Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘raffaele quattrone’

In occasione dell’Art Week Bolognese, oggi, 1 Febbraio 2019, alle ore 18,30 sarà presentato presso il Cinema Multisala Odeon il libro NewFaustianWorld di Raffaele Quattrone edito da 24 ORE Cultura – Gruppo 24 ORE alla presenza dell’autore, di alcuni artisti partecipanti e di Piero Passaro, regista del documentario NewFaustianWorld realizzato da Theater 7/2 Productions e tratto dal libro omonimo. A seguire sarà proiettato il film documentario.

Il 2 e 3 Febbraio alle ore 15 sarà proiettato solo il film documentario.

In un mondo rassegnato dove il destino dell’uomo sembra essere ritornato al di fuori di quelle che sono le sue possibilità, Raffaele Quattrone coinvolge diciassette artisti internazionali con un Faustian Factor: una forte e riconoscibile identità artistica e un esasperato virtuosismo che permette loro di rivaleggiare con le infinite possibilità del computer, con la precisione della resa fotografica, con le reazioni e relazioni del video e della performance. NewFaustianWorld è il mondo di chi come il Faust di Goethe, emblema dell’uomo moderno, ha una tensione interiore che lo spinge a non accontentarsi dell’ordinario, ma a fare della straordinarietà la propria filosofia di vita, ad andare oltre, a raggiungere nuove mete, ad accettare nuove sfide.

Artisti coinvolti: Glenn Brown, Maurizio Cannavacciuolo, Andrea Chiesi, Tiffany Chung, Njideka Akunyili Crosby, Alberto Di Fabio, Kepa Garraza, NS Harsha, Songsong Li, Alessandro Moreschini, Mauro Pipani, Imran Qureshi, Terry Rodgers, Raqib Shaw, Philip Taaffe, Josep Tornero, Jan Worst

Contatti stampa:

contact@newfaustianworld.com

Cinema Odeon, Via Mascarella 3

Venerdì 1 Febbraio dalle ore 18,30 (Presentazione libro + proiezione film documentario)

Sabato 2 Febbraio ore 15 (proiezione documentario)

Domenica 3 Febbraio (proiezione documentario)

INGRESSO GRATUITO

Annunci

Read Full Post »

Il Terzo Paradiso di Michelangelo Pistoletto all'Ashram Joytinat, settembre 2016, foto di Cristina Panicali

Il Terzo Paradiso di Michelangelo Pistoletto all’Ashram Joytinat, settembre 2016, foto di Cristina Panicali

Armonizzare le differenze

Testo e performance a cura di Fulvio Chimento e Raffaele Quattrone  con il patrocinio di Regione Marche

La performance Terzo Paradiso/Rebirth Day presso l’Ashram Joytinat di Corinaldo (AN) fa parte di una serie articolata di eventi e momenti espositivi organizzati in tutto il mondo: una delle più articolate operazioni artistiche pensate collettivamente negli ultimi anni. Grazie alla curatela di Fulvio Chimento e Raffaele Quattrone il Terzo Paradiso è stato ospitato per la prima volta in un Ashram (in sanscrito “via delle difficoltà”, ma può essere tradotto in italiano come “luogo di ritiro”), un luogo che accoglie persone di differente provenienza sociale, senza distinzione di genere, religione e nazionalità, in cui la “regola” fondante è quella del Karma Yoga (dove Karma significa “azione” e Yoga “unione”). L’Ashram Joytinat è una comunità vedica fondata dal Maestro indiano Swami Joythimayananda, in cui le attività quotidiane vengono svolte con l’attitudine mentale di offrire Seva (“servizio”), eseguendo il proprio lavoro senza aspettative. Tali concetti di provenienza orientale si sposano con la poetica di Michelangelo Pistoletto, che è incentrata sulla “demoprassia”, ovvero il “mettere in atto pratiche vive di impegno civile creativo”, e sulla convinzione olografica che “ogni frammento di specchio è parte del Grande Specchio in quanto ne conserva tutte le caratteristiche e qualità”.

