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Posts Tagged ‘paul cézanne’

Paul Cézanne, Madame Cézanne nella poltrona gialla, 1888-90, The Metropolitan Museum of Art, New York

(…) Conviene tener presente tale singolarità, ovvero che egli osservava la moglie come fosse un frutto sulla tovaglia. Per lui i contorni, le linee della moglie possedevano l’identica estrema semplicità, e dunque ancora la complicatezza, che nelle sue opere avrebbero avuto i fiori, i bicchieri, i piatti, i coltelli, le forchette, le tovaglie, la frutta, le tazze e i bricchi del caffè. Un pane di burro era per lui significativo quanto il delicato risalto che scorgeva nel vestito della moglie. (…)

Materializzava i fiori in ogni loro dondolio di pianta, al punto che sulla carta tremolavano, esultavano, sorridevano; a stargli a cuore era la carnalità dei fiori, lo spirito del mistero insito in quel che è indecifrato nelle nature affatto particolari.

Sotto i suoi occhi intercorreva un unico connubio fra le cose, e se davvero crediamo di poter parlare, per lui, di musicalità, ebbene essa nasceva dalla ricchezza del suo sguardo, e dal tentativo di ottenere, guadagnare il consenso di ogni oggetto, schiudendovi l’animo, tanto più che egli poneva le cose grandi e quelle piccole in un unico grande “tempio”.

Robert Walser (1878-1956), Cézanniana, in Ritratti di pittori, Adelphi, Milano 2011, pp.81-82.

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Walter-Mitty.-Danny-Kaye.

Sarà capitato anche a voi di avere oltre a una musica anche qualche sogno per la testa, o meglio sognare proprio a occhi aperti.

Certo se la dimensione onirica comincia a prevalere su quella reale, oltre a causare qualche buffo incidente, vuol dire che quest’ultima ha qualcosa che non va, troppo piatta, troppo opprimente o via declinando.

Un po’ quel che accade al protagonista di The Secret Life of Walter Mitty, film del ’47 di Norman McLeod, da noi tradotto col forse più equivoco Sogni proibiti, in cui il tranquillo e maldestro editor Walter Mitty interpretato da un Danny Kaye al meglio della forma, oppresso da una madre e una fidanzata e un datore di lavoro più che invadenti, comincia a immaginarsi in avventure sempre più ardite e rocambolesche pur di sfuggire alla noiosissima quotidianità, che in verità si rivela tutt’altro che scontata e priva di pericolo dal momento in cui incontra la bella Rosalind van Hoorn, capace di coinvolgerlo in una sorta di spy story (in cui compare anche la vecchia gloria, il “cattivo” Boris Karloff) e farne un eroe suo malgrado, assicurando il classico happy end hollywoodiano a questa commedia che, rivista oggi, sebbene la trama ancora funzioni, mostra un po’ le corde in alcune scene di intrattenimento troppo lunghe.

Peraltro l’idea del sognatore bistrattato e in cerca di riscatto è stata cinematograficamente assai prolifica, avendo avuto più di qualche rivisitazione, da Les Belles de nuit di René Clair del ’52 ad Artists and Models del ’55 con la coppia comica Lewis-Martin, sino al più modesto e fantozziano Sogni mostruosamente proibiti dell’82 con Paolo Villaggio e al più recente, ambizioso quanto serio e spettacolare remake di Ben Stiller del 2013, col medesimo titolo dell’originale.

Più interessante come versione, poiché acuta, lucida, a tratti tagliente e ironica (non comica, attenzione), è L’età barbarica, titolo in italiano de L’Âge des ténèbres del canadese Denys Arcand, già autore de Le invasioni barbariche, uno dei migliori e più intelligenti film che abbia mai visto, una vera e propria rivelazione quando apparve nel 2003.

L’età barbarica, del 2007, si svolge nel Quebec e a parte seguire le vicende e le astrazioni del povero uomo senza qualità di turno, in questo caso Jean Marc interpretato dall’ottimo Marc Labreche, perfetto anche per la malinconia involontaria del suo volto, anch’egli schiacciato da una famiglia inesistente, da un lavoro senza senso con dei capi ancor più insensati e, in sintesi, dalla routine allucinante dei tempi moderni, la pellicola dà il suo meglio nella critica allo spietato quanto inetto perbenismo odierno, in particolare  quando si tramuta nell’ossessione del politically correct canadese e per esteso occidentale.

