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Édouard Manet (?), Liseuse, 1879-1881 ca., olio su tavola, 41x32,5 cm, Roma, collezione privata

Édouard Manet (?), Liseuse, 1879-1881 ca., olio su tavola, 41×32,5 cm, Roma, collezione privata

Metti due cari amici, un musicista e un pittore, che in un pomeriggio di fine estate mi raccontano una vicenda che ha dell’incredibile, “Sembra una fantasia da romanzo, Luca, ma è tutto vero, documentato!”

Così vengo a conoscenza della storia di un piccolo olio su tavola (41×32,5 cm) che tanto per cominciare è stato fortuitamente acquistato ormai diversi anni fa da un intellettuale romano (così per ora desidera essere definito) e da sua moglie in un mercatino della capitale per pochissimi euro. È proprio la signora a essere attratta da lontano dal volto dipinto che rappresenta una giovane donna intenta a leggere, come nell’oggi famoso olio su tela (61×50 cm) detto Liseuse di Édouard Manet, conservato presso l’Art Institute di Chicago con datazione proposta 1879, di cui la tavoletta romana sembra essere assai simile ma non esattamente gemella, ché alcune differenze non solo di dimensione sussistono, forse addirittura è una versione di poco precedente di quella maggiormente definita e nota, attualmente negli Stati Uniti.

Il ritratto romano ha anche una firma sul recto in alto a destra, Manet appunto, e una dedica sul verso con una seconda firma: “à monsieur / Strohlfern Paris 1881 / Manet”.

Ora, immagino io, chiunque un po’ accorto, prima di pensare di aver fatto l’affare del secolo, ci va molto cauto, non crede, com’è giusto in casi così, ai propri occhi, anche solo per evitare di fare figure inutilmente chiassose. Pertanto dagli attuali proprietari vengono avviate rigorose indagini scientifiche, ricerche storiche e artistiche, in sostanza viene raccolto nel tempo un vero e proprio dossier intorno a questa piccola opera, tentando di ricostruirne la storia e una possibile attribuzione riferibile al grande francese.

Premetto che non sono un esperto di Manet, né in generale di pittura francese del XIX secolo, dunque la mia parola conta davvero poco, ma dopo aver letto con attenzione tutti i passaggi del materiale raccolto, questa paternità è “alquanto sorprendente, certo, ma non per questo da escludere”, citando la conclusione nella relazione dell’attuale proprietario.

Édouard Manet (?), Liseuse, particolare della firma sul recto, 1879-1881 ca., Roma, collezione privata

Édouard Manet (?), Liseuse, particolare della firma sul recto, 1879-1881 ca., Roma, collezione privata

Qualche dato: Manet, pur prediligendo la tela, ha realizzato almeno altre tredici opere su tavola; è raro che il pittore abbia replicato un proprio quadro, ma sono note ben “sei coppie di lavori che propongono il medesimo soggetto” (questa citazione come le successive vengono sempre dalla relazione del proprietario, che scrupolosamente in essa elenca ognuno dei dipinti di cui qui mi limito a citare il numero); le analisi scientifiche (stratigrafica, fluorescenza X, riflettografia IR, radiografia X) hanno dimostrato concordemente “che non esiste alcun tipo di disegno preparatorio (reticolo o altro)” dunque non è una copia, il lavoro è iniziato dal cappello (ed esistono numerosi schizzi coevi di cappelli del pittore) e “non c’è traccia di pulviscolo atmosferico tra la preparazione e il colore.”

La commissione dell’Istituto Wildenstein di Parigi che ha esaminato la tavola “ha rilevato l’ottima qualità della sua fattura ma non ha potuto affermarne l’autenticità per mancanza di documentazione. È importante tuttavia sottolineare il fatto che la suddetta commissione – pur non esprimendo un giudizio – non ha tuttavia ritenuto di trovarsi in presenza di un falso.”