Il Terzo Paradiso di Michelangelo Pistoletto all'A, settembre 2016, foto di Cristina Panicali

Il Terzo Paradiso di Michelangelo Pistoletto all’A, settembre 2016, foto di Cristina Panicali

Il Terzo Paradiso di Michelangelo Pistoletto all'Ashram Joytinat, settembre 2016, foto di Cristina Panicali

Il Terzo Paradiso di Michelangelo Pistoletto all’Ashram Joytinat, settembre 2016, foto di Cristina Panicali

Il Terzo Paradiso di Michelangelo Pistoletto all'Ashram Joytinat, settembre 2016, foto di Cristina Panicali

Il Terzo Paradiso di Michelangelo Pistoletto all’Ashram Joytinat, settembre 2016, foto di Cristina Panicali

Tra i vari contesti espositivi che hanno ospitato il Terzo Paradiso ricordiamo il Musée du Louvre di Parigi (2013) e la Biennale di Venezia (2005), oltre a luoghi pubblici di inestimabile valore storico-artistico, come le Terme di Caracalla a Roma (2015 e 2016), Piazza Duomo a Milano (2015) e il Mercato Centrale di Firenze (2015). Ma il progetto con cui il Terzo Paradiso realizzato in Ashram trova maggiore affinità, anche in relazione al valore spirituale del luogo, è il Bosco Sacro di San Francesco ad Assisi. Qui, nel 2010, l’artista piemontese ha inscritto il simbolo del Terzo Paradiso solcando il terreno del bosco con l’aratro e piantando 150 alberi di ulivo che, crescendo, hanno dato forma a un’opera ancora oggi in divenire. Nel caso specifico dell’Ashram, i curatori hanno deciso di utilizzare materiali reperiti esclusivamente in loco, con un chiaro riferimento alla “povertà” e alla naturalità degli elementi: balle di fieno, legno e sassi; nel cerchio centrale hanno scelto di lasciare in evidenza come simbolo di rinascita il verde del prato, ricco di erbe e fiori di campo, e inserito un grande fuoco con una pira di legname contorniata da calce bianca. In occasione dell’inaugurazione, il Maestro Joythimayananda ha affermato la necessità impellente per la società attuale di superare gli “egoismi” e i “dualismi”. In questo senso i due cerchi esterni del simbolo del Terzo Paradiso rappresentano altrettante entità separate, “io” e “tu”, mentre il cerchio centrale evidenzia il superamento tangibile di questo dualismo: il “noi”, il germe della nuova umanità basata sull’armonizzazione delle differenze, siano queste di tipo politico, religioso o culturale. La stessa concezione del progetto Terzo Paradiso/Rebirth Day è in quest’ottica un progetto de-soggettivizzato, in quanto, pur essendo stato ideato da un artista, è diventato a tutti gli effetti un progetto collettivo.

Il Terzo Paradiso di Michelangelo Pistoletto all'Ashram Joytinat, settembre 2016, foto di Cristina Panicali

Il Terzo Paradiso di Michelangelo Pistoletto all’Ashram Joytinat, settembre 2016, foto di Cristina Panicali

Il Terzo Paradiso di Michelangelo Pistoletto all'Ashram Joytinat, settembre 2016, foto di Cristina Panicali

Il Terzo Paradiso di Michelangelo Pistoletto all’Ashram Joytinat, settembre 2016, foto di Cristina Panicali

Il Terzo Paradiso di Michelangelo Pistoletto all'Ashram Joytinat, settembre 2016, foto di Cristina Panicali

Il Terzo Paradiso di Michelangelo Pistoletto all’Ashram Joytinat, settembre 2016, foto di Cristina Panicali

Il simbolo del Terzo Paradiso è stato realizzato presso l’Ashram Joytinat con balle di fieno in un campo coltivato, per evocare un rimando concreto al lavoro, all’impegno, al “fare”. Il 4 settembre 2016 alle ore 18 è stato acceso al centro del simbolo un grande fuoco, ritualizzando in questo modo il passaggio dal vecchio al nuovo, da ciò di cui ci si vuole liberare e ciò che si vuole raggiungere. Dopo aver cantato la AOM (il suono “primordiale” dell’Universo secondo la cultura vedica), più di cento persone hanno compiuto in silenzio tre giri perimetrali, tenendosi la mano. Durante il rito ogni partecipante ha cosparso il terreno con terra mista a cenere, al fine di fertilizzare i campi, come avveniva nella tradizione contadina in Italia nei mesi estivi. Un chiaro simbolo di rinascita per una società che Michelangelo Pistoletto immagina basata su valori come condivisione, partecipazione, cooperazione, rispetto e sostenibilità. La performance, in questo caso, ha avuto anche una forte componente spirituale.

