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Posts Tagged ‘renato guttuso’

Gino Severini, Maternità, 1916, Museo dell'Accademia Etrusca e della città di Cortona

Gino Severini, Maternità, 1916, Museo dell’Accademia Etrusca e della città di Cortona

In genere ai Musei di San Domenico a Forlì lavorano bene sulle mostre temporanee: ricordo con piacere la riscoperta di un grande artista come Wildt lo scorso anno e precedentemente le belle monografiche dedicate a Melozzo, Palmezzano, Silvestro Lega, il Cagnacci, Canova, tutti nomi, alcuni dei quali forlivesi, presenti in città con almeno un’opera su cui costruire un evento di portata nazionale.

Essendo stata la città di Mussolini (nato a Predappio), numerose sono tuttora le testimonianze architettoniche del periodo fascista. Dunque partendo da questo e con decenni di distanza alle spalle, gli organizzatori hanno pensato che si potesse ormai ragionare serenamente sull’arte del ventennio, rivalutando il buono e non retorico che pure c’è stato.

Felice Casorati, Silvana Cenni, 1922, Coll. privata

Felice Casorati, Silvana Cenni, 1922, Coll. privata

Sin qui tutto bene, era anzi tempo di una riconsiderazione onesta sul tema proposto. Solo che Novecento volendo essere una mostra onnicomprensiva (il sottotitolo parla chiaro: arte e vita in Italia tra le due guerre), presenta un affastellamento di opere (talvolta con sezioni non ben amalgamate fra tendenze neo e post-futuriste, metafisiche, del cosiddetto realismo magico e del più generale ritorno all’ordine) fra dipinti, progetti architettonici, sculture, manifesti pubblicitari, design di mobili e moda (peraltro entrambe fra le parti più interessanti dell’intero percorso) tale che lo sguardo alla fine è esausto e laddove vorrebbe approfondimenti trova solo cenni o addirittura assenze (il mosaico, ad esempio, povera cenerentola, che proprio in quegli anni comincia a tornare in auge), mentre di decine e decine di quadri si sarebbe potuto fare a meno: il messaggio sarebbe arrivato comunque e meglio.

Enrico Prampolini, Dinamica dell'azione (Miti dell'azione. Mussolini a cavallo), 1939, GNAM, Roma

Enrico Prampolini, Dinamica dell’azione (Miti dell’azione. Mussolini a cavallo), 1939, GNAM, Roma

Giorgio De Chirico, Sala d'Apollo (Violon), 1920, Coll. privata

Giorgio De Chirico, Sala d’Apollo (Violon), 1920, Coll. privata

Renato Bertelli, Profilo continuo. Dux, 1935, Palazzo Pitti, Firenze

Renato Bertelli, Profilo continuo. Dux, 1935, Palazzo Pitti, Firenze

Naturalmente i nomi che dovevano esserci ci sono tutti (Sironi, Funi, Campigli, Soffici, De Chirico, Savinio, Severini, Balla, Prampolini, Cambellotti, Dottori, Casorati, Donghi, Oppi, Cagnaccio di San Pietro, Fausto Pirandello, Guidi, Cagli, Guttuso, Carrà, Maccari, la scoperta del triestino Cesare Sofianopulo, Bertelli, Martini, Messina, Manzù, Andreotti, Dudovich, Sepo, Schawinsky, Piacentini, architetto del regime e designer per Fiammetta Sarfatti, Gio Ponti, Ravasco, Ferragamo con le sue modernissime scarpe anni ‘30, etc.) e una passeggiata fra questi protagonisti si può fare, tenendo presente il problema della prolissità e ridondanza con la necessità conseguente di trascurare molte opere, inconveniente purtroppo già riscontato in un’altra super-collettiva forlivese del 2010, quella sui Fiori – Natura e simbolo dal Seicento a Van Gogh: evidentemente a San Domenico, non possedendo il dono della sintesi, lavorano meglio sulle monografiche, le stesse citate qualche riga sopra.

Cesare Bazzani, Il nuovo Foro di Forlì, 1931 ca.

Cesare Bazzani, Il nuovo Foro di Forlì, 1931 ca.