Ma chi era Alfred Wilhelm Strohl (Sainte-Marie-aux-Mines, 1847 – Roma, 1927), cui è dedicato il dipinto? Facoltoso alsaziano, appassionato di pittura (fu allievo dello svizzero Charles Gleyre, come del resto Monet, Sisley, Bazille e Renoir, fra gli altri), dopo la sconfitta di Sedan, non volendo diventare cittadino tedesco, lasciò l’Alsazia e dal 1879 si trasferì a Roma, dove mutò il cognome in Strohl-Fern (suffisso che vuol significare “lontano” dalla patria). Qui acquistò una proprietà nei pressi di Villa Borghese, dove ospitò “artisti di varie nazionalità che formarono un cenacolo molto noto nella capitale.” Alla sua morte fu sepolto nel cimitero romano acattolico e lasciò la sua villa allo Stato francese. “Alla vigilia dell’entrata in guerra dell’Italia a fianco della Germania (1940) l’allora Amministratore della Villa Strohlfern – il còrso Fieschi, Cancelliere d’Ambasciata – vendette (presumibilmente su direttiva del compositore Jacques Ibert, allora Direttore dell’Accademia di Villa Medici) tutto quello che la Villa conteneva: così l’intero archivio, i mobili, i libri, le opere che Strohl aveva dipinto o scolpito ed i quadri che aveva raccolto sono andati completamente dispersi.”

Quindi, presumibilmente, anche la tavola oggetto di questo ritrovamento a decenni di distanza.

Édouard Manet (?), Liseuse, 1879-1881 ca., particolare con dedica sul verso, Roma, collezione privata

Édouard Manet (?), Liseuse, 1879-1881 ca., particolare con dedica sul verso, Roma, collezione privata

A proposito, com’è mai potuta giungere nella città eterna? L’ipotesi è che “potrebbe essere stata portata a Roma da qualcuno conosciuto da Strohl nel periodo parigino, forse dallo stesso Renoir, che visitò Roma tra l’ottobre 1881 e il gennaio 1882 (la data che appare nella dedica della tavola è appunto 1881)  e che potrebbe essere stato ospitato a Villa Strohl-fern,  dato che (a differenza – per esempio – del suo soggiorno palermitano) non ci sono indicazioni sul luogo del suo soggiorno a Roma. In questo modo si spiegherebbe la presenza a Roma di un’opera di Manet della quale non si aveva mai avuto notizia.”

Insomma, ce n’è abbastanza per ricavarne un romanzo, anche se credo basterebbe un’attribuzione definitiva da parte di un esperto che volesse prendersi responsabilità, coraggio e merito di questa fortuita storia insieme, ça va sans dire, ai proprietari.

Spero con questo breve articolo di aver acceso curiosità e interesse di chi di dovere.

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Rohani a Roma:coperte alcune statue di nudi musei capitolini

Premessa 1: l’episodio di ieri dei marmi capitolini inscatolati per piaggeria verso Rohani, mi ha ricordato come un ossimoro ridicolo quello del 2010, quando Berlusconi premier col ministro dei Beni culturali Bondi fece riattaccare mani e pene posticci (il che, riferito al personaggio, è tutto dire) per esibire un gruppo marmoreo romano rappresentante Venere e Marte in occasione della visita del premier cinese Wen Jiabao.

Almeno allora la responsabilità era “orgogliosamente” diretta. Oggi invece Renzi e Franceschini cascano dalle nuvole, cercando di scaricare l’accaduto sulla Soprintendenza, come se una decisione di tale importanza d’immagine non sia partita da qualche mente illuminata degli ambienti governativi.

Forse anche questo episodio fa parte della volontà politica di gettare discredito sul lavoro preziosissimo di difesa e tutela dell’arte e del paesaggio capillarmente svolto dalle Soprintendenze negli ultimi 100 anni (la prima nasceva a Ravenna nel 1897), con lo scopo neanche troppo nascosto di accelerare sempre più una privatizzazione selvaggia del patrimonio pubblico, possibilmente a tutto vantaggio del privato e non della cosa pubblica.

