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Posts Tagged ‘premio gaem’

Premessa: l’articolo che segue apparirà su Mosaïque Magazine n.12, Parigi luglio 2016. 

A proposito di Silvia Naddeo, terrò con questa splendida artista una conversazione sul suo lavoro in occasione della Festa Artusiana 2016 lunedì 27 giugno alle 21.00 presso la Piazzetta Berta e Rita (Via delle Cose Diverse – Via A. Saffi 78) a Forlimpopoli. Non mancate!

Infine, ricordo che è attualmente in corso sino al 3 luglio la sua personale Trasfigurazioni del gusto, a cura di Raffaele Quattrone, presso il Palazzo del Monte di Pietà, Corso Garibaldi 37, a Forlì.

Silvia Naddeo, Eat Meet, 2009

Silvia Naddeo, Eat Meet, 2009

Bistrot Naddeo: realtà, virtualità, relazione

di Luca Maggio

“Il gioco è una funzione che contiene un senso.” Johan Huizinga, Homo ludens

È noto l’episodio narrato da Plinio il Vecchio in cui il pittore Zeusi, orgoglioso di aver ingannato alcuni uccelli che volevano beccare dell’uva da lui dipinta, venne a sua volta ingannato da un telo dipinto su un quadro dal rivale Parrasio.[1]

L’uso e il gioco di moltiplicazione del reale del trompe l’œil è dunque conosciuto sin dall’antichità anche in ambito musivo, basti pensare ai tanti esempi di “asárotos òikos”, il “pavimento non spazzato”, con la rappresentazione dei resti di un pasto e, sebbene l’inganno dell’occhio abbia trovato l’epoca di massimo splendore in età manierista e barocca, è giunto sino al nostro tempo.

Silvia Naddeo, Eg(g)0, 2009

Silvia Naddeo, Eg(g)0, 2009

Non mi riferisco tanto alle varie correnti e personalità dell’arte cinetica del secolo scorso, ma alla grande illusione del cinema e, tecnicamente, al moto dei singoli fotogrammi altrimenti fissi, mentre in anni recenti, a realtà virtuali come Second Life sviluppatesi in termini sempre più sofisticati: “al momento della scoperta del trompe l’œil si provava un piacere simile a quello che oggi proviamo con la realtà virtuale. Era una forma estatica del vedere che nasceva in un momento storico di grande cambiamento. Oggi viviamo nel Neo-barocco, che come il Barocco è un momento di cambiamento storico e sensoriale”[2].

Partendo da una tecnica musiva perfettamente curata nel dettaglio, l’attività figurativa messa a punto da Silvia Naddeo coglie questi ambiti di significato e vi si muove attraverso il punto d’osservazione del cibo inteso sia come passione personale[3] sia come catalizzatore socio-antropologico, essendo sempre più desiderosa di mettere in relazione le sue opere col pubblico o meglio con le persone grazie a media tecnologici multimediali.

Silvia Naddeo, Sweet Things (particolare), 2010

Silvia Naddeo, Sweet Things (particolare), 2010

Nel giro di brevi anni, l’attenzione dell’artista si è spinta da una produzione dall’eco iperrealista come nella carota gigante Eat meat  del 2009 o nelle uova a grandezza naturale di  Eg(g)o e Sweet things del 2009 e 2010, all’avviare studi sulle tradizioni culinarie popolari e tipiche di alcuni luoghi a lei noti come il classico crescione romagnolo con squacquerone e rucola ironicamente chiamato Romagna Pride[4] del 2011 o l’enorme e visivamente sontuosa Transition di ben 170 cm di diametro, realizzata grazie a una residenza d’artista presso la Ismail Akhmetov Foundation di Mosca nel 2012 e rappresentante il blin, la frittella-focaccina della tradizione russa accompagnata da panna acida e caviale, legata a origini antiche e culti pagani: la forma, il colore e il calore ricordano il sole e dunque la transizione di rinascita primaverile, tanto che il primo blin preparato con abiti rituali veniva offerto in senso propiziatorio alle anime dei morti. Poiché la storia del cibo è storia intima della cultura umana, i bliny si ritrovano oggi nella festa della Maslenitsa, corrispondente alla settimana carnevalesca precedente la Quaresima: sono quindi stati assorbiti dal cristianesimo, come del resto è avvenuto in occidente sin dall’associazione vino e pane quali sanguis et corpus Christi.[5]

