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Luigi Ghirri, Arles, 1978

Il grande ruolo che ha oggi la fotografia, da un punto di vista comunicativo, è quello di rallentare la velocizzazione di processi di lettura dell’immagine. Rappresenta uno spazio di osservazione della realtà, o di un analogo della realtà (la fotografia è sempre un analogo della realtà), che ci permette ancora di vedere le cose. Diversamente al cinema e alla televisione la percezione dell’immagine è diventata talmente veloce che non vediamo più niente. È come riuscire, una volta tanto, a leggere un articolo di giornale senza che qualcuno ci volti in continuazione le pagine. È una forma di lentezza dello sguardo che trovo estremamente importante, oggi, considerato il processo di accelerazione di tipo tecnologico e percettivo che è avvenuto negli ultimi anni. (…)

Luigi Ghirri, Bologna, 1985

La macchina fotografica sostanzialmente funziona come il nostro occhio: se c’è molto buio, noi non ce ne accorgiamo ma le nostre pupille si dilatano per far arrivare più luce alla retina; al contrario, se c’è molto sole la pupilla si stringe, se il sole ci abbaglia addirittura noi tendiamo a chiudere gli occhi. (…) I due meccanismi sui quali è possibile agire  per regolare l’equilibrio della luce – e teniamo presente che la parola fotografia significa scrittura con la luce – sono il diaframma e il tempo di posa. (…)

Tra quello che si vede nella realtà e ciò che appare in una fotografia c’è sempre uno scarto. Intanto c’è una variazione di scala, la differenza di proporzione è uno dei dati fondamentali. (…) Altre differenze riguardano il materiale utilizzato: la fotografia non è tridimensionale, i colori che vediamo in essa non sono quelli naturali. Esistono insomma molti elementi di scrittura, interni alla fotografia, che possono condurre a esiti scoraggianti e magari farci dire “non è venuta come volevo”. Dovremmo piuttosto dire: “Non è venuta come vedevo”. È chiaro che “farla venire come vediamo” implica innanzitutto un processo di avvicinamento, di approssimazione. (…) È questa la direzione, non la fotocopia della realtà.

(…) chi fa fotografia lavora con un oggetto opaco, perché l’immagine si forma e si rivela al buio, ma utilizza materiali trasparenti, come gli obiettivi, come la pellicola. Questo connubio tra il massimo dell’opacità e il massimo della trasparenza determina una particolare percezione della realtà. Allora l’esito finale che vogliamo raggiungere non è tanto quello di fare fotografie che denotano ancora una volta la trasparenza, ma eventualmente quello di togliere tutta la trasparenza che c’è tra noi e il mondo, sostanzialmente per arrivare a rivederlo.

Luigi Ghirri, Formigine, Modena, 1985

(…) la scelta dell’inquadratura è un lavoro profondo sul sistema di rappresentazione, sulla scoperta di una realtà che è presente all’interno della realtà.

(…) Normalmente tendo ad avere, nelle mie fotografie, delle zone molto compatte senza grandi scarti di illuminazione. Sono convinto che la fotografia sia una rappresentazione attraverso la quale si mettono in evidenza, si mettono in luce le cose. Consiste nel dare luce alle cose. La fotografia essenzialmente è scrivere con la luce, quindi una delle cose essenziali è imparare a lavorare con la luce, avere sensibilità nei confronti della luce.

(…) quando dico sensibilità alla luce, non parlo solo di sensibilità nel senso di sapere le zone che devi fare in ombra o non in ombra. Ma proprio di una risposta al tuo interno, al momento in cui tu stai fotografando, alla luce che c’è in quell’attimo.

(…) Devi fare analogie spaziali, provare le inquadrature, insomma lavorare; vi ricordo che fare il fotografo è percorrere il mondo, un lavoro. Un lavoro complesso, ma anche più divertente, comunque più vicino alla ricerca, nel senso globale del termine.