Espellere la storia dell’arte dalle scuole superiori (fatti salvi, per ora, alcuni licei), com’è avvenuto negli ultimi dieci-quindici anni col totale accordo fra destra e sinistra, è assai significativo. Privare milioni di futuri giovani italiani della coscienza e della conoscenza del Paese in cui abitano, rende tutto più facile a chi di volta in volta detiene le leve del potere.

Premessa 2: qualche settimana fa, ho inviato la lettera aperta sottostante ai principali quotidiani nazionali e locali e ad alcune personalità del mondo della cultura. Non so se queste mie opinioni troveranno qualche ascolto, ma da cittadino che sente l’articolo 9 della Costituzione sopra la propria pelle, non potevo tacerle.

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Vi invito a leggere questo articolo:

Ravennanotizie.it: Il Ministro Franceschini dice sì a Ravenna: sarà partner nella gestione del patrimonio archeologico

A parer mio, ci sono più cose gravi che emergono o non sono ben chiarite e si possono immaginare:

– anzitutto il carrozzone “RavennAntica” che ha per decenni mal gestito gli scavi di Classe e con la stessa lungimirante capacità ha aperto vari punti in città come il museo TAMO o la Cripta Rasponi (prima gratuita), collezionando varie iniziative di dubbia o nulla scientificità (l’evanescente mostra “Imperiituro” ne è il manifesto) e consumando una voragine di finanziamenti, è ora a corto di liquidi, quindi tramite accordi politici (i vertici di “RavennAntica” sono ex deputati PD, con conoscenze romane potenti) passa allo Stato senza alcuna ristrutturazione interna, solo per essere mantenuto con soldi pubblici: ne valesse la pena (alla cultura non deve essere applicata la triste logica del profitto), capirei benissimo la gratuità salvifica della decisione, ma non è così;

– le figure professionali assunte privatamente nel corso di tanti anni da “RavennAntica” potrebbero dunque essere cooptate nell’organico statale senza regolare concorso, alla faccia di chi invece ha duramente studiato e passato selezioni pubbliche;

– i reperti trovati in tanti decenni si trovano sotto la giusta tutela della Soprintendenza archeologica, ma viste le dimensioni del nuovo museo, l’ex zuccherificio di Classe, è ipotizzabile che per riempire le sale verrà saccheggiato il Museo Nazionale di Ravenna (credo sia un rischio davvero reale), che fin dalla sua origine è luogo deputato a conservare e rendere fruibile il patrimonio culturale “ravennate”.

Se davvero sarà tale, tutto questo è indecente e inaccettabile, essendo anche strombazzato in pompa magna come una conquista per la città. Che amarezza…

Luca Maggio

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Calusca - Finocchiaro, Corrispondenze

Calusca – Finocchiaro, Corrispondenze

Una corrispondenza fatta di segni che solo due pittori possono instaurare: Calusca e Alessandro Finocchiaro, pittori siciliani, uno attivo ad Acireale, l’altro per motivi di lavoro migrato nel nord Italia, per un anno e mezzo hanno condiviso con i loro carteggi esperienze e pensieri, per giungere  inconsapevolmente a questa esposizione fatta di stati d’animo e di emozioni. Trentaquattro opere inedite su carta (tecniche miste e inchiostri) realizzate tra il 2005 e il 2006 saranno esposte presso la Galleria Lombardi di Roma accostate ad alcune opere recenti di entrambi gli autori. La mostra si sposterà successivamente a Vicenza (il 12 settembre) presso l’Officina Arte Contemporanea per proseguire poi il suo percorso itinerante in Sicilia, a voler sottolineare e ripercorrere l’itinerario territoriale attraverso il quale le “corrispondenze” hanno avuto il loro svolgersi.