Il Terzo Paradiso di Michelangelo Pistoletto all'Ashram Joytinat, settembre 2016, foto di Cristina Panicali

Il Terzo Paradiso di Michelangelo Pistoletto all’Ashram Joytinat, settembre 2016, foto di Cristina Panicali

Nota: Il rapporto tra Pistoletto e la religione è un rapporto molto stretto. Ricordiamo alla fine degli anni Settanta la mostra “Divisione e moltiplicazione dello specchio. L’arte assume la religione” dove Pistoletto presenta due fondamentali direzioni del suo lavoro futuro. Al primo punto, Divisione e moltiplicazione dello specchio, Pistoletto ci arriva dividendo lo specchio in due e spostando le due metà fino a formare un angolo, in modo da permettere all’una di riflettere l’altra. Così se il sistema capitalistico prima moltiplica e poi divide, la nuova società deve prima dividere (cioè condividere) e poi moltiplicare quello che ha condiviso. La condivisione deve essere cioè la logica alternativa all’accumulazione ed esclusione tipica del capitalismo.

 

Read Full Post »

Premessa: l’articolo che segue apparirà su Mosaïque Magazine n.12, Parigi luglio 2016. 

A proposito di Silvia Naddeo, terrò con questa splendida artista una conversazione sul suo lavoro in occasione della Festa Artusiana 2016 lunedì 27 giugno alle 21.00 presso la Piazzetta Berta e Rita (Via delle Cose Diverse – Via A. Saffi 78) a Forlimpopoli. Non mancate!

Infine, ricordo che è attualmente in corso sino al 3 luglio la sua personale Trasfigurazioni del gusto, a cura di Raffaele Quattrone, presso il Palazzo del Monte di Pietà, Corso Garibaldi 37, a Forlì.

Silvia Naddeo, Eat Meet, 2009

Silvia Naddeo, Eat Meet, 2009

Bistrot Naddeo: realtà, virtualità, relazione

di Luca Maggio

“Il gioco è una funzione che contiene un senso.” Johan Huizinga, Homo ludens

È noto l’episodio narrato da Plinio il Vecchio in cui il pittore Zeusi, orgoglioso di aver ingannato alcuni uccelli che volevano beccare dell’uva da lui dipinta, venne a sua volta ingannato da un telo dipinto su un quadro dal rivale Parrasio.[1]

L’uso e il gioco di moltiplicazione del reale del trompe l’œil è dunque conosciuto sin dall’antichità anche in ambito musivo, basti pensare ai tanti esempi di “asárotos òikos”, il “pavimento non spazzato”, con la rappresentazione dei resti di un pasto e, sebbene l’inganno dell’occhio abbia trovato l’epoca di massimo splendore in età manierista e barocca, è giunto sino al nostro tempo.

Silvia Naddeo, Eg(g)0, 2009

Silvia Naddeo, Eg(g)0, 2009

Non mi riferisco tanto alle varie correnti e personalità dell’arte cinetica del secolo scorso, ma alla grande illusione del cinema e, tecnicamente, al moto dei singoli fotogrammi altrimenti fissi, mentre in anni recenti, a realtà virtuali come Second Life sviluppatesi in termini sempre più sofisticati: “al momento della scoperta del trompe l’œil si provava un piacere simile a quello che oggi proviamo con la realtà virtuale. Era una forma estatica del vedere che nasceva in un momento storico di grande cambiamento. Oggi viviamo nel Neo-barocco, che come il Barocco è un momento di cambiamento storico e sensoriale”[2].

