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Lucio Fontana fotografato da Ugo Mulas, Milano 1964

Lucio Fontana (Rosario de Santa Fé 1899–Comabbio, Varese, 1968): quello dei buchi e dei tagli.

Questo post, che non vuole né potrebbe essere esaustivo essendo da tempo Fontana un classico, è dedicato a quanti lo amano ma non lo capiscono e, viceversa, a quanti non lo amano ma vorrebbero capirlo.

Lucio Fontana, Concetto spaziale, Venezia d'oro, 1961

Riferimento è la mostra genovese del 2008/2009, Lucio Fontana luce e colore, curata da Sergio Casoli ed Elena Geuna, in collaborazione con la Fondazione Fontana, utile a chiarire ulteriormente la grandezza e la coerenza delle varie fasi creative dell’artista e pensatore “per forza di mano”: come si evince anche dal catalogo, l’esposizione contava oltre un centinaio di opere, dalle ceramiche figurative di Albissola, “l’acquario pietrificato e lucente” degli anni ’30 e ’40, con pesci, conchiglie, farfalle, stelle, cavalli, fondi marini e coccodrilli, alle sezioni degli anni ’50 e ’60 divise per luci e cromie, il nero, il rosa, l’oro, il rosso, il bianco e il giallo degli innumerevoli concetti spaziali su tele perforate e monocrome ad olio, idropitture e acrilici semplici o con graffiti, ferri, legni, mosaici, vetri e lustrini, come nella serie non casualmente titolata Barocchi, o, ancora, i bronzi delle ultime Nature ottenuti da terrecotte precedenti o gli ambienti spaziali con la luce di Wood, ovvero strutture e spirali al neon,  che richiamavano quelli del ’49 e del ’51, rispettivamente pensati per la Galleria del Naviglio di Carlo Cardazzo a Milano (proprietario anche della veneziana Galleria del Cavallino, i due quartieri generali degli spazialisti) e per la IX Triennale sempre a Milano.

Lucio Fontana, Struttura al neon per la IX Triennale di Milano, 1951

Scrive Fontana al critico Enrico Crispolti il 16 marzo del 1961: “L’ambiente spaziale è stato il primo tentativo di liberarti da una forma plastica statica, l’ambiente era completamente nero, con la luce nera di Wood, entravi trovandoti completamente isolato con te stesso, ogni spettatore reagiva col suo stato d’animo del momento, precisamente, non influenzavi l’uomo con oggetti e forme imposte come merce in vendita, l’uomo era con se stesso, colla sua coscienza, colla sua ignoranza, colla sua materia ecc. ecc. l’importante era non fare la solita mostra di quadri e sculture, ed entrare nella polemica spaziale.”

Un percorso dunque pressoché completo quello dell’esposizione genovese, ad eccezione degli esordi, gli anni ’20 e l’inizio dei ‘30, con le prime prove scultoree già strepitose, grazie anche all’apprendistato in Argentina nell’impresa del padre (scultura cimiteriale), originario di Varese, e alle lezioni di Adolfo Wildt a Brera sull’estetica dell’infinito, che lo porteranno ad “esiti barocchi nei ritratti umani sospesi tra voglia di figurazione (sono i medesimi anni di Arturo Martini e Marino Marini) e mistero della materia nelle pieghe borgesiane dei particolari” (Philippe Daverio, Visione e parola, Passepartout del 09.03.2008).

Lucio Fontana, Stella marina e conchiglia, 1938

Fontana, argentino per nascita e meneghino d’adozione, artista concettuale di statura pari a pochi nel ‘900 mondiale, dopo Albissola (metà anni ’30, anche se continuerà a frequentarla sempre) ed il contatto con la fisicità e i colori della ceramica posta in relazione motoria allo spazio e alla luce, matura ancor più le proprie capacità plastiche e di uomo che opera in rapporto rinnovato col circostante.
Dopo un altro rientro in Argentina durante la seconda guerra mondiale, ecco la sua ultima grande stagione tutta italiana e milanese, lo Spazialismo, sebbene affondi le radici nell’oggetto e nel segno dell’infanzia e della giovinezza, il cuchillo, il coltello argentino che sotto forma di cutter porta l’artista a squarciare le terrecotte prima e le tele poi, aprendo così lo spazio pittorico alla realtà fisica della terza dimensione, per secoli solo illusoriamente dipinta e, forse, ad una quarta ipotizzabile, oltre la tela: l’ineffabile (in altro ambito, si sarebbe potuto dire Through the Looking-Glass, and what Alice found there).