Calusca - Finocchiaro, Corrispondenze

Calusca – Finocchiaro, Corrispondenze

Calusca - Finocchiaro, Corrispondenze

Calusca – Finocchiaro, Corrispondenze

Dal testo di Marco di Capua:

[…] Ombre, pezzetti, frammenti: è come se, corrispondendo, Calusca e Alessandro Finocchiaro non desiderino altro (c’è un evidente piacere nel fare questo) che estrarre un che di essenziale dal gran corpo della pittura, mostrare certe sue scure cicatrici, feconde perché ancora aperte, non rimarginabili, raccogliendone infine, concisamente, l’energia fondamentale  […] e la sua capacità di apparire e modularsi in modo vario, sorprendente. […] I gesti di Calusca e Alessandro sono quelli di chi, senza paura di bruciarsi, cerchi tizzoni ancora ardenti in un falò semispento. E frughi tra le braci. D’altra parte, è il loro realismo […] la loro fedeltà alle immagini a spingerli verso questa doppia lotta: con i modelli di riferimento, e poi tra se stessi.  […]

Calusca - Finocchiaro, Corrispondenze

Calusca – Finocchiaro, Corrispondenze

Calusca - Finocchiaro, Corrispondenze

Calusca – Finocchiaro, Corrispondenze

Dal testo di Ruggero Savinio:

[…] A volte cerchiamo scampo dalla singolarità. Il destino del singolo pesa su ciascuno, soprattutto sugli artisti. Una singolarità vissuta spesso, anzi esibita, come un attore esibisce il suo ruolo, con compiaciuta partecipazione. Alla singolarità dell’artista chiuso in sé e che rimanda solo a se stesso gli artisti rispondono a volte con un sogno plurale, di comunità. […] Ho conosciuto Alessandro Finocchiaro e Calusca separatamente. Prima di loro, ho conosciuto il luogo della loro origine: Acireale. […] Adesso i due amici pittori hanno deciso di mettere in comune il loro lavoro e il loro temperamento. Lo mettono in comune attraverso lo sguardo, come è giusto trattandosi d’immagini. Le immagini rimandano una all’altra. […]

Calusca - Finocchiaro, Corrispondenze

Calusca – Finocchiaro, Corrispondenze

 

Corrispondenze (12 -27 giugno 2015)

Artisti: Calusca, Alessandro Finocchiaro

Testi in catalogo (Le Farfalle Edizioni): Marco Di Capua, Ruggero Savinio

Galleria Lombardi, Via Monte Giordano 40, Roma

Tel. + 39 06 92595530 | +39 333 2307817 | +39 338 9430546

galleria_lombardi@libero.it

Orario: dal martedì al sabato 11/19 | ingresso libero

Calusca – Alessandro Finocchiaro. Corrispondenze

Press Norma Waltmann – Agenzia di Comunicazione

 

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Premessa: è sempre bello quando i sogni di un amico si realizzano, specie se questi sogni sanno di apertura, di incontro, di abbracciare l’altro attraverso il saper fare delle proprie mani. Così, quest’estate, l’ottimo Mohamed Banawy (che ho avuto il piacere di incontrare alla Biennale veneziana del 2013, in occasione dell’esposizione di alcune sue opere e installazioni presso il Padiglione egiziano) mi accennava per email a questo suo progetto romano, il Simposio che proprio in questi giorni è in corso a Roma. Col pubblicare il comunicato stampa dell’evento, mi unisco al suo desiderio d’invitare chiunque possa o si trovi in loco ad andare e vedere il lavoro suo e degli altri quattro splendidi artisti coinvolti, Luca, Silvia, Samantha e Takako.

Mi perdonerete se qui ne scrivo solo i nomi: conoscendoli da anni e avendone anche stima personale, lascio la formalità dei cognomi alle righe sottostanti. Dunque non perdete l’occasione e buon Simposio (e ai cinque artisti il mio abbraccio).

 

banawy

Nell’ambito delle attività culturali che l’Accademia d’Egitto di Belle Arti a Roma offre al pubblico italiano con l’obiettivo di promuovere la cooperazione artistica fra diversi Paesi e culture, il direttore dell’Accademia, prof.ssa Gihane Zaki, ha il piacere di annunciare che per la prima volta sarà realizzato un Simposio Internazionale di Mosaico.

