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Posts Tagged ‘primo aprile’

Come ogni anno, questo blog ricorda il primo aprile per il significato gioioso che questa data ha ormai da millenni. Pochi mesi fa, è uscito un libretto delizioso di Alessandra Palombo, Poesie in tautogramma, per i tipi di Interno Poesia che ho il piacere di seguire come editore sin dalla prima pubblicazione nel 2016 e come sito denso di perle numerose dall’aprile 2014.

Scrive Alessandro Fo nella prefazione: “Contro una dilagante aberrazione, in deriva sempre più marcata rispetto a ciò che vorremmo identificare come “umano”, il tautogramma stilizza in trame di un’araldica quasi trascendentale ciò che noi siamo, ciò che non vogliamo.”

Alla perizia stilistica della Palumbo, all’esattezza delle parole tutte dalla medesima iniziale, risponde anche un significato spesso umoristico e graffiante (ma non solo), talché m’è parsa scelta perfetta per questa cadenza annuale. Buona lettura e buon pesce d’aprile.

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Menù

Marco,

marito mio,

mangiasti martedì

mirabile menù:

mortadella, malfatti

maccheroni, minestra,

maiale, milanese,

mezzo manzo;

mescesti malvasia,

misurasti marsala,

masticasti merluzzo,

melone, melagrana,

mordicchiasti mela,

mirtilli, meringhe,

mieloso millefoglie,

moristi mercoledì

mormorandomi:

“magnifico menù,

mogliera mia.”

Alessandra Palombo, Poesie in tautogramma, Interno Poesia 2019

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Gaiezza

Girare giardini,

guardare germinare

gemme, germogliare

gigli, gialle ginestre,

gelsomini, garofani,

gerbere, gerani.

Guardare gabbiani

giovani giocare,

girellare gatti,

gustare gelato

genuino,

giornate gioiose.

Gaudio!

Grazie Grande G.

Alessandra Palombo, Poesie in tautogramma, Interno Poesia 2019

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Leggere

Leggere

lacera limiti,

linee, lontananze.

Livella.

Lava lacrime

-lapsus!-

leva lacune.

Lievita, lima

Leviga logica.

Leggere

lumina,

largisce leggiadria,

libera.

Alessandra Palombo, Poesie in tautogramma, Interno Poesia 2019

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Amo l’opera di Adriano Spatola (Sappiane, 1941 – Sant’Ilario d’Enza, 1988), intellettuale, saggista, editore e anzitutto poeta totale. Poco tempo fa mi è capitato di trovare la bellissima raccolta Diversi accorgimenti che uscì nel settembre 1975 per i tipi delle sue mitiche edizioni Geiger.

Mi sono accorto che questo libro presentava delle piccole sorprese e non a caso pubblico questo articolo oggi, strano giorno in cui coincidono la Pasqua cristiana e il primo aprile, ricorrenza pagana e unica data che questo blog festeggia annualmente.

Tornando al mio volumetto, alcune pagine hanno una tinta azzurrina, un probabile errore di stampa, e su altre addirittura impronte digitali (del tipografo? Dello stesso Spatola?).

Poi, sulla quarta di copertina, la citazione della nota critica di Luciano Anceschi è riportata solo parzialmente, mentre sulla sinistra, prima del prezzo, peraltro di lire 4000 a differenza delle 2400 consuete, c’è fra parentesi la scritta “ristampa”, benché all’interno l’edizione risulti sempre del settembre 1975. Infine, sempre vicino al prezzo ma verso destra è applicata un’etichetta, forse coeva, con la cifra 30/100, quasi fosse una riedizione limitata.