Partendo da una tecnica musiva perfettamente curata nel dettaglio, l’attività figurativa messa a punto da Silvia Naddeo coglie questi ambiti di significato e vi si muove attraverso il punto d’osservazione del cibo inteso sia come passione personale[3] sia come catalizzatore socio-antropologico, essendo sempre più desiderosa di mettere in relazione le sue opere col pubblico o meglio con le persone grazie a media tecnologici multimediali.

Silvia Naddeo, Sweet Things (particolare), 2010

Silvia Naddeo, Sweet Things (particolare), 2010

Nel giro di brevi anni, l’attenzione dell’artista si è spinta da una produzione dall’eco iperrealista come nella carota gigante Eat meat  del 2009 o nelle uova a grandezza naturale di  Eg(g)o e Sweet things del 2009 e 2010, all’avviare studi sulle tradizioni culinarie popolari e tipiche di alcuni luoghi a lei noti come il classico crescione romagnolo con squacquerone e rucola ironicamente chiamato Romagna Pride[4] del 2011 o l’enorme e visivamente sontuosa Transition di ben 170 cm di diametro, realizzata grazie a una residenza d’artista presso la Ismail Akhmetov Foundation di Mosca nel 2012 e rappresentante il blin, la frittella-focaccina della tradizione russa accompagnata da panna acida e caviale, legata a origini antiche e culti pagani: la forma, il colore e il calore ricordano il sole e dunque la transizione di rinascita primaverile, tanto che il primo blin preparato con abiti rituali veniva offerto in senso propiziatorio alle anime dei morti. Poiché la storia del cibo è storia intima della cultura umana, i bliny si ritrovano oggi nella festa della Maslenitsa, corrispondente alla settimana carnevalesca precedente la Quaresima: sono quindi stati assorbiti dal cristianesimo, come del resto è avvenuto in occidente sin dall’associazione vino e pane quali sanguis et corpus Christi.[5]

Silvia Naddeo, Transition, 2012

Silvia Naddeo, Transition, 2012

Parallelamente a queste ricerche, forse nelle prime opere con un sincretismo più vicino a surrealtà, dada e pop della poetica di un Pino Pascali quanto all’apparente semplicità dei disegni, per quanto di realizzazione faticosa, e complessità dei simboli trattati, rispetto ad esempio ai Tableaux-Pièges di Daniel Spoerri (alla nostra artista interessa il cibo integro e non i suoi resti), è sempre più forte nella Naddeo la volontà di coinvolgere lo spettatore in modo più diretto, rendendolo soggetto attivo delle proprie opere.

Silvia Naddeo, Storia di una zucchina

Silvia Naddeo, Storia di una zucchina, 2011

Da una parte iniziano le narrazioni coi rimandi pittorico letterari dell’installazione Byron’s delight, vera e propria déjeuner sur l’herbe del 2011. Dall’altra, sul piccolo formato, ecco spuntare nello stesso anno la Storia di una zucchina in cui la comune verdura tagliata a rondelle racconta su ciascuna di queste la propria vicenda attraverso miniature su carta stampate col computer e incollate sul supporto musivo, dall’annaffiatura del primo seme sino all’ortaggio maturo che si sta guardando e toccando, con una sorta di autobiografia dall’umore meta-teatrale e pirandelliano, essendo comunque finto, ricostruito, in apparenza muto, l’oggetto a mosaico che a suo modo sta invece parlando.

Silvia Naddeo, Byron's Delight, 2011

Silvia Naddeo, Byron’s delight, 2011

Se ogni racconto necessita di un ascoltatore, il passaggio successivo della regia visiva della Naddeo avviene con l’operazione MyPanino del 2013 e consiste nel trasformare il visitatore in costruttore dell’opera, per cui ognuno può scegliere su una tavola gli ingredienti in mosaico preparati dall’artista e fabbricare da sé il panino specchio della propria personalità. Fatto questo si scatta una foto con un dispositivo connesso col sito www.mypaninoproject.com o con un mezzo proprio, smartphone o tablet, per poi condividerlo con l’hashtag #mypanino in vari social network: in pochi secondi, il millenario mosaico passa da tattile a multimediale, creando una galleria, anzi uno spartito di caratteri umani pressoché infinito variando preferenze e disposizione delle poche note di alimenti proposti.[6]

