Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘peggy guggenheim’

Arnold Newman, Portrait of Jackson Pollock, American Painter, 1949

Arnold Newman, Portrait of Jackson Pollock, American Painter, 1949

Il primo Salone di primavera di New York rivelò Pollock come miglior pittore della sua generazione. Matta, un amico pittore e Putzel, mi spingevano ad aiutarlo. A quell’epoca, per guadagnarsi da vivere, faceva il carpentiere nel museo di mio zio. Era stato allievo del pittore Benton, e solo sforzandosi di combattere la sua influenza era diventato l’artista che era, quando lo conobbi. Dal 1938 al 1942 aveva lavorato nell’ambito del Federal Art Project for artists, in seno al W.P.A., istituito dal presidente Roosevelt per lottare contro la disoccupazione.

La prima volta che lo esposi, Pollock era profondamente influenzato dai surrealisti e da Picasso, ma superò velocemente questa fase fino a diventare il più grande pittore vivente, dopo Picasso. Per poter lavorare tranquillamente mi aveva chiesto un assegno mensile; gli feci dunque un contratto di un anno in base al quale riceveva centocinquanta dollari al mese e un saldo alla fine dell’anno se aveva venduto per più di 2700 dollari di quadri, riservando il terzo della somma alla galleria. Se avessi perso dei soldi, era convenuto che in controvalore mi avrebbe ceduto dei quadri.

Pollock divenne rapidamente il punto di riferimento della pittura moderna. Dal 1943 al 1947 – anno in cui lasciai l’America – mi dedicai a lui. Era fortunato perché sua moglie, Lee Krasner, lei stessa pittrice, si prendeva molta cura di lui: rinunciò anche a dipingere per un certo periodo perché Pollock aveva preteso che si dedicasse interamente a lui. Quando perdetti Max (Ernst, ndr), diventò lui il mio nuovo protetto. La mia relazione con Pollock era unicamente quella mecenate-artista e Lee ci faceva da intermediaria. Pollock aveva un carattere difficile, beveva troppo e poteva diventare molto sgradevole, addirittura infernale. Ma Lee mi faceva notare, quando mi lamentavo di lui, che aveva anche dei lati angelici, ed era vero. Per me era come un animale in trappola, che non avrebbe mai dovuto lasciare il Wyoming dove era nato.

Jackson Pollock, Mural, 1943, University of Iowa

Jackson Pollock (1912-1956), Mural, 1943, University of Iowa

Per assicurare a Pollock i centocinquanta dollari mensili, mi dedicai unicamente alla vendita dei suoi quadri, trascurando gli altri pittori della galleria. Molti non tardarono a lasciarmi per Sam Koots, un mercante che li prendeva a contratto, cosa che io finanziariamente non potevo permettermi.

Commissionai allora a Pollock una pittura murale per l’atrio-entrata della mia casa che era lungo sette metri per uno e ottanta di altezza. Marcel Duchamp gli suggerì di eseguirlo su tela affinché potessi portarlo via nel caso avessi lasciato l’appartamento; eccellente idea che più tardi l’Università dell’Iowa, alla quale feci dono del quadro quando lasciai l’America, ebbe modo di apprezzare. Attualmente orna il refettorio.

Pollock si procurò una grande tela e dovette abbattere un muro a casa sua per sistemarla. La guardò per giorni interi, senza trovare l’ispirazione, sempre più depresso. Mandò sua moglie in campagna sperando di sentirsi più libero e, nella solitudine, trovare un’idea originale. Lee ritornò e lo trovò seduto davanti alla tela vergine, che vedeva tutto nero. Poi un bel giorno si alzò e in poche ore creò un capolavoro.

Questa pittura murale era più astratta delle sue opere precedenti. Era formata da strisce continue di figure astratte blu, bianche  e gialle, in rapporto ritmico fra loro, il tutto schizzato di pittura nera, secondo il metodo del dripping. (…)

Non vendevamo molti quadri di Pollock, ma le tempere erano più facili da piazzare. Ne offrii molte come regalo di nozze ai miei amici. Facevo ogni sforzo per suscitare l’interesse del pubblico e non mi risparmiavo neppure quando si trattava di trasportare dappertutto le sue immense tele. Un giorno la signora Harry Winston, una ricca collezionista di Detroit, venne in galleria per acquistare un Masson. Io la convinsi a comperare un Pollock. (…)

Jackson Pollock, Eyes in the Heat, 1946, Peggy Guggenheim Collection, Venezia

Jackson Pollock (1912-1956), Eyes in the Heat, 1946, Peggy Guggenheim Collection, Venezia

Lee era talmente dedita a Pollock che, quando ero malata, veniva a trovarmi tutte le mattine per tentare di persuadermi a far loro un prestito di duemila dollari per acquistare una casa nel Long Island. Pensava che lasciando New York Pollock avrebbe smesso di bere. Io non sapevo come procurarmi i soldi, ma finii per cedere pur di ritrovare la pace. Oggi rido di tutto questo. Allora non sapevo il valore che avrebbe raggiunto l’opera di Pollock. Non avevo mai venduto niente di suo per più di cento dollari e quando nel 1947 lasciai l’America, nessuna galleria volle rilevare il mio contratto con lui. Lo offrii a tutti, e alla fine Betty, della Galleria Betty Parson, accettò di organizzargli una mostra, dicendo che era tutto quello che poteva fare. Pollock si assunse le spese grazie a una tela che Bill Davis gli aveva comperato. Come convenuto nel contratto, il resto delle tele mi fu spedito a Venezia, dove allora abitavo. Lee aveva diritto da parte sua a un quadro all’anno. Quando le tele giunsero a Venezia le cedetti, a una a una, a musei diversi e mi restarono solo due opere di questo periodo, oltre a nove dipinti più vecchi datati 1943-1946. Oggi Lee è milionaria e io mi rammarico di essere stata così sprovveduta.

Peggy Guggenheim, Confession of an art addict, New York 1960, da Jackosn Pollock. Lettere, riflessioni, testimonianze, a cura di Elena Pontiggia, SE, Milano 2002.

www.guggenheim-venice.it

Jackson Pollock, Number 11 (Blue Poles), 1952, National Gallery of Australia, Canberra

Jackson Pollock (1912-1956), Number 11 (Blue Poles), 1952, National Gallery of Australia, Canberra

 

Read Full Post »