A questa morsa stritolante che contribuisce all’inferno diffuso che tutti abitiamo, il Calvino delle Città invisibili proponeva o di rassegnarsi sconfitti e partecipi del disastro o di selezionare attentamente ciò che avrebbe potuto salvare l’individuo (e perché no, la comunità).

Il nostro protagonista sceglie di restare sospeso. Si allontana da tutto, prende una pausa (definitiva?) persino dalle proprie fantasie che tanto gli hanno reso sopportabile e meno vuota sino a quel momento la vita, e si ritira, moderno Candido, in semisolitudine a sbucciare le mele della vicina, le stesse dipinte in altrettanto isolamento volontario da Cézanne: con questa immagine, di limbo ambiguo, di futuro possibile o forse già concluso, di natura morta ma che è anche grande arte, si chiude il film. Con gratitudine per le domande che ci lascia.

Ps. Fra qualche giorno, venerdì 21 marzo, a primavera, questo blog compie quattro anni. Il mio ringraziamento va a ciascuno degli oltre 318 mila visitatori che nel corso di questo tempo hanno apprezzato le mie curiosità, spronandomi ad andare sempre avanti. Salute a voi dunque e a questo spazio aperto.

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Claude Monet, Ninfee, 1920-26, Musée de l'Orangerie, Paris

Claude Monet, Ninfee, 1920-26, Musée de l’Orangerie, Paris

Ho sognato Monet, la barba di Monet, il suo cappellaccio, la giacca sporca di lavoro e le unghie incrostate di colore. Non aveva pennelli con sé, ma un bastone e in silenzio mi mostrava la sua opera più bella, il giardino acquatico di Giverny, pace consolazione ispirazione dei suoi ultimi anni, tempi di vista debole, quasi evanescente, benché illuminata dall’istinto per la pittura. Così soffrendo annusando raspando procedeva sulle tele: non poteva farne a meno. Egli era fatto di pittura. Era pittura. “È solo un occhio, ma che occhio” disse di lui Cézanne.

Claude Monet, Ninfee (particolare delle Nuvole), 1920-26, Musée de l'Orangerie, Paris

Claude Monet, Ninfee (particolare delle Nuvole), 1920-26, Musée de l’Orangerie, Paris

Fu l’unico impressionista e l’impressionismo fu essenzialmente una visione della realtà priva di malinconia, colorata, con tagli fotografici e luce mobile a mutare le cose, incluse le ombre che da allora furono appunto colorate. Gli altri salirono su quel tram solo per una tratta breve, lui lo condusse sino alla fine e oltre, perché, vuoi anche per i problemi alla vista (come l’ultimo “tattile” Tiziano), l’incredibile serie di ninfee degli ultimi decenni è ormai astrazione in cui saltano i confini fra le cose e l’aria e, naturalmente, l’acqua che tutto permea, non c’è più prospettiva, né un sopra né un sotto, quei quadri sono un tutto coloreacqua dappertutto, qualcosa che si può cogliere solo andando di persona al “tempio” dell’Orangerie o al Marmottan, circondati e invasi, quasi annegati da quell’acqua, da quei bagliori di verde arancio e viola e blu e ancora sprazzi di giallo sulla superficie oscura e limacciosa, perché Monet ci fa entrare in quello stagno e ci fa essere a livello delle ninfee[1], e ninfee i nostri stessi occhi, con le radici, i nostri corpi, ormai sott’acqua, parti del suo quadro giardino, elementi inconsapevoli e dipinti dell’estrema parte della sua vita.