Xanti Schawinsky, Sì, 1934

Xanti Schawinsky, Sì, 1934

A proposito di Novecento, per fare chiarezza sul significato storico artistico del movimento è bene citare alcuni passi illuminanti del suo maggiore “non-critico”, Massimo Bontempelli, credo utili anche quali guida ideale all’esposizione corrente: “Se è vero che l’arte vede risplendere oggi davanti a sé nuove possibilità, queste dovranno tenersi ugualmente lontane dalla bellezza e dall’interiorità. Non si tratta più di far fremere la pelle e far risaltare i muscoli, né di esplorare la propria anima. L’importante è creare oggetti, da collocare fuori di noi, bene staccati da noi; e con essi modificare il mondo. (…) È lo spirito dell’architettura. L’architettura diventa assai rapidamente anonima. L’architettura  rifoggia a suo modo la superficie del mondo: sa continuarsi e compiersi con le forme della natura. Lo stesso deve fare la poesia, foggiando favole e personaggi che possano correre il mondo come giovani liberati che hanno saputo dimenticare la casa ove nacquero e ove hanno compiuto la loro maturazione.” (Dicembre 1926)

Achille Funi, La terra, 1921, Coll. privata

Achille Funi, La terra, 1921, Coll. privata

Antonio Donghi, Giocoliere, 1936, Unicredit Art Collection, Roma

Antonio Donghi, Giocoliere, 1936, Unicredit Art Collection, Roma

Ubaldo Oppi, I tre chirurghi, 1926, Musei Civici, Vicenza

Ubaldo Oppi, I tre chirurghi, 1926, Musei Civici, Vicenza

“Quei due termini della pittura quattrocentesca – precisione realistica e atmosfera magica – aveva tentato di riprenderli il cubismo: ma operò in modo letterario, con un formulario dialettico, con un’anima impopolare, e finì per bruciare sul gran rogo futurista insieme con gli altri relitti del romanticismo. Sia ben chiaro che tutto questo non si è detto per fare della storia. Non abbiamo voluto se non dare qualche segnalazione, in quanto tali analogie possono illuminare il nostro istinto: possono chiarire meglio, agli altri e a noi stessi, che cosa si debba intendere per «novecentismo». In nessun’altra arte troviamo nel passato parentele più strette che con quella pittura di cui abbiamo parlato, in nessuna vediamo così in pieno attuato quel «realismo magico» che potremmo assumere come definizione della nostra tendenza. E in quei pittori italiani del Quattrocento, molto più utilmente che in tanti scrittori che furono citati da ogni parte, una critica avveduta potrebbe scoprire i veri precedenti e maestri di certa nostra prosa modernissima. (…) Il futurismo fu – ed era necessario – avanguardista e aristocratico. L’arte novecentista deve tendere a farsi «popolare», ad avvincere il «pubblico». Non husserlcrede alle aristocrazie giudicanti, vuol fornire di opere d’arte la vita quotidiana degli uomini, e mescolarle a essa. In altre parole, il novecentismo tende a considerare l’arte, sempre, come «arte applicata», ha un’enorme diffidenza verso la famosa «arte pura». L’artista sia soprattutto un eccellente «uomo di mestiere». (…) Per questo insieme di ragioni il novecentista non vi parlerà mai di «capolavoro», parola romantica ed equivoca. Il novecentismo cerca di aiutare lo sviluppo di quell’arte che potrei chiamare d’uso musei quotidiano.” (Giugno 1927)

Marcello Piacentini, Sedia per la casa di Fiammetta Sarfatti, 1933, Wolfsoniana, Genova

Marcello Piacentini, Sedia per la casa di Fiammetta Sarfatti, 1933, Wolfsoniana, Genova

Salvatore Ferragamo, Sandalo, 1938 (non in mostra)

Salvatore Ferragamo, Sandalo, 1938 (non in mostra)

Gio Ponti, I Progenitori, 1925 ca., Museo di Doccia, Richard Ginori, Sesto Fiorentino

Gio Ponti, I Progenitori, 1925 ca., Museo di Doccia, Richard Ginori, Sesto Fiorentino

Francesco Messina, Pugile, 1930, Coll. ENI Spa

Francesco Messina, Pugile, 1930, Coll. ENI Spa

Così Bontempelli. In finale di battuta aggiungo un paio di provocazioni: in certe parole non sembra di leggere clamorose anticipazioni pop? Inoltre, in questa volontà d’affermazione dell’esistere quotidiano (benché anonimo) sull’essere ideale ma astratto, non si possono rintracciare consonanze con la futura linea esistenzialista sartriana, che origina dalle riflessioni heideggeriane di fine anni ’20? En passant, ricordo che il filosofo tedesco capovolse l’insegnamento del suo maestro Husserl, posponendo l’essere quale conseguenza dell’esistere.

