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Posts Tagged ‘roberta grasso’

Dusciana Bravura, Question Mark Cuori, 2007, paste vitree, oro mosaico, vetro opalescente, vetro argentato, murrine, ferro, adesivo cementizio su struttura di resina, cm 220x100x45, collezione privata

Dusciana Bravura, Question Mark Cuori, 2007, paste vitree, oro mosaico, vetro opalescente, vetro argentato, murrine, ferro, adesivo cementizio su struttura di resina, cm 220x100x45, collezione privata

Metti un tardo pomeriggio d’inverno a passeggiare per le vie del centro di Ravenna, imboccando una strada non particolarmente illuminata, via Cerchio, dove si scopre il nuovo studio-laboratorio di Dusciana Bravura.

E si parla con quest’artista veneziana di nascita (a proposito, altro suo showroom è lo Studio Du accanto a Palazzo Grassi, in Calle de le Carrozze, san Marco 3283, Venezia) e ravennate, anzi “bravuresca” per formazione, nel senso che da sempre in famiglia ha respirato la poesia faticosa del fare.

Dusciana Bravura, Becco giallo, 2014, scultura in mosaico realizzata con paste vitree, murrine, cristalli, ferro, adesivo cementizio su struttura di resina, becco in vetro di Murano, cm 75×30x28, proprietà dell’artista

Dusciana Bravura, Becco giallo, 2014, scultura in mosaico realizzata con paste vitree, murrine, cristalli, ferro, adesivo cementizio su struttura di resina, becco in vetro di Murano, cm 75×30×28, proprietà dell’artista

 

Dusciana Bravura, Becco giallo (particolare), 2014, scultura in mosaico realizzata con paste vitree, murrine, cristalli, ferro, adesivo cementizio su struttura di resina, becco in vetro di Murano, cm 75×30x28, proprietà dell’artista

Dusciana Bravura, Becco giallo (particolare), 2014

E si ascoltano i pezzi suoi che circondano avvolgendo il visitatore: sculture, gioielli, specchi in cui tutto si moltiplica (e non è inopportuno il riferimento riattualizzato all’Arts & Crafts morrisiano). Cose diverse dalla matrice comune, non solo perché, banalmente, le ha pensate e realizzate lei coi suoi collaboratori. Il segreto è un velo sottile da percepire, pur essendo sotto gli occhi.

Dusciana Bravura, Orso bianco, 2006, scultura in mosaico realizzata con vetro argentato, vetro opalescente, murrine, madreperle, adesivo cementizio su struttura di resina, cm 130x90x60, collezione privata

Dusciana Bravura, Orso bianco, 2006, scultura in mosaico realizzata con vetro argentato, vetro opalescente, murrine, madreperle, adesivo cementizio su struttura di resina, cm 130x90x60, collezione privata

 

Dusciana Bravura, Tartaruga, 2005/2008, scultura in mosaico realizzata con paste vitree, murrine, adesivo cementizio su struttura in pvc, cm 100x70x40, collezione privata

Dusciana Bravura, Tartaruga, 2005/2008, scultura in mosaico realizzata con paste vitree, murrine, adesivo cementizio su struttura in pvc, cm 100x70x40, collezione privata

Anzitutto la cura evidente, la preziosità di ogni dettaglio di ciascun oggetto è maniacale. Il livello dunque è altissimo. Che siano forme animali ricoperte da migliaia di tessere dai colori vivissimi, con accostamenti inediti e risultati che armonizzano disegni di soli e fiori musivi sui corpi delle bestie, con andamenti tutt’altro che scontati, o che si tratti di pattern per specchiere, complementi d’arredo o decorazioni per collane e orecchini, il punto vero per questa donna, che ragiona d’arte al femminile come punto d’orgoglio e di forza, non certo di limite (come, in una declinazione astratta e d’umori paesaggistici, una Joan Mitchell) ed è innamorata delle stoffe e dei fruscii e dei tappeti d’oriente e mediorientali in particolare, è la pelle.

Dusciana Bravura, Ara (specchio)

Dusciana Bravura, Ara (specchio)

 

Dusciana Bravura, Ara (particolare)

Dusciana Bravura, Ara (particolare)

 

Dusciana Bravura, Lam (specchio)

Dusciana Bravura, Lam (specchio)

 

Dusciana Bravura, Lam (particolare)

Dusciana Bravura, Lam (particolare)

 

Agisce sulla pelle delle cose, la ricopre con altra pelle derivata dalle sue azioni e variazioni e ricreazioni di fili e stili e forme islamico-bizantine (Fortuny avrebbe gradito), creando al contempo stupore per gli occhi inondati da quelle stoffe vitree, desiderosi di toccarle, come lo è la pelle femminile di indossarne i gioielli.

