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Posts Tagged ‘primo aprile’

Premessa: presento di seguito il mio testo critico pubblicato per la mostra Achiropita di Nicola Montalbini, inaugurata sabato 1 aprile presso la galleria Il Coccio di Ravenna (Via Agnello Istorico 6), dove sarà visitabile sino al 13 aprile. Non perdetevela!

Nicola Montalbini, Sanpietrini, inchiostri su carta, 2017

Nicola Montalbini. Segni, ossimori 

di Luca Maggio

Il visibile si porta in spalle tutto l’invisibile. Charles Wright, Breve storia dell’ombra 

Sanno di pazienza i minuti inchiostri naturali su carta di Nicola Montalbini, odorano di tempo meditato, d’osservazione di cose talvolta minime restituita agli occhi con l’invito sottinteso a fermarsi, guardare e ragionare di pittura. I soggetti importano fino a un certo punto. O importano proprio perché quasi neutri essendo a chiunque noti. Morandi docet.

Ed è morandiano l’atteggiamento solitario dell’artista, come la sua insistita maniacalità tessitrice (o da orefice, come lui ama definirla), che lo porta segmento dopo segmento tracciato in punta di pennello a “dare stile al caos” direbbe Pasolini, ovvero dal disordine grandinante delle singole migliaia di segni-cellula alla visione ordinata e precisissima dell’insieme che riformula porzioni di mondo dai più ignorate: anziché le bottiglie, i vasi o i bicchieri del grande bolognese, appaiono qui sampietrini, murature in mattone, finestre, porte, infissi talvolta rotti, particolari d’abitazioni di cui s’intuisce l’abbandono o la vita attraverso una luce accesa o una tenda mossa dal vento e creata lasciando abitare dal bianco stesso della carta quella minuscola parte di spazio che rappresenta il tessuto. Il dialogo fra Montalbini, i suoi strumenti e supporti è sempre fitto. E diversi sono i riferimenti colti sapientemente occultati.

Nicola Montalbini, La finestra, dalla serie ‘Prospettive rovesciate’, inchiostri su carta, 2017

La metafora dell’Alberti che intendeva il quadro come “una finestra aperta sul mondo”, diviene qui il suo opposto visto che numerosi soggetti sono proprio le finestre e dunque l’artista suggerisce di guardare non attraverso esse ma esattamente esse stesse (e forse proprio in virtù di questa scelta speculare sono albertiane all’ennesima potenza).

Nicola Montalbini, Buonamico dell’Antichità, dalla serie ‘Chiese Scomparse ‘, inchiostri su carta, 2017

Se la riflessione sul tempo e il silenzio può far pensare a Morandi, in realtà per l’intensità dei segni è alla grafica pressoché sconosciuta di Domenico Gnoli che il nostro guarda, come, d’altro canto, alla scultura del romanico padano potente e solida benché aerea nel suo essere sospesa su capitelli e pareti sacre. E dunque radicano l’immaginario montalbiniano Wiligelmo, Antelami, Nicolaus (con una strizzata d’occhio, qualche secolo più in là, al gusto antiquario del Mantegna e al suo carattere marcato e insieme sofisticato), tanto che questi piccoli inchiostri-formelle possono considerarsi la sua interpretazione dei cicli dei mesi medievali e giocano a ridare in leggerezza di materiali cartacei e tecnica usata la pesantezza muraria di caseggiati o marmorea di sarcofagi e amboni paleocristiani, colorati proprio perché il loro viaggio nel tempo li presenta oggi slavati, o ancora la compattezza del Mausoleo teodericiano, protagonista d’una miniserie in cui Montalbini indulge all’ironia nel passaggio fra la messa in opera della cupola all’inizio del VI secolo, a un uso surreale della vasca sepolcrale colma d’acqua, sino al progressivo abbandono dell’area sommersa dalle falde acquifere sottostanti in cui nuota un minuscolo Corrado Ricci, per chiudere con una visione di futuro post-umano in cui l’integrazione fra pietra e natura è definitiva e irreversibile.