Pur con le dovute differenze e diversissime conseguenze ed esiti, forse qualcosa di comune era nell’aria.

Novecento – sito ufficiale della mostra

Mario Sironi, L'Italia Corporativa, 1936, Coll. privata , Roma

Mario Sironi, L’Italia Corporativa, 1936, Coll. privata , Roma

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Giuseppe Maestri, La tenda di Teodorico, acquaforte e acquatinta, anni'80

Penso che un sogno così non ritorni mai più/ mi dipingevo le mani e la faccia di blu”, Modugno-Migliacci, 1958.

Giuseppe Maestri (Sant’Alberto, Ravenna, 1929 – Ravenna, 2009) è parte della storia bella di Ravenna: incisore, stampatore e artista. Dal giorno della sua scomparsa, il 18 ottobre di due anni fa, penso che il Comune senza esitazione dovrebbe dedicargli una via, tanto è stato culturalmente e umanamente prezioso per chiunque lo abbia conosciuto e per la comunità civica in generale.

In città l’avventura cominciò nel dicembre del ’65, quando con la moglie Angela Tienghi inaugurò la galleria-laboratorio La Bottega in via Baccarini, di fronte alla storica Biblioteca Classense e all’allora Accademia di Belle Arti, prima che questa venisse spostata presso la Loggetta Lombardesca, attuale MAR, e poi definitivamente decentralizzata e, aggiungo, penalizzata nell’odierna sede periferica, poco distante dal cimitero.

La Bottega, nacque con entusiasmo nella Ravenna di oltre 40 anni fa da un’idea di Alberto Martini, condirettore della mitica collana I maestri del colore della Fabbri Editori, e non fu solo uno spazio espositivo importante per il panorama cittadino di allora aprendo ad artisti di livello nazionale (cosa di cui beneficiarono anzitutto gli artisti locali), ma divenne insieme luogo di incontro e scontro fra menti creative diverse e valenti, talvolta con discussioni accese e polemiche, talaltra con condivisione di ideali, e sempre con circolo, freschezza e scambio continuo di idee.

Si cominciò con l’esposizione di Aligi Sassu, cui seguirono, e con coraggio nella Ravenna rossa dell’epoca ma pensando solo al dato artistico, le retrospettive su Carrà e Sironi, in cui intervennero i figli degli artisti scomparsi da poco tempo. Poi, fra gli altri, Treccani, Guttuso, Calabria, Moreni, Giò Pomodoro, oltre ai locali Ruffini, Guberti, Folli, Giangrandi, nonché le visite prolifiche dei maestri del Gruppo Mosaicisti di scuola ravennate, che allora aveva sede nel medesimo quartiere.

La scomparsa o la mutazione in tempi recenti di questi luoghi frequentati dagli artisti (penso a ciò che doveva essere nei medesimi anni ’50 e ’60 il Bar Jamaica di Milano anche dal racconto che me ne fece l’artista bergamasco Rino Carrara), ovvero spazi liberi in quanto partecipati, per citare Gaber, e non solo vetrine asettiche di gallerie griffate, è una delle cose più tristi degli ultimi decenni. Fortunatamente nuove rinascenze associative insieme alle potenzialità del web già in atto fanno vedere un presente e sperare in un prossimo futuro migliori poiché realmente condivisi e aperti.

Per quanto riguarda i locali della ex La Bottega, dal dicembre 2010 l’artista Mario Arnaldi li ha riaperti come luogo espositivo ma anche di incontro, chiamando la nuova galleria AMArte, nel solco dello spirito che li ha animati per così tanto tempo.

Nonostante i tempi economicamente cupi benché artisticamente prolifici, come in ogni crisi, bisogna continuare a recuperare e innovare in questa direzione e col supporto dei nuovi media questo tipo di ambienti per evitare anche in ambito creativo soliloqui privi del beneficio della discussione, preoccupazioni queste, condivise da artisti differenti anche per età, come ho potuto constatare in conversazioni di qualche anno fa ad esempio con Claudio Olivieri e Francesco Bocchini.

