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Tiziano Vecellio, Ritratto di Pietro Aretino, 1545, Galleria Palatina, Palazzo Pitti, Firenze

Avendo io, signor compare[1], con ingiuria della mia usanza, cenato solo o per dir meglio, in compagnia dei fastidi di quella quartana che più non mi lascia gustar sapore di cibo veruno, mi levai da tavola, sazio della disperazione con la quale mi ci posi. E così appoggiate le braccia in sul piano della cornice della finestra e sopra di lui abbandonato il petto e quasi il resto di tutta la persona, mi diedi a riguardare il mirabile spettacolo che facevano le barche infinite, le quali piene non men di forestieri che di terrazzani[2], ricreavano non pure i riguardanti, ma esso Canal Grande, ricreatore di ciascun che il solca. (…)

E mentre queste turbe e quelle con lieto applauso se ne andavano alle sue vie, ecco ch’io, quasi uomo che fatto noioso a se stesso non sa che farsi della mente, nonché dei pensieri, rivolgo gli occhi al cielo; il quale da che Iddio lo creò, non fu mai abbellito da così vaga pittura di ombre e di lumi; onde l’aria era tale, quale vorrebbono esprimerla coloro che hanno invidia a voi, per non poter essere voi, che vedete nel raccontarlo io: in prima i casamenti , che benché sien pietre vere, parevan di materia artificiata; e di poi scorgete l’aria, che io compresi in alcun luogo pura e viva, in altra parte torbida e smorta. Considerate anco la meraviglia ch’io ebbi de’ nuvoli composti d’umidità condensa, i quali in la principal veduta, mezzi si stavano vicini a’ tetti degli edifizi e mezzi nella penultima, perocché la diritta era tutta d’uno sfumato pendente in bigio nero. Mi stupii certo del color vario di cui essi si dimostravano. I più vicini ardevano con le fiamme del fuoco solare, ed i più lontani rosseggiavano d’uno ardore di minio non così bene acceso. Oh con che belle tratteggiature i pennelli naturali spingevano l’aria in là, discostandola dai palazzi con il modo che la discosta il Vecellio nel far de’ paesi. Appariva in certi lati un verde azzurro, ed in alcuni altri un azzurro verde, veramente composto dalle bizzarrie della natura, maestra dei maestri. Ella con i chiari e con i scuri sfondava e rilevava in maniera ciò che le pareva di rilevare e di sfondare, che io, che so come il vostro pennello è spirto de’ suoi spiriti;  e tre e quattro volte esclamai: oh, Tiziano dove siete mò? Per mia fe’ che se voi aveste ritratto ciò ch’io vi conto, indurreste gli uomini nello stupore che confuse me: che nel contemplare quel che v’ho contato ne nutrii l’animo, che più non durò la meraviglia di siffatta pittura.

Di maggio, in Venezia, 1544

Pietro Aretino (Arezzo, 1492 – Venezia, 1556), dalle Lettere (in sei volumi pubblicati a Venezia dal 1538 al 1557. L’edizione di riferimento è quella postuma curata da Matteo il Maestro, Parigi 1609).


[1] Destinatario della lettera è Tiziano Vecellio, il grande pittore e amico dell’Aretino.

[2] I veneziani in quanto abitanti di terra ovvero “terrazzani”.

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