Dusciana Bravura, Collana

Dusciana Bravura, Collana

Dusciana Bravura, Collana

Dusciana Bravura, Collana

Incanto autentico della superficie dunque: e non occorre scomodare il Grey di Wilde o la sinuosità mahleriana di Klimt o la sontuosità classica d’Ingres. Quello di Dusciana è oriente vissuto e metabolizzato in tanti viaggi, in altrettanta vita. È qualcosa di interiore che affiora in un continuum acqueo come nelle mille canalette dei giardini dell’Alhambra. Come nel suo imponente atto d’amore, omaggio d’oro alle icone artistiche del XX secolo, il capolavoro Alchemy del 2010.

Stupire l’occhio è ancora possibile.

Dusciana Bravura, Alchemy, 2010, mt 12x6x3

Dusciana Bravura, Alchemy, 2010, mt 12x6x3

 

Dusciana Bravura, Alchemy (particolare), 2010, mt 12x6x3

Dusciana Bravura, Alchemy (particolare), 2010

 

Dusciana Bravura, Alchemy (particolare), 2010, mt 12x6x3

Dusciana Bravura, Alchemy (particolare), 2010

 

Dusciana Bravura, Alchemy (particolare), 2010, mt 12x6x3

Dusciana Bravura, Alchemy (particolare), 2010

 

Dusciana Bravura, Alchemy (particolare), 2010, mt 12x6x3

Dusciana Bravura, Alchemy (particolare), 2010

 

Dusciana Bravura, Alchemy (particolare), 2010, mt 12x6x3

Dusciana Bravura, Alchemy (particolare), 2010

Chi ha capito il legame profondo di quest’artista con la pelle del mondo, delle cose, delle persone, anim-azioni che lo abitano, sono i ragazzi di gi.ro.labo – laboratorio creativo digitale, che hanno realizzato su ispirazione delle opere di Dusciana una video-performance in cui i colori e le forme dell’artista vengono proiettate letteralmente come una seconda pelle sul corpo di una danzatrice e sull’installazione E/essere sospeso di Roberta Grasso.

Stupire l’occhio è ancora possibile.

E come non ricordare, anni fa in una galleria di Marrakech, freschissime e potenti nella loro aerea bellezza le opere fotografiche di Yasmina Alaoui e Marco Guerra, i 1001 Dreams fatti di pelle, henné e pellicola impressionata, poi stampata in grandi dimensioni per evidenziare quelle geometrie regolari e ripetute come tessere sulle curve dei corpi umani, ancora nuovi splendori musivi.

Stupire l’occhio è davvero ancora possibile.

www.duscianabravura.com

www.girolabo.it

 

Yasmina Alaoui e Marco Guerra, Dream 8

Yasmina Alaoui e Marco Guerra, Dream 8

 

Yasmina Alaoui e Marco Guerra, Dream 7

Yasmina Alaoui e Marco Guerra, Dream 7

 

Yasmina Alaoui e Marco Guerra, Dream 23

Yasmina Alaoui e Marco Guerra, Dream 23

 

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Premessa: è con vero piacere che pubblico il comunicato stampa di questa nuova iniziativa di cui fa parte un’amica artista, Roberta Grasso, che con un team affiatato e grintoso ha dato vita a un progetto tanto intelligente quanto originale. Leggere e scaricare per credere! E un grande in bocca al lupo a tutti voi ragazzi GetCOO.

getcoo logo

È di qualche giorno fa la notizia secondo la quale il brand più conosciuto dell’Emilia Romagna dopo la Ferrari è quello dei mosaici ravennati, Patrimonio Unesco dal 1996. Non sorprende dunque che proprio nella città bizantina, Capitale Italiana della Cultura 2015, sia nata l’idea di una nuova e più efficace esperienza per la fruizione dei monumenti: GetCOO, una App per una nuova esperienza di turismo.mausoleo galla placidia

san vitale

san vitale1

Cos’è esattamente GetCOO? Il nome, anzitutto: “Coo”, in inglese, è il verso del piccione; e chi meglio di un piccione, principe dei centri storici italiani, può aiutare a riconoscere i monumenti su cui vola? Interfaccia user-friendly per una App molto semplice da usare: con lo smartphone si scatta la foto di un monumento, GetCOO lo riconosce e fornisce una scheda del bene con possibilità di approfondimenti. Più veloce che andare su Google, per cui bisognerebbe almeno conoscere il nome del monumento da digitare. Al macero, dunque, le tradizionali guide cartacee, non interattive, e archiviate le esperienze con QR code e tag fisici, spesso incoerenti e pieni di condizionamenti in fase di lavorazione e di fruizione.santa croce

