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Posts Tagged ‘pierluigi cappello’

E così, in poco meno di un mese, ecco andarsene due poeti, veri, grandi, benché fra loro così differenti, il genio americano John Ashbery (1927-2017) e il friulano Pierluigi Cappello (1967-2017). Sono davvero dispiaciuto, specie per Cappello, sia per la giovane età sia perché nel 2012 avevo dato l’avvio all’iter per fargli assegnare il vitalizio previsto dalla legge Bacchelli, viste le condizioni fisiche di disabilità e di indigenza oggettive.

Certo, restano i libri di queste due grandi anime, i loro versi che ancora accompagneranno il mio cammino, come faranno anche stasera rileggendoli. Ne trascrivo qualcuno, pieno di commozione e gratitudine verso chi ha saputo parlarmi senza conoscermi. Addio, la terra vi sia lieve.

 

Settembre

Gli orli hanno la luce di settembre

come una bella mela le nuvole oggi

sono innocenti, senza rumore

anche le macchine passano

nel silenzio della tua testa

sei qui, come una cosa sottratta

in questa calma di non appartenere

la nuvola sottratta alla terra

il salto allo slancio, l’orma al suo piede

il corpo a ciò che precede.

Pierluigi Cappello, da Assetto di volo, Crocetti Editore, Milano 2012, p.159.

 

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Paradoxes and Oxymorons

This poem is concerned with language on a very plain level.
Look at it talking to you. You look out a window
Or pretend to fidget. You have it but you don’t have it.
You miss it, it misses you. You miss each other.

The poem is sad because it wants to be yours, and cannot be.
What’s a plain level? It is that and other things,
Bringing a system of them into play. Play?
Well, actually, yes, but I consider play to be

A deeper outside thing, a dreamed role-pattern,
As in the division of grace these long August days
Without proof. Open-ended. And before you know it
It gets lost in the steam and chatter of typewriters.

It has been played once more. I think you exist only
To tease me into doing it, on your level, and then you aren’t there
Or have adopted a different attitude. And the poem
Has set me softly down beside you. The poem is you.


Paradossi e ossimori

Questa poesia si occupa del linguaggio a un livello alquanto piano.
Guardala che ti parla. Guardi da una finestra
o affetti irrequietezza. La sai ma non la sai.
Ti manca, la manchi, le manchi, ti manca. Vi mancate a vicenda.

La poesia è triste perché vuole essere tua, e non può.
Cos’è un livello piano? È quella cosa e altre,
e ne mette in gioco un sistema. Gioco?
Beh, di fatto, sì, ma io ritengo che il gioco sia

una più profonda cosa esterna, un modello di ruolo sognato,
come nella ripartizione della grazia queste lunghe giornate agostane
senza dimostrazione. A finale aperto. E prima che te ne accorga
si perde nel vapore e nel cicaleccio della macchina da scrivere.

È stata giocata un’altra volta. Penso tu esista solo
per tormentarmi a farlo, al tuo livello, e poi tu non ci sei
o hai adottato un atteggiamento diverso. E la poesia
mi ha deposto dolcemente accanto a te. La poesia è te.

John Ashbery, da Shadow Train (1981) in Un mondo che non può essere migliore. Poesie scelte 1956-2007, trad. D. Abeni e M. Egan, Luca Sossella Editore, Roma 2008, pp.148-149.

 

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Pierluigi Cappello a Tricesimo (UD)

Circa un mese fa, pubblicavo un appello rivolto a tutti i miei lettori  sulla necessità di far avere il vitalizio previsto dalla legge Bacchelli al grande poeta Pierluigi Cappello, caduto in ulteriore indigenza gravata anche dalle sue condizioni fisiche.

Desidero ringraziare tutti coloro che hanno aderito mandando e-mail alle istituzioni preposte che non si sono fatte attendere: ho ricevuto nel corso del mese di febbraio un paio di lettere, una da parte del Segretariato generale della Presidenza della Repubblica, l’altra dal Segretariato generale della Presidenza del Consiglio dei Ministri, in cui veniva reso noto che l’iter previsto per l’oggetto richiesto è stato avviato! E sono certo avrà buon fine.

Dunque grazie anche ai funzionari e alle cariche pubbliche che hanno accolto la domanda, dimostrando non solo che lo Stato c’è, ma soprattutto che ha cura delle persone in difficoltà vera, in questo caso un artista della parola. Ed è proprio la poesia, oggi come sempre, che alla parola restituisce senso, linfa nuova, verità.

Non resta che lasciare spazio proprio ai versi di Cappello (a proposito, se non avete nulla di suo vi invito a comperare, a leggere, a sottolineare, a fare vostro almeno uno dei suoi libri), quale ringraziamento finale al poeta che li ha composti e a quanti hanno contribuito e tuttora stanno lavorando per il buon esito della vicenda.

OMBRE

Sono nato al di qua di questi fogli

lungo un fiume, porto nelle narici

il cuore di resina degli abeti, negli occhi il silenzio

di quando nevica, la memoria lunga

di chi ha poco da raccontare.

