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Filippo De Pisis, Parigi, 1931

Filippo De Pisis, Parigi, 1931

Tre anni fa, il 21 marzo 2010, cominciava l’avventura di questo blog e il 26 marzo 1913 nasceva a Luino Piero Chiara (1913-1986): due date quest’anno coincidenti nella stessa settimana. Desidero ricordarle attraverso le parole del grande scrittore, uno di quei narratori dotati per natura della capacità di raccontare, anzi di affabulare, di incantare scrivendo come se il cantastorie di cui ognuno necessita fosse esattamente lì, accanto a noi, come un lume, una consolazione, un fuoco inestinguibile nei molti inverni cui il quotidiano ci sottopone.

Quest’incredibile facilità di parola che ti obbliga a rallentare la lettura per non consumare troppo presto il piacere non è cosa così comune ma propria di John Fante, Maupassant, Čechov, Simenon, Camilleri, Alan Bennett, Mordecai Richler, Calvino, Philip Roth e pochi altri (come in altri ambiti un Mozart o un  Buñuel), sino al padre di tutti, Giovanni Boccaccio, altro nato proprio settecento anni fa, nel 1313.

E ora la parola a Chiara, che con la sua leggerezza malinconica mi ricorda le vedute parigine di De Pisis: solo un immigrato di provincia poteva vedere così la Ville Lumière, con in più in Chiara un senso di ironia che solo Tognazzi e Dorelli hanno saputo restituire perfettamente in alcuni film tratti da sue opere. Certe atmosfere umide, in un lampo di minuti, solo in alcune perle di Paolo Conte.

Nello scaffale di Maurice avevo trovato sei volumetti di poesie di Verlaine con le sovraccoperte illustrate da schizzi tratteggiati a penna e con qualche tocco leggero di colore.

In uno di quei disegni si vedeva il pont au Change: un uomo camminava rasente al parapetto lungo il fiume con l’ombrello aperto, grandi alberi neri sorgevano dalla banchina sottostante nascondendo quasi tutto il ponte del quale apparivano solo due archi, con la grande N in rilievo sopra il pilone. Una carrozza, passato il ponte, traversava il quai de la Corse.

Il secondo disegno offriva la vista d’un altro lungosenna sotto la pioggia, con i cassoni verdastri dei librai chiusi dai loro coperchi di lamiera. Sul fondo si vedeva il Pont-Neuf con la statua equestre di Enrico IV che in lontananza sembrava una formica. Alcuni alberi spogli diramavano nel cielo e in primo piano camminavano affiancati un uomo e una donna con l’ombrello aperto, spinti dal vento che li prendeva di spalle. La donna aveva una lunga gonna rossa che rifletteva uno sprazzo di colore sul marciapiede bagnato.

Descrissi le due copertine a Valentine, sempre sostenendo di averle viste sopra il banco d’un libraio. Non le dissi che quei due disegni mi avevano aiutato più di lei a capire Parigi, mostrandomi la città nella sua luce giusta, sotto le piogge invernali, con la Senna incupita a tratti dal vento, i palazzi color piombo tra larghe zone di nero lucido, con sopra squarci di cieli biancheggianti. Nell’abito invernale, un po’ luttuoso ma carico, come il corpo di una bella vedova, di segreti splendori, Parigi mi appariva ben disposta a lasciarsi conquistare anche da me, ultimo venuto in quella Mecca alla quale ogni uomo dovrebbe andare pellegrino almeno una volta nella vita.

Piero Chiara, da Il cappotto di astrakan, Milano 1978

Il Festival del Racconto – Premio Chiara

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Paolo Conte

Paolo Conte (Asti, 1937), per usare un’espressione un po’ démodé, è un artista puro: chi non ha mai fatto esperienza di un suo disco, di una sua canzone o ancora meglio di un suo concerto, davvero non sa che si è perso.

L’avvocato di Asti, semplicemente, produce classici: nel cuore degli anni ’70, indifferente ad ogni tentazione politico-neoavanguardistica, continua a coltivare solo la propria voce-vocazione, rifacendosi al jazz degli anni ’20, sua passione costante, che anni dopo l’avrebbe portato al capolavoro Razmataz (2000).

Per chi voglia approfondire l’argomento, con interviste all’autore, discografia e analisi di testi, spartiti e modelli di scrittura (SR: strofa-ritornello, italiano; CB: chorus-bridge, americano, preferito dal nostro), consiglio Paolo Conte-Prima la musica (il Saggiatore, Milano, 2009) di Manuela Furnari, che fin dal titolo è una chiara dichiarazione d’intenti e poetica: senza nulla togliere ai versi stupendi che solo lui sa scrivere, viene “prima la musica”.

A questo punto di una primavera che somiglia sempre più all’autunno, uno tra i miei pezzi preferiti, zuppo di pioggia e seduzione: Parigi, dall’album Paris Milonga (1981).

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