Silvia Naddeo, Transition, 2012

Silvia Naddeo, Transition, 2012

Parallelamente a queste ricerche, forse nelle prime opere con un sincretismo più vicino a surrealtà, dada e pop della poetica di un Pino Pascali quanto all’apparente semplicità dei disegni, per quanto di realizzazione faticosa, e complessità dei simboli trattati, rispetto ad esempio ai Tableaux-Pièges di Daniel Spoerri (alla nostra artista interessa il cibo integro e non i suoi resti), è sempre più forte nella Naddeo la volontà di coinvolgere lo spettatore in modo più diretto, rendendolo soggetto attivo delle proprie opere.

Silvia Naddeo, Storia di una zucchina

Silvia Naddeo, Storia di una zucchina, 2011

Da una parte iniziano le narrazioni coi rimandi pittorico letterari dell’installazione Byron’s delight, vera e propria déjeuner sur l’herbe del 2011. Dall’altra, sul piccolo formato, ecco spuntare nello stesso anno la Storia di una zucchina in cui la comune verdura tagliata a rondelle racconta su ciascuna di queste la propria vicenda attraverso miniature su carta stampate col computer e incollate sul supporto musivo, dall’annaffiatura del primo seme sino all’ortaggio maturo che si sta guardando e toccando, con una sorta di autobiografia dall’umore meta-teatrale e pirandelliano, essendo comunque finto, ricostruito, in apparenza muto, l’oggetto a mosaico che a suo modo sta invece parlando.

Silvia Naddeo, Byron's Delight, 2011

Silvia Naddeo, Byron’s delight, 2011

Se ogni racconto necessita di un ascoltatore, il passaggio successivo della regia visiva della Naddeo avviene con l’operazione MyPanino del 2013 e consiste nel trasformare il visitatore in costruttore dell’opera, per cui ognuno può scegliere su una tavola gli ingredienti in mosaico preparati dall’artista e fabbricare da sé il panino specchio della propria personalità. Fatto questo si scatta una foto con un dispositivo connesso col sito www.mypaninoproject.com o con un mezzo proprio, smartphone o tablet, per poi condividerlo con l’hashtag #mypanino in vari social network: in pochi secondi, il millenario mosaico passa da tattile a multimediale, creando una galleria, anzi uno spartito di caratteri umani pressoché infinito variando preferenze e disposizione delle poche note di alimenti proposti.[6]

Silvia Naddeo, My panino

Silvia Naddeo, MyPanino (particolare), 2013

Questo si deve all’intuizione di Silvia Naddeo che cercando attraverso il cibo, centro mitico dell’umano, un sistema di relazioni fra oggetto, persona e comunicazione, ottiene quella che per Lévi –Strauss era “un’inversione del rapporto fra il mittente e il ricevente, giacché in fin dei conti è il secondo che si scopre significato dal messaggio del primo: la musica vive sé stessa in me, io mi ascolto attraverso di essa. Il mito e l’opera musicale appaiono dunque come direttori d’orchestra i cui uditori sono silenziosi esecutori.”[7]

Silvia Naddeo, A cena con – No ordinary dinner, 2015

Silvia Naddeo, A cena con – No ordinary dinner, 2015

Approfondendo il discorso sulla realtà virtuale collegata al mosaico, nel 2015 è la volta del progetto A cena con – No ordinary dinner presentato come il precedente al Premio GAeM[8]: su una tavola elegantemente apparecchiata per due sono presenti alcuni cibi in mosaico che rimandano a un misterioso artista, in questo caso Salvador Dalí. Per completare tale quadro e indovinare chi sia l’ospite, una volta che si siede l’invitato può letteralmente entrare nell’universo creativo del convitato di pietra attraverso una Google Cardboard, il visore virtuale che viene così posto in relazione ad un evento artistico, non solo musivo, in modo originale e inedito, creando un circuito ininterrotto che rende (quasi) impossibile distinguere fra sogno e realtà come voleva il vecchio Breton dei Vasi comunicanti (1932).

Sempre nel 2015 la Naddeo porta avanti un piccolo ma significativo piano musivo, Day by Day, un percorso manuale e digitale della durata di un anno in cui per ogni giorno/frammento viene scelta una tessera/frammento simbolo del giorno stesso, posta su un biglietto da visita firmato e datato, il tutto associato a un oggetto caratterizzante l’unicità del momento effimero e infine fotografato e pubblicato su daybydaysilvianaddeo.tumblr.com.

