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Walter-Mitty.-Danny-Kaye.

Sarà capitato anche a voi di avere oltre a una musica anche qualche sogno per la testa, o meglio sognare proprio a occhi aperti.

Certo se la dimensione onirica comincia a prevalere su quella reale, oltre a causare qualche buffo incidente, vuol dire che quest’ultima ha qualcosa che non va, troppo piatta, troppo opprimente o via declinando.

Un po’ quel che accade al protagonista di The Secret Life of Walter Mitty, film del ’47 di Norman McLeod, da noi tradotto col forse più equivoco Sogni proibiti, in cui il tranquillo e maldestro editor Walter Mitty interpretato da un Danny Kaye al meglio della forma, oppresso da una madre e una fidanzata e un datore di lavoro più che invadenti, comincia a immaginarsi in avventure sempre più ardite e rocambolesche pur di sfuggire alla noiosissima quotidianità, che in verità si rivela tutt’altro che scontata e priva di pericolo dal momento in cui incontra la bella Rosalind van Hoorn, capace di coinvolgerlo in una sorta di spy story (in cui compare anche la vecchia gloria, il “cattivo” Boris Karloff) e farne un eroe suo malgrado, assicurando il classico happy end hollywoodiano a questa commedia che, rivista oggi, sebbene la trama ancora funzioni, mostra un po’ le corde in alcune scene di intrattenimento troppo lunghe.

Peraltro l’idea del sognatore bistrattato e in cerca di riscatto è stata cinematograficamente assai prolifica, avendo avuto più di qualche rivisitazione, da Les Belles de nuit di René Clair del ’52 ad Artists and Models del ’55 con la coppia comica Lewis-Martin, sino al più modesto e fantozziano Sogni mostruosamente proibiti dell’82 con Paolo Villaggio e al più recente, ambizioso quanto serio e spettacolare remake di Ben Stiller del 2013, col medesimo titolo dell’originale.

Più interessante come versione, poiché acuta, lucida, a tratti tagliente e ironica (non comica, attenzione), è L’età barbarica, titolo in italiano de L’Âge des ténèbres del canadese Denys Arcand, già autore de Le invasioni barbariche, uno dei migliori e più intelligenti film che abbia mai visto, una vera e propria rivelazione quando apparve nel 2003.

L’età barbarica, del 2007, si svolge nel Quebec e a parte seguire le vicende e le astrazioni del povero uomo senza qualità di turno, in questo caso Jean Marc interpretato dall’ottimo Marc Labreche, perfetto anche per la malinconia involontaria del suo volto, anch’egli schiacciato da una famiglia inesistente, da un lavoro senza senso con dei capi ancor più insensati e, in sintesi, dalla routine allucinante dei tempi moderni, la pellicola dà il suo meglio nella critica allo spietato quanto inetto perbenismo odierno, in particolare  quando si tramuta nell’ossessione del politically correct canadese e per esteso occidentale.

A questa morsa stritolante che contribuisce all’inferno diffuso che tutti abitiamo, il Calvino delle Città invisibili proponeva o di rassegnarsi sconfitti e partecipi del disastro o di selezionare attentamente ciò che avrebbe potuto salvare l’individuo (e perché no, la comunità).

Il nostro protagonista sceglie di restare sospeso. Si allontana da tutto, prende una pausa (definitiva?) persino dalle proprie fantasie che tanto gli hanno reso sopportabile e meno vuota sino a quel momento la vita, e si ritira, moderno Candido, in semisolitudine a sbucciare le mele della vicina, le stesse dipinte in altrettanto isolamento volontario da Cézanne: con questa immagine, di limbo ambiguo, di futuro possibile o forse già concluso, di natura morta ma che è anche grande arte, si chiude il film. Con gratitudine per le domande che ci lascia.

Ps. Fra qualche giorno, venerdì 21 marzo, a primavera, questo blog compie quattro anni. Il mio ringraziamento va a ciascuno degli oltre 318 mila visitatori che nel corso di questo tempo hanno apprezzato le mie curiosità, spronandomi ad andare sempre avanti. Salute a voi dunque e a questo spazio aperto.

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Giorni di cinema questi a Venezia e… in casa mia.

In un paio di mesi ho rimesso insieme i primi sette volumetti della Cineteca Domus: non che siano rari o particolarmente costosi (circa venti o trenta euro al massimo cadauno), solo non è semplicissimo trovarli tutti assieme e in tempi brevi. Di cosa si tratta?