La personalizzazione dell’esperienza turistica sarà il prossimo fronte d’azione per una App già scaricabile in versione gratuita e pienamente operativa con funzionalità base, sia per sistema operativo Android che iOS. Sono  già state mappate alcune tra le più visitate città italiane e straniere: il database è in costante implementazione.

santa maria in porto

GetCOO nasce da un’idea di Stefano Berti, Product manager di GetCOO ed esperto informatico. Il team è composto da Claudio Berti, System administrator, Roberta Grasso e Benedetto Gugliotta, entrambi Cultural Heritage Expert e Social Manager, con la direzione creativa di Jona Sbarzaglia.

www.getcoo.com

Il team GetCOO riceve il Premio speciale per l'innovazione al Salone Internazionale della Ricerca Industriale e dell’Innovazione di Bologna

Il team GetCOO riceve il Premio speciale per l’innovazione al Salone Internazionale della Ricerca Industriale e dell’Innovazione di Bologna – Giugno 2015

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biennale giovani 3 bologna

L’Accademia di Belle Arti di Bologna, nelle sue massime autorità, il presidente Fabio Roversi Monaco, il direttore uscente Mauro Mazzali e il direttore subentrante Enrico Fornaroli, organizza una Biennale dei giovani artisti italiani, terza di una serie iniziata nel 2006, in collaborazione con l’allora esistente Premio DAMS, quindi nel 2008, in una edizione rivolta a fornire proposte di arredo urbano.

Bounty Killart

Bounty Killart

Questa terza puntata, inaugurata il 13 novembre, sarà aperta sino al 19 dicembre 2014 nei locali stessi dell’Accademia di Belle Arti di Bologna. La rassegna si avvale di un contributo dell’Assessorato alla cultura della Regione Emilia Romagna. La curatela è affidata ai critici Renato Barilli, Guido Bartorelli, Guido Molinari, quest’ultimo anche in qualità di docente dell’Accademia stessa. I tre avevano già svolto nel 2011 una rassegna analoga denominata Officina Italia 2Nuova creatività italiana, un titolo, questo, che potrebbe benissimo essere utilizzato come introduzione a questa nuova iniziativa.

Sara Benaglia

Sara Benaglia

Si è proceduto alla selezione di ventinove giovani artisti, con età media sui trent’anni, e casi limitati di minore o maggiore età. La selezione è stata condotta in base a criteri che confermano quelli già seguiti nella precedente Officina, partendo dalla convinzione che viviamo in un periodo di fertile eclettismo o ibridazione in cui non prevale alcuna tendenza, ma tutte sono in gioco, poste tra loro in un equilibrio dinamico che i curatori amano definire con una nozione offerta dal filosofi francesi Gilles Deleuze e Félix Guattari, la nozione di plateau, ovvero di un altopiano in cui appunto le diverse tendenze si intrecciano, in una concordia discors. Ci sono esempi di pittura, ma nella versione dinamica del wall painting, ricorsi alla fotografia, alle installazioni, a materiali verbali o comunque di alta tensione concettuale.

Valerio Nicola

Valerio Nicola

La mostra è accompagnata da un catalogo riccamente illustrato, con ampi saggi dei curatori, edito da Asterisco, Bologna.

Dopo l’avvio bolognese, la mostra si sposterà a Rimini, Museo della Città, dal 10 gennaio all’8 marzo 2015.

Artisti partecipanti: Sara Benaglia, Francesco Bertelé, Giulia Bonora, Bounty Killart, Chiara Camoni, Federica Delpiano, Niccolò Morgan Gandolfi, Gabriele Garavaglia, Nicola Genovese, Laura Giovannardi, Marco Gobbi, Roberta Grasso, Andrea Grotto, Federico Lanaro, Dario Lazzaretto, Gemis Luciani, Daniela Manzolli, Cristiano Menchini, Damiano Nava, Valerio Nicola, Simona Paladino, Emmanuele Panzarini, Fabrizio Prevedello, Roberto Pugliese, Alessandro Roma, Angelo Sarleti, Cristina Treppo, Adriano Valeri, Lucia Veronesi

Accademia di Belle Arti di Bologna – Biennale Giovani 3

Il presente comunicato è a cura dell’ufficio stampa di Irene Guzman (irenegzm@gmail.com)

Gabriele Garavaglia

Gabriele Garavaglia

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Roberta Grasso, Identity of   a city, 2013

Roberta Grasso, Identity of a city, 2013

Umea, città svedese prossima capitale europea della cultura 2014, ha bandito un concorso selezionando 64 opere semifinaliste ispirate alla città, in particolare alla cultura sami o lappone.