Silvia Naddeo, My panino

Silvia Naddeo, MyPanino (particolare), 2013

Questo si deve all’intuizione di Silvia Naddeo che cercando attraverso il cibo, centro mitico dell’umano, un sistema di relazioni fra oggetto, persona e comunicazione, ottiene quella che per Lévi –Strauss era “un’inversione del rapporto fra il mittente e il ricevente, giacché in fin dei conti è il secondo che si scopre significato dal messaggio del primo: la musica vive sé stessa in me, io mi ascolto attraverso di essa. Il mito e l’opera musicale appaiono dunque come direttori d’orchestra i cui uditori sono silenziosi esecutori.”[7]

Silvia Naddeo, A cena con – No ordinary dinner, 2015

Silvia Naddeo, A cena con – No ordinary dinner, 2015

Approfondendo il discorso sulla realtà virtuale collegata al mosaico, nel 2015 è la volta del progetto A cena con – No ordinary dinner presentato come il precedente al Premio GAeM[8]: su una tavola elegantemente apparecchiata per due sono presenti alcuni cibi in mosaico che rimandano a un misterioso artista, in questo caso Salvador Dalí. Per completare tale quadro e indovinare chi sia l’ospite, una volta che si siede l’invitato può letteralmente entrare nell’universo creativo del convitato di pietra attraverso una Google Cardboard, il visore virtuale che viene così posto in relazione ad un evento artistico, non solo musivo, in modo originale e inedito, creando un circuito ininterrotto che rende (quasi) impossibile distinguere fra sogno e realtà come voleva il vecchio Breton dei Vasi comunicanti (1932).

Sempre nel 2015 la Naddeo porta avanti un piccolo ma significativo piano musivo, Day by Day, un percorso manuale e digitale della durata di un anno in cui per ogni giorno/frammento viene scelta una tessera/frammento simbolo del giorno stesso, posta su un biglietto da visita firmato e datato, il tutto associato a un oggetto caratterizzante l’unicità del momento effimero e infine fotografato e pubblicato su daybydaysilvianaddeo.tumblr.com.

Silvia Naddeo, Day by Day, 2015

Silvia Naddeo, Day by Day, 2015

Questo omaggio quotidiano alla propria materia espressiva è anche testimonianza autentica del carpe diem oraziano, dal momento che “carpere” nel senso usato dal poeta non vuole genericamente dire “prendere, cogliere l’attimo”[9], ma “sbocconcellare” l’intero rappresentato dal tempo, giorno per giorno, anzi istante dopo istante, cercando di assaporare sino in fondo cosa sia quel mistero chiamato vita, senza necessariamente spiegarsi tutto.

Dunque la mente di questa artista è vero luogo dell’incontro di forme e mezzi materiali, umani, virtuali, una sorta di “Bistrot Naddeo” in cui sotto lo sguardo complice, presente, mai giudicante della proprietaria, gli incontri “respirano. I discorsi che vi s’incrociano sono pieni di illusioni e delusioni, desideri e paure, speranze e dubbi: insomma, per dirla tutta, d’intelligenza.”[10]

www.silvianaddeo.com

 

[1] Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, XXXV, 65, Milano 2000, p. 185.

[2] Derrick De Kerckhove, in Flaminio Gualdoni, Trompe l’œil, Ginevra-Milano 2008, p.26.

[3] “So che all’apparenza possa sembrare strano, ma trovo che il mosaico come la cucina abbiano molti punti di contatto e similitudini rispetto al processo creativo. Un mosaicista, come del resto un cuoco, sceglie accuratamente le materie prime che utilizzerà per creare ed esaltare la propria opera. Il taglio delle tessere non si discosta poi tanto dalla preparazione dei singoli alimenti, come poi  l’interazione che avviene tra di essi, l’attesa del risultato che si compone lentamente (e che a volte può richiedere l’aggiunta di un po’ più di condimento), fino al risultato finale che sfocia in un’esperienza di condivisione e nutrimento per i sensi. (…) Ciò che più mi affascina,  per quanto riguarda la tematica del cibo, è tutto quello che si nasconde dietro ad un alimento o pietanza che sia, gli aspetti socio culturali a cui è legato e che lo contraddistinguono.” Silvia Naddeo da un’intervista rilasciatami nel 2011 e pubblicata sul mio blog: https://lucamaggio.wordpress.com/2011/11/09/mosaico-oggi-intervista-a-silvia-naddeo/

[4] Quest’opera fa parte delle collezioni del CIDM – Centro Internazionale di Documentazione sul Mosaico, sezione del Mar – Museo d’Arte della città di Ravenna.

