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René Gruau (Rimini 1909 - Roma 2004)

René Gruau (Rimini 1909 – Roma 2004)

A Parigi, quartiere latino, una sera di quattro anni fa, in un bistrot vicino alla Sorbonne, io mia moglie mio figlio e a un tavolo, sul fondo del locale, lei, epifania d’eleganza in rosso come le sue labbra e tacchi scuri come i capelli in chignon, sola, davanti a un calice di bianco, una sfumatura d’ombretto ambrato e un accenno di rimmel, tranquilla, sul limite dei trent’anni nella sua bellezza sicura d’un fascino consapevole.

Un primo sguardo rapido, distratto forse. Poi conto e mancia, un’altra occhiata fugace a me e quasi impercettibile un sorriso leonardesco sulla commessura labiale sinistra, poi via. Senza necessità d’una parola. E tutto in pochissimi istanti. La perfezione.

 

Rarità, certamente, attimi (ma quali attimi!) come le Lontananze di Pupi Avati ne Il passadondolo a cura di Enrica Caretta alle pagine 27 e 28 (Torino 2012): “Le lontananze sono scambi di sguardi. Raffinate schermaglie amorose che cominciano e finiscono nella sala di un ristorante o di un caffè. Lui entra, la vede. Lei lo guarda; lui le fa capire che l’ha notata. Lei ricambia; rilancia. I due sanno che tra loro qualcosa è accaduto, e da quel momento si innesca un meccanismo che non ha più niente di innocente, niente di casuale, una partita che tra assenze e ritorni può durare l’intera esistenza. Casomai lei si alzasse e lui si azzardasse a seguirla, non ci sarebbe storia; lei di sicuro farebbe l’offesa. Nelle lontananze la regola è che non si va oltre. Si aprono e si chiudono lì, però sono esplicite, perfette per rendere la situazione assolutamente straordinaria. A un certo punto uno dei due lascia il locale, riprende posto accanto al partner e se ne va, sicuro della propria innocenza. Un’ipocrisia totale. Perché anche così si tradisce. Le lontananze sono adulteri tascabili, consumati all’istante  in uno spazio di totale impunità sentimentale.”

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Luca Mandorlini, 2009

“Non ho tempo, sono indietro con altri articoli”, gli dico io, “Basta che dai un’occhiata a questi nuovi lavori e vedrai”, dice lui.

Lui è Luca Mandorlini (Ravenna, 1977), biblioippodisegnatore dall’energia inesauribile, come il ritmo che sprizza dai suoi pezzi.

Mi invia le immagini, apro. Quel rosso sulla moretta sembra Gruau. E l’altra con la maglietta a righe blu? Fellini, con sole su seni giarrettiere e gambaletti, donne felliniane appunto, sebbene magre, su spiagge che potrebbero essere Rimini, Marina di Ravenna o luoghi ricreati nella mente del loro autore.

C’è qualcosa di fumettistico in questi lavori e come sempre di elegante nelle linee di Mandorlini. E qualcosa che mi ricorda i vecchi maestri calligrafisti: prima di tracciare con rapidità i loro segni, pensavano e ripensavano per non farsi battere nella sfida col nulla bianco del supporto.

Luca Mandorlini, 2009

Ho visto più volte Mandorlini riflettere a lungo prima di eseguire veloce, perché poi indietro non si torna: “A quei fiori ho pensato due giorni.” È lì che accade il quadro, nella mente: non lo diresti subito di uno istintivo come lui. “Alle aringhe devo ancora pensarci, sono strani i pesci.” Ha ragione, possono scivolare via da mani mente e pennelli.

Meditare e poi agire, senza pentimenti, per questo neocalligrafista figurativo: e a riguardare quelle sue donne, così fresche e senza volto, come l’avventura, viene proprio voglia d’estate e di fare l’amore.

Luca Mandorlini – sito e contatti

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