Fra queste è presente la proposta di Roberta Grasso, artista giovane e di grande finezza, di cui questo blog ha più volte avuto il piacere di occuparsi.

A questo proposito chiedo a tutti coloro che hanno un profilo facebook (questa la modalità scelta dagli organizzatori) di sostenerla votandola e diffondendo il seguente link presso amici e conoscenti entro e non oltre il 12 settembre 2013:

www.caughtbyumea.se-roberta grasso

Di seguito la descrizione dell’opera fornita dall’artista:

“L’opera di design presentata per il concorso Caugh by Umea è una lampada da applicare a muro (applique di dimensioni 50x12x25 cm), realizzata con una struttura in legno dipinto. Sulla parte frontale, in plexiglass trasparente, è riprodotta la mappa di Umea mediante un minuzioso mosaico con corteccia di betulla, albero che identifica fortemente la città, chiamata anche “città delle betulle”. La scelta di realizzare un oggetto per l’illuminazione decorandola con questo materiale non è casuale: secondo le antiche tradizioni celtiche e lapponi l’albero di betulla, detto anche albero della vita, è una pianta che simboleggia la fertilità, la purificazione, la protezione e il suo legno può essere usato per allontanare energie negative, portando alla luce ciò che è stato occultato.

The work of design submitted for the competition Caught by Umea is a lamp to be applied to the wall (wall-sized 50x12x25 cm), made of a painted wooden frame. On the front, plexiglass, is reproduced the map of Umea with a detailed mosaic with birch bark, a tree which strongly identifies the city, also called the “city of birches.” The decision to construct an object for lighting decorating it with this material is not accidental: according to the ancient Celtic s and Lapland traditions the birch tree, also called the tree of life, is a plant that symbolizes fertility, purification, protection and its wood can be used to ward off negative energies, bringing to light what has been hidden.”

Info e contatti: grassoroberta1986@gmail.com

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Filippo Berta, Istruzioni d'uso (particolare), 2012

Filippo Berta, Istruzioni d’uso (particolare), 2012

“Molti dei mortali preferiscono l’apparire all’essere, e così commettono ingiustizia.” Eschilo, Agamennone

L’assunto della mostra curata da Raffaele Quattrone e visibile presso la Galleria OltreDimore (Piazza San Giovanni in Monte 7, Bologna) sino al prossimo 25 maggio è chiaro sin dal titolo, pensare l’impensabile ovvero “attraverso l’arte e la creatività provare a superare i limiti” di una società, quella occidentale, che ha fatto della gloria effimera (dal fiato corto, non certo quella dell’eroe omerico) connessa al denaro e al successo in termini di notorietà warholiana, i cardini fenomenologici su cui costruirsi. Da qui sembra non ci sia via d’uscita se questo modello è esportabile anche in altre culture che ammaliate dal potere dell’immagine desiderano farlo proprio: si pensi ai neomiliardari cinesi, russi, arabi o indiani o, anche, alle fasce più basse di reddito anche nostrane che ambiscono all’ultimo modello di telefonino o di Nike pur essendo disoccupate: viene in mente, tristemente profetica, la casa dei proletari interpretati da due superlativi Volontè-Melato, piena di cianfrusaglie scambiate per lusso, nel capolavoro di Petri, La classe operaia va in Paradiso (1971).

Filippo Berta, Istruzioni d'uso, 2012

Filippo Berta, Istruzioni d’uso, 2012

Ma non è sempre stato così. Ad esempio nell’antichità classica la questione etica era strettamente connessa a quella estetica, per cui la ricerca del bene era inseparabilmente composta da giustizia e bellezza, come nelle tragedie greche, Antigone di Sofocle in testa: “Assistendovi, siamo commossi dalla bellezza del dramma e, contemporaneamente, pensiamo a cosa è il bene”[1].