Incuriosito, ho domandato qualche lume al fratello di Adriano, ovvero Maurizio Spatola, che curando il prezioso Archivio e l’ottimo Blog ad esso collegato, non solo ha risposto con grande gentilezza, ma mi ha anche accordato il permesso di pubblicare qualche immagine del libretto, peraltro visibile per intero al seguente link:

www.archiviomauriziospatola_diversiaccorgimenti

Dunque Maurizio Spatola ha escluso che si possa trattare di un’edizione pirata successiva alla prima, “anche per la variazione del prezzo troppo limitata. Ritengo invece che mio fratello, accortosi di qualche errore di stampa o refuso, abbia fatto una piccola ristampa corretta, numerando poi le copie per poter giustificare l’aumento del prezzo in copertina.” Inoltre, l’ipotesi di ristampa per correzione è l’unica possibile visto che la prima tiratura non andò esaurita. Resta la stranezza dell’etichetta e delle pagine azzurrine non presenti nelle copie in possesso del Sig. Maurizio e che rendono ai miei occhi ancor più prezioso il mio volumetto, benché queste impurità potrebbero far storcere il naso a più di qualche bibliofilo purista. Poco male e buon pesce d’aprile pasquale a tutti voi!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Premessa: presento di seguito il mio testo critico pubblicato per la mostra Achiropita di Nicola Montalbini, inaugurata sabato 1 aprile presso la galleria Il Coccio di Ravenna (Via Agnello Istorico 6), dove sarà visitabile sino al 13 aprile. Non perdetevela!

Nicola Montalbini, Sanpietrini, inchiostri su carta, 2017

Nicola Montalbini. Segni, ossimori 

di Luca Maggio

Il visibile si porta in spalle tutto l’invisibile. Charles Wright, Breve storia dell’ombra 

Sanno di pazienza i minuti inchiostri naturali su carta di Nicola Montalbini, odorano di tempo meditato, d’osservazione di cose talvolta minime restituita agli occhi con l’invito sottinteso a fermarsi, guardare e ragionare di pittura. I soggetti importano fino a un certo punto. O importano proprio perché quasi neutri essendo a chiunque noti. Morandi docet.

Ed è morandiano l’atteggiamento solitario dell’artista, come la sua insistita maniacalità tessitrice (o da orefice, come lui ama definirla), che lo porta segmento dopo segmento tracciato in punta di pennello a “dare stile al caos” direbbe Pasolini, ovvero dal disordine grandinante delle singole migliaia di segni-cellula alla visione ordinata e precisissima dell’insieme che riformula porzioni di mondo dai più ignorate: anziché le bottiglie, i vasi o i bicchieri del grande bolognese, appaiono qui sampietrini, murature in mattone, finestre, porte, infissi talvolta rotti, particolari d’abitazioni di cui s’intuisce l’abbandono o la vita attraverso una luce accesa o una tenda mossa dal vento e creata lasciando abitare dal bianco stesso della carta quella minuscola parte di spazio che rappresenta il tessuto. Il dialogo fra Montalbini, i suoi strumenti e supporti è sempre fitto. E diversi sono i riferimenti colti sapientemente occultati.

Nicola Montalbini, La finestra, dalla serie ‘Prospettive rovesciate’, inchiostri su carta, 2017

La metafora dell’Alberti che intendeva il quadro come “una finestra aperta sul mondo”, diviene qui il suo opposto visto che numerosi soggetti sono proprio le finestre e dunque l’artista suggerisce di guardare non attraverso esse ma esattamente esse stesse (e forse proprio in virtù di questa scelta speculare sono albertiane all’ennesima potenza).

Nicola Montalbini, Buonamico dell’Antichità, dalla serie ‘Chiese Scomparse ‘, inchiostri su carta, 2017

Se la riflessione sul tempo e il silenzio può far pensare a Morandi, in realtà per l’intensità dei segni è alla grafica pressoché sconosciuta di Domenico Gnoli che il nostro guarda, come, d’altro canto, alla scultura del romanico padano potente e solida benché aerea nel suo essere sospesa su capitelli e pareti sacre. E dunque radicano l’immaginario montalbiniano Wiligelmo, Antelami, Nicolaus (con una strizzata d’occhio, qualche secolo più in là, al gusto antiquario del Mantegna e al suo carattere marcato e insieme sofisticato), tanto che questi piccoli inchiostri-formelle possono considerarsi la sua interpretazione dei cicli dei mesi medievali e giocano a ridare in leggerezza di materiali cartacei e tecnica usata la pesantezza muraria di caseggiati o marmorea di sarcofagi e amboni paleocristiani, colorati proprio perché il loro viaggio nel tempo li presenta oggi slavati, o ancora la compattezza del Mausoleo teodericiano, protagonista d’una miniserie in cui Montalbini indulge all’ironia nel passaggio fra la messa in opera della cupola all’inizio del VI secolo, a un uso surreale della vasca sepolcrale colma d’acqua, sino al progressivo abbandono dell’area sommersa dalle falde acquifere sottostanti in cui nuota un minuscolo Corrado Ricci, per chiudere con una visione di futuro post-umano in cui l’integrazione fra pietra e natura è definitiva e irreversibile.