L’iniziativa vedrà il coinvolgimento di cinque artisti provenienti da Egitto, Italia, Stati Uniti e Giappone, che dal 22 al 29 gennaio, esclusi sabato e domenica, dalle ore 10.00 alle ore 13.00, offriranno al pubblico una preziosa occasione per osservare l’affascinante lavoro dei mosaicisti dal vivo. Con i risultati ottenuti, si terrà una mostra dal 29 gennaio al 15 febbraio.

Tra gli artisti si segnalano Mohamed Banawy, egiziano grazie al quale ha preso forma la rete di cooperazione con gli altri partecipanti, Luca Barberini e Silvia Naddeo italiani, Samantha Holmes a Takako Hirai, rispettivamente di nazionalità americana e giapponese.

Il Simposio vuole essere non solo un’opportunità di scambio artistico, ma un incontro con cui l’antica arte del mosaico si fa linguaggio comune nella diversità culturale. Un evento che riflette perfettamente lo spirito dell’Accademia d’Egitto nella convinzione che l’Arte sia un potente ed efficace strumento di dialogo per avvicinare i popoli.

Scheda Tecnica:

Primo Simposio del Mosaico

Accademia d’Egitto di Belle Arti, Via Omero n. 4, Roma

Tel: (+39) 06 320 18 96 (+39) 06 320 19 07 Fax: (+39) 06 320 18 97

www.accademiaegitto.org

Email: info@accademiaegitto.it

Porte aperte al pubblico dalle ore 10,00 alle ore 13,00 dal 22 al 29 gennaio 2015
Artisti: Mohamed Banawy ;
Luca Barberini; Takako Hirai; Samantha Holmes; Silvia Naddeo

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Giuseppe Gioachino Belli (Roma, 1791-1863)

Giuseppe Gioachino Belli (Roma, 1791-1863)

Io ho deliberato di lasciare un monumento di quello che oggi è la plebe di Roma. In lei sta certo un tipo di originalità: e la sua lingua, i suoi concetti, l’indole, il costume, gli usi, le pratiche, i lumi, la credenza, i pregiudizii, le superstizioni, tuttociò insomma che la riguarda, ritiene una impronta che assai per avventura si distingue da qualunque altro carattere di popolo. Né Roma è tale, che la plebe di lei non faccia parte di un gran tutto, di una città cioè di sempre solenne ricordanza.

Così Giuseppe Gioachino Belli (Roma, 1791-1863) nell’Introduzione ai suoi Sonetti, opera tuttora freschissima e operazione assai colta, quella di catturare l’anima di un popolo attraverso la sua lingua viva, sebbene filtrata dalla finezza sapiente e tagliente del poeta (benché l’intenzione, nella Roma del Papa Re, non sia mai veramente sovversiva, anzi, e al riguardo molto dicono l’ipocondria e il silenzio finale del Belli, che dal ’47-’49 alla morte nulla più scrisse in dialetto, chiudendosi in un conservatorismo papalino, non tanto per amor di Curia in sé, ma perché vedeva, e con orrore, sgretolarsi quel mondo da lui affrescato, pure pieno di vizi e indolenza, ma più in generale dei caratteri così tipici della sua Urbe).

Tale lezione corale e moderna sarà appieno colta dalla miglior cine-commedia romanesca e non, da Sordi anzitutto a Gassman, da Manfredi alla stupenda Vitti, da Proietti a Gabriella Ferri, da Magni a Scola a Risi, da Garinei e Giovannini, a Steno e Verdone (ma anche, perché no, da Germi a Monicelli, Loy, De Sica e, con le dovute differenze, da Fellini e Pasolini).

Questo blog, in genere, non celebra nessuna festa o data comandata. Unica e significativa eccezione è il 1° aprile (2010, 2011, 2012), giornata del sorriso, del “pesce” beneaugurante, quest’anno coincidente con altra festività religiosa. Modo migliore dei versi del Belli per mettere insieme diavolo e acquasanta m’è parso non ci fosse, in particolare due sonetti del 1831 in cui si canta dell’inizio e della fine del mondo. Dunque, buon pesce d’aprile a tutti.