Alessandro Moreschini, Ora et Labora, 2004

Alessandro Moreschini, Ora et Labora, 2004

Poi il cammino occidentale ha progressivamente scisso questa unità, per cui se nel ‘500 la Chiesa raggiunse il massimo estetico toccando il minimo etico, viceversa, la ben più rigida e pragmatica morale protestante-calvinista produsse attraverso il puritanesimo la base “spirituale” del capitalismo americano (Max Weber docet) ma anche, quale conseguenza diretta del moralismo ad essa sottostante, un senso anestetico essendo ogni sforzo umano volto al profitto. Dunque in ambo i casi un vuoto.

Michele Giangrande, Mike The Headless Chicken, 2010

Michele Giangrande, Mike The Headless Chicken, 2010

Come ben argomenta Zygmunt Bauman, si è passati da un atteggiamento premoderno da guardiacaccia, sostanzialmente accettando l’equilibrio naturale Dio-Natura, a quello rinascimentale da giardiniere, che fa, disfa, pensa, progetta e concepisce però anche utopie, sino alla deregulation attuale, individualista e consumatrice, tipica del cacciatore che semplicemente continua a uccidere per sé: chi non partecipa alla caccia non ne viene esattamente escluso, diventa selvaggina. Questa caccia ha ipotecato l’idea di futuro per un “qui ed ora” senza scopo. O meglio: per i giardinieri l’utopia era la meta ideale della strada, per il cacciatore è la strada stessa.[2]

Alberto Di Fabio Musica cosmica, 2012

Alberto Di Fabio Musica cosmica, 2012

Del resto, anche a livello sociale e urbanistico si è passati dalla contrapposizione machiavellica fra palazzo (il “palagio” delle Istorie fiorentine, 1525), sede del potere, e la piazza, luogo del ritrovo e anche di protesta popolare, alla scomparsa di quest’ultima in favore della street [3], dove non ci si ferma, non ci si raccoglie per discutere, ma si scorre mentre tutt’attorno sorgono alti e algidi i grattacieli, torri distanti di un’economia sempre più spesso non reale.

Enrica Borghi, Medusa, 2010

Enrica Borghi, Medusa, 2010

La stessa modernità virtuale rischia di isolare ancora di più l’essere umano privandolo del contatto fisico con l’altro, cancellando il residuo spazio fisico dello scambio, della condivisione, che senza indirizzo etico (ed estetico nel senso antico) può falsare se non annullare le potenzialità buone della rete, facendo sprofondare la vita di milioni di persone in una zona grigia melmosa, anonima, senza vita vera, ovvero destinata all’estinzione etica e priva di bellezza, come della complessità necessaria in cui può agire l’eroe tragico, mai veramente riducibile alla dicotomia bene-male.[4]

Roberta Grasso, 25 €/etto, 2009

Roberta Grasso, 25 €/etto, 2009

È in grado oggi l’arte di dare risposte multiformi rispetto a tale ansia-urgenza etico-estetica? Porre un punto definito e definitivo al riguardo non è possibile, ma sempre usando la forza dell’immagine (e dell’immaginazione) le opere di questa mostra rendono credibili situazioni altrimenti contraddittorie o meglio impensabili: i “giochi militari” del video e delle foto di Filippo Berta, le plastiche riciclate aggrovigliate scultoree di Enrica Borghi, l’energia che si fa pittura nelle tele di Alberto di Fabio, il mosaico che si fa morbido in Roberta Grasso, i neon ironici e relativisti di Michele Giangrande, l’installazione analitica di Alessandro Moreschini circa Crescita e sviluppo insostenibili all’infinito (quando lo capiremo?) e la performance culinaria del collettivo ZUP-Zuppa Urban Project.

Sino a che l’arte saprà domandare e domandarsi criticità complesse (riguardo a sé, al circostante  e contemporaneamente meta-riflettendo sui differenti linguaggi espressivi) avrà un ruolo fondamentale e giammai decorativo nel riscatto dell’uomo dalle prigioni che egli stessi si è fabbricato.

Think The Unthinkable – Galleria OltreDimore, Bologna

Zuppa Urban Project, ZUP nella città di Milano, 2012

Zuppa Urban Project, ZUP nella città di Milano, 2012


[1] Luigi Zoja, Giustizia e Bellezza, Torino 2007.

[2] Zygmunt Bauman, Modus vivendi, Bari 2007.

[3] Luigi Zoja, op. cit.

[4] Luigi Zoja, op. cit.

