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Premessa: dall’8 al 22 settembre presso il MAR sarà aperta con ingresso gratuito la mostra “R.A.M. 2013 – giovani artisti a Ravenna”“R.A.M. 2013 – giovani artisti a Ravenna” a cura di Elettra Stamboulis e Gianluca Costantini – Associazione Mirada, quest’anno dedicata al tema nomade del “Trasumanar e organizzar”.

In esposizione le opere di Alessandro Camorani (fotografia), Naghmeh Farahvash (mosaico), Maria Ghetti (installazione), Fabiana Guerrini (scultura), Samantha Holmes (mosaico), Giovanni Lanzoni (pittura) e Stefano Pezzi (fotografia), coi testi critici rispettivamente di Linda Chiaramonte, Antonella Perazza, Elettra Stamboulis, Sabina Ghinassi, Luca Maggio, Massimiliano Fabbri e Maria Rita Bentini.

Di seguito la mia presentazione in catalogo (Giuda edizioni) dell’opera Home di Samantha Holmes.

Associazione Mirada – R.A.M. 2013

R.A.M. 2013 – foto allestimento di Stefano Pezzi

MAR – Mostra R.A.M. 2013 – Trasumanar e organizzar

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Samantha Holmes, Home, 2013, carta, 107 x 80 x 121 cm

Samantha Holmes, Home, 2013, carta, 107 x 80 x 121 cm

Home

di Luca Maggio

“Di solito si dice che bisogna avere radici. Ma io son convinto che le uniche creature che le radici ce l’hanno, gli alberi, preferirebbero tanto farne a meno: così potrebbero anche loro prendere il volo con l’aeroplano.” Bertolt Brecht, Dialoghi di profughi

Vista dall’alto una città coi suoi bagliori somiglia a una sequenza musiva coi suoi accenti d’oro e rimandi di luce necessari all’occhio per ordinare la frammentarietà apparente dell’insieme proprio attraverso quegli elementi-tessera che, distinguendosi, marcano le differenze coi loro analoghi dando senso e continuità all’altrimenti indistinto.

Poiché quest’operazione di interpretazione coinvolge direttamente lo spettatore, è a te che mi rivolgo, tu che leggi. Dunque riduci lo sguardo su un quartiere di quella mappa, anzi su una singola abitazione, isolata. Va’ oltre, concentrati sui muri, sui mattoni.

È così che nasce Home: trasferire su carta una sezione di muro d’una vecchia casa ravennate, portarla a New York, svuotarla delle tessere-mattoni e rispedirla in Italia affinché sia sotto il tuo occhio, ora, qui.

Samantha Holmes, l’autrice, ti sta dicendo di riflettere sull’identità: delle cose, di te stesso.

È da tempo che lei lo fa, spesso usando la carta[1], quel biancore cui gli uomini affidano parte del loro mistero perché si tramandi: avvertendo la propria finitudine di fenomeno che passa come e più del circostante, è a lei, alla carta, che essi consegnano i rigurgiti della propria memoria.

Ma qui nulla è scritto e tutto è da guardare. Dunque gira attorno alle quattro mura e annota cosa vedi: assenza e sospensione.

Prosegue Samantha nel suo riflettere sullo svuotamento delle cose[2], meglio percepibile se attorno è aria, se il manufatto è calato dall’alto e non tocca terra[3] come un interrogativo che s’apre a dubbi ulteriori fluttuando all’altezza del tuo sguardo, coi suoi nei tuoi occhi: è fatto di vento, anche, alito del mondo, che Carver sente “soffiare lieve in faccia e nelle orecchie/ (…) più delicato, pare,/ delle dita di una donna”[4], e dentro entra e ramifica impalpabile, lui senza radici, nella tua mente. E cosa vedi?

Samantha Holmes, Home, 2013, carta, 107 x 80 x 121 cm

Samantha Holmes, Home, 2013, carta, 107 x 80 x 121 cm

Sequenze vuote di mattoni, malta-carta di contorno a sostenere una struttura altrimenti evanescente, una casa che è l’opposto della solidità che questo nome evoca. Eppure.

