Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘piero pizzi cannella’

pizzi cannella ceramiche 2012

“Quante ombrose dimore hai già sfiorato,/ anima mia, senza trovare asilo:/ dal sogno rifluivi alla memoria,/ da memoria tornavi a essere un sogno,/ per via ti sorprendeva la bufera.”, Mario Luzi, da Poesie Sparse (1945-48) 

Mostra nitida, in quanto a esposizione, e carica di mistero, in quanto ad artista, quella inaugurata lo scorso 20 gennaio al Museo Internazionale della Ceramica di Faenza, a confermare la qualità ritrovata di questo peraltro bellissimo museo che grazie all’apporto di Claudia Casali, direttrice e curatrice di questa esposizione, aggiunge una perla nuova alla propria storia e a quella della ceramica intesa come fatto d’arte, dopo aver chiuso lo scorso anno con Paladino l’omaggio alla Transavanguardia iniziato nel 2010.

Piero Pizzi Cannella, Rosso, 2010-11

Piero Pizzi Cannella, Rosso, 2010-11

Sì, perché per stessa ammissione dell’artista Piero Pizzi Cannella (Roma, 1955), il progetto che oggi si vede realizzato, oltre a rappresentare un vero inedito essendo il primo incontro fra l’artista romano e la materia ceramica, ha presupposto tre anni di lavoro con la bottega Gatti di Faenza ma forse ben prima, come argomenta Casali in catalogo, già tra fine anni’80 e inizio ’90 c’era in lui “in nuce” un desiderio ceramico, allora in forma di di-segno evanescente di vasi sullo sfondo di carte e tavole, “sagome che oggi hanno acquisito la loro forma, una loro effettiva tridimensionalità”[1].

Mostra nitida dunque, netta, che arriva al termine di tanto lavoro e ne offre i frutti in termini sia di mero godimento delle opere in sé, una ad una, e sono circa settanta pezzi inclusi dipinti e disegni, sia lezione di chiarezza in quanto ad organizzazione spaziale delle stesse, numerose eppure in grado di respirare singolarmente pur essendo in dialogo continuo fra loro.

Piero Pizzi Cannella, Ombra cinese, 2003

Piero Pizzi Cannella, Ombra cinese, 2003 (non in mostra)

“Ogni opera un tempo, ogni ciclo un tempo di diverso respiro ma che a sua volta non fa cronologia, bensì densità psicologica. Ogni opera, ogni ciclo, umori e frammenti che morenicamente si riportano ai successivi, in una sorta d’ininterrotto e incoercibile dialogo interno che si fa alla fine vita tutta di pittore”[2].

Attenzione però: non che le carte appese alle pareti siano studi preparatori o una sorta di canovaccio dimostrativo. Al contrario, sono mondi compiuti, spesso di grandi dimensioni, in cui si rinnova l’alfabeto segnico tipico dell’artista “cattedrali, ombre cinesi, lucertole, bagni turchi, conchiglie, ferri battuti, gioielli e ventagli, mappe, vestiti” che “in un discorso unitario di racconto”[3] si ritrovano anche sulle ceramiche, forme sulla forma dei vasi, oggetti dalla doppia valenza poetica nell’edificium lirico dell’artista.

Piero Pizzi Cannella, Particolare da camera, 2009-10

Piero Pizzi Cannella, Particolare da camera, 2009-10

E verrebbe da domandarsi cosa in effetti contengano quei recipienti, aria, buio, il mistero di Pandora o dei fantasmi che si inseguono avviluppandone la superficie o quale altro mistero, tema che da sempre intriga questo maestro con la capacità che gli è propria di evocarlo in velature, trasparenze di nero, colpi di delicatissima violenza di blu, bianchi, rossi improvvisi e sabbia (il colore della terracotta, della carta invecchiata, bruciata dal tempo, e dei deserti, i labirinti più vasti secondo Borges), cromie incantate anch’esse grazie al tipico “acceso cupo cromatismo”[4], altra firma dell’artista: sono forme soffiate di mistero, le cui radici all’inizio della storia di quest’uomo (e, a mio avviso, al suo vertice) restano nella produzione su carta per la fragilità, la povertà stessa di questo supporto, una delle magie più alte che l’uomo sia riuscito a inventare.