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Premessa: il testo seguente è stato appena pubblicato su Mosaïque Magazine n.5 (gennaio 2013), quale commento alla collettiva Ti desidero – I long for you da me curata presso la Musivum Gallery di Mosca (24 ottobre – 2 dicembre 2012). Per visualizzare il testo in catalogo e le opere esposte cliccare qui.

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Ti desidero è il titolo della collettiva di giovani mosaicisti da me curata presso la Musivum Gallery di Mosca col supporto dell’ottimo staff organizzativo della Ismail Akhmetov Foundation.

CaCO3, Roberta Grasso, Samantha Holmes, Vadzim Kamisarau, Silvia Naddeo, Matylda Tracewska e Aleksey Zhuchkov: sette proposte artistiche assai differenti fra loro sia dal punto di vista delle costruzioni tecniche delle opere, sia a livello di significato.

CaCO3 e Tracewska sono impegnati in ricerche astratte, i primi ragionando sui campi energetici, sul moto delle particelle che compongono il tessuto di ogni frammento dell’universo reso attraverso l’uso particolare e tridimensionale del vermiculatum antico, mentre l’artista polacca con un omaggio singolare a Malevič, propone una riflessione sui colori-non colori assoluti, il bianco e il nero, a cui unisce ricordi personali della sua permanenza in Russia, lo splendore lucente di Pietroburgo e la visione della casa della poetessa Anna Achmatova, con la fotografia di lei bambina e il suo cane nella neve.

Viceversa sembra poggiarsi su un’evidenza (o apparenza?) figurativa il lavoro degli altri protagonisti: Grasso col suo mosaico morbido in “tessuto” di silicone cita la dimensione del sogno, dell’incanto e della musica di Tchaïkovski (ma dietro il sogno si nasconde forse l’inquietudine inconfessabile di un incubo? L’ultimo Truffaut e ancor più Hitchcock ne sarebbero certamente ispirati), Naddeo gioca col cibo ingrandendolo quasi iperrealisticamente, in questo caso con un piatto russo tipico, il blin, ma se da una parte il suo lavoro per il soggetto trattato e per l’uso costante di linee curve celebra la vita, la gioia e per certi versi la fertilità, dall’altra i suoi iper-volumi potrebbero schiacciare l’osservatore (lo stesso che si ciba di ciò che sta osservando) quasi approdando al grottesco (qui i riferimenti, sempre stando in ambito cinematografico, potrebbero andare da Fellini ai Monty Python), mentre Zhuchkov fa un’operazione parallela e opposta alle nature morte dell’italiano Giorgio Morandi, suo punto di partenza, per smaterializzare quegli oggetti (brocche e bicchieri), tessera dopo tessera, scavandone l’essenza sino al solo profilo ridotto su una griglia cartesiana per giungere talvolta ad uno spazio teorico e analitico tanto quanto era concreto e unitario quello del suo modello di partenza.

Infine se il bielorusso Kamisarau realizza una contraddizione, fermare su pietra frame televisivi di avvenimenti effimeri e leggeri o più gravi ma sempre fugaci (dalle partite sportive allo scoppio di una bomba) per capire il valore del tempo nel nostro tempo liquido e, si potrebbe aggiungere, per capire anche se quelle cose esistono o sono solo frutto di fiction, inclusi gli eventi dolorosi (non a caso nei suoi quadri ci sono sempre dei non finiti, dei buchi come fossero recuperi archeologici impossibili da vedere per intero o dietro i quali si cela il vuoto, il nulla), l’americana Holmes torna a parlare della memoria stavolta in senso intimo e spirituale: piccoli foglietti-tessera cartacei e quadrati legati e impilati fra di loro, sospesi grazie ad una struttura metallica, come tante preghiere non scritte, vertice mistico o al suo opposto assenza divina, come nel grande mosaico che prevede l’evidente cancellazione di una figura di santo antico (oggi all’uomo manca credere o gli è semplicemente impossibile?).

Dunque cosa lega artisti così differenti fra loro? Il fatto che insieme, in mostra, grazie alla ritrovata modernità e attualità di questo linguaggio, il mosaico, oggi davvero in grado di esprimere qualunque idea, siano sollecitati i cinque sensi attraverso il denominatore comune del sesto senso, quello dell’intuizione. Ma intuizione di cosa? Del desiderio.

