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Alfredo Rapetti Mogol

Secondo un aforisma celebre di Valéry, “i libri hanno gli stessi nemici dell’uomo: il fuoco, l’umidità, le bestie, il tempo; e il loro stesso contenuto.”

E la lettura, l’atto del leggere? Uno in particolare: l’assenza della giusta calma, della giusta concentrazione, che può essere diversa da individuo a individuo: una persona, per esempio, può trovarsi perfettamente a suo agio leggendo sebbene attorniato dal rumore. È un altro tipo di calma quella cui mi riferisco, una calma interiore, tale da creare il ponte, l’apertura fra noi e i segnetti inchiostrati sulla pagina bianca: essi anelano anzitutto a questo stato d’animo. La cura del testo che ne può scaturire è solo una conseguenza.

Le opere di Alfredo Rapetti Mogol (Milano, 1961) sono intrise, colme di tale calma, dichiarata sin dai toni usati, ora bianchi ora tenui se colorati e mai accecanti, o inscuriti ma non duri e spersi come un buio senza luci.

Tutto è sempre contenuto (per dare ordine, ritmo, equilibrio) entro limiti rettangolari precisi, quelli della pagina pittorica che ricrea una sorta di simulacro di quella scritta, sostanziata in realtà da un lavorio attento di scavo della pellicola acrilica e successivo fissaggio “alle temperature più adatte”, come mi ha rivelato l’autore conversando durante l’inaugurazione della sua personale, Elementi di scrittura elementare, aperta presso la Ninapì di Ravenna sino al 7 aprile e ben curata con nettezza e la necessaria sobrietà da Chiara Fuschini, tanto da annullare persino l’ingombro di eventuali titoli.

A proposito, fra le qualità umane di questo artista, che ha esposto anche alle Biennali veneziane del 2007 e 2011 e annovera collaborazioni newyorkesi col fotografo Fabrizio Ferri, sono doti non comuni l’affabilità e il saper ascoltare, coerenti con opere che non si fanno solo guardare ma desiderano l’ascolto di chi ne è di fronte, sapendolo restituire.

Vedendo a distanza queste superfici ora grandi ora ridotte, paiono solcate da versi, racconti, righe scritte. E certo le parole (in musica) sono “vizio” di famiglia da ben tre generazioni, essendo i Rapetti parolieri e in particolare docente lo stesso Alfredo. Ma qui, nei suoi lavori, il corsivo è solo evocato, illeggibile a dire il vero, eppure significativo nella sua assenza di segno fonetico riconoscibile, sino a essere in alcune opere letteralmente strappato, traccia fantasma e sindone di se stesso, laddove in altre forma le correzioni, le note a margine che si apponevano alle cancellature di un testo sino al secolo scorso (elementi peraltro preziosi e ormai perduti per capire gli stadi evolutivi e d’affinamento di uno scritto e del suo scrittore), mentre in altre ancora la sua “parola non parola” è in caduta libera, sabbia di clessidra che disegna clessidre di altre “parole non parole” in un frame-trascorrimento visivo continuo e insieme bloccato, in cui giocano un ruolo chiave anche i colori, come il beige di alcune tele dalle grafie orientaleggianti, lo stesso beige delle dune desertiche su cui il vento nulla lascia uguale per un solo giorno, ma il medesimo anche delle pergamene e dei codici antichi su cui tutto resta intatto e custodito per secoli.

C’è qualcosa di zen in tutto questo parallelo sparire, riapparire, annullarsi ed essere: è la leggerezza, una delle caratteristiche essenziali per il nuovo millennio secondo il Calvino strepitoso delle Lezioni Americane, tanto da rendere impalpabile il peso del cemento-supporto di tanti lavori cui è sovrapposta la carta, la materia più fragile, il luogo deputato ad accogliere i rigurgiti di mente e cuore, su cui l’artista conduce attenzione e protezione con teche di plexiglas poste con efficacia specie su lavori orizzontali, libri aperti come la vita, su cui parafrasando il vecchio Whitman “il potente spettacolo continua, e tu puoi contribuirvi con un tuo verso.”

Elementi di scrittura elementare (16 marzo – 7 aprile 2012)

Personale di Alfredo Rapetti Mogol

A cura di Chiara Fuschini

Presso Galleria Ninapì

Via Pascoli 31, Ravenna

Info: 348.4928190

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Leonardo da Vinci, Uomo Vitruviano, fine XV sec. c.a., Gallerie dell'Accademia, Gabinetto dei Disegni, Venezia

 

Già Dio, sommo Padre ed architetto, aveva costruito con leggi di un’arcana sapienza questa dimora mondana della divinità che noi possiamo vedere: e aveva ornato di intelligenze la regione che sta sopra i cieli e riempito di una grande quantità di animali di ogni genere le parti marcescenti e maleodoranti del mondo inferiore. Ma, terminata la sua opera, gli rimaneva il desiderio che ci fosse qualcuno che di tale capolavoro comprendesse l’intima ragione, amasse la bellezza, rimanesse ammirato della grandiosità. Proprio per questo, nonostante tutto fosse già compiuto (secondo la testimonianza di Mosè e del Timeo), pensò infine di creare l’uomo. (…)

E così accolse l’uomo, opera di immagine indefinita, e lo pose al centro dell’universo, rivolgendosi a lui in questo modo: “Non ti abbiamo dato, o Adamo, né una dimora certa, né un aspetto proprio, né qualche dono particolare, perché tu possa decidere di raggiungere ed ottenere quella dimora, quell’aspetto e quei doni che più desideri. La natura delle altre creature, che è definita, l’abbiamo costretta entro leggi da noi prescritte. Tu, invece, senza alcuna costrizione, sceglierai la tua natura grazie alla libertà cui ti ho affidato. E non ti abbiamo creato né terrestre né celeste, né mortale né immortale, cosicché tu stesso, come libero e sovrano scultore del tuo destino, ti modelli nella forma che preferisci. Potrai degenerare nelle inferiori che sono brute, ma per tua libera scelta potrai anche rigenerarti nelle superiori che sono divine”.

Giovanni Pico della Mirandola (1463-1494), De hominis dignitate, 1486 (trad. a cura di L. Lacchini e P.C. Rivoltella, Padova 1992)

Ps. “I libri hanno gli stessi nemici dell’uomo: il fuoco, l’umidità, le bestie, il tempo; e il loro stesso contenuto.” (Paul Valéry)

Il post di oggi è dedicato a Elvira Giorgianni Sellerio (Palermo, 1936-2010), una grande donna scomparsa pochi giorni fa, che ha fatto dei libri (“l’equivalente più prossimo d’un uomo”, F. Gualdoni), della loro diffusione, difesa e conoscenza, la sua vita e, per decenni, la gioia e il respiro di milioni di lettori.

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