Non t’inganni la forma: non è lezione d’architettura. Va’ piuttosto al ritaglio: esso è dettagliato, ogni segmento diverso perché tutti vengono da mattoni reali e mai eguali, frammenti di realtà seguiti nella loro autentica imperfezione, benché composti nello stereotipo, il disegno della casa degli schizzi d’infanzia, qui però fluttuante e aperto, valenza metaforica dell’io, perché come ricorda Montaigne negli Essais “io non posso fermare il mio soggetto. Esso va ondeggiante e tremolante, per una naturale ebbrezza. (…) Non dipingo l’essere: descrivo il passaggio.”[5]

Essere e passaggio qui coincidenti. Perché l’io-casa è mutevole, è tenda nomade, è della famiglia dei paradossi moderni come il silenzio-musica di Cage. E attraverso il tutto aperto che questa casa è, chi vedi?

L’altro, te stesso. Perché questo è il punto: l’uomo è straniero errante (colui che vaga, colui che sbaglia) sulla terra, ospite di un mondo altro da sé che egli abita ma non deve forzare, pena l’odierno scempio cementifero[6] e l’orrore “onnipolitano” di cui profetizza Paul Virilio.[7]

Dai Veda ai Salmi veterotestamentari ai Canti dei nativi d’America, altri e più antichi uomini ricordano la nostra natura di forestieri non già padroni del suolo che pretendiamo di sfruttare senza ritegno, il cui unico proprietario è semmai la divinità: “Nessuna terra sarà alienata irrevocabilmente, perché la terra è mia e voi siete presso di me come stranieri e inquilini.”[8]

Vacuo credersi possessori d’alcunché, a parte gli affetti, i ricordi, il proprio tempo, in una casa così aperta che neanche le pareti sono fra esse legate, eppure parti indissolubili, corrispondenti, dello stesso edificio, fatto di andamenti di mattoni-tessera differenti quanti e quali sono i momenti di una vita, delle vite che s’incontrano per costruire la propria, e invisibili poiché nell’assenza si ritrova l’essenza: nel deserto del mondo estraneo alla pelle dell’uomo “nessuno si può chiudere in se stesso: l’umanità dell’uomo, la soggettività, è responsabilità per gli altri, estrema vulnerabilità.”[9]

La casa, lo vedi, se non vola, è comunque sospesa, non per dare un’idea irraggiungibile di sé (di te), giacché la Laputa di Swift è tanto dotta quanto inutile[10] e la Bersabea calviniana delle Città invisibili[11] capovolge ciò che vorrebbe essere, quella Gerusalemme celeste che, avverte Agostino, non da manichei si raggiunge, ma equilibrando anima e corpo.[12]

E il tuo corpo, i tuoi occhi sono la chiave dell’esperienza, per Levinas “delegati dell’Essere”[13] che è qualcosa di estremamente concreto: è la tua storia di umano che qui si offre nuda, davanti all’immagine reale di mattoni assenti di una casa priva di distrazioni cromatiche quale quesito e specchio di ciò che di più puro e buio alberga in te.

Puoi comprendere e accettare o dissipare: che l’uomo si avvicini all’uomo, questa la lunga speranza.

Samantha Holmes, Home, 2013, carta, 107 x 80 x 121 cm

Samantha Holmes, Home, 2013, carta, 107 x 80 x 121 cm


[1] S. Holmes, Unspoken 10.22.10 – 07.07.11, 2011 (Premio G.A.E.M., Ravenna, 2011)

[2] S. Holmes, Absence (Moscow), 2012 (Ti desidero, Musivum Gallery, Mosca, 2012). Un’eco possibile di questo tipo di ricerca giocata sulla scomparsa e l’epifania di tracce musive si può ravvisare nella serie Vestigia di Felice Nittolo (anni 2000).

[3] S. Holmes, Devotion, 2012 e Novena, 2012 (Ti desidero, Musivum Gallery, Mosca, 2012).

[4] R. Carver, da Vento, in Orientarsi con le stelle, Roma, 2013, p. 279.

[5] M. de Montaigne, Saggi, Vol. III, Libro III, cap. II, Milano, 1996, p. 1067.

[6] Oggi “non è sostanzialmente possibile in Italia tracciare un cerchio di 10 km di diametro senza intercettare un nucleo urbano, con tutto ciò che ne consegue in ragione della diffusione dei disturbi a carico della biodiversità…”, B. Romano, Una proliferazione urbana senza fine, in AA.VV., Terra rubata. Viaggio nell’Italia che scompare. Le analisi e le proposte di FAI e WWF sul consumo del suolo, dossier del 31 gennaio 2012, p. 9; si veda inoltre A. Garibaldi, A. Massari, M. Preve, G. Salvaggiulo, F. Sansa, La colata. Il partito del cemento che sta cancellando l’Italia e il suo futuro, Milano, 2010.

[7] “In questo inizio di terzo millennio, l’ultimo sinecismo non è più tanto geofisico quanto, piuttosto, “metageofisico”, dato che al raggruppamento di un popolamento agrario succede la concentrazione ONNIPOLITANA di queste città visibili, in via di metropolizzazione avanzata per formare domani l’ultima città: l’ONNIPOLIS; città fantasma, quest’ultima, METACITTÀ senza limiti e senza leggi, capitale delle capitali di un mondo spettrale, ma che si pretende tuttavia AXIS MUNDI – in altre parole, l’omnicentro di nessun luogo.”, P. Virilio, Città panico, Milano, 2004, p. 74.

[8] Levitico, 25, 23.

[9] E. Levinas, Senza identità (1970), in Umanesimo dell’altro uomo, Genova, 1998, p. 150.

[10] J. Swift, I viaggi di Gulliver, Parte terza, Cap. I-IV, Roma, 1995, pp. 141-158.

[11] I. Calvino, Le città e il cielo. 2., in Le città invisibili, Milano, 2002, pp. 111-112.

[12] “Chi esalta l’anima come bene supremo, e condanna il corpo come cosa malvagia, abbraccia e accarezza l’anima in maniera carnale e fugge carnalmente la carne, perché non si attiene alla verità divina, ma alla vanità umana.”, Sant’Agostino, La città di Dio, XIV, 5, Torino, 1999.

[13] E. Levinas, Il significato e il senso (1964), in op. cit., Genova, 1998, p. 47.

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Raymond Carver (1938-1988)

Raymond Carver (1938-1988)

Alle spalle, a volte, ci prendono i ricordi. Il che non è necessariamente un male. Fa parte della natura stessa del ricordare, essere sorpresi e così sospesi. Leopardi ci ha speso più di qualche idillio struggente e Proust ci ha costruito un monumento con alcune pagine davvero indimenticabili.

Che cosa è mai l’uomo, già, che cosa?

Viene a me naturale, da anni o da sempre, passare parole, immagini, musiche ad amici, conoscenti, colleghi che spesso ricambiano reciprocamente, perché non si può non restituire condividendo ciò che ci ha fatto bene, laddove questo bene vuol dire non solo consolazione ma anche dolore da affrontare o con cui confrontarsi. Comunque porsi domande e nulla di questo bene lasciare inerte.

A questi passaggi fondamentali fra esseri umani, Pennac ha dedicato la lectio magistralis della sua recente laurea honoris causa in Pedagogia a Bologna.

Mi è capitato di passare solo due o tre volte in tutto i versi di una poesia di Carver che pure amo molto e che da tempo conservo nella mia babelica scatola-biblioteca di fogli sparsi. Perché non l’ho fatta circolare di più? Certo, bisogna trovare le persone adatte, ma non è solo quello. L’ho capito di recente. Ero in libreria per acquistare un testo che non ho poi trovato e come capita assai spesso ne ho adocchiato un altro che neanche sospettavo fosse stato pubblicato (i miei scaffali sono per la maggior parte pieni di incontri cartacei casuali). In questo caso si trattava del volume che raccoglie tutte le poesie di Raymond Carver. Apro la trovo lo faccio mio. E lì arriva il fulmine del ricordo. Avevo dimenticato chi me l’aveva regalata anni fa. Erika. Capelli neri, occhi chiari, velo di efelidi su pelle di latte e una santa voglia di ridere, di scherzare su tutto, di prendersi con la grazia della leggerezza e di riuscire a tirare fuori dall’altro, da me, altrettanta gaiezza. Che intese a volte nella vita. E l’attrazione fisica nulla c’entra, per quanto. Semplicemente è altro il livello.