Silvia Naddeo, Day by Day, 2015

Silvia Naddeo, Day by Day, 2015

Questo omaggio quotidiano alla propria materia espressiva è anche testimonianza autentica del carpe diem oraziano, dal momento che “carpere” nel senso usato dal poeta non vuole genericamente dire “prendere, cogliere l’attimo”[9], ma “sbocconcellare” l’intero rappresentato dal tempo, giorno per giorno, anzi istante dopo istante, cercando di assaporare sino in fondo cosa sia quel mistero chiamato vita, senza necessariamente spiegarsi tutto.

Dunque la mente di questa artista è vero luogo dell’incontro di forme e mezzi materiali, umani, virtuali, una sorta di “Bistrot Naddeo” in cui sotto lo sguardo complice, presente, mai giudicante della proprietaria, gli incontri “respirano. I discorsi che vi s’incrociano sono pieni di illusioni e delusioni, desideri e paure, speranze e dubbi: insomma, per dirla tutta, d’intelligenza.”[10]

www.silvianaddeo.com

 

[1] Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, XXXV, 65, Milano 2000, p. 185.

[2] Derrick De Kerckhove, in Flaminio Gualdoni, Trompe l’œil, Ginevra-Milano 2008, p.26.

[3] “So che all’apparenza possa sembrare strano, ma trovo che il mosaico come la cucina abbiano molti punti di contatto e similitudini rispetto al processo creativo. Un mosaicista, come del resto un cuoco, sceglie accuratamente le materie prime che utilizzerà per creare ed esaltare la propria opera. Il taglio delle tessere non si discosta poi tanto dalla preparazione dei singoli alimenti, come poi  l’interazione che avviene tra di essi, l’attesa del risultato che si compone lentamente (e che a volte può richiedere l’aggiunta di un po’ più di condimento), fino al risultato finale che sfocia in un’esperienza di condivisione e nutrimento per i sensi. (…) Ciò che più mi affascina,  per quanto riguarda la tematica del cibo, è tutto quello che si nasconde dietro ad un alimento o pietanza che sia, gli aspetti socio culturali a cui è legato e che lo contraddistinguono.” Silvia Naddeo da un’intervista rilasciatami nel 2011 e pubblicata sul mio blog: https://lucamaggio.wordpress.com/2011/11/09/mosaico-oggi-intervista-a-silvia-naddeo/

[4] Quest’opera fa parte delle collezioni del CIDM – Centro Internazionale di Documentazione sul Mosaico, sezione del Mar – Museo d’Arte della città di Ravenna.

[5] Massimo Montanari, La fame e l’abbondanza. Storia dell’alimentazione in Europa, Bari 1997, pp.24-25.

[6] Volendo associare una musica al lavoro di Silvia Naddeo, il suo usare strumenti classici come la tradizionale tessera musiva in relazione a media contemporanei mi ricorda lo stile jazz di Page One di Joe Henderson e più delle sofisticazioni mascherate di semplicità e ironia di Quatre Hors d’Oeuvres e Quatre Mendiants di Rossini, le dinamiche delicate ma inusuali e piene di brio della Sonate K.282 en mi bémol majeur di Mozart.

[7] Claude Lévi-Strauss, Il crudo e il cotto, Milano 1990, p. 35 (Mythologiques I. Le cru et le cuit, Paris 1964).

[8] Il Premio Giovani Artisti e Mosaico viene organizzato dal CIDM di Ravenna ogni due anni dal 2011.

[9] Secondo il senso che si vuole attribuire alla frase, il latino prevede più verbi col significato di “prendere”, ad esempio l’oraziano “carpere”, oppure “capere” da cui “captivus”/“prigioniero”, o “sumere” nella Vulgata di San Girolamo, quando Cristo offre da mangiare agli apostoli il pane consacrato come suo corpo (Mc 14,22).

[10] Marc Augé, Un etnologo al Bistrot, Milano 2015, p. 83 (Éloge du bistot parisien, Paris 2015).