Piero Pizzi Cannella, I vasi dei pesci dell'isola, 2009

Piero Pizzi Cannella, I vasi dei pesci dell’isola, 2009 (non in mostra)

Ecco comparire, nascondersi e dissolversi da oggetto ad aggetto tutto il mondo poetico di Pizzi Cannella, come le costellazioni che sono lì da sempre ma diventano vere solo di notte, mentre i piatti prendono il posto delle fasi lunari o meglio è la luna a scendere per regalarci la sua ritirata affilata in forma di oblò ceramici: noi stupiamo e da lontano altri occhi, quelli che con iconica semplicità compongono l’autoritratto dell’artista, ci guardano: sono cento, forse mille e più, quelli del mito o dell’anima che li moltiplica come specchi franti di un caleidoscopio.

Ci guardano, sì, ma ci guidano anche: sono gli stessi occhi apotropaici delle imbarcazioni antiche, l’occhio sulla nave di Ulisse, su quella degli Argonauti, uomini spinti dall’ignoto verso l’ignoto, verso le isole impossibili delle mappe dell’artista, che assume l’Oriente come luogo del lontano, ancora una volta del mistero irraggiungibile, insvelabile, nonostante i tratteggi di altre opere, quasi indicazioni direzionali precise ma verso mete che non arriveranno mai, poiché come ogni viaggiatore sa il punto è sempre nel viaggio, è il viaggio.

Piero Pizzi Cannella, Mappa del mondo, Gli approdi, 2009-10

Piero Pizzi Cannella, Mappa del mondo, Gli approdi, 2009-10

E in una di queste carte la mappa diventa scacchiera, anch’essa scomparente, approdo-non approdo nella mente di un autore di opere che sanno di luce in quanto di luce si nutrono, la bevono, la cercano, la metabolizzano in intensità.

Museo Internazionale della Ceramica – Faenza


[1] Claudia Casali, La fabula picta di Pizzi Cannella, pag.10,  in Pizzi Cannella – Ceramiche 2012, Pistoia 2013.

[2] Flaminio Gualdoni, Pizzi Cannella. Campi di forme, in Pizzi Cannella. Almanacco 3, catalogo Galleria Carlina, Torino 2011.

[3] Claudia Casali, op.cit., pag. 13, 2013.

[4] Claudia Casali, op.cit., pag. 9, 2013.

Annunci

Read Full Post »

Ier sera, un critico ravennate voleva convincermi di come oggi l’arte sia in piena decadenza, solo spot e trovate, mentre Burri o Arman, sì che erano maestri. In particolare ce l’aveva con l’arte povera, il concettuale tutto e la triade Hirst, Cattelan e Koons.

Inutile tentare la difesa di Boetti, Kounellis o De Dominicis, o della nuova scuola romana (Tirelli, Nunzio, Pizzi Cannella, etc.): tutto a ramengo o nel migliore dei casi déjà vu. Per non dire della fotografia, puah!

Che in giro ci sia molta paccottiglia è vero, ma è sempre stato così: semplicemente, il discrimine del tempo non ha ancora avuto tempo di agire. Che la triade piaccia poco e nulla anche al sottoscritto altrettanto, non perché sia di moda sparare su chi abbia successo, ma perché da anni hanno smesso di fare ricerca (qualcuno non ha mai neanche cominciato) diventando manieristi di se stessi. Costosissimi, bontà del marketing proprio e dei loro galleristi.

Ma da qui a trincerarsi dietro l’altrettanto stantìo “ai miei tempi era meglio”, ne passa, roba da far venire le verruche a  Omero.  Non fosse altro perché, assai banalmente, finché sarà l’uomo, sarà anche l’arte. Estinto l’uno, via anche l’altra. E, come sempre, buttare nel bidone grano e pula è la vera operazione maldestra e trita, fatta di parole vuote.

Tutta questa retorica mi ha fatto venire in mente una sequenza stracult: a proposito di avanguardia, ecco il mitico Albertone con Buzzicona (Anna Longhi) alla Biennale del ’78 (episodio Le vacanza intelligenti, dal film Dove vai in vacanza?, 1978).

Sito ufficiale dedicato ad Alberto Sordi (Roma, 1920-2003)


Read Full Post »

Rara una mostra come quella attualmente alla Galleria Civica di Modena (fino al prossimo 18 luglio): Pagine da un bestiario fantastico – Disegno italiano nel XX e XXI secolo.

Mario Merz, Lizard (Lucertola), 1982, coll. privata

Ancora più rara la conferenza ad essa associata, svoltasi il 15 maggio, capace di far uscire dall’aula con più spunti, approfondimenti, letture e riletture da voler fare, e soprattutto con idee e domande che continuano a produrre nella mente.