Nicola Montalbini, La vasca, dalla serie ‘La Rotonda del Re’, inchiostri su carta, 2016

Eliminare la presenza della figura umana, sebbene evocata dai manufatti che l’uomo sa realizzare, è tipico della produzione anche precedente di Montalbini. E nemmeno queste serie, nate fra l’estate del 2016 e l’inizio del 2017, fanno eccezione: l’artista con ironia, anzi con piacere, svuota le case dai vivi e tratteggia piuttosto elenchi di finestre e selve di sarcofagi, póleis labirintiche che custodiscono morti. Come luminosamente ha intuito il poeta Charles Wright nel suo Omaggio a Giorgio Morandi: “È giusto che noi ti vediamo soprattutto dove non ci sei, tra i tuoi oggetti”. Ecco cosa sono queste decine di inchiostri: un unico autoritratto.

Nicola Montalbini. Achiropita

Testi di Luca Maggio e Paola Babini

Dall’1 al 13 aprile 2017

Galleria Il Coccio, Via Agnello Istorico 6, Ravenna (tel. 0544.34269)

Orari 9-12 / 16-19 (lunedì e domenica chiuso)

Contatto artista: nicola.montalbini@libero.it

 

Nicola Montalbini, Senza titolo, dalla serie La Città di Dio, inchiostri e acquarello su carta, 2016

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Ravenna, piazza Kennedy, rendering del progetto preliminare del 2012

Quest’anno il pesce d’Aprile più clamoroso (e caro) lo ha regalato l’amministrazione di Ravenna, da sempre targata PD e predecessori, inaugurando qualche settimana fa nel cuore del centro storico la rinnovata Piazza Kennedy, fortunatamente in modo sommesso e una volta tanto senza trombe visto il risultato più che modesto, anzi oggettivamente brutto a fronte di oltre 1,2 milioni di euro finanziati dalla Fondazione Banca del Monte di Bologna e Ravenna.

Ravenna, piazza Kennedy, con le toilettes poste a ottobre 2016 e rimosse a inizio marzo 2017

Ravenna, piazza Kennedy, la rimozione delle famigerate toilettes a inizio marzo 2017

Se si considerano i tempi biblici impiegati (il primo “concorso di idee” nel 2010, il progetto preliminare nel 2012, vari rimaneggiamenti comunali sempre più degradanti, poi i lavori effettivamente partiti nel giugno 2015 e infine l’apertura nel marzo 2017) per avere una spianata lastricata anonima e senza la minima idea o identità, caratterizzata, si fa per dire, da qualche alberello con panche usate la sera (almeno quelle!) dai senzatetto e una moltitudine di dissuasori stradali fissi in metallo (fra l’altro disposti pure asimmetricamente e con un evidente rattoppo stradale a frittata fatta…), verrebbe da gridare al capolavoro, giustamente subito impiegato per contenere bancarelle di cibarie e fritti vari come da foto sottostante, in cui si nota la ciliegina sulla torta evidenziata in rosso: ricordate l’enorme toilette da 180 mila euro che per mesi ha ornato la piazza e che su sollevazione popolare è stata rimossa a inizio marzo (peraltro, continuando a piovere sul ridicolo, date le dimensioni si è pure incastrata in via San Gaetanino durante le operazioni di trasporto)?

Bene, ciò che vedete è il rimanente, ovvero il container occupante parte dell’area d’ingresso alla piazza, ormai inamovibile poiché all’interno è stata dislocata la centrale elettrica di tutta la zona. Lo so, mi ripeto: capolavoro!

Dunque buon primo aprile a tutti, per quanto qui a Ravenna la risata sia a denti stretti e sappia più di spreco, cattivo gusto, tragicommedia estetica e squallore interiore di chi ha voluto, progettato, autorizzato e così realizzato una tale permanente miseria.