Claude Monet, Ninfee, 1904, Musée d'Orsay, Paris

Claude Monet, Ninfee – Ponte giapponese, 1904, Musée d’Orsay, Paris

“È un bacino d’acqua da me creato una quindicina d’anni fa, di circa duecento metri di circonferenza, alimentato da un braccio del fiume Epte; è bordato di iris e di piante acquatiche diverse in una cornice di alberi, in cui dominano i pioppi e  i salici, fra cui molti piangenti. È in questo luogo che ho già dipinto le ninfee con un ponte in stile giapponese.” (Claude Monet, 1909)

Claude Monet, Ninfee bianche, 1899, Museo  Puškin, Mosca

Claude Monet, Ninfee bianche, 1899, Museo Puškin, Mosca

Claude Monet, Ninfee, 1906, Art Institute of Chicago

Claude Monet, Ninfee, 1906, Art Institute of Chicago

Claude Monet, Ninfee, 1915, Musée Marmottan, Paris

Claude Monet, Ninfee, 1915, Musée Marmottan, Paris

“Ho dipinto una infinità di ninfee, cambiando sempre punto d’osservazione, modificandole a seconda delle stagioni e adattandole ai diversi effetti di luce che il loro mutare crea. E l’effetto cambia incessantemente, non soltanto da una stagione all’altra, ma anche da un istante all’altro (…). L’elemento base è lo specchio d’acqua il cui aspetto muta ogni istante per come sprazzi di cielo vi si riflettono conferendogli vita e movimento (…) Per ricavare qualcosa da questo continuo mutare bisogna avere cinque o sei tele sulle quali lavorare contemporaneamente e bisogna spostarsi da una all’altra tornando rapidamente alla prima, non appena l’effetto interrotto riappare (…)

I colori non avevano più la stessa intensità per me; non dipingevo più gli effetti di luce con la stessa precisione. Le tonalità del rosso cominciavano a sembrare fangose, i rosa diventavano sempre più pallidi e non riuscivo più a cogliere i toni intermedi e quelli più profondi. Le forme, quelle riuscivo ancora a vederle con immutata chiarezza e a disegnarle con immutata precisione. (…)

Se ho riacquistato il mio senso del colore è perché ho adattato i miei metodi di lavoro alla mia vista e perché quasi sempre ho buttato i colori a caso, da un lato fidandomi delle etichette sui tubetti e dall’altro seguendo la forza dell’abitudine, facendo affidamento sul modo in cui ho sempre steso le tinte sulla mia tavolozza.” (Claude Monet, febbraio 1918)

Claude Monet (Parigi, 1840 – Giverny, 1926), da Mon histoire, pensieri e testimonianze (Milano, 2009)

Claude Monet, Ninfee, 1920-26, Musée de l'Orangerie, Paris

Claude Monet, Ninfee, 1920-26, Musée de l’Orangerie, Paris


[1] Così suggeriva di leggere questi capolavori un grande ignoto ai più, Giorgio Carraro, non un critico, ma uno che si occupava di esseri umani, dunque più acuto di qualsiasi critico. Ho avuto la fortuna di conoscerlo, benché indirettamente, grazie all’amico di sempre, Andrea, e a Roberta del Centro Capta di Vicenza.

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Premessa: questo stesso post è stato pubblicato il 14 giugno 2011. Viene riproposto su richiesta di Paperblog, sito con cui collaboro e che domattina, 20 aprile 2012, compie due anni: auguri dunque alla redazione e a tutti i paperbloggers!

Signore e signori, vi ho convocato oggi con molta emozione per annunciarvi una notizia importante che riguarda la mia vita privata e il mio lavoro.

Ho avuto la fortuna di diventare assistente di Christian Dior a 18 anni, di succedergli a 21 anni e di conoscere il successo con la mia prima collezione nel 1958, quarantaquattro anni fa tra pochi giorni. Da allora ho vissuto per il mio mestiere e grazie al mio mestiere. E sono molto fiero che le donne di tutto il mondo portino tailleur pantalone, smoking, caban e trench.

Mi dico che ho creato il guardaroba della donna contemporanea, che ho partecipato alla trasformazione della mia epoca. Mi si perdonerà di farmene un vanto, perché ho creduto da sempre che la moda non servisse solo a rendere più belle le donne, ma anche a rassicurarle, a dar loro fiducia, a permettere loro di essere consapevoli.

Ogni uomo per vivere ha bisogno di fantasmi estetici. Io li ho inseguiti, cercati, braccati. Ho sperimentato molte forme di angoscia, molte forme di inferno. Ho conosciuto la paura e la terribile solitudine, la falsa amicizia dei tranquillanti e degli stupefacenti, la prigione della depressione e quella delle case di cura. Da tutto questo un giorno sono uscito, stordito, ma nuovamente in me.