Luigi Ghirri (1943-1992), dalle Lezioni di Fotografia tenute a Reggio Emilia  fra il 1989 e il 1990, ora pubblicate da Quodlibet Compagnia Extra, Macerata, 2010)

Biennale del Paesaggio – Provincia di Reggio Emilia

Fotografia Europea.it

Luigi Ghirri, 1984, foto di Marco Ambrosi

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Luigi Ghirri, Versailles, 1985

(…) Io invece credevo – e credo ancora – in una differente intenzionalità, che vorrei appunto proporre all’interno di questo corso: consiste nel guardare alla fotografia come a un modo di relazionarsi col mondo, nel quale il segno di chi fa fotografia, quindi la sua storia personale, il suo rapporto con l’esistente, è sì molto forte, ma deve orientarsi, attraverso un lavoro sottile, quasi alchemico, all’individuazione di un punto di equilibrio – il mio interno di fotografo-persona – e ciò che sta all’esterno, che vive al di fuori di noi, che continua a esistere senza di noi e continuerà a esistere anche quando avremo finito di fare fotografia. (…)

Credo che, con una serie di aggiustamenti successivi, arriveremo a porci di fronte a un determinato paesaggio-ambiente e a metterci qualcosa in più di quello che è il nostro vissuto, la nostra cultura, il nostro modo di vedere il  mondo: arriveremo a dimenticarci un po’ di noi stessi. Dimenticare se stessi non significa affatto porsi come semplici riproduttori, ma relazionarsi col mondo in una maniera più elastica, non schematica, partendo senza regole fisse, piattaforme precise e preordinate.

Luigi Ghirri, Studio Morandi a Grizzana, 1989

(…) io ho sempre guardato all’immagine fotografica come a qualcosa che non si può definire, una specie di immagine impossibile. L’ho sempre vista come una strana sintesi tra la staticità della pittura e la velocità, che è qualcosa di interno alla fotografia, al suo processo di costruzione, cosa che l’avvicina al cinema. Perché io la fotografia la guardo dal punto di vista dell’immagine. (…) Credo che proprio in questo senso la fotografia sia un’immagine impossibile: un’immagine che da una parte ha la staticità della pittura, dall’altra il dinamismo del cinema (figlio della fotografia).

Nello stesso tempo la fotografia si esplica sempre all’interno di un dualismo perfetto. Se uno ci pensa, nella fotografia c’è il negativo e il positivo. È un rapporto tra luce e buio. È un giusto equilibrio tra quello che c’è da vedere e quello che non deve essere visto.

Quando noi fotografiamo, vediamo una parte del mondo e un’altra la cancelliamo.

Il rapporto giusto e corretto con la fotografia va probabilmente pensato nei termini di una dialettica perenne. C’è stato un filosofo (Massimo Cacciari, n.d.r.), del quale ho letto recentemente un’intervista, che ha dato la definizione forse più bella che abbia mai sentito della fotografia. Ha detto: “La fotografia non è un problema, la fotografia è un enigma, perché il problema ha una soluzione e l’enigma è un problema che non ha soluzione”. (…)

Luigi Ghirri, Brest, 1972

C’è un rapporto di singolare analogia con la realtà e, nello stesso tempo, un’evidente differenza dalla realtà. Non è un caso, credo, che il surrealismo, uno dei movimenti artistici che ha frequentato maggiormente la fotografia, appaia dopo la nascita della psicoanalisi e l’esplorazione dell’inconscio, ma anche dopo la nascita della fotografia. Io credo che nel XIX secolo la prima persona che ha avuto la possibilità di vedere il suo ritratto fotografico, l’immagine di sé praticamente identica (teoricamente) al reale, debba aver provato una sorta di shock emozionale e visivo. Come credo, del resto, accada tuttora a chiunque si veda per la prima volta ritratto in una fotografia. Anche perché nella fotografia, sostanzialmente, non ci vediamo come solitamente vediamo noi stessi, ma come ci vedono gli altri. Non siamo rovesciati come nello specchio, siamo dalla parte dritta: come tu vedi me e io vedo te. E quando ci vediamo per la prima volta è uno scarto enorme, perché appaiamo simili a noi, ma nel modo in cui ci vedono gli altri.

(…) il grande fascino della fotografia: relazionarsi col mondo in una maniera che molti definiscono ambigua, ma che io non vorrei definire ambigua, perché preferisco i termini enigmatico, misterioso. (…) È testimonianza di quello che ho visto ma è anche reinvenzione di quello che ho visto. Sostanzialmente la fotografia non fa altro che rappresentare le percezioni che una persona ha del mondo. (…) La fotografia rappresenta sempre meno un processo di tipo conoscitivo, nel senso tradizionale del termine, o affermativo, che offre delle risposte, ma rimane un linguaggio per porre delle domande sul mondo.

Luigi Ghirri (1943-1992), dalle Lezioni di Fotografia tenute a Reggio Emilia  fra il 1989 e il 1990, ora pubblicate da Quodlibet Compagnia Extra, Macerata, 2010

Biennale del Paesaggio – Provincia di Reggio Emilia

Fotografia Europea.it

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