Olivieri fa ancora parte di quelle generazioni che si impegnavano con pamphlet e scritti pepati, se necessario, proprio come Mattia Moreni, uno dei protagonisti della Bottega, come mi raccontava Maestri, che ne curò tutte le 5 o 6 serie di incisioni, cosa che del resto faceva spesso con molti degli artisti da lui ospitati o con collaborazioni esterne, fra le quali vale la pena ricordare Tono Zancanaro, Carlo Zauli, Trude Waehner, Rudolf Calonder e Angela Wejersberg, sino ai più giovani Nicola Samorì, Ilze Kalniete e Roberta Zamboni.

Moreni, è noto, non aveva carattere facile, ma a differenza di numerosi dibattiti feroci con i più, nutriva un rispetto vero, profondo, verso Maestri, a cominciare dal suo saper fare un mestiere antico con abilità unica. Altro illustre testimone di tanta stima fu l’amico Raffaele De Grada, il quale divenne direttore dell’Accademia di Belle Arti ravennate nei primi anni’70 anche in forza dell’affetto nutrito per Giuseppe e sua moglie, i quali a loro volta lo consigliarono di  accettare senza esitazione. E fino all’ultimo, nell’antologica di Maestri L’onirica navigazione (Chiesa del Pio Suffragio, Bagnacavallo, Ravenna, maggio 2008), il grande critico ormai novantenne, volle essere presente per omaggiare l’amico mai dimenticato.

È stato in quell’occasione, proprio attraverso quella mostra segnalatami da un giovane amico pittore, che anch’io ho avuto la fortuna di conoscere l’opera e la persona di Giuseppe Maestri, maestro d’arte e di vita, anche se lui mai lo avrebbe ammesso e quasi schermendosi mi avrebbe citato un verso di uno dei poeti romagnoli tanto amati.

Era così: umile, generoso, affabile oltre che tecnicamente insuperabile e sempre dotato di una poesia profonda, intimamente chagalliana, semplice e lirica, in ciò che faceva, in ciò che diceva, in come lo diceva: quanti giorni in cui fluiva il discorso sulle molte vicende della Bottega, per poi narrarmi i segreti incisori di Marco Dente, suo illustre predecessore ravennate nella Roma raffaellesca del primo ‘500, e passare infine alle finezze pittoriche e di incisione di Dürer, apprese a sua volta grazie al bulino e all’arte orafa del padre, il tutto mentre con estrema naturalezza e semplicità, col suo inconfondibile sorriso, Giuseppe continuava a lavorare al torchio, come fosse la cosa più naturale del mondo.

Giuseppe Maestri al lavoro nella sua "Bottega", settembre 2008

E pure avendolo visto all’opera tante volte, non saprei spiegare come riuscisse a realizzare vere e proprie alchimie cromatiche ben oltre le normali possibilità di incisione, mescolando, come solo lui sapeva, acquaforte, acquatinta, ceramolle, collage, ritocchi all’acquerello, e usando qualsiasi tipo di lastra con risultati di volta in volta più incantevoli, talché le sue erano vere e proprie opere uniche, spesso con tiratura bassissima o appunto unica. Mi confidò che gli sarebbe piaciuto andare oltre la manualità di cui era padrone assoluto e unire la sua arte, la sua tecnica, alle nuove potenzialità grafiche del computer, se solo avesse trovato il tempo e la persona giusta con cui lavorare: Giuseppe guardava sempre al futuro, con la forza del suo candore.

Quale privilegio è stato conoscerlo, frequentarlo in quell’ultimo anno e mezzo della sua ricchissima vicenda umana e artistica.

Ed è stato in uno di quegli incontri che gli ho chiesto l’intervista qui riportata: era il settembre 2008.

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Intervista a Giuseppe Maestri, a cura di Luca Maggio, Ravenna, Galleria La Bottega, settembre 2008.