Ci siamo persi poi. Senza dolore o strappi. Succede. Di lei mi era rimasto solo il foglio di Carver che mi lesse un giorno, tanto di quel tempo fa da non riuscire più a collegarlo di primo acchito a chi me lo aveva regalato. Era rimasta, questo sì, la consapevolezza inconscia che quella paginetta era misteriosamente preziosa e andava come protetta, non diffusa. Era qualcosa di mio, di privato. Non so se vi è mai capitata una sensazione simile. Invece, improvviso, col libro tra le mani ecco il suono della sua risata tornare nel mio orecchio.

Oggi ho fatto pace con quel bel ricordo e ho deciso di liberarlo, di pubblicarlo insieme ai versi di Carver. Vi diranno qualcosa o forse nulla. Ma ora sono anche vostri.

Raymond Carver e Tess Gallagher

Raymond Carver e Tess Gallagher

DOVE L’ACQUA CON ALTRA ACQUA SI CONFONDE

Adoro i torrenti e la musica che fanno.
E i ruscelli, nelle radure e nei prati, prima
che diventino torrenti.
Forse li adoro soprattutto
per la loro segretezza. A momenti dimenticavo
di dire qualcosa sulle sorgenti!
Può esserci una cosa più meravigliosa di una fonte?
Ma anche i grandi corsi d’acqua hanno il loro cuore.
E i luoghi in cui confluiscono nei fiumi.
Le foci aperte dei fiumi che sfociano nel mare.
I luoghi dove l’acqua con altra acqua
si confonde. questi luoghi mi si stagliano
nella mente come luoghi sacri.
Ma questi fiumi lungo la costa!
Li amo come alcuni amano i cavalli
o le donne affascinanti. ho un debole
per questa acqua veloce e fredda.
Mi basta guardarla perché il sangue scorra più veloce
e un brivido mi percorra la pelle. Potrei stare
a guardarli per ore questi fiumi.
Non ce n’è uno che somigli a un altro.
Oggi compio quarantacinque anni.
Chi ci crederebbe ora se dicessi
che una volta ne avevo trentacinque?
E che avevo il cuore freddo e vuoto, a trentacinque anni!
Sarebbero passati altri cinque anni
prima che ricominciasse a scorrervi del sangue.
Mi prenderò tutto il tempo che voglio oggi pomeriggio
prima di lasciare questo posto accanto al fiume.
Mi piace amare i fiumi.

Amarli a monte fino
alla sorgente.
Amare tutto quello che mi fa crescere.

Raymond Carver (1938-1988), da Racconti in forma di poesia (Where Water Comes Together with Other Water, 1985), in Raymond Carver, Orientarsi con le stelle – Tutte le poesie (Roma 2013, titolo orig. All of Us, 1996).

Ps. Non so per quali strane associazioni sinaptiche, ma questi versi mi fanno venire alla mente la Sonata in La maggiore KV 331 di Mozart, in particolare le prime delicatissime note qui suonate con la grazia irraggiungibile della semplicità dal maestro Aldo Ciccolini. E ora provate a rileggerlo Carver con questo accompagnamento, poi a occhi chiusi o completamente aperti lasciate che le parole scorrano via e sia solo la musica.

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Loser, perdente: tipica (e terribile) espressione della società americana, in cui è ammesso essere solo winner, number one, al limite nerd ma vincenti come Bill Gates o Steve Jobs, giammai loser, un fallito, un paria, un reietto del sogno a stelle e strisce.

Per questa categoria a quanto pare non c’è posto.

O forse non è così: lo racconta quel paradiso meraviglioso e parallelo umano che è la letteratura, anche in forma grafica: esempio sommo e compiuto, tale da giungere alla perfezione, è il capolavoro di Chris Ware Jimmy Corrigan, il ragazzo più in gamba sulla terra, pubblicato negli U.S.A nel 2000 da comic strips precedenti e in Italia nel 2009 per Mondadori Strade blu.

Jimmy Corrigan è tante cose: non aspettatevi il polpettone apologetico strappalacrime del perdente, il protagonista del titolo, un uomo di mezza età, solo, grassoccio, trasandato, dai capelli radi, con evidenti difficoltà relazionali e vessato dalle continue telefonate della madre. Certo, c’è la sua storia, che però si intreccia con numerosi flashback della sua storia familiare, sullo sfondo di una Chicago in piena mutazione dal XIX secolo a oggi, a partire dal nonno che venne abbandonato dal bisavolo, come il padre abbandonò sua madre e lui, povero Jimmy, quand’era ancora piccolo. Quando un bel (?) giorno il nostro (anti)eroe riceve una chiamata proprio da quel padre egoista ma ormai morente e… andate a leggervi il seguito.

Non è possibile riassumere la complessità e la bellezza di questo libro, una graphic novel inusuale, anche nella sequenza delle scene, degli incastri che non sempre troverete al primo colpo: Jimmy Corrigan vuole attenzione. E, in una parola, amore.

Ma non c’è pietismo, né cinismo nella narrazione. Ci sono altresì momenti lirici, e numerosi altri di fuga dal piattume quotidiano nel mondo della fantasia, dell’infanzia anche inventata. C’è spazio per la neve e per un red bird, per l’architettura e scene mute. Ci sono persino i ritagli di carta per costruire case e altri oggetti, come, ricordo personale, se ne trovavano nel Corriere dei piccoli da bambini. Il tratto è rétro, semplice e ben definito (tra fumetto anni ’30 e ’50, con un vago retrogusto bauhausiano in alcuni particolari), come i colori mai accesi, salvo innesti di spot pop da supereroe con la scritta leitmotiv Jimmy Corrigan, il ragazzo più in gamba sulla terra, che compare in momenti generalmente ordinari o del tutto inopportuni.

C’è l’ironia, intellettuale certo, che trabocca sin dal titolo come dalle pagine iniziali, quelle di istruzioni per l’uso, essenziali, da leggere sin negli angoli, non per capire veramente qualcosa in più, quanto per godere fino in fondo, ogni virgola di questo gioiello, come la copertina e il suo retro o le pagine finali di Corrigenda (e vuoi mai che lo stesso cognome Corrigan venga da lì, dal latino corrigere, sbagliare?): non troverete la chiave di lettura, ma un sorriso in più sì, per ridere anche di voi stessi, della vostra, mia intelligenza presunta, la superiorità di chi si sente mille miglia oltre il Jimmy che abita invece nella natura umana di ognuno, con le tristezze, le paure, le timidezze e le viltà in lui portate al parossismo.

Queste però sono solo alcune conclusioni, mie e parziali e forse non vere per voi: perché Mr Corrigan, personaggio reale (semi-autobiografico) e immaginario, non vuole insegnare niente e nessuno. Non c’è la morale, non ci sono i buoni e i cattivi, siamo lontani da Dickens, per citare un nome credo indirettamente coinvolto. C’è solo la vita, avrebbe detto Carver, autore più vicino allo spirito di queste pagine, paragonate addirittura all’Ulisse di Joyce: non so dire se il confronto regga, perché, ammetto pubblicamente, quel libro o meglio quella montagna non l’ho mai scalata tutta, ma solo a “spizzichi e bocconi”, quelli indispensabili come il monologo di Molly Bloom e poc’altro, forse mal fidandomi del consiglio di Raffaele La Capria, di cui spero non perdiate L’estro quotidiano, pena sottrarre felicità al vostro tempo letterario e non.

JIMMY CORRIGAN, il ragazzo più in gamba sulla di Chris Ware

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