Cose rare, poiché rare sono personalità come Flaminio Gualdoni, relatore in questione, nonché coautore di catalogo ed esposizione (con Silvia Ferrari e Serena Goldoni) e allestimento (con Fausto Ferri), in particolare delle sale dedicate ai maestri storici, lavoro finissimo, giocato e studiato, con attenzione millimetrica, sull’equilibrio tra le dimensioni degli spazi a disposizione e la leggerezza delle carte esposte (tra cui De Chirico, Savinio, Martini, Marini, Fontana, Licini, Afro, Novelli, Leoncillo, Pascali, Schifano, Angeli, Bay, Merz, Peverelli, Raciti, Ontani, Galliani, Paladino, Cucchi, Pizzi Cannella, Ceccobelli, etc.).

Luca Lanzi, Equino, 2010, Galleria Civica di Modena

Gualdoni ha aperto l’intervento dal titolo “E ancora ti chiamo ti chiamo Chimera” (come il suo saggio in catalogo, a sua volta da un verso di Dino Campana), con l’Apocalisse di San Giovanni, uno dei testi fondanti l’immaginario medievale e occidentale tout court, in cui si legge di cavalli multicolore o con teste da leone e cavallette “dall’aspetto di cavalli pronti alla guerra” (Ap 9,7), con capelli di donna, zanne leonine e code di scorpione, bestie policefale e cornute salire dalle acque e dalla terra, serpenti e draghi fiammeggianti, mentre uno dei quattro viventi, tutti “pieni d’occhi davanti e di dietro” (Ap 4,6) e collocati coi ventiquattro vegliardi e “miriadi di miriadi” (Ap 5,11) di schiere angeliche, in una grandiosa macchina celeste di adorazione dell’Agnello, è proprio l’uomo, animale fra gli animali dunque (leone, vitello ed aquila, gli altri tre).

Si noterà come le creature presenti nell’ultimo libro biblico, non siano semplici ma composite, anzi mostruose. Del resto doppia è la natura dell’animale per l’uomo, “complice e agonistica insieme” scrive nel catalogo Gualdoni e citando Giorgio Manganelli (Agli dèi ulteriori): “…che un animale si vesta di selva, di steppa, di autunno, di sole, di incendio, di ginestra, di pus: e che questo animale conservi intatta la sua fame, e insieme la distrazione della fame. Tutto ciò lo fa degno che lo pensi.” 

Pino Pascali, Babbuino (particolare), 1964, coll. privata

Ma chi o cosa è l’animale-mostro? È l’altro, lo specchio di ciò che è dentro di noi, ben riassunto nell’incubo leggendario di Davy Jones, alle radici del male o nella più celebre delle metamorfosi moderne, quella kafkiana di Gregor Samsa, “ma”, ricorda Gualdoni, “monstrum, a ben vedere, nell’accezione duplice e sincrona di essere meraviglioso e di portatore di forza oscura, è nel Novecento prima di tutto l’artista”, l’animale-sciamano: polverizzata ogni unità e comunitas possibile, persino ogni ideologia al principio del XXI secolo, non resta che l’uomo col suo buio da far emergere. L’oscuro forse si può vedere, ma non controllare, né addomesticare: l’artista ne è il tramite.

E ancora Gualdoni: “abbiamo inventato la metropoli, abbiamo sterilizzato l’idea di naturale, abbiamo assassinato la divinità: ma non ci siamo liberati dell’animale.”

A questo proposito, è indicativo come già due secoli e mezzo fa, paradigma del bello per teorici neoclassici come Winckelmann, fosse il gruppo del Laocoonte, in cui l’anatomia dei corpi maschili nudi si fa torta e viene avvinta e sbranata dal caos dei mostri marini serpentiformi mandati da Poseidone, e non l’Apollo del Belvedere, sereno e statuario per definizione, posto lì, a pochi passi, dov’è tuttora.

Laocoonte, I sec. a C. o I sec. d.C., Musei Vaticani

Conclude Gualdoni: “L’artista è artista perché, né può non essere, anche animale, e sodale congenere dei monstra. La poesia è una forza distruttiva, ammonisce Wallace Stevens: “Questa è la vera indigenza,/ nulla avere a cuore./ È avere o nulla./ È qualcosa da avere,/ un leone, un bue nel petto,/ sentirlo lì respirare./ Corazon, un cane robusto,/ giovane bue, orso dalle gambe storte,/ gusta il suo stesso sangue, non sputo./ È simile all’uomo/ con il corpo di una bestia feroce./ I suoi muscoli gli appartengono…/ Il leone dorme al sole./ Il naso tra le zampe./ Può uccidere l’uomo.””

Galleria Civica di Modena

Flaminio Gualdoni

Read Full Post »