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Paolo Sorrentino e Nanni Moretti

Paolo Sorrentino è uno dei migliori registi italiani dell’ultimo decennio insieme a Garrone, Molaioli, Guadagnino, Frammartino e… aggiungete chi volete, tanto ogni elenco è carente per natura. Non solo: scrive e anche bene: Tony Pagoda, protagonista impagabile e “merdaviglioso” del suo per ora primo romanzo Hanno tutti ragione (2010), è uno dei personaggi letterari più azzeccati degli ultimi venti anni e sarebbe adattissimo per una sceneggiatura. Per la verità, a modesto mio parere, la storia da un punto di vista narrativo decolla dal nono capitolo per entrare in un crescendo inarrestabile, ma va comunque letta tutta: castigat ridendo mores, anche se a dire così è riduttivo… insomma, fidatevi, non vi deluderà.

Per quanto riguarda il suo film in concorso a Cannes, This must be the place con Sean Penn, non l’ho visto (uscirà il prossimo 14 ottobre), dunque non dico nulla.

Mi limito a notare che avere ben due registi in concorso per la prestigiosa Palma è già un ottimo risultato.

A proposito di Habemus Papam di Moretti due parole voglio spenderle, anche perché l’ho visto e mi è piaciuto. Non è il suo capolavoro (che, a gusto personale e per mille motivi, per me resta Caro diario), ma è davvero un bel film. Molto si deve a un Michel Piccoli in stato di grazia totale. Per quanto anche nel resto del cast nessuno sfiguri, anzi, dalla Buy allo stesso Moretti, ai cardinali dai volti popolari e dall’interpretazione magnifica di Renato Scarpa, Camillo Milli, Franco Graziosi, Roberto Nobile e numerosi altri.

Forte l’immagine del balcone degli annunci di San Pietro che resta vuoto, con le tende svolazzanti, e originale (e forse oggi, in alcuni casi, non lontana dal vero) l’idea di un papa fragile, che ha fede in Dio ma non in sé, al compito grave cui lo Spirito lo ha chiamato. Forse questa è anche la contraddizione più debole della sceneggiatura che per il resto scorre assai bene fra l’isteria crescente dell’ottimo Jerzy Stuhr, già attore kieślowskiano qui portavoce della Santa Sede in ansia per la fuga del Papa, l’incontro di Piccoli col meraviglioso matto Dario Cantarelli e col Čechov della sua giovinezza (e la consapevolezza di fare un mestiere in cui tanta parte ha la teatralità) e l’ironia con cui il regista tratta se medesimo e la categoria psicoanalitica del suo personaggio, ovviamente ateo e “il migliore” del settore, di cui fa parte anche l’ex moglie Margherita Buy, analista col pallino per il cosiddetto “deficit di accudimento”, da cui nessuno è esente.

L’ironia morettina si fa quasi tenerezza verso il collegio cardinalizio, composto da anziani in sostanza fuori dal mondo, privi di invidie reciproche e trattati in generale con simpatia, tanto da impegnarli in un improbabile torneo di pallavolo, che a me ha tanto ricordato certe immagini di Nino Caffè o di Giacomelli, senza però la malinconia del grande fotografo-poeta, tanto quanto l’urlo iniziale di Papa Melville, in piena crisi di panico, mi ha fatto venire in mente l’urlo dei papi in gabbia replicati da Bacon, rielaborando l’Innocenzo X di Velázquez.

Ciò detto, proprio non si capisce la natura di polemiche che sanno di gratuito: da sinistra, perché avrebbe dovuto picchiar duro su pedofilia, IOR e altri scandali. Ma sarebbe stato un altro film e decisamente più scontato. Da parte cattolica con annunci di boicottaggi e un gruppo di fanatici che ha addirittura denunciato il regista perché avrebbe mancato di rispetto alla figura del pontefice.

Quanta sciocca e immeritata piccolezza per il grande Piccoli e verso questo ennesimo bel lavoro morettiano, che, fra gli altri pregi, annovera anche quello di aver fatto riscoprire ad un pubblico più vasto la voce potente e commovente della compianta Mercedes Sosa, la “cantora popular” cui senza dubbio dedicherò un post.

Habemus Papam – sito ufficiale

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