Desiderare significa etimologicamente assenza di stelle (in latino, de-sidera): come i soldati di Giulio Cesare, i desiderantes, aspettavano fiduciosi nelle notti senza stelle i propri compagni per proseguire insieme il cammino[1], così il desiderio indica un’assenza, una mancanza ma anche la speranza di superare la difficoltà momentanea, o meglio, come direbbe Jacques Lacan[2], l’esigenza dell’incontro con l’Altro da sé che completa il senso altrimenti sterile dell’io, ovvero la ricerca e il raggiungimento del piacere che ha fatto la fortuna evolutiva della specie umana[3], e nel caso di questi artisti la ricerca delle domande che sono i loro desideri di trovare più che risposte ferme, vie nuove da indagare, certo attraverso il piacere della bellezza, del loro saper fare pensando: stupore di mente, mani e occhi, i loro, i nostri.

Mosaïque Magazine

Musivum Gallery Mosca – Ti desidero/I long for you


[1] Massimo Recalcati, Ritratti del desiderio (Milano 2012).

[2] Jacques Lacan, Scritti (ediz. ital. Torino 1974).

[3] David J. Linden, The Compass of Pleasure (New York 2011); The Accidental Mind: How Brain Evolution Has Given Us Love, Memory, Dreams and God (Cambridge, MA, 2007).

 

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In foto particolare dell’opera di CaCO3, Essere Quadrato / Essere Rosso, 2011, limestone / smalti on polystyrene, 100x100x3,5 cm / ø 27 cm

Premessa: ho scritto il testo critico seguente per il catalogo della collettiva Ti desidero – I long for you, esposizione organizzata grazie alla Ismail Akhmetov Foundation presso la Musivum Gallery di Mosca dal 24 ottobre al 2 dicembre 2012. In mostra opere di CaCO3, Roberta Grasso, Samantha Holmes, Vadzim Kamisarau, Silvia Naddeo, Matylda Tracewska e Aleksey Zhuchkov.

Ti desidero

A volte l’avvenire abita in noi senza che ce ne rendiamo conto e le nostre parole che credono di mentire descrivono una realtà vicina. Marcel Proust, Sodoma e Gomorra

CaCO3, Organismo, 2009, gold, 45 x 45 x 3 cm

Desiderare: essere umani. Desideriamo per vivere: oggetti, risposte, successi, amore, denaro, la sapienza, la semplicità, le complicazioni, il lusso, il corpo o talvolta un suo particolare (Il ginocchio di Claire), desideriamo sino a oltrepassare il confine del lecito, l’uccisione di sé e dell’altro, così da Narciso a Hitchcock, tutti soggetti ad una medesima potentissima pulsione, quella del desiderio che produce piacere.

Matylda Tracewska, Black Square II, 2011, marble, smalti, 80 x 80 x 4 cm

Matylda Tracewska, Black Square III, 2011, marble, smalti, 80 x 80 x 4 cm

È inevitabile dicono gli studi di David Linden[1], fa parte della nostra storia evolutiva e di come si è modificata conseguentemente l’area tegmentale ventrale del cervello. D’accordo, ma proprio perché non travalichi è necessario orientare e capire la natura del desiderio che è anzitutto scoperta dell’altro[2], della necessità che ognuno di noi ha dell’altro (e dunque sana presa di coscienza della propria incompletezza, vero riflesso nello specchio di ogni mattino).

Silvia Naddeo, Transition, 2012, smalti, ceramic glass, hand colored glass spheres, 40 x ø 170 cm

Silvia Naddeo, Transition (particolare), 2012

Gli artisti non sono certo esenti da questo tipo di processi, anzi per certi versi ne sono tramiti privilegiati: il desiderio indica sempre una mancanza, un vuoto da riempire, un’assenza di stelle (questo è l’etimo della parola) da aspettare per riprendere il cammino, come facevano di notte i soldati di Cesare nel De Bello Gallico, desiderantes in attesa del rientro dei loro commilitoni[3].

Roberta Grasso, Memory of a Dream, 2012, silicon, smalti, ceramic glass, organza, tulle, 460X230 cm

Roberta Grasso, Memory of a Dream (particolare), 2012

I desideri di questi artisti li state vedendo ora, qui: vivono in queste immagini di pensiero e realtà raggrumata attraverso l’interpretazione musiva, che facendosi incontro, scontro, dramma, analisi della loro visione dell’altro (e di sé), traducono la vita del nostro tempo inclusa la sua assenza di tempo.

