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Natalia Ginzburg, Vittorio Foa, Norberto Bobbio

 

Lo scorso 18 settembre avrebbe compiuto cento anni Vittorio Foa (Torino, 1910 – Formia, 2008), padre nobile della Repubblica Italiana.

Aderente dal ’33 a Giustizia e libertà, movimento antifascista fondato nel ’29 a Parigi da Carlo Rosselli, venne arrestato su denuncia dello scrittore e spia dell’Ovra Pitigrilli (Dino Segre), e come altri intellettuali conterranei contrari al regime (Leone Ginzburg, Carlo Levi, Giulio Einaudi, Franco Antonicelli, Michele Giua, Cesare Pavese, etc.) fu condannato al carcere, nel suo caso a ben quindici anni, di cui ne scontò otto, dal ’35 al ’43, fra Roma, al Regina Coeli, Civitavecchia e Castelfranco Emilia, condividendo la cella con Ernesto Rossi, Massimo Mila e Riccardo Bauer.

Dopo la Resistenza, cui prese parte dall’agosto ’43 alla Liberazione, fu deputato all’Assemblea Costituente per il Partito d’Azione, scioltosi nel ’47, quindi entrò nelle file socialiste e dal ’48 fece il suo ingresso nel mondo sindacale, nella FIOM prima e nella CGIL di Giuseppe Di Vittorio l’anno successivo.

Fu una delle menti più brillanti e libere della sinistra italiana, infatti non aderì mai al PCI, poiché com’ebbe a dire: “Tra me e loro con la stima c’erano diversità profonde: i comunisti avevano trovato la verità, io la cercavo nel filone della libertà e dell’eguaglianza.” E ancora, nel 2006: “Sarebbe ora di finirla con questa damnatio memoriae per cui la storia del ‘900 ruota intorno ai comunisti, agli ex comunisti e ai comunisti o filocomunisti pentiti. C’è una grande storia che è stata rimossa: quella degli antitotalitari democratici e liberali – anticomunisti e antifascisti – che non hanno avuto bisogno di rivelazioni tardive, di omissioni generalizzate e di compiacenti assoluzioni.”

Fu un uomo onesto che coltivò il dubbio come metodo e anche in vecchiaia, da tempo ritiratosi dalla politica, non si arrese mai alla malinconia, avendo piuttosto lo sguardo volto al futuro, sostenendo, ad esempio, la trasformazione dell’ormai logoro PCI in PDS, oltre alla necessità di riempire di idee e coraggio, in una parola di slancio, i nuovi programmi dei democratici, a quanto pare, voce tuttora disattesa.

Qui si saluta questo grande italiano, nipote di Giuseppe, rabbino capo nella Torino di inizio ‘900, ricordando la sua bellissima autobiografia, Il Cavallo e la Torre (Torino, 1991), come i testi di più recente pubblicazione Scelte di vita e Scritti politici (postumi, Torino, 2010), e citando una delle sue Lettere della giovinezza. Dal carcere, 1935-1943 (Torino, 1998), sempre colme di dignità, umanità e antiretorica, in questo caso indirizzata ai suoi familiari: “(…) Il fragore del mare giunge fino a noi e tutta la mattina abbiamo sentito nell’aria un inconfondibile odore di salsedine marina che stimolava a respirare a pieni polmoni. Non vi so dire come quel rumore e quel sapore suscitino in me una certa emozione – perché mi riporta alle vostre attuali sensazioni; ma più ancora per una sorta di nostalgia, quella nostalgia non del passato ma del futuro, che un puro senso di pudore ci impedisce di chiamare speranza.” (Vittorio Foa, dal carcere di Civitavecchia, 14 maggio 1942)

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