Marcel Proust mi aveva insegnato che la magnifica e lamentosa famiglia dei nevrotici è il sale della terra. Non ho scelto questa fatale discendenza, ma è grazie a lei che mi sono innalzato nel cielo della creazione, che ho frequentato i “ladri di fuoco” di cui parla Rimbaud, che ho trovato me stesso, che ho compreso che l’incontro più importante della vita è quello con se stessi.

Nonostante questo, oggi ho deciso di dire addio a questo mestiere che ho tanto amato.” Y.S.L.

Con questo discorso, Yves Saint Laurent (Oran, Algeria, 1 agosto 1936 – Parigi, 2 giugno 2008) dava addio alla moda nel gennaio 2002. In queste parole c’è tutta una vita. E che vita.

Yves Saint Laurent e Pierre Bergé nell'appartamento di rue de Babylone, Parigi, 1982

Con esse si apre il bellissimo Yves Saint Laurent – Pierre Bergé, L’Amor Fou (2010), docu-film di Pierre Thoretton uscito un anno fa in dvd per Feltrinelli Real Cinema insieme ad un piccolo e prezioso libretto d’accompagnamento con diversi interventi, in particolare di Pierre Bergé, il compagno, il socio e l’amico di tutta la parabola Saint Laurent sin dal ‘58, anno del loro primo incontro che li avrebbe portati tre anni dopo a fondare la famosa maison d’haute couture, una delle più grandi e rivoluzionarie avventure d’eleganza e design del secolo appena trascorso.

Bergé, oltre ad essere un coltissimo e raffinato bibliofilo, intimo di Cocteau e Giono, ha collezionato con Saint Laurent una delle raccolte d’arte più formidabili del nostro tempo, con nomi di primissimo ordine, da Matisse a Picasso a Mondrian a Klee, da Degas a Gauguin a Cézanne a Klimt, da Brancusi a Duchamp a Calder a Warhol (loro amico personale), da Géricault a Goya al Giambologna a Hals, oltre a numerosi altri nomi da brivido, senza contare gli arredi, dai vasi greci ai mobili déco agli smalti di Limoges, etc. …

Tutte cose che dopo la scomparsa del grande stilista, Bergé ha deciso di mettere in vendita, “perché ai miei occhi, dopo la morte di Yves, … (la collezione) ha perso gran parte del suo significato.”

Il film ruota proprio attorno all’asta milionaria di Christie’s del febbraio 2009, che fruttò un incasso pari a 373,9 milioni di euro, destinati a Sidaction per la lotta contro l’AIDS.

Jardin Majorelle - Marrakech

In quelle opere e nelle immagini che le restituiscono alle case che adornavano (l’appartamento di rue de Babylone a Parigi, il rifugio in Normandia o il meraviglioso Jardin Majorelle di Marrakech, tuttora visitabile, uno dei luoghi da non perdere nella vita), così vissute da questa straordinaria coppia di esteti, si ritrova il senso del loro lavoro, della loro ricerca e fatica, che fece dire a Bergé “se Coco Chanel ha liberato la donna, Yves Saint Laurent le ha dato il potere” e allo stesso Saint Laurent: “La moda non è arte, ma ha bisogno di un artista per esistere: gli abiti sono sicuramente meno importanti di musica, architettura e pittura, ma era ciò che sapevo fare e che ho fatto, forse, partecipando alle trasformazioni della mia epoca.”

Fondation Pierre Bergé – Yves Saint Laurent

Yves Saint Laurent – sito ufficiale

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Signore e signori, vi ho convocato oggi con molta emozione per annunciarvi una notizia importante che riguarda la mia vita privata e il mio lavoro.

Ho avuto la fortuna di diventare assistente di Christian Dior a 18 anni, di succedergli a 21 anni e di conoscere il successo con la mia prima collezione nel 1958, quarantaquattro anni fa tra pochi giorni. Da allora ho vissuto per il mio mestiere e grazie al mio mestiere. E sono molto fiero che le donne di tutto il mondo portino tailleur pantalone, smoking, caban e trench.

Mi dico che ho creato il guardaroba della donna contemporanea, che ho partecipato alla trasformazione della mia epoca. Mi si perdonerà di farmene un vanto, perché ho creduto da sempre che la moda non servisse solo a rendere più belle le donne, ma anche a rassicurarle, a dar loro fiducia, a permettere loro di essere consapevoli.