Ravenna, piazza Kennedy, marzo-aprile 2017

Ravenna, piazza Kennedy, marzo-aprile 2017

Ravenna, piazza Kennedy, marzo-aprile 2017

Ravenna, piazza Kennedy, marzo-aprile 2017, il rattoppo stradale (evidenziato in rosso) al posto di un dissuasore mal piantato

 

 

 

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Oskar Kokoschka, Ritratto di Karl Kraus, 1925, Museum Moderner Kunst, Vienna

Oskar Kokoschka, Ritratto di Karl Kraus, 1925, Museum Moderner Kunst, Vienna

 

Come promesso nella premessa di ieri, ecco la pagina del primo aprile quest’anno dedicata al sottile ingegno mitteleuropeo di Karl Kraus (Jičín 1874 – Vienna, 1936): 

“Molti desiderano ammazzarmi. Molti desiderano fare un’oretta di chiacchiere con me. Dai primi mi difende la legge.”

“Un aforisma non ha bisogno di essere vero, ma deve scavalcare la verità. Con un passo solo deve saltarla.”

“Un aforisma non si può dettare su nessuna macchina per scrivere. Ci vorrebbe troppo tempo.”

“L’aforisma non coincide mai con la verità; o è una mezza verità o una verità e mezzo.”

“La donna è coinvolta sessualmente in tutti gli affari della vita. A volte perfino nell’amore.

“Quanto poco c’è da fidarsi di una donna, che si fa cogliere in flagrante fedeltà! Oggi fedele a te, domani a un altro.”

“Per essere perfetta le mancava solo un difetto.”

“Sotto il sole non c’è essere più infelice del feticista che brama una scarpa da donna e deve contentarsi di una femmina intera.”

“Non è vero che non si possa vivere senza una donna. È vero soltanto che senza una donna non si può aver vissuto.”

“La moralità è ciò che, pur senza essere osceno, offende grossolanamente il mio senso del pudore.”

“Le pene servono a spaventare coloro che non vogliono commettere peccati.”

“Lo scandalo comincia quando la polizia vi mette fine.”

“Ciò che nello sciovinismo non è simpatico non è tanto l’avversione per le altre nazioni quanto l’amore per la propria.”

“La vita familiare è un’interferenza nella vita privata.”

“La democrazia divide gli uomini in lavoratori e fannulloni. Non è attrezzata per quelli che non hanno tempo per lavorare.”

“Mentire per necessità è sempre perdonabile. Ma chi dice la verità senza esservi costretto non merita nessuna indulgenza.”

“Ci sono certi scrittori che riescono ad esprimere già in venti pagine cose per cui talvolta mi ci vogliono addirittura due righe.”

Karl Kraus, da Detti e contraddetti (a cura di R. Calasso, Adelphi, Milano, 1992).

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pesce d'aprile

 

“Il diavolo è un ottimista se pensa di poter peggiorare gli uomini.” Karl Kraus

Questo blog non celebra nessuna festa religiosa o laica con cadenza annuale (se non per coincidenze di date), fatta eccezione per il primo aprile, giorno del cosiddetto “pesce d’aprile” (2010, 2011, 2012, 2013), che quest’anno cade di martedì, ovvero domani, quando pubblicherò la seconda parte di questo articolo.

Oggi desidero solo ricordare le origini di questa lieta ricorrenza che apriva il secondo mese dell’antico calendario romano, segnando l’ingresso della primavera e con essa il ritorno della vita sulla terra.

Accanto agli usuali doni propiziatori rivolti agli dei, ci si poteva permettere anche qualche scherzo fra conoscenti visto l’avvento del tempo nuovo e fruttuoso che il ciclo della nuova stagione avrebbe portato.

Altre tradizioni mescolano leggende cristiane ed ebraiche, per cui proprio in questo giorno Dio avrebbe concluso la creazione terrestre dandola in gestione agli uomini che, al solito, non ne sarebbero stati all’altezza. Allora, gli umani più intelligenti, per tenere a bada i più stupidi e confusionari, li avrebbero incaricati di cercare cose impossibili se non del tutto inesistenti.