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Alice Viviani, Lo specchio dell'anima, 2009

Alice Viviani, Lo specchio dell’anima, 2009

Alice Viviani (Trieste, 1989): la tua formazione presso l’Istituto Statale d’Arte “Enrico e Umberto Nordio” di Trieste è stata anzitutto pittorica. Perché hai poi scelto la via del mosaico approfondendo questo discorso sino a diplomarti nel 2011 presso la Scuola Mosaicisti del Friuli?

Ho conosciuto il mosaico già all’età di sette anni quando la maestra delle elementari ha portato me e la mia classe a visitare la Scuola Mosaicisti del Friuli. Una volta tornata a casa non parlavo d’altro, così mio padre ha avuto un’idea geniale: ha preso un tappetino di gomma della nostra automobile e ci ha colato dentro del gesso: sono venute fuori delle tesserine quadrate che poi io ho dipinto e tagliato per creare dei mosaici. Quindi, a modo mio, già a quell’età ero una mosaicista! Prima ho frequentato l’Istituto d’Arte dal quale ho appreso le tecniche pittoriche e poi mi sono dedicata al mosaico. 

Alice Viviani, La Grafica, 2011

Alice Viviani, La Grafica, 2011

Pittura, acquaforte, lavorazione del vetro e, naturalmente, mosaico: questi, ch’io sappia, i tuoi approdi espressivi. A Ravenna, al premio GAEM 2011, avevi presentato un’opera significativamente intitolata La grafica, in cui davi un’interpretazione dendrocronologia singolare, con la sezione d’un tronco d’albero “secolare” (vista l’ampiezza del diametro di circa 2 metri) formata in realtà da sassi disposti concentricamente nella zona centrale, da foglietti arrotolati e matite colorate nella zona mediana ed elementi elettronici di computer nella parte più esterna, in una sorta di excursus della storia grafica umana, dagli albori alla corteccia virtuale attuale. Vorrei che parlassi liberamente della tua poetica, della tua ricerca in generale, con esempi tratti da tue opere, e del tuo rapporto col mosaico in particolare. 

Io ho un’idea di mosaico molto tradizionale: mi piace usare i marmi e gli smalti e quindi con quest’opera ho provato ad andare oltre. In realtà, sono ancora alla ricerca di me stessa, sono appena agli inizi e sto ancora cercando di trovare il mio stile. La cosa che mi affascina di più però è l’umanità e il suo cambiamento nei secoli, come, ad esempio, in base all’epoca in cui siamo cambino le priorità e i valori. Ecco, vorrei cercare di rappresentare attraverso il mosaico i sentimenti e l’animo umano.

Alice Viviani, Riflesso, 2011

Alice Viviani, Riflesso, 2011

Progetti attuali o futuri che vorresti realizzare?

Di progetti ne ho sempre tanti in mente, ma oggi come oggi è difficile dedicarsi totalmente all’arte, anche se sarebbe il mio sogno. Purtroppo bisogna fare delle scelte e dei sacrifici. Comunque, visto che mi appassionano sia il mosaico che la pittura, vorrei integrarle il più possibile e magari in futuro riuscire ad avere uno studio mio. 

Contatti: aliciottolina@yahoo.it

Alice Viviani, Copia di una vetrata di Arrigo Poz, 2010

Alice Viviani, Copia di una vetrata di Arrigo Poz, 2010

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Sonya Louro Do Rego, Roots, 2011

Sonya Louro Do Rego, Roots, 2011

Sonya Louro Do Rego (Johannesburg, South Africa, 1977): what was your course of study? How did you discover the language of mosaic?

Well, I grew up in South Africa and from a very early age I knew I wanted to be an artist, so all my life I’ve dedicated my studies to art – in every possible form. In high school, I had the most amazing and inspiring art teacher, Mr Gibb, who not only instilled in me a passion for painting and expressive use of colour, but also introduced us to the versatile technique of collage and use of the ‘found object’, which was very much a part of contemporary South African art in the 90’s. After finishing high school with solid training in drawing, painting and ceramics, I then went on to study Fine Arts at Rhodes University where I majored in Painting. It was here where my quest to create 3-D paintings was born. Although I had come across mosaic in the form of lovely decorative objects, it was many years later, while living in Italy, that the word ‘mosaic’ took on a whole new meaning – I had heard about this beautiful mosaic school in Spilimbergo and the minute I set foot inside I knew that I had found the medium I’d been looking for!