La Cineteca in questione, pubblicata dall’Editoriale Domus quella mitica di Gianni Mazzocchi, lo stesso editore di Gio Ponti, Quattroruote, del primo L’Europeo di Arrigo Benedetti e di Il Mondo di Mario Pannunzio, è una raccolta nata per far conoscere piccoli classici o film minori in particolare dell’epoca del muto, che rischiavano già nel ’45 di scomparire anche per l’usura delle pellicole: sono quasi tutti francesi, dal momento che a quella data la Francia era ancora ritenuta la vera detentrice della cultura, cinema incluso.

A proposito, mi commuove la cura con cui vennero stampati e rilegati in edizione numerata questi libretti, in cartone rigido con sovraccoperta e foto interne su carta lucida, specie se si pensa al periodo di pubblicazione, dal febbraio all’ottobre del ’45: in un’Italia che più devastata non si poteva, c’era gente che con amore infinito, in altro modo non so definirlo, si dedicava al proprio lavoro contribuendo in qualche modo alla rinascita del Paese. Altro spirito, altri tempi: loro ci credevano davvero.

Fotogramma da "Ridolini e la collana della suocera" di Larry Semon, Cineteca Domus volume 4, Milano 1945

Ogni volume si presenta con una breve quanto attenta introduzione (le migliori a mio avviso restano quelle del genio Aldo Buzzi, uno dei superassi della nostra letteratura del ‘900 ancora poco o nulla cognito: la sua freschezza di scrittura si riflette anche nella scelta inconsueta per il tempo di autori comici, da Ridolini a Max Linder, senza contare, a proposito di cinema, il suo imperdibile Taccuino dell’aiuto-regista del ’44 per Hoepli con impaginazione di Munari, recentemente ripubblicato da Ponte alle Grazie nel 2007), cui segue il film in circa 120 fotogrammi, un vero e proprio modernissimo racconto per immagini, con le didascalie e filmografia finale del regista in appendice.

Questi i titoli:

1)      La kermesse eroica di Jacques Feyder, a cura di Aldo Buzzi (Milano, 15 febbraio 1945)

2)      La passione di Giovanna d’Arco di Carl Theodor Dreyer, a cura di Guido Guerrasio (Milano, 15 febbraio 1945)

3)      Alba tragica di Marcel Carné, a cura di Glauco Viazzi (Milano, 15 maggio 1945)

4)      Ridolini e la collana della suocera; Ridolini esploratore di Larry Semon, a cura di Aldo Buzzi (Milano, 15 maggio 1945)

5)      Il bandito della Casbah di Julien Duvivier, a cura di Glauco Viazzi (Milano, 20 giugno 1945)

6)      Il milione di René Clair a cura di Bianca Lattuada – sorella del regista Alberto e compagna dello stesso Aldo Buzzi, già aiuto regista del fratello – (Milano, 15 luglio 1945)

7)      Sette anni di guai di Max Linder, a cura di Aldo Buzzi (Milano, 31 ottobre 1945)

Infine, vengono dichiarati in preparazione La Maternelle di Jean Benoit-Lévy e Marie Epstein, a cura di Franco Berutti, e L’angelo del male di Jean Renoir, a cura di Giuseppe De Santis, ma di questi due volumetti non ho trovato alcuna traccia, né so se siano mai stati effettivamente pubblicati.

Ci sono poi i valori aggiunti di questi come dei libri che in generale hanno una certa età (per non dire di quelli antichi, ovviamente): alcuni angoli smangiucchiati, alcune pagine ingiallite, certe sottolineature dei precedenti proprietari e loro commenti che amo particolarmente leggere, talvolta decifrare, per stabilire un dialogo in apparenza muto con questi uomini del passato per il tramite vivo dell’oggetto libro. In questo caso nel volume tre, l’Alba tragica di Carné, il suo antico possessore ha schizzato un albero e un uomo seduto dietro una sorta di vetrina da bar sulla sinistra della terza pagina, mentre sulla destra appare una specie di muro su cui è scritto “out of bounds”: il disegno è firmato “Luciano Bastiani 1946 Bologna”.

Nella pagina accanto, inquietante, la silhouette mi pare presa dal vero di una piccola pistola: l’avrà usata? E chi era costui? Un partigiano o chi altri? O forse è solo un disegno ispirato alla trama del film? Nell’ultima pagina del libretto appare un ritratto d’uomo in pastello viola, un po’ sfumato, un po’ cancellato: un autoritratto fantasma? Volendo, la storia potrebbe continuare. Ed è subito cinema.

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