Alexey Zhuchkov, Still Life with Bottles and White Teapot, 2012, natural and artificial stone, smalti, 44 x 65,6 cm

Alexey Zhuchkov, Still Life with Half an Apple, 2012, natural and artificial stone, smalti, 50 x 65 cm

Sono modi diversi di vedere questo tempo e i suoi desideri fatti di ombre di memoria personale e oggettuale da recuperare, da fissare, come di attimi globali da voler conservare come fotogrammi intimi (la Nostra storia, la mia storia), di passioni ipertrofiche che, novelle sirene, attirano per divorarci, di intrecci impalpabili come un sogno (si chiarirà al risveglio, ci imprigionerà?), di astrazioni di colore e materia alla ricerca della sfida (im)possibile, raggiungere l’assoluto (e la sua follia), non a caso in quest’era così straripante di icone che si annullano nell’oceano del proprio vorticare impazzito.

Vadzim Kamissarau, The Main News 1, 2012, cement, smalti, 73 х 93 х 25 cm

Vadzim Kamissarau,The Main News 3, 2012, cement, smalti, 50 x 95 cm

Sono idee che non cercano alibi per piacere: pietra, vetro, silicone, metallo, legno, carta e volontà: di questo si tratta e di questo oggi sa trattare il mosaico, per la verità già da anni, ma oggi con forza rinnovata anche grazie all’apporto di questi giovani artisti, consapevoli abitatori del loro tempo internauta, e coautori essi stessi della terribile euforica festa pop e dunque neobarocca di inizio XXI secolo, in cui al rigore scientifico-chimico si affianca violenta e leggera la meraviglia (quasi eco secentesca) di cui sono veicolo i cosiddetti cinque sensi, qui tutti sollecitati. Recentemente John M. Henshaw[4] ha proposto di raddoppiarli, visti gli sviluppi ultimi delle neuroscienze, ma già in tempi remoti venivano completati dal cosiddetto sesto senso, sorta di summa, affinamento e potenziamento dei precedenti, per raggiungere capacità intuitive superiori, che questi artisti possiedono e che la compositrice finlandese Kaija Saariaho ha perfettamente descritto nel suo  D’om le vrai sens (2010)[5], musica adattissima quale ideale colonna sonora, lirica e inquieta, di queste opere che nude si offrono ai nostri occhi ingombri e sporchi, quale igiene visiva e mentale.

Samantha Holmes, Devotion, 2012, paper and wire, 92 х 42 cm

A questo punto, più di qualche dubbio sorge, se sia ormai il caso di capovolgere la distinzione del Fedone platonico sull’immortalità dell’anima rispetto al corpo, ovvero fra l’eternità dell’idea e il suo riflesso fisico legato ad una durata: è vero, un giorno tutto scomparirà, incluso il Pianeta, ma in ogni opera d’arte l’essere delle cose risiede nella sua attuazione realizzata, testimone particolare d’un epoca, d’un io e insieme universale, non “senza tempo”, ma “oltre” il proprio tempo: è lo scandalo e l’assurdità sempre attuale della bellezza, il sommo dei piaceri, il primo fra i desideri.

Musivum Gallery Mosca – Ti desidero/I long for you

Mosaic Art Now Interview

Samantha Holmes, Absence (Moscow), 2012, marble, smalti, ceramic glass, gold, 260 x 150 cm


[1] Cfr. David J. Linden, The Compass of Pleasure (New York 2011); The Accidental Mind: How Brain Evolution Has Given Us Love, Memory, Dreams and God (Cambridge, MA, 2007).

[2] Lacan opportunamente parla dell’Altro da sé come potenza esterna e beneficamente contraria all’impero dell’Io, che solo così può percepirsi non più monade autosufficiente ma finalmente bisognoso di relazione e in sostanza capace di desiderare, cfr. Jacques Lacan, Scritti (ediz. ital. Torino 1974) e il bellissimo saggio del lacaniano Massimo Recalcati, Ritratti del desiderio (Milano 2012).

[3] Cfr. Massimo Recalcati, op.cit.

[4] John M. Henshaw , A Tour of Senses: How Your Brain Interprets the World (John Hopkins University Press, 2012): in particolare lo scienziato americano propone di aggiungere ai tradizionali vista, udito, olfatto, gusto, tatto, anche equilibrio, temperatura, dolore, senso chimico comune, “propriocezione” (ovvero la percezione di sé), senza contare altri sensi di cui sono dotati alcuni animali, l’ecolocazione dei cetacei, l’elettrolocazione di squali e anguille, la capacità di vedere l’ultravioletto delle api e l’infrarosso di alcuni serpenti, etc.

[5] Ispirato alla Storia della Dama e dell’Unicorno degli arazzi del Museo di Cluny, Parigi.

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