Lucio Fontana, Concetto spaziale, Attese, 1961

Tali novità rivoluzionarie del pensiero e dell’agire fontaniani fanno di lui un maestro per schiere di giovani affamati di modernità (loro luogo d’incontro spesso è il mitico bar Jamaica di via Brera a Milano), come del resto lo era l’Italia intera ridotta in macerie dal conflitto bellico e dal disastro fascista, che per vent’anni aveva, fra le altre cose, isolato il Paese anche a livello culturale. Spazialisti come Crippa, Dova, Bergolli, Peverelli, Tancredi, Deluigi, nuclearisti come Baj, Dangelo e Joe Colombo, figure più indipendenti e informali come Burri, Capogrossi o Scanavino, surrealisti come Matta e Donati o protagonisti di quasi una generazione più giovane come Manzoni, Dadamaino, Castellani, Gianni Colombo, Luciano Fabro e altri ancora, furono influenzati, chi più chi meno direttamente, da questo nuovo tipo di linguaggio dagli sviluppi aperti, inesplorati. Come ricorda Arnaldo Pomodoro in un’intervista al Corriere della Sera (28.02.2011, pag.31): “Per tanti giovani Fontana è stato maestro nel comprendere le capacità e i percorsi di ricerca individuali: anche per me è stato come un padre che mi ha incoraggiato e seguito sempre. Aveva lo studio in corso Monforte (a Milano, n.d.r.), vicino al Genio Civile. Ricordo il suo sorriso espressivo e ironico, il suo modo di muoversi e di gesticolare. Ha inventato una nuova prospettiva, un nuovo spazio, arrivando all’assoluto, al concetto, al gesto primario del “buco”, del “taglio”.”

Fondazione Lucio Fontana

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Giuseppe Arcimboldi, Il bibliotecario, 1562 ca., Skokloster Slott, Styrelsen, Stoccolma

Anni fa, rimasi male del fatto che a quasi nessuno degli amici cui l’avevo consigliato piacque quel piccolo gioiello che è Utz di Chatwin, in effetti diverso da altre cose sue.

Col senno di poi, capii che avevano ragione loro: non potevano amare la storia tragico-malinconica (e basata su fatti realmente accaduti) di quel povero collezionista di porcellane Meissen, stretto fra la morsa nazista prima e stalinista-sovietica poi, poiché la maggior parte di loro non era affetta da uno dei virus più incurabili che abbia mai infettato l’umana specie: il collezionismo. E collezionisti si nasce: il morbo può anche restare silente per anni e poi manifestarsi in tutta la sua inguaribilità.

Tutto può essere oggetto-feticcio da collezione: quadri, francobolli, monete, statue e stampe antiche o moderne, ma anche scarpe, tappi (ricordo che da bambino raccoglievo quelli dei succhi Valfrutta con le bandiere del mondo) e cavatappi, bottiglie della coca cola, pacchetti di sigarette, pipe, posacenere, lego e diolebenedica figurine, vestiti e gioielli, cammei, ma anche cartoline, come sa bene Enrico Sturani, il più grande, competente e divertente collezionista italiano (europeo? mondiale?) del genere: provate a leggere Cartoline. L’arte alla prova della cartolina (Barbieri Editore, 2010) o le esilaranti Memorie di un cartolinaro (Roma, 2004).

Carl Spitzweg, Il topo di biblioteca, 1850, Schweinfurt, coll. Georg Schaefer

Ma una delle peggiori tipologie di collezionista è quello di libri: ed è un attimo scivolare da bibliofilo a bibliomane, bibliofolle o addirittura bibliofago, come Johann Ernst Biren, che nel XVIII secolo da scrivano divenne duca di Curlandia e fu divoratore di carta in senso letterale, tanto da ispirare al Balzac delle Illusioni perdute, il capitolo Storia di un favorito (dello stesso autore, a proposito di collezionismo di dipinti, si ricordi il formidabile Il cugino Pons), e in tempi più recenti, una biografia da parte di Edgardo Franzosini, Il mangiatore di carta. Alcuni anni della vita di Johann Ernst Biren (Milano, 1989). Altro caso inquietante e realmente avvenuto è quello del parroco assassino Johann Georg Tinius, di cui è testimone il romanzo di Klaas Huizing Il mangialibri (Monaco, 1994, in it. Vicenza, 1996).

Di vicende legate alla bibliomania è ricca la letteratura di ogni tempo, da Luciano di Samosata a Cesare Beccaria, ma in particolare durante il XIX secolo numerosi sono gli autori francesi che vi si dedicano, dalla prima prova del giovanissimo Flaubert, Bibliomanie (1836), a Le Bibliomane di Charles Nodier (1831), dal Boulard bibliomane di Descuret (1841), a L’enfer du bibliophile di Charles Asselineau (1860), sino a La fausse Esther di Pierre Louÿs (1903).

Tornando al reale, non meno malato dell’immaginario letterario, che anzi sul dato reale si fonda e affonda l’inchiostro, sono testi godibilissimi le memorie di Via Ripetta 67. “Al Ferro di Cavallo”: pittori, scrittori e poeti nella libreria più bizzarra degli anni ’60 a Roma (Bari, 2005) di Agnese De Donato e La collezione (Torino, 2009) di Giampiero Mughini, in cui, come recita il sottotitolo, Un bibliofolle racconta i più bei libri italiani del Novecento, con pagine a dir poco commoventi (fra cui quelle su Dino Campana, stupende), libro dedicato a Roberto Palazzi (1946-2002), tragicamente suicidato otto anni fa, lettore onnivoro, libraio generoso, amico e maestro iniziatore di libri non solo di Mughini, ma di tantissimi altri, di tutti, come recita la dedica. Di questo grande sono stati raccolti e pubblicati poco tempo fa gli Scritti di bibliografia editoria e altre futilità (Macerata, 2008).

Filippo Tommaso Marinetti, 8 anime in una bomba, Milano,1919

Fra i suoi beneficiati, si trova ai primi posti Pablo Echaurren, romano benché figlio del cileno Sebastian Matta (al secolo Roberto Antonio Sebastián Matta Echaurren) e pittore a sua volta, autore di fumetti (Caffeina d’Europa. Vita di Marinetti, Roma, 2009) e della storica copertina di Porci con le ali, scrittore e marito della storica dell’arte e del futurismo Claudia Salaris, ma soprattutto e anzitutto collezionista, o meglio il collezionista di libri, plaquettes, manifesti e qualsiasi futurcellulosa partorita dai marinettiani:  fra le sue ultime perle, Nel paese dei bibliofagi (Macerata, 2010) è il coming out più fluviale e brillante che si possa avere da un bibliomane consapevolmente felice della propria mania, perché in sostanza, “il collezionista in genere, e quello di libri in particolare, è, senza appello, un tossico.” (Flaminio Gualdoni)

E come ogni tossico ha il suo pusher, così ogni bibliofilo-bibliofolle ha i suoi librai (spesso a loro volta intossicati dal “veleno” che vendono), contro cui combattere battaglie ferocissime e strategie che neanche Sun Tzu sui costi levitanti più di schiere di monaci buddisti, cui l’autore dedica strali spassosi (ai librai s’intende, non ai seguaci del mistico sorridente pluritrippe), poiché la carenza di pecunia è per ogni drogato l’incubo che prelude a crisi di astinenza insopportabili, alla perdita dell’oggetto tanto desiderato da scadere “nel fecale, nell’assolutamente anale”, poiché “senza lilleri non si lallera miei cari, e noi vollimo sempre vollimo lallerare, di molto assai.”

Tutto questo narrato nello stile libero, pirotecnico di Echaurren, fatto di suoni, neologismi, metafore, rime, assonanze, allitterazioni, onomatopee, doppi tripli sensi ed espressioni baroccofuturgaddesche, a mescolare-mascherare il vernacolo col linguaggio più intellettualmente chic, risultando così arguto e sempre assai competente (si veda anche il suo Futurcollezionismo, Milano, 2002), dando vita ad una scrittura “in movimento mentale perenne” talché “nessuno saprà mai se quell’errore è tale o è voluto, se il refuso che dopo l’ennesima lettura hai scovato è davvero un refuso o è il ghigno irridente di questo artista perenne e colto. E quindi lasci tutto com’è, non tocchi nulla perché potresti tu commettere un errore”, come scrive nella bellissima postfazione Annette Baugirard.

Ps. Parlando di libri, non si può alfine non segnalare per completezza, amore della materia trattata, brio di lettura e corredo iconografico di tutto rispetto, Una storia del libro. Dalla pergamena a Ambroise Vollard (Milano, 2008) di Flaminio Gualdoni.

Pablo Picasso, Ritratto di Ambroise Vollard, 1909-10, Museo Puškin, Mosca

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