Grazie ad un giovane artista ravennate, Luca Mandorlini, ho fatto conoscenza della tua opera, restandone altrettanto affascinato. In queste pitture ed incisioni, hai saputo inventare un mondo di sogno, una Ravenna che non c’è, eppure potrebbe essere, dietro alle stesse case e monumenti che sono quotidianamente sotto i nostri occhi forse un po’ distratti o abituati. È come se ne avessi colto, con poesia, il fantasma buono, niente a che fare con gli incubi, anzi: penso ai tuoi blu notte, alle porte, muri, finestre coloratissimi, al Mausoleo di Teoderico che lascia l’imponenza della pietra e viene da te trasformato, magia vera, nella tenda d’assedio del re mossa dal vento. E ancora file di case, non c’è direzione unica in questo mondo, sopra e sotto eventuali orizzonti, tutto resta sospeso, incantato…

È una Ravenna fantastica, è vero, che sta sulle dune, sono racconti per immagini, perché talvolta attraverso le immagini le cose si spiegano meglio: è un mondo interno che viene fuori, poi, certo, può ricordare qualcosa di quello esterno, ma non la storia ufficiale, troppo difficile, a parte giusto un riferimento all’assedio di Ravenna, che in effetti ci fu e per ben tre anni ad opera del re Teodorico, solo che ho immaginato la tenda che terminava con la cupola del Mausoleo… I colori illuminano i miei lavori, come quelli dei bambini, si potrebbe dire che non sono mai maturato… pensa che un artista giovane con cui ho collaborato di recente, Nicola Samorì, guardando le mie cose, ha detto che davvero gli sono sembrato più giovane di lui! Ma i colori sono anche una forma di protesta personale: perché arrendersi al grigiore del mondo?


Ho notato che da queste visioni di città sono pressoché assenti le figure umane: sono le architetture le protagoniste animate, fluttuanti, a galleggiare sospese su “acquecielo”, come le isole della Ravenna antica, dove però coesistono più lune insieme, mezze o piene, anch’esse appese a fili invisibili, galleggianti in “cielimare” con pesci a posto delle stelle e vele, vele di barche e case come vele…

Già, sarà perché sono nato vicino ad un fiume, a Sant’Alberto, e vedevo sempre le barche: in fondo le navi sono un simbolo, di arrivo e partenze. Ravenna e Bisanzio poi erano due importanti porti antichi collegati fra loro e i bordi di certe incisioni, come vedi, sono decorati un po’ all’orientale, con figure varie, galleggianti… Poi sarà che nella Bottega in tanti anni ho conosciuto tanti “matti”, che forse un po’ di quella follia l’ho ereditata anch’io…


E tecnicamente?

Per me l’incisione è un linguaggio legato sia alla pittura che alla scultura. Le mie incisioni non sono proprio ortodosse, alla Morandi, per fare un esempio: sono miste, non si tratta solo di preparare la lastra e disegnarla: in queste acquetinte, ceremolli, c’è il colore, per me importante, e la casualità che gioca nel contesto di preparazione del lavoro. Poi il risultato può piacermi e avvicinarsi o meno a ciò che voglio, ma, ed ecco il paradosso, nel momento in cui si accetta il caso a cooperare, non c’è più l’elemento casuale…


So che La Bottega è stata frequentata anche da poeti importanti come Luzi, Zanzotto e Guerra soprattutto, con cui spesso hai collaborato e tuttora, ritraducendo con approvazione, componimenti dal suo al tuo dialetto, il santalbertese. Del resto, come si diceva una volta, sei anche un fine dicitore di versi, specie in dialetto, cosa che ti ha portato, talvolta collaborando con l’attore Marescotti o in recital solistici, a far conoscere Tonino Guerra appunto, Nino Pedretti, Raffaello Baldini, Tolmino Baldassari, ultimamente Nevio Spadoni, oltre al classico di sempre, Olindo Guerrini alias Lorenzo Stecchetti e molti altri anche in italiano, non escluso Dante. 

Sai, il rapporto con la parola e la poesia per me è sempre stato importante, specie con la lingua del dialetto: è la mia lingua madre, quella con cui penso, quella con cui la mia generazione è cresciuta, la lingua di un mondo che voi ragazzi potete capire, ma non sentire fino in fondo. Ecco queste parole hanno un colore, che non può essere capito fino in fondo.

 
Grazie di tutto, Giuseppe.

Giuseppe Maestri (Sant'Alberto, Ravenna, 1929 - Ravenna, 2009)

Giuseppe Maestri: Ravenna senza tempo – Le incisioni: mostra attualmente in corso sino al 23 dicembre 2011, presso la Biblioteca Classense – Manica Lunga, Ravenna.

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