A questa versione è in qualche misura connesso l’uso ebraico di far girovagare dispettosamente qualcuno a vuoto e dunque la vicenda pasquale del Cristo con la parola pesce: dice infatti una tradizione francese che la parola “poisson” (pesce) deriva da “passion” ovvero l’inizio di quella Passione che Gesù avrebbe vissuto proprio il primo aprile quando venne costretto ad andare da Erode a Pilato, da Caifas ad Anna.

A proposito di pesce però bisogna anche ricordare che proprio in questa data, anticamente e in più di qualche paese, si apriva la stagione della pesca e se i pesci scarseggiavano alcuni burloni si divertivano a prendere in giro i poveri pescatori con pesci finti o affumicati lanciati in acqua.

Infine, il pesce per la sua forma poteva assumere connotati fallici e dunque ancora una volta primaverili-propiziatori quando veniva offerto a una donna, ad esempio sotto fattezza d’amuleto.

Questi i significati di questa giornata che ho potuto ricavare da un simpatico e dotto libretto che con piacere consiglio a tutti i miei lettori: Il libro delle superstizioni (L’Ancora del Mediterraneo, Napoli-Roma, 2009) a cura di Marino Niola ed Elisabetta Moro (in particolare la voce sul primo aprile è stata redatta da Vanna Napolitano). Vi aspetto domani per il seguito.

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Giuseppe Gioachino Belli (Roma, 1791-1863)

Giuseppe Gioachino Belli (Roma, 1791-1863)

Io ho deliberato di lasciare un monumento di quello che oggi è la plebe di Roma. In lei sta certo un tipo di originalità: e la sua lingua, i suoi concetti, l’indole, il costume, gli usi, le pratiche, i lumi, la credenza, i pregiudizii, le superstizioni, tuttociò insomma che la riguarda, ritiene una impronta che assai per avventura si distingue da qualunque altro carattere di popolo. Né Roma è tale, che la plebe di lei non faccia parte di un gran tutto, di una città cioè di sempre solenne ricordanza.

Così Giuseppe Gioachino Belli (Roma, 1791-1863) nell’Introduzione ai suoi Sonetti, opera tuttora freschissima e operazione assai colta, quella di catturare l’anima di un popolo attraverso la sua lingua viva, sebbene filtrata dalla finezza sapiente e tagliente del poeta (benché l’intenzione, nella Roma del Papa Re, non sia mai veramente sovversiva, anzi, e al riguardo molto dicono l’ipocondria e il silenzio finale del Belli, che dal ’47-’49 alla morte nulla più scrisse in dialetto, chiudendosi in un conservatorismo papalino, non tanto per amor di Curia in sé, ma perché vedeva, e con orrore, sgretolarsi quel mondo da lui affrescato, pure pieno di vizi e indolenza, ma più in generale dei caratteri così tipici della sua Urbe).

Tale lezione corale e moderna sarà appieno colta dalla miglior cine-commedia romanesca e non, da Sordi anzitutto a Gassman, da Manfredi alla stupenda Vitti, da Proietti a Gabriella Ferri, da Magni a Scola a Risi, da Garinei e Giovannini, a Steno e Verdone (ma anche, perché no, da Germi a Monicelli, Loy, De Sica e, con le dovute differenze, da Fellini e Pasolini).

Questo blog, in genere, non celebra nessuna festa o data comandata. Unica e significativa eccezione è il 1° aprile (2010, 2011, 2012), giornata del sorriso, del “pesce” beneaugurante, quest’anno coincidente con altra festività religiosa. Modo migliore dei versi del Belli per mettere insieme diavolo e acquasanta m’è parso non ci fosse, in particolare due sonetti del 1831 in cui si canta dell’inizio e della fine del mondo. Dunque, buon pesce d’aprile a tutti.

LA CREAZZIONE DER MONNO

L’anno che Ggesucristo impastò er monno,

Ché ppe impastallo ggià cc’era la pasta,

Verde lo vorze fà, ggrosso e rritonno,

All’uso d’un cocomero de tasta.

Fesce un zole, una luna, e un mappamondo,

Ma de le stelle poi di’ una catasta:

Sù uscelli, bbestie immezzo, e ppessci in fonno:

Piantò le piante, e ddoppo disse: «Abbasta».

