuole intraprendere la via dell’arte?

Mi sono avvicinata al mondo del mosaico spinta da pura e semplice curiosità. Venendo dal mondo della scultura mi sembrava interessante ampliare la visuale abbracciando anche altre tecniche e prendendo in mano altri strumenti come ad esempio le tessere di mosaico. Voglia di fare e sperimentare quindi, essenzialmente.

Avendo come termini di paragone prima l’esperienza di studi in Iran e poi, anche se di minor durata, quella in Spagna, devo ammettere di aver riscontrato nell’ambiente accademico italiano una generale e diffusa, seppur lieve, mancanza di stimoli ed input, nonché di attenzione, entusiasmo e intraprendenza, da parte di chi ti sta sopra. Ma ciò non dipende dal mio essere straniera, credo sia una pecca che riscontrano tutti gli studenti italiani. Ciò non toglie che io abbia anche avuto la fortuna di incontrare nel mio percorso persone competenti e stimolanti alle quali devo molto. Se invece parliamo di integrazione posso dire di non aver mai avuto particolari problemi e di essere stata sempre accettata in maniera molto naturale.

La figura della donna è da sempre presente dietro l’arte iraniana. Prendi per esempio i tappeti che a tutti gli effetti fanno parte della produzione artistica della mia terra d’origine, dietro alla loro produzione ci sono le donne! A parte questo dipende molto dal campo artistico in cui una ragazza della mia età decide di muoversi: in mondi come quelli del teatro, del cinema, della musica è veramente difficile affermarsi per una donna. In questi ambiti vengono imposti molti più limiti rispetto a ciò che comunemente viene definita “arte”, nel campo della pittura o scultura credo sia più semplice esprimersi e agire liberamente. I problemi di base sono molti, sicuramente tra questi è proprio la messa in mostra del corpo femminile.

Naghmeh Farahvash Fashandi, Senza titolo (particolare), 2011

Ho visto l’opera che hai presentato a Ravenna al primo premio internazionale G.A.E.M. 2011 (Giovani Artisti e Mosaico, evento organizzato con la collaborazione fra CIDM e ditta Orsoni di Venezia): una tavola di legno letteralmente trafitta a profondità differenti da gruppi di cunei sempre in legno e di dimensione diversa, alcuni dei quali presentavano una tessera di marmo sulla cima, concentrati in varie zone della superficie.

Dunque, contrariamente all’apparenza solida e fissa dei materiali usati, peraltro tutti naturali, un’opera estremamente mobile per l’occhio, anche per le ombre proiettate dai cunei, come una sorta di tastiera da pianoforte riassemblata come forse neanche John Cage, sebbene con un’armonia complessiva.

A parte gli aspetti plastici e cinetici, questo lavoro è leggibile anche sotto altri ambiti? Ad esempio un’eventuale implicazione dolorosa data dall’atto stesso del trafiggere (la memoria?).

Ti chiedo infine di parlare della tua poetica non solo in riferimento a quest’opera, ma più in generale a tutto il tuo lavoro, a tutto il tuo pensiero.

Venendo dalla scultura sono sempre stata abituata a lavorare in tre dimensioni, a giocare con il volume dei corpi e con la loro fisicità nello spazio. Il mosaico, nel modo in cui ti viene insegnato e nella maniera in cui è sempre stato eseguito fin dalla sua nascita, è solitamente un corpo fisso, incastonato su di una superficie piana e la singola tessera non è mai vista nella sua individualità, ma sempre come parte del tutto finale. Non che io rinneghi la natura originaria del mosaico (ho lavorato infatti anche ad opere in cui invece accetto con piacere la sua bidimensionalità e la sua tradizionale esecuzione), ma con questa opera ho deciso letteralmente di tirarlo fuori, e, ancora più specificatamente, di tirare fuori la tessera dallo spazio in cui viene solitamente confinata. Così ho deciso di uscire dalla schematicità della tecnica e isolare la tessera che viene presentata a 360° nella sua profondità ed estensione. Un aspetto fondamentale inoltre è quello del gioco di ombre che si viene a creare attraverso i coni sporgenti sia nella parte anteriore sia in quella posteriore. Quindi ancora sperimentazione e voglia di fare qualcosa di nuovo in primis, ma è logico che anche il momento in cui ho lavorato all’opera ha influenzato il risultato finale. Stavo attraversando un periodo difficile e anche quello probabilmente a livello inconscio ha condizionato la realizzazione dell’opera. La scelta dei materiali è dovuta alla mia predilezione per quelli naturali come legno, marmo o pietra e al fatto che preferisco adottare una tecnica mista che ne coinvolga più di uno. Per quanto riguarda la mia poetica, Oscar Wilde diceva che l’arte non esprime mai altro che se stessa e io mi trovo pienamente d’accordo con lui. Le mie opere nascono spontaneamente da una semplice visione ispiratrice così come da un pensiero o da un’idea già presente nella mia mente a livello astratto. Non sempre dietro c’è un messaggio definito, spesso sono più una proiezione di ciò che sto vivendo in quel momento o di particolari stati d’animo. 

Naghmeh Farahvash Fashandi, Albero nero, 2011

Quali sono i tuoi progetti ed eventuali sogni futuri che vorresti realizzare?

I progetti sono sempre tanti, sicuramente continuare a lavorare nel campo dell’arte come artista e magari anche in quello della didattica. Mi piacerebbe viaggiare con e grazie a quello che faccio, conoscere altre culture ed entrare in contatto con realtà diverse. Dipingo e creo da quando sono piccola, direi che il sogno principale si è realizzato!

Info e contatti: naghifash60@yahoo.com

Naghmeh Farahvash Fashandi, Albero nero (particolare), 2011

 

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