Nicola Montalbini, La vasca, dalla serie ‘La Rotonda del Re’, inchiostri su carta, 2016

Eliminare la presenza della figura umana, sebbene evocata dai manufatti che l’uomo sa realizzare, è tipico della produzione anche precedente di Montalbini. E nemmeno queste serie, nate fra l’estate del 2016 e l’inizio del 2017, fanno eccezione: l’artista con ironia, anzi con piacere, svuota le case dai vivi e tratteggia piuttosto elenchi di finestre e selve di sarcofagi, póleis labirintiche che custodiscono morti. Come luminosamente ha intuito il poeta Charles Wright nel suo Omaggio a Giorgio Morandi: “È giusto che noi ti vediamo soprattutto dove non ci sei, tra i tuoi oggetti”. Ecco cosa sono queste decine di inchiostri: un unico autoritratto.

Nicola Montalbini. Achiropita

Testi di Luca Maggio e Paola Babini

Dall’1 al 13 aprile 2017

Galleria Il Coccio, Via Agnello Istorico 6, Ravenna (tel. 0544.34269)

Orari 9-12 / 16-19 (lunedì e domenica chiuso)

Contatto artista: nicola.montalbini@libero.it

 

Nicola Montalbini, Senza titolo, dalla serie La Città di Dio, inchiostri e acquarello su carta, 2016

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Ravenna, piazza Kennedy, rendering del progetto preliminare del 2012

Quest’anno il pesce d’Aprile più clamoroso (e caro) lo ha regalato l’amministrazione di Ravenna, da sempre targata PD e predecessori, inaugurando qualche settimana fa nel cuore del centro storico la rinnovata Piazza Kennedy, fortunatamente in modo sommesso e una volta tanto senza trombe visto il risultato più che modesto, anzi oggettivamente brutto a fronte di oltre 1,2 milioni di euro finanziati dalla Fondazione Banca del Monte di Bologna e Ravenna.

Ravenna, piazza Kennedy, con le toilettes poste a ottobre 2016 e rimosse a inizio marzo 2017

Ravenna, piazza Kennedy, la rimozione delle famigerate toilettes a inizio marzo 2017

Se si considerano i tempi biblici impiegati (il primo “concorso di idee” nel 2010, il progetto preliminare nel 2012, vari rimaneggiamenti comunali sempre più degradanti, poi i lavori effettivamente partiti nel giugno 2015 e infine l’apertura nel marzo 2017) per avere una spianata lastricata anonima e senza la minima idea o identità, caratterizzata, si fa per dire, da qualche alberello con panche usate la sera (almeno quelle!) dai senzatetto e una moltitudine di dissuasori stradali fissi in metallo (fra l’altro disposti pure asimmetricamente e con un evidente rattoppo stradale a frittata fatta…), verrebbe da gridare al capolavoro, giustamente subito impiegato per contenere bancarelle di cibarie e fritti vari come da foto sottostante, in cui si nota la ciliegina sulla torta evidenziata in rosso: ricordate l’enorme toilette da 180 mila euro che per mesi ha ornato la piazza e che su sollevazione popolare è stata rimossa a inizio marzo (peraltro, continuando a piovere sul ridicolo, date le dimensioni si è pure incastrata in via San Gaetanino durante le operazioni di trasporto)?

Bene, ciò che vedete è il rimanente, ovvero il container occupante parte dell’area d’ingresso alla piazza, ormai inamovibile poiché all’interno è stata dislocata la centrale elettrica di tutta la zona. Lo so, mi ripeto: capolavoro!

Dunque buon primo aprile a tutti, per quanto qui a Ravenna la risata sia a denti stretti e sappia più di spreco, cattivo gusto, tragicommedia estetica e squallore interiore di chi ha voluto, progettato, autorizzato e così realizzato una tale permanente miseria.

Ravenna, piazza Kennedy, marzo-aprile 2017

Ravenna, piazza Kennedy, marzo-aprile 2017

Ravenna, piazza Kennedy, marzo-aprile 2017

Ravenna, piazza Kennedy, marzo-aprile 2017, il rattoppo stradale (evidenziato in rosso) al posto di un dissuasore mal piantato

 

 

 

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Premessa: come ogni anno, l’unica ricorrenza che il blog festeggia è il primo aprile, stavolta dedicato al grandissimo Paolo Poli (che fortuna averlo visto anni fa a teatro!) attraverso un’immagine di Warhol e i versi sui Fiori del suo amato Palazzeschi, qui presentati nella loro versione originale del 1913. Buon divertimento.

Andy Warhol, Flowers, 1964

Andy Warhol, Flowers, 1964

Non so perché quella sera….
fossero i troppi profumi del banchetto….
irrequietezza della primavera….
un’indefinita pesantezza
mi gravava sul petto,
un vuoto infinito mi sentivo nel cuore….
ero stanco, avvilito, di malumore.
Non so perché, io non avea mangiato,
e pure sentendomi sazio come un re
digiuno ero come un mendico, chi sa perché?
Non avea preso parte
alle allegre risate,
ai discorsi consueti
degli amici gai e lieti;
tutto m’era sembrato sconcio,
tutto m’era parso osceno,
non per un senso vano di moralità,
che in me non c’è,
e nessuno si era curato di me,
chi sa….
O la sconcezza era in me….
o c’era l’ultimo avanzo della purità.
M’era, chi sa perché, sembrata quella sera
terribilmente pesa
la gamba che la buona vicina di destra
teneva sulla mia
fino dalla minestra.
E in fondo…
non era che una vecchia usanza,
la più vecchia del mondo.
La vicina di sinistra,
chi sa perché,
non mi aveva assestato che un colpetto
alla fine del pranzo, al caffè;
poi mi aveva ficcato in bocca mezzo confetto.

 

Quando tutti si furono alzati,
e si furono sparpagliati

di qua e di là,
negli angoli, nei vani delle finestre,
sui divani e sofà
di qualche romito salottino,
io, non visto, uscii nel giardino
per prendere un po’ d’aria.
E subito mi parve d’essere liberato,
la fresca e pura aria
irruppe nel mio petto
risolutamente,
e il mio petto si sentì rinfrancato.

Bella sera luminosa!
Fresca, di primavera!
Pura e serena!
Milioni di stelle amorose
sembravano occhi di purità

sorridermi dal firmamento.
Come mi sentivo contento!
Salde, robuste piante
dall’ombre generose,
sotto voi passeggiare,
sotto la vostra sana protezione obliare,
ritrovare i nostri pensieri più puri,
sognare casti ideali,
dimenticare tutti i mali del mondo,
degli uomini,
tutte le nefandezze!
Fra voi fiori sorridere,
fra i vostri profumi soavi,
angelica carezza di frescura,
esseri pura della natura!
Oh! com’è bello, sentirsi libero cittadino,
solo, nel cuore di un giardino!

 

– Zz…. Zz.…
– Che c’è?
– Zz…. Zz….
– Chi è?
M’avvicinai donde veniva il segnale,
all’angolo del viale
una rosa voluminosa
si spampanava sulle spalle
in maniera scandalosa

il décolleté.
– Non dico mica a te.
Faccio cenno a quel gruppo di bocciuoli
che son sulla spalliera,
ma non vale la pena.
Magri affari stasera,
questi bravi figliuoli
non sono in vena.
– Ma tu chi sei? Che fai?
– Bella, sono una rosa,
non m’ài ancora veduta?
Sono una rosa e faccio la prostituta.
– Chi?… Te?…
– Io, sì, che male c’è?
– Una rosa?
– Una rosa, perché?
All’angolo del viale
aspetto per guadagnarmi il pane,
faccio qualcosa di male?
– Oh!…
– Che diavolo ti piglia?
E credi che sien migliori,
i fiori,
in seno alla famiglia?
Voltati, dietro a te,
lo vedi quel cespuglio
di quattro personcine,
due grandi e due bambine?
Due rose e due bocciuoli?
Sono il padre, la madre, coi figlioli.
Se la intendono…. e bene,
tra fratello e sorella,
il padre se la fa colla figliola….
la madre col figliolo….
Che cara famigliola!
Mio caro, è ancor miglior partito
farsi pagar l’amore
a ore,
che farsi maltrattare
da uno sconcio marito.
Quell’oca dell’ortensia,
senza nessun costrutto,
si fa finir tutto
da quel coglione

del girasole.
Vedi quei due garofani
al canto della strada?
Come sono eleganti!
Campano alle spalle delle loro amanti
che fanno la puttana
come me.
– Oh!… Oh!…
–  Oh! Ciel che casi strani,
due garofani ruffiani!
E lo vedi quel giglio,
lì, al tronco di quel tiglio?
Che arietta ingenua e casta!
Ah! Ah! Lo vedi? È un pederasta.
– No! No! Basta!
– Mio caro, e ci posso far qualcosa,
se il giglio è pederasta,
se puttana è la rosa?
– Anche voi!
– Che meraviglia!
Saffica è la vainiglia.
E il narciso, specchiuccio di candore,
si masturba quando è in petto alle signore.
– Anche voi!
– E la violaciocca….
fa certi lavoretti con la bocca….
– Anche voi, poveri fiori,

misero pasto delle passioni!
– E la modestissima violetta,
beghina d’ogni fiore?
Fa lunghe processioni di devozione
al signore,
poi…. all’ombre dell’erbetta….
sapessi cosa fa del ciclamino….
È la più gran vergogna
corrompere un bambino!

 

Alzai la testa al cielo
per trovare un respiro.
Mi sembrò dalle stelle pungermi
un malefico cinguettio!
Mi gettai sulla terra

prono, bussando con tutto il corpo affranto!
Basta! Basta!
Ò paura!
Dio!
Abbi pietà dell’ultimo tuo figlio,
aprimi un nascondiglio
fuori della natura!

 

Aldo Palazzeschi (Firenze, 1885 – Roma 1974), I fiori da L’incendiario, 1913 (2ª edizione), pp.199-204.

 

 

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Premessa: come ogni anno tengo a festeggiare la ricorrenza del “pesce d’aprile” (ecco perché, come consuetudine, non ho pubblicato questo lunedì). Quest’anno lascio la parola all’intelligenza ironica, intellettuale, dissacrante, paradossale del grande Duchamp che, passata la Pasqua, terrà compagnia ai miei lettori sino a lunedì 13 aprile. Buone festività.

Marcel Duchamp, Roue de bicyclette, 1913

Marcel Duchamp, Roue de bicyclette, 1913 

Nel 1913 ebbi la felice idea di fissare una ruota di bicicletta su uno sgabello da cucina e di guardarla girare.

Qualche mese dopo comprai una riproduzione a buon mercato di un paesaggio invernale, di sera, che chiamai Farmacia dopo avervi aggiunto due piccoli tocchi, uno rosso e l’altro gallo, sull’orizzonte.

A New York nel 1915 comprai in un emporio una pala da neve su cui scrissi: “In advance of the broken arm” (Anticipo per il braccio rotto).

È più o meno in quel periodo che mi venne in mente il termine readymade per indicare questa forma di manifestazione.

C’è un punto che voglio definire molto chiaramente: la scelta di questi readymade non mi fu mai dettata da un qualche diletto estetico. La scelta era fondata su una reazione d’indifferenza visiva, unita a una totale assenza di buono o cattivo gusto… dunque un’anestesia completa.

Una caratteristica importante: la breve frase che scrivevo sul readymade.

Questa frase non descriveva l’oggetto come avrebbe potuto fare un titolo, ma era destinata a condurre la mente dello spettatore verso altre regioni più verbali. Talvolta vi aggiungevo un particolare grafico di presentazione; in tal caso, per soddisfare la mia simpatia per le allitterazioni, lo chiamavo ready-made aided (readymade aiutato).

Marcel Duchamp, Égouttoir, 1964 (originale perduto del 1914)

Marcel Duchamp, Égouttoir, 1964 (originale perduto del 1914)

Un’altra volta volendo sottolineare l’antinomia fondamentale tra l’arte e i readymade, immaginai un readymade reciproco (reciprocal ready-made): servirsi di un Rembrandt come tavolo da stiro!

Ben presto mi resi conto del danno che poteva procurare l’offerta indiscriminata di questa forma di espressione, e decisi così di limitare la produzione dei readymade a un piccolo numero ogni anno. Mi accorsi allora che per lo spettatore, più ancora che per l’artista, l’arte è una droga ad assuefazione e io volevo proteggere i miei readymade da una simile contaminazione.

Un altro esempio del readymade è che non ha niente di unico… la replica di un readymade trasmette lo stesso messaggio; infatti quasi tutti i readymade esistenti oggi non sono degli originali nel senso proprio del termine.

Un’ultima osservazione per concludere questo discorso da egomaniaco: come i tubetti di pittura utilizzati dall’artista sono prodotti di manifattura e già pronti, dobbiamo concludere che tutte le tele del mondo sono dei readymade aiutati e dei lavori di assemblaggio.

Marcel Duchamp (1887-1968) A proposito dei ready-made, in Art and Artist, London, luglio 1966, p.47 (Marcel Duchamp, Scritti, Milano 2005, pp.165-166).

Marcel Duchamp, Fountain, 1917 (fotografata da Alfred Stieglitz)

Marcel Duchamp, Fountain, 1917 (fotografata da Alfred Stieglitz)

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Oskar Kokoschka, Ritratto di Karl Kraus, 1925, Museum Moderner Kunst, Vienna

Oskar Kokoschka, Ritratto di Karl Kraus, 1925, Museum Moderner Kunst, Vienna

 

Come promesso nella premessa di ieri, ecco la pagina del primo aprile quest’anno dedicata al sottile ingegno mitteleuropeo di Karl Kraus (Jičín 1874 – Vienna, 1936): 

“Molti desiderano ammazzarmi. Molti desiderano fare un’oretta di chiacchiere con me. Dai primi mi difende la legge.”

“Un aforisma non ha bisogno di essere vero, ma deve scavalcare la verità. Con un passo solo deve saltarla.”

“Un aforisma non si può dettare su nessuna macchina per scrivere. Ci vorrebbe troppo tempo.”

“L’aforisma non coincide mai con la verità; o è una mezza verità o una verità e mezzo.”

“La donna è coinvolta sessualmente in tutti gli affari della vita. A volte perfino nell’amore.

“Quanto poco c’è da fidarsi di una donna, che si fa cogliere in flagrante fedeltà! Oggi fedele a te, domani a un altro.”

“Per essere perfetta le mancava solo un difetto.”

“Sotto il sole non c’è essere più infelice del feticista che brama una scarpa da donna e deve contentarsi di una femmina intera.”

“Non è vero che non si possa vivere senza una donna. È vero soltanto che senza una donna non si può aver vissuto.”

“La moralità è ciò che, pur senza essere osceno, offende grossolanamente il mio senso del pudore.”

“Le pene servono a spaventare coloro che non vogliono commettere peccati.”

“Lo scandalo comincia quando la polizia vi mette fine.”

“Ciò che nello sciovinismo non è simpatico non è tanto l’avversione per le altre nazioni quanto l’amore per la propria.”

“La vita familiare è un’interferenza nella vita privata.”

“La democrazia divide gli uomini in lavoratori e fannulloni. Non è attrezzata per quelli che non hanno tempo per lavorare.”

“Mentire per necessità è sempre perdonabile. Ma chi dice la verità senza esservi costretto non merita nessuna indulgenza.”

“Ci sono certi scrittori che riescono ad esprimere già in venti pagine cose per cui talvolta mi ci vogliono addirittura due righe.”

Karl Kraus, da Detti e contraddetti (a cura di R. Calasso, Adelphi, Milano, 1992).

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