Ogni uomo per vivere ha bisogno di fantasmi estetici. Io li ho inseguiti, cercati, braccati. Ho sperimentato molte forme di angoscia, molte forme di inferno. Ho conosciuto la paura e la terribile solitudine, la falsa amicizia dei tranquillanti e degli stupefacenti, la prigione della depressione e quella delle case di cura. Da tutto questo un giorno sono uscito, stordito, ma nuovamente in me.

Marcel Proust mi aveva insegnato che la magnifica e lamentosa famiglia dei nevrotici è il sale della terra. Non ho scelto questa fatale discendenza, ma è grazie a lei che mi sono innalzato nel cielo della creazione, che ho frequentato i “ladri di fuoco” di cui parla Rimbaud, che ho trovato me stesso, che ho compreso che l’incontro più importante della vita è quello con se stessi.

Nonostante questo, oggi ho deciso di dire addio a questo mestiere che ho tanto amato.” Y.S.L.

Con questo discorso, Yves Saint Laurent (Oran, Algeria, 1 agosto 1936 – Parigi, 2 giugno 2008) dava addio alla moda nel gennaio 2002. In queste parole c’è tutta una vita. E che vita.

Yves Saint Laurent e Pierre Bergé nell'appartamento di rue de Babylone, Parigi, 1982

Con questo discorso, Yves Saint Laurent (Oran, Algeria, 1 agosto 1936 – Parigi, 2 giugno 2008) dava addio alla moda nel gennaio2002. Inqueste parole c’è tutta una vita. E che vita.

Esse si trovano anche ad apertura del bellissimo docu-film di Pierre Thoretton, Yves Saint Laurent – Pierre Bergé, L’Amor Fou (2010), uscito il mese scorso in dvd per Feltrinelli Real Cinema, insieme ad un piccolo e prezioso libretto d’accompagnamento con diversi interventi, in particolare di Pierre Bergé, il compagno, il socio e l’amico di tutta la parabola Saint Laurent sin dal ‘58, anno del loro primo incontro che li avrebbe portati tre anni dopo a fondare la famosa maison d’haute couture, una delle più grandi e rivoluzionarie avventure d’eleganza e design del secolo appena trascorso.

Bergé, oltre ad essere un coltissimo e raffinato bibliofilo intimo di Cocteau e Giono, ha collezionato con Saint Laurent una delle raccolte d’arte più formidabili del nostro tempo, con nomi di primissimo ordine, da Matisse a Picasso a Mondrian a Klee, da Degas a Gauguin a Cézanne a Klimt, da Brancusi a Duchamp a Calder a Warhol (loro amico personale), da Géricault a Goya a Giambologna a Hals, oltre a numerosi altri nomi da brivido, senza contare gli arredi, dai vasi greci ai mobili déco agli smalti di Limoges, etc. …

Tutte cose che dopo la scomparsa del grande stilista, Bergé ha deciso di mettere in vendita, “perché ai miei occhi, dopo la morte di Yves, … (la collezione) ha perso gran parte del suo significato.”

Il film ruota proprio attorno all’asta milionaria di Christie’s del febbraio 2009, che fruttò un incasso pari a 373,9 milioni di euro, destinati a Sidaction per la lotta contro l’AIDS.

Jardin Majorelle - Marrakech

Ciò detto, in quelle opere, nelle immagini che le restituiscono alle case che adornavano (si pensi all’appartamento di rue de Babylone a Parigi o al rifugio in Normandia o al meraviglioso Jardin Majorelle di Marrakech, tuttora visitabile, uno dei luoghi da non perdere nella vita), così dov’erano, vissute da questa straordinaria coppia di esteti, c’è il senso del loro lavoro, della loro ricerca e fatica, che fece dire a Bergé “se Coco Chanel ha liberato la donna, Yves Saint Laurent le ha dato il potere” e allo stesso Saint Laurent: “La moda non è arte, ma ha bisogno di un artista per esistere: gli abiti sono sicuramente meno importanti di musica, architettura e pittura, ma era ciò che sapevo fare e che ho fatto, forse, partecipando alle trasformazioni della mia epoca.”

Fondation Pierre Bergé – Yves Saint Laurent

Yves Saint Laurent – sito ufficiale

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