[5] Massimo Montanari, La fame e l’abbondanza. Storia dell’alimentazione in Europa, Bari 1997, pp.24-25.

[6] Volendo associare una musica al lavoro di Silvia Naddeo, il suo usare strumenti classici come la tradizionale tessera musiva in relazione a media contemporanei mi ricorda lo stile jazz di Page One di Joe Henderson e più delle sofisticazioni mascherate di semplicità e ironia di Quatre Hors d’Oeuvres e Quatre Mendiants di Rossini, le dinamiche delicate ma inusuali e piene di brio della Sonate K.282 en mi bémol majeur di Mozart.

[7] Claude Lévi-Strauss, Il crudo e il cotto, Milano 1990, p. 35 (Mythologiques I. Le cru et le cuit, Paris 1964).

[8] Il Premio Giovani Artisti e Mosaico viene organizzato dal CIDM di Ravenna ogni due anni dal 2011.

[9] Secondo il senso che si vuole attribuire alla frase, il latino prevede più verbi col significato di “prendere”, ad esempio l’oraziano “carpere”, oppure “capere” da cui “captivus”/“prigioniero”, o “sumere” nella Vulgata di San Girolamo, quando Cristo offre da mangiare agli apostoli il pane consacrato come suo corpo (Mc 14,22).

[10] Marc Augé, Un etnologo al Bistrot, Milano 2015, p. 83 (Éloge du bistot parisien, Paris 2015).

Read Full Post »

Filippo Berta, Istruzioni d'uso (particolare), 2012

Filippo Berta, Istruzioni d’uso (particolare), 2012

“Molti dei mortali preferiscono l’apparire all’essere, e così commettono ingiustizia.” Eschilo, Agamennone

L’assunto della mostra curata da Raffaele Quattrone e visibile presso la Galleria OltreDimore (Piazza San Giovanni in Monte 7, Bologna) sino al prossimo 25 maggio è chiaro sin dal titolo, pensare l’impensabile ovvero “attraverso l’arte e la creatività provare a superare i limiti” di una società, quella occidentale, che ha fatto della gloria effimera (dal fiato corto, non certo quella dell’eroe omerico) connessa al denaro e al successo in termini di notorietà warholiana, i cardini fenomenologici su cui costruirsi. Da qui sembra non ci sia via d’uscita se questo modello è esportabile anche in altre culture che ammaliate dal potere dell’immagine desiderano farlo proprio: si pensi ai neomiliardari cinesi, russi, arabi o indiani o, anche, alle fasce più basse di reddito anche nostrane che ambiscono all’ultimo modello di telefonino o di Nike pur essendo disoccupate: viene in mente, tristemente profetica, la casa dei proletari interpretati da due superlativi Volontè-Melato, piena di cianfrusaglie scambiate per lusso, nel capolavoro di Petri, La classe operaia va in Paradiso (1971).

Filippo Berta, Istruzioni d'uso, 2012

Filippo Berta, Istruzioni d’uso, 2012

Ma non è sempre stato così. Ad esempio nell’antichità classica la questione etica era strettamente connessa a quella estetica, per cui la ricerca del bene era inseparabilmente composta da giustizia e bellezza, come nelle tragedie greche, Antigone di Sofocle in testa: “Assistendovi, siamo commossi dalla bellezza del dramma e, contemporaneamente, pensiamo a cosa è il bene”[1].

Alessandro Moreschini, Ora et Labora, 2004

Alessandro Moreschini, Ora et Labora, 2004

Poi il cammino occidentale ha progressivamente scisso questa unità, per cui se nel ‘500 la Chiesa raggiunse il massimo estetico toccando il minimo etico, viceversa, la ben più rigida e pragmatica morale protestante-calvinista produsse attraverso il puritanesimo la base “spirituale” del capitalismo americano (Max Weber docet) ma anche, quale conseguenza diretta del moralismo ad essa sottostante, un senso anestetico essendo ogni sforzo umano volto al profitto. Dunque in ambo i casi un vuoto.

Michele Giangrande, Mike The Headless Chicken, 2010

Michele Giangrande, Mike The Headless Chicken, 2010

Come ben argomenta Zygmunt Bauman, si è passati da un atteggiamento premoderno da guardiacaccia, sostanzialmente accettando l’equilibrio naturale Dio-Natura, a quello rinascimentale da giardiniere, che fa, disfa, pensa, progetta e concepisce però anche utopie, sino alla deregulation attuale, individualista e consumatrice, tipica del cacciatore che semplicemente continua a uccidere per sé: chi non partecipa alla caccia non ne viene esattamente escluso, diventa selvaggina. Questa caccia ha ipotecato l’idea di futuro per un “qui ed ora” senza scopo. O meglio: per i giardinieri l’utopia era la meta ideale della strada, per il cacciatore è la strada stessa.[2]

Alberto Di Fabio Musica cosmica, 2012

Alberto Di Fabio Musica cosmica, 2012

Del resto, anche a livello sociale e urbanistico si è passati dalla contrapposizione machiavellica fra palazzo (il “palagio” delle Istorie fiorentine, 1525), sede del potere, e la piazza, luogo del ritrovo e anche di protesta popolare, alla scomparsa di quest’ultima in favore della street [3], dove non ci si ferma, non ci si raccoglie per discutere, ma si scorre mentre tutt’attorno sorgono alti e algidi i grattacieli, torri distanti di un’economia sempre più spesso non reale.

Enrica Borghi, Medusa, 2010

Enrica Borghi, Medusa, 2010

La stessa modernità virtuale rischia di isolare ancora di più l’essere umano privandolo del contatto fisico con l’altro, cancellando il residuo spazio fisico dello scambio, della condivisione, che senza indirizzo etico (ed estetico nel senso antico) può falsare se non annullare le potenzialità buone della rete, facendo sprofondare la vita di milioni di persone in una zona grigia melmosa, anonima, senza vita vera, ovvero destinata all’estinzione etica e priva di bellezza, come della complessità necessaria in cui può agire l’eroe tragico, mai veramente riducibile alla dicotomia bene-male.[4]

Roberta Grasso, 25 €/etto, 2009

Roberta Grasso, 25 €/etto, 2009

È in grado oggi l’arte di dare risposte multiformi rispetto a tale ansia-urgenza etico-estetica? Porre un punto definito e definitivo al riguardo non è possibile, ma sempre usando la forza dell’immagine (e dell’immaginazione) le opere di questa mostra rendono credibili situazioni altrimenti contraddittorie o meglio impensabili: i “giochi militari” del video e delle foto di Filippo Berta, le plastiche riciclate aggrovigliate scultoree di Enrica Borghi, l’energia che si fa pittura nelle tele di Alberto di Fabio, il mosaico che si fa morbido in Roberta Grasso, i neon ironici e relativisti di Michele Giangrande, l’installazione analitica di Alessandro Moreschini circa Crescita e sviluppo insostenibili all’infinito (quando lo capiremo?) e la performance culinaria del collettivo ZUP-Zuppa Urban Project.

Sino a che l’arte saprà domandare e domandarsi criticità complesse (riguardo a sé, al circostante  e contemporaneamente meta-riflettendo sui differenti linguaggi espressivi) avrà un ruolo fondamentale e giammai decorativo nel riscatto dell’uomo dalle prigioni che egli stessi si è fabbricato.

Think The Unthinkable – Galleria OltreDimore, Bologna

Zuppa Urban Project, ZUP nella città di Milano, 2012

Zuppa Urban Project, ZUP nella città di Milano, 2012


[1] Luigi Zoja, Giustizia e Bellezza, Torino 2007.

[2] Zygmunt Bauman, Modus vivendi, Bari 2007.

[3] Luigi Zoja, op. cit.

[4] Luigi Zoja, op. cit.

Read Full Post »