Me scordavo de dí ccreò ll’omo,

E ccoll’omo la donna, Adamo e Eva;

E jje proibbí de nun toccajje un pomo.

Ma appena che a mmaggnà ll’ebbe viduti,

Strillò per dio con cuanta vosce aveva:

«Ommmini da viení, sséte futtuti».

Giuseppe Gioachino Belli, Terni, 4 ottobre 1831

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ER GIORNO DER GIUDIZZIO

Cuattro angioloni co le tromme in bocca

Se metteranno uno pe ccantone

A ssonà: poi co ttanto de voscione

Cominceranno a ddí: «Ffora a cchi ttocca».

Allora vierà ssú una filastrocca

De schertri da la terra a ppecorone,

Pe rripijjà ffigura de perzone,

Come purcini attorno de la bbiocca[1].

E sta bbiocca sarà Dio benedetto,

Che ne farà du’ parte, bbianca, e nnera:

Una pe annà in cantina, una sur tetto.

All’urtimo uscirà ‘na sonajjera

D’angioli, e, ccome si ss’annassi a lletto,

Sorzeranno li lumi, e bbona sera.

Giuseppe Gioachino Belli, 25 novembre 1831

PS. Quelli che… moglie, marito e figlio si ritrovano un sabato mattina ad ascoltare le canzoni di uno e ridono perché quello sapeva far ridere e, i due adulti, piangono un po’ perché alcuni versi sono struggenti, diretti come aghi, un po’ perché lui non c’è più e qualcosa senti che ti manca, come una sicurezza in meno. Ma poi tornano a sorridere perché in tutto questo, fra un Se me lo dicevi prima, un Messico e Nuvole, un Vengo anch’io, L’Armando, Via del Campo e Sfiorisci bel fiore, Ho visto un re e Quelli che… naturalmente, E, la vita la vita, Silvano e le voci di Cochi e Renato e quanti altri momenti di felicità, si accorgono che il piccolo di neanche due anni balla, si muove contento, perché dentro quelle musiche che evidentemente gli arrivano, gli sanno parlare senza filtri, c’è il segreto del jazz, perché hanno ritmo e un bimbo lo capisce subito e subito lo mette in pratica con la cosa più naturale antica difficile del mondo, ballare. Perché in definitiva Ci vuole orecchio per apprezzare la vita che è movimento.

Allora senti che lui c’è ancora, sta già parlando a tuo figlio e ti viene da ridere rincuorato. E poi “il nostro piangere fa male al re”.

Questa pagina, scritta prima di venerdì scorso per essere pubblicata oggi, coi suoi versi scherzosi, benché in romanesco (la stessa lingua del povero Califfo-Califano, pace anche a lui), è dedicata al grande Enzo Jannacci (Milano, 3/6/1935-29/3/2013), con una lacrima, sì, ma sopra un sorriso.


[1] Chioccia.

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Bruno Munari (1907-1998)

Se vi chiedono il nome del primo genio che avete in mente, chi direste?

Leonardo, Einstein, Mozart, Shakespeare e via dicendo, ognuno secondo la propria sensibilità. Ecco, accanto a questi colossi universali, aggiungo “il mio” Bruno Munari (Milano, 1907-1998): uno che con due segmenti e un puntino era capace di fare un libro o con una sagoma di cartone ritagliato e colorato una scultura e ancora giochi e stimoli continui per la creatività e non solo dei più piccoli (ah, il gioco e la carta, due elementi che tornano e tornano nella mia vita: a proposito, sempre di Munari, procuratevi Nella notte buia o uno dei suoi Libri illeggibili), senza contare i libri teorici sul design, veri e propri capolavori anche grafici, come Artista e designer e Arte e mestiere.