Il nord e l’est, le pietre rotte dall’inverno

l’ombra delle nuvole sul fondo della valle

sono i miei punti cardinali;

non conosco la prospettiva senza dimensione del mare

e non era l’Italia del settanta Chiusaforte[1]

ma una bolla, minuti raddensati in secoli

nei gesti di uno stare fermi nel mondo

cose che avevano confini piccoli, gli orti poveri, le cataste

di ceppi che erano state un’eco di tempo in tempo rincorsa

di falda in falda, dentro il buio. E il gatto che si stende

in questi posti, sulle lamiere di zinco, alle prime luci

di novembre, raccoglie l’aria di tutte le albe del mondo;

come i semi dei fiori, portati, come una nevicata leggera

ho sognato di raggiungere i miei morti

dove sono le cose che non vedo quando si vedono

Amerigo devoto a Gina che cantava a voce alta

alla messa di Natale, il tabacco comprato da Alfredo

e Rino che sapeva di stallatico, uomini, donne

scampati al tiro della storia

quando i nostri aliti di bambini scaldavano l’inverno

e di là dalle montagne azzurrine, di là dai muri

oltre gli sguardi delle guardie confinarie

un odore di cipolle e di industria pesante premeva,

la parte di un’Europa tenuta insieme

da chiodi ritorti e bulloni, martelli e chiavi inglesi.

Il futuro non è più quello di una volta, è stato scritto

da una mano anonima, geniale

su di un muro graffito alla periferia di Udine,

il futuro è quello che rimane, ciò che resta delle cose convocate

nello scorrere dei volti chiamati, aggiungo io.

E qui, mentre intere città si muovono

sulle piste ramate degli hardware

e il presente irrompe con la violenza di un tavolo rovesciato,

mio padre torna per sempre nella sua cerata verde

bagnata dalla pioggia e schiude ai figli il suo sorridere

come fosse eternamente schiuso.

Se siamo ancora cosa siamo stati,

io sono lo stare di quell’uomo bagnato dalla pioggia,

che portava in casa un odore di traversine e ghisa

e, qualche volta, la gola di Chiusaforte allagata dall’ombra

si raduna nei miei occhi

da occidente a oriente, piano piano

a misura del passo del tramonto, bianco;

e anche se le voci del mondo si appuntiscono

e qualcosa divide l’ombra dall’ombra

meno solo mi pare di andare, premendo un piede

dopo l’altro, secondo la formula del luogo,

dal basso all’alto, seguendo una salita.

Pierluigi Cappello, da Mandate a dire all’imperatore, Crocetti Editore, Milano 2010


[1] Paese friulano (UD) dell’infanzia e dell’adolescenza del poeta.

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Il poeta Pierluigi Cappello

Per caso, qualche anno fa, ho sentito parlare della poesia di Pierluigi Cappello (Gemona del Friuli, Udine, 1967) e da subito ho desiderato avere tra le mani, sotto agli occhi, le sue parole: tuttora ringrazio la cortesia dell’editore Liboà che mi spedì una delle rare copie della bellissima plaquette Dittico (Dogliani, 2004), come recita il sottotitolo “Poesie in italiano e friulano”, le due lingue dell’autore.

Appresi poi che Cappello sin dall’età di 16 anni è su una sedia a rotelle, causa un incidente di moto. Di recente la sue condizioni di disagio e indigenza si sono aggravate, talché faccio mio l’appello letto un paio di giorni fa sulla Domenica del Sole 24 Ore (22 gennaio 2012, pag.33) circa l’opportunità e l’urgenza di aiutare una delle voci più intense e originali della nostra poesia contemporanea, già vincitore di premi importanti per diverse sue opere (fra gli altri il Montale Europa di poesia per Dittico, il Pisa e il Bagutta Opera Prima per Assetti di volo del 2006 e il Viareggio-Repaci per Mandate a dire all’imperatore del 2010, entrambe le raccolte pubblicate da Crocetti Editore), affinché gli sia assegnato il vitalizio previsto dalla legge Bacchelli.

Pertanto invito tutti gli amici di questo blog, followers, visitatori abituali e occasionali, a scrivere quanto prima un’e-mail in proposito all’attenzione del Presidente del Consiglio regionale friulano Maurizio Franz (presidente.consiglio@regione.fvg.it) e al Presidente della Repubblica Italiana Giorgio Napolitano (https://servizi.quirinale.it/webmail/): aiutiamo un uomo e un grande poeta a continuare a vivere con dignità.

 

In nissun puest ma achì ti volarès

niçant adôr sul niçul des peraulis

peraulis come fraulis  ti darès

che vite ator ator e je tampieste

jo e te mâr fer tal mieç da la tampieste

e messedant i tiei cui miei cjavei

amôr plui tô la mûse tô e sarès

e non il to plui non, cun dut il rest forest

in cheste lenghe nude e in nissun puest.

(In nessun luogo ma qui ti vorrei/ cullandoti nel su e giù delle parole/ parole fresche come fragole ti darei/ che la vita attorno è una tempesta/ io e te mare fermo in mezzo alla tempesta/ e mescolando i tuoi coi miei capelli/ più tuo, amore, il volto tuo sarebbe/ più nome il tuo nome, con tutto il resto straniero/ in questa lingua nuda e in nessun luogo.)

Pierluigi Cappello, da Dittico (Liboà Editore in Dogliani, 2004) 

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La Carta

Resta la carta mentre mi dileguo
specchio di me che non è me stesso
rimedio oppure tedio quando intesso
trame di me scrivendomi e m’inseguo.
 

Pierluigi Cappello, da Assetto di volo, (Crocetti Editore, Milano, 2006)

 

Pierluigi Cappello – sito ufficiale

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