Sonya Louro Do Rego, Order, 2009

Sonya Louro Do Rego, Order, 2009

Sonya Louro Do Rego, Fall, 2011

Sonya Louro Do Rego, Fall, 2011

Drawing, painting, sculpture and mosaic: in which of these possibilities is your home?I find your work Fall (presented at the Prize GAEM 2011, Ravenna, Italy) very interesting both for its asymmetrical balance and the use of natural materials (shells and marble) that were used to obtain a final, 3-dimensional result that reminds me of a kind of fossilized dorsal spine or of a canyon, but perhaps it couldn’t be like this… Can you explain your way of interpreting the mosaic?

I’ve always been interested in exploring the boundaries between the various art forms. Despite my classical (and rather rigid) training in drawing and painting, I guess I’ve always leant towards sculpture as a means of expression, or more specifically, the use of sculpture as a means to break up the flatness of the image surface. So, in mosaic I’ve found a technique that, not only allows me to achieve this, but is ideal in pursuing another constant theme of mine: seriality. It’s in the repetitiveness of the ‘tessera’ that I aim to create rhythmic compositions. In Fall I’ve tried to capture the sense of something moving, something alive, yet ancient – like something that’s been lying dormant for ages and is now slowly stirring awake. Your interpretation is quite insightful – the title Fall refers to both a ‘waterfall’ and ‘the fall of mankind’. The composition is designed as a landscape in aerial view. And, yes, it’s a canyon, with a waterfall and a river running through. But it’s obviously not meant to be a figurative representation, but only serves as the foundation or the ‘canvas’ to then be mosaicked. The materials were specifically chosen and applied to create a flowing and cyclical composition, to be read like a story (or history, if you prefer), with a beginning, a middle, a cathartic ending and a rebirth. I couldn’t have found better materials to help express this: marble is eternal and is symbolic of man’s evolution; and the shells naturally evoke images of ancient remains and bones. I loved the idea of creating a composition that is vaguely reminiscent of an archaeological site.

Sonya Louro Do Rego, Come Undone 1 (Dyptich), 2009

Sonya Louro Do Rego, Come Undone 1 (Dyptich), 2009

Sonya Louro Do Rego, Come Undone 2 (Dyptich), 2009

Sonya Louro Do Rego, Come Undone 2 (Dyptich), 2009

What is the mosaic situation in your country and what are your plans for the future?

Actually, I now live in Italy permanently with my partner and my 1-year-old daughter. Here, in Friuli, I think I’m not alone in the struggle to have mosaic recognized as an art form. As my colleagues and I have had training at the ‘Scuola Mosaicisti del Friuli‘, we are generally seen as artisans, despite the school’s constant endeavors to promote and teach mosaic, not only as a trade, but also as a means of artistic expression. Mosaic is still predominantly used as a decorative technique in design and architecture or as a suitable method to make copies of preexisting images or artworks. Slowly this perception is changing as mosaicists are realizing the diversity that this medium provides and more and more ‘alternative’ mosaics are emerging. But at the moment, I still feel torn between working on commissions and dedicating my time to creating my personal pieces. As for my future projects, I’ve just recently started working after a long maternity leave. Being filled with the joy of motherhood, you can expect my new works to be far more colorful and uplifting. I’m also experimenting with a new medium, or rather, a very old craft: needlework!

sonyadorego.blogspot.it

Mosaic Art Now – Sonya Louro Do Rego

Sonya Louro Do Rego, Time, 2008

Sonya Louro Do Rego, Time, 2008

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Takako Hirai, Istinto, 2011 (foto D. Torcellini)

Takako Hirai (Kumamoto, Giappone, 1975): nel tuo Paese d’origine hai studiato e ti sei laureata nel 1999 in pittura presso la Hiroshima City University. Poi hai scelto l’Italia, Ravenna e il mosaico in particolare: cosa ti ha spinto verso questa direzione artistica?

Ho incontrato il mosaico nella gita scolastica dell’università, a Roma, nel 1997. Semplicemente mi è piaciuto.

Quando mi stavo per laureare ho pensato che non avrei potuto vivere solo facendo la pittrice, volevo imparare un mestiere… e ho scelto il mosaico .Volevo diventare una mosaicista artigiana e rimanere artista in campo pittorico. Per imparare il mosaico, ricercando su internet, si va a Ravenna ed effettivamente sono arrivata qua.

Perché il mosaico? Penso che sia per la sua materialità. Anzitutto è stata l’impressione a coinvolgermi e poi il tatto. Ho provato una specie di “simpatia” molto naturale.

Per la verità, tante volte ho pensato di aver sbagliato e ogni tanto, ancora, mi fa sorridere il motivo della mia scelta. Comunque, ora sono abbastanza sicura di non aver sbagliato.

Takako Hirai, In silenzio, 2010

Hai partecipato a numerose mostre in ambito nazionale e internazionale, non ultimo il premio GAEM 2011, svoltosi a Ravenna lo scorso autunno.

Al centro della tua ricerca è il rapporto, anzi la simbiosi fra essere umano e natura: grazie al tuo uso sapiente di micromosaico e gradazioni cromatiche (va da sé, molto pittoriche), le silhouettes umane si nascondono fra rami d’albero ed erbe alte, sino a diventare parte della flora stessa: potresti parlare di come è nata questa tua visione e identificazione col mondo vegetale?

Nelle mie opere ci sono sempre i miei pensieri (sentimenti). Scelgo un luogo dove vorrei essere nel momento in cui ho un pensiero (come su un albero o tra l’erba per scappare o ammirare, etc.).

Essere in un posto dove c’è la flora mi fa sentire protetta (fino ad essere “invidiosa” dell’essenza del mondo vegetale).

Takako Hirai, In silenzio (particolare), 2010

Perché due immagini sovrapposte? È un dilemma che ovviamente deriva dal mio carattere, dai pensieri che vorrei nascondere, ad esempio. La verità è che vorrei che questi miei pensieri venissero scoperti (letti)… sono come indecisa, nel profondo.

Per quanto riguarda la tecnica, l’ho trovata grazie all’esperienza accumulata nei lavori pratici in campo musivo. Ma l’idea di esprimermi in questo modo (nascondere un’altra figura ovvero trasformare il mio pensiero in una figura.), l’avevo già in pittura, anche se non ero mai riuscita a realizzarla perché il materiale, anche tecnicamente, non mi sembrava adatto alla piena espressione del mio concetto.

Takako Hirai, Pensiero, 2011 (foto D. Torcellini)

Per anni hai collaborato con lo studio Koko Mosaico di Luca Barberini e Arianna Gallo, mentre attualmente lavori presso altri laboratori musivi: come vedi il tuo futuro, qui in Italia o all’estero? E, artisticamente, continuerai solo col mosaico o, ogni tanto, tornerai alla pittura?

Mi piacerebbe restare in Italia, ma le mie opere possono andare ovunque!

Il mosaico e la pittura: mi servono entrambi. Le differenze di materiali e tecniche mi offrono diverse possibilità espressive, oltre a piacermi ogni ambito, anche al tatto.

Info e contatti: takakoirahi@gmail.com

Takako Hirai, Cercando una casa, 2005

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Sergio Policicchio, Corpi Celesti, marmo, 2011

Sergio Policicchio (Buenos Aires, Argentina, 1985): la tua formazione è informatica con una passione per la ricerca teatrale e performativa, tutti ambiti piuttosto dinamici. Poi nel 2007 la decisione di iscriverti all’Accademia di Belle Arti di Ravenna per studiare e approfondire il mosaico, che per definizione è qualcosa di piuttosto stabile e duraturo: cosa ti ha spinto in questa direzione? Un desiderio di completamento in senso opposto a quanto già conoscevi o stavi sperimentando?

La decisione di iscrivermi all’Accademia di Ravenna è maturata in due anni di transizione trascorsi a Bologna. Dopo un anno di studio al Dams con  indirizzo Artistico, scelsi di iscrivermi all’Accademia di Belle Arti: in un primo momento pensavo all’Accademia di Bologna, poi decisi di tornare a Ravenna, mi piaceva l’idea di un luogo meno dispersivo in cui poter iniziare a costruire un percorso di studi. Dopo questo primo anno al Dams e dopo due anni di collaborazione con la compagnia teatrale Motus, la mia idea di Accademia gravitava attorno alle arti visive contemporanee con una coscienza particolare alla presenza fisica, allo spazio che il corpo costruisce, al suo tempo. L’incontro con il mosaico è stato del tutto casuale, in coincidenza al momento in cui l’Accademia chiudeva tutti gli altri corsi per mantenere soltanto il corso di “Mosaico sperimentale” e, dopo un po’ di tempo per riflettere, ho deciso di provare. Mi piacevano due cose di questa situazione: la prima era la ricchezza di “attraversare” una possibilità che altrimenti avrei escluso, l’altra, proprio attraverso questa ricchezza, era quella di creare comunque il mio personale percorso di studi imparando un altro linguaggio, imparando ad ascoltare altri suoni. 

Sergio Policicchio, Presenza, marmi su lastra di pietra, 2011

Ho visto l’opera Presenza, selezionata per partecipare al Premio G.A.E.M. 2011: su una lastra di pietra grezza di dimensioni non grandi (cm 32×48,5×7), hai cumulato tessere marmoree, bianche per lo più, talvolta sovrapposte, il tutto intorno a un nucleo colorato formato da due scaglie rosso e oro. Attorno altre micro tessere, ora disposte in file verticali, ora in semiarchetti che si intersecano, ora isolate e sparse in casualità apparente, ma tali che il disegno finale risulta armonico nel suo complesso anche in rapporto alla superficie, non un semplice supporto dunque, ma parte integrante dell’opera stessa. È stato scritto che questa visione ricorda costruzioni primitive riprese dal satellite: a me, ad esempio, ha riportato la memoria ai templi megalitici di Malta, ma è solo una suggestione personale.

Sergio Policicchio, Ciò che vede l'acqua nella roccia (particolare), marmo, filo, installazione 2012

Ho poi avuto modo di vedere altri tuoi lavori, dalle installazioni con fili di tessuti ai ritratti col micromosaico su base fotografica, ad esempio. Vorrei che parlassi della tua poetica, dei materiali che prediligi e della tua idea di mosaico, che cosa cerchi in esso e con esso.

Il mosaico per me è stato in primo luogo una Materia e cioè la Pietra, e in secondo luogo un modo per dialogare con questa materia. Il taglio è stato la mia idea di mosaico per tutto il primo anno: la mia ricerca ha avuto inizio proprio da quel luogo mentale e anche fisico, per arrivare alla fine del primo anno a un’idea di mosaico infinitamente piccolo, un’indagine sul micro, un’indagine, questa, statica e molto introspettiva, e, come la Pietra dalla quale è nata, con un tempo quasi geologico. “Presenza” è stato il primo momento in cui la ricerca formale è diventata un lavoro vero e proprio. “Presenza” è anche un “ritorno”: ritorno da un viaggio di sei mesi a Bilbao e di conseguenza quasi un ritorno da un altro mondo. Con questo lavoro che ho fatto appena tornato a Ravenna ho cercato di fissare un vissuto intenso e ricco di esperienze ed è un lavoro che nasce dalla Pietra e finisce in essa, è la Pietra che parla. La Pietra: è questo il nocciolo della mia poetica, come cardine, punto fisso attraverso il quale ascoltare e confrontare le forze dinamiche con le quali convivo e mi nutro, che sia la performance, il disegno frenetico o le camminate infinite in un luogo completamente sconosciuto è attraverso la Pietra e il suo tempo geologico che tutte le cose, per caotiche che possano sembrare, acquistano un ordine. Pensare che tutte le generazioni degli uomini siano (cronologicamente parlando) concentrate in pochi centimetri quadri dentro le venature di un frammento di pietra è per me una suggestione immensa ed è attraverso questa suggestione che le cratofanie antiche acquistano una validità senza tempo e in questa validità, questa materia acquista una “virtualità” creativa che contempla sia la pietra ma anche tantissime altre cose del mondo. 

Sergio Policicchio, In tensione verso (particolare), marmo, filo, installazione 2011

Infine, una cosa che amo chiedere anche come buon augurio: a che punto sei della tua ricerca e quali progetti hai o vorresti avere per il futuro?

Credo profondamente nella scelta delle cose: scegliere di intraprendere un percorso di ricerca artistica per me è inscindibile da una ricerca personale. Non so dire gli sviluppi di un percorso che implica il vivere giorno dopo giorno, ma se “un uomo si confonde con la forma del suo destino, se un uomo è alla fine ciò che lo determina” (da L’Aleph, J.L.Borges), vorrei che questa “forma” non tradisca la scelta che sto vivendo.

Info e contatti: sergiopolicicchio@libero.it

Sergio Policicchio, Sonorità, disegno, 2011

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