Oggi è il primo aprile e “il pesce”, simbolo scherzoso e beneaugurate sin dall’antichità, è dedicato a lui. Dopo il lonfo e la facezia leonardesca dello scorso anno, propongo una pagina proveniente da un gioiellino del ’42, ripubblicato dalla Corraini di Mantova, sua casa editrice per tanti anni: si tratta di Le macchine di Munari, testo divertentissimo in cui con serietà impeccabile l’autore illustra alcune sue invenzioni “utilissime” come l’addomestica sveglie o l’agitatore di coda per cani pigri o il distributore di uvetta secca. Visto l’antipatia profonda per le molestissime zanzare che sono appena tornate a farmi visita, scelgo il Mortificatore per zanzare:

“Mortificatore per zanzare:

Una bellissima gabbietta di rete metallica molto sottile e dipinta in azzurro cielo (1) contiene la zanzara che vorremmo mortificare. Tagliate il filo del palloncino (2) e lo sportello (3), costruito con compensato di mollica di sambuco metallizzato, cadrà, liberando la zanzara Cinzia (4) la quale, opportunamente affamata, si precipiterà contro l’immagine di zia grassissima in costume da bagno rivolta verso il mare (5). Senonché la zia è dipinta sopra un foglio di carta velinissima e la zanzara lo perforerà e si troverà, dopo alcune evoluzioni fatte apposta per dimostrare indifferenza, al punto 6 dove le apparirà davanti agli occhietti un appetitosissimo ingrandimento di globuli rossi (7). Cinzia metterà tutta la forza delle sue ali per raggiungere tanta ghiottoneria ma, ehee!, il ventilatore Antonio Pinza, di Udine (8) immediatamente messo in azione, provocherà una tale corrente d’aria che Cinzia sarà costretta, dopo diciotto ore e minuti, ad abbandonare l’impresa ed a lasciarsi cadere, priva di forze sul divanetto per zanzare (9) imbottito di gusci di uova di vanessa. Al contatto della zanzaruccia il divano comincia a vibrare, grazie ad un potente vibratore nascosto nella pedana (10). Povera Cinzia!, non ne può più, ma per fortuna, nell’abbandonare il divanetto maledetto vede un bel viso grasso di commendatore addormentato (11) che sembra offrire la guancia al suo pungiglione. Cinzia si abbandona ad un ultimo disperato tentativo e si spezza il pungiglione contro il marmo col quale è fatto il viso del dormiente. Una piccola lettiga (12) costruita dalle mani pietose di un eremita di corso Garibaldi, raccoglie le spoglie di quella che fu una delle più note zanzare dell’epoca moderna.

Note. Ve l’ho detto diecimila volte che i divani per zanzare non sono in commercio, Se ve ne occorre uno ditemi di colore lo volete che ve lo farò fare.”

Bruno Munari, da Le Macchine di Munari, 1942.

Associazione Bruno Munari

MunArt – sito dedicato a Bruno Munari

Collezione Bruno Munari – Cantù

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Leonardo da Vinci (1452-1519), Cinque teste caricaturali, Gallerie dell’Accademia, Venezia

Il prete e il pittore

Andando un prete per la sua parrocchia il sabato santo, dando, com’è usanza, l’acqua benedetta per le case, capitò nella stanza d’un pittore, dove spargendo essa acqua sopra alcuna sua pittura, esso pittore, voltosi indirieto alquanto scrucciato, disse, perché facessi tale spargimento sopra le sue pitture.

Allora il prete disse essere così usanza, e ch’era suo debito il fare così e che faceva bene, e chi fa bene debbe aspettare bene e meglio, che così promettea Dio, e che d’ogni bene, che si faceva in terra, se n’arebbe di sopra per ogni un cento. Allora il pittore, aspettato ch’elli uscissi fori, se li fece di sopra alla finestra, e gittò un gran secchione d’acqua addosso a esso prete, dicendo: “Ecco che di sopra ti viene per ogni un cento, come tu dicesti che accaderebbe nel bene, che mi facevi colla tua acqua santa, colla quale m’hai guasto mezze le mie pitture.”

Leonardo da Vinci (1452-1519), dal Codice Atlantico, conservato presso la Biblioteca Ambrosiana di Milano.

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