LA CREAZZIONE DER MONNO

L’anno che Ggesucristo impastò er monno,

Ché ppe impastallo ggià cc’era la pasta,

Verde lo vorze fà, ggrosso e rritonno,

All’uso d’un cocomero de tasta.

Fesce un zole, una luna, e un mappamondo,

Ma de le stelle poi di’ una catasta:

Sù uscelli, bbestie immezzo, e ppessci in fonno:

Piantò le piante, e ddoppo disse: «Abbasta».

Me scordavo de dí ccreò ll’omo,

E ccoll’omo la donna, Adamo e Eva;

E jje proibbí de nun toccajje un pomo.

Ma appena che a mmaggnà ll’ebbe viduti,

Strillò per dio con cuanta vosce aveva:

«Ommmini da viení, sséte futtuti».

Giuseppe Gioachino Belli, Terni, 4 ottobre 1831

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ER GIORNO DER GIUDIZZIO

Cuattro angioloni co le tromme in bocca

Se metteranno uno pe ccantone

A ssonà: poi co ttanto de voscione

Cominceranno a ddí: «Ffora a cchi ttocca».

Allora vierà ssú una filastrocca

De schertri da la terra a ppecorone,

Pe rripijjà ffigura de perzone,

Come purcini attorno de la bbiocca[1].

E sta bbiocca sarà Dio benedetto,

Che ne farà du’ parte, bbianca, e nnera:

Una pe annà in cantina, una sur tetto.

All’urtimo uscirà ‘na sonajjera

D’angioli, e, ccome si ss’annassi a lletto,

Sorzeranno li lumi, e bbona sera.

Giuseppe Gioachino Belli, 25 novembre 1831

PS. Quelli che… moglie, marito e figlio si ritrovano un sabato mattina ad ascoltare le canzoni di uno e ridono perché quello sapeva far ridere e, i due adulti, piangono un po’ perché alcuni versi sono struggenti, diretti come aghi, un po’ perché lui non c’è più e qualcosa senti che ti manca, come una sicurezza in meno. Ma poi tornano a sorridere perché in tutto questo, fra un Se me lo dicevi prima, un Messico e Nuvole, un Vengo anch’io, L’Armando, Via del Campo e Sfiorisci bel fiore, Ho visto un re e Quelli che… naturalmente, E, la vita la vita, Silvano e le voci di Cochi e Renato e quanti altri momenti di felicità, si accorgono che il piccolo di neanche due anni balla, si muove contento, perché dentro quelle musiche che evidentemente gli arrivano, gli sanno parlare senza filtri, c’è il segreto del jazz, perché hanno ritmo e un bimbo lo capisce subito e subito lo mette in pratica con la cosa più naturale antica difficile del mondo, ballare. Perché in definitiva Ci vuole orecchio per apprezzare la vita che è movimento.

Allora senti che lui c’è ancora, sta già parlando a tuo figlio e ti viene da ridere rincuorato. E poi “il nostro piangere fa male al re”.

Questa pagina, scritta prima di venerdì scorso per essere pubblicata oggi, coi suoi versi scherzosi, benché in romanesco (la stessa lingua del povero Califfo-Califano, pace anche a lui), è dedicata al grande Enzo Jannacci (Milano, 3/6/1935-29/3/2013), con una lacrima, sì, ma sopra un sorriso.


[1] Chioccia.

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Anonimo, Il tempio di Hercules Victor e il tempio del dio Portunus, XIX sec. (micromosaico)

Ultimo week-end di apertura della piccola e preziosa mostra Ricordi in Micromosaico – Vedute e paesaggi per i viaggiatori del Grand Tour, proveniente dal Museo Praz di Roma ed esposta sino a domenica 16 settembre presso il MAR di Ravenna.

Affascinante e d’una certa attualità la storia della nascita di questa tecnica nell’età dei lumi, poi perfezionatasi lungo la prima metà del XIX secolo: in breve, terminati nel 1757 i grandi e secolari lavori musivi di decorazione della Basilica di San Pietro a Roma, i maestri mosaicisti che per generazioni vi avevano partecipato si trovano disoccupati. Che fare?

Viene in aiuto la contingenza storica che vuole l’Italia del tempo meta privilegiata di nobili, studiosi, poeti e artisti europei del cosiddetto Grand Tour, attratti se non letteralmente rapiti dal dualismo del bel Paese, da una parte sede di mirabilia storico artistiche e archeologiche senza pari, dall’altra landa abitata da gente terribile e semiselvatica. In particolare molti visitatori d’oltremanica di fine ‘700 vedono “gl’italiani del popolo come sporchi, indolenti, criminosi; quelli delle classi alte poveri, scortesi, universalmente adulteri, plebe e aristocrazia superstiziose e abiette di fronte ai tiranni. I veneziani pugnalavano a tradimento alla minima provocazione, i napoletani erano per natura diabolici, e così via. Il tipo di devozione religiosa italiana soprattutto irritava gl’inglesi di quest’epoca”[1]. D’altro canto, scrittori quali Goethe, Stendhal e Chateaubriand riservano pagine più clementi verso il “brio” delle gentes italiche.

Ambito di Francesco de Poletti (Roma, 1779-1854), Paesaggio con figure danzanti (micromosaico)

Comunque, tutto contribuiva al fascino della penisola e i nostri mosaicisti ripensano le proprie abilità in piccolo, inventandosi appunto il micromosaico con tessere in pasta vitrea addirittura inferiori al millimetro, applicate su souvenir d’ogni specie, dai tavolini agli orecchini, dalle collane alle tabacchiere, dai braccialetti a veri e propri quadretti, che in altra epoca, perché no, si sarebbero potuti definire xenia.

I soggetti? Anzitutto rovine romane, colte dal vero o poste accanto ad altri monumenti in forma di capriccio, qualche tempio inclusi quelli di Paestum, il Colosseo, la torre di Pisa, persino un’eruzione del Vesuvio e poi ponti, cascate e bovi al pascolo, il paesaggio bucolico-arcadico come s’era standardizzato negli ultimi due secoli a partire da quello carraccesco[2] di inizio ‘600, passando poi per l’altro grande modello, il Lorrain, e che anche questi oggetti contribuiscono a perpetuare e diffondere nel cuore dell’Europa sino a buona parte dell’ ‘800.

Anonimo, Demi-parure con vedute di monumenti antichi e cascate, XIX sec.(micromosaico)

Molti dei loro esecutori avevano lo studio fra via Condotti, Piazza di Spagna e via del Babuino e fra di essi vanno almeno citati alcuni protagonisti, in primis Giacomo Raffaelli, padre-inventore del genere, poi Cesare Aguatti, Giuseppe Mattia, Michelangelo e Gioacchino Barberi, Francesco de Poletti, etc.: come emerge dal saggio in catalogo[3] della curatrice Chiara Stefani, essi avevano consapevolezza del proprio valore, anzi lo reclamavano presso l’Accademia di San Luca, stanchi della concorrenza sleale fatta ai loro danni da mercanti senza troppi scrupoli e altri mosaicisti di minor prezzo e bravura. A questo proposito, fin da subito[4] sorge la questione se essi siano da considerare o meno artisti: essendo, comunque, il loro un mosaico di tipo riproduttivo-pittorico, sebbene non privo in taluni casi di inventiva, si è più che altro di fronte a esempi di artigianato artistico di primissimo ordine, con alcune chicche commoventi, come la “micro-fotografia” a colori delle macerie della Basilica di San Paolo fuori le mura, fra le altre cose ricca di affreschi medievali del Cavallini e di mosaici d’età placidiana preziosissimi, dopo il terribile incendio del 1823, scena prima a me nota solo attraverso la pur ottima e precisa acquaforte del ravennate Luigi Rossini, quasi un’istantanea incisa immediatamente dopo il disastro e inserita poi nelle sue Antichità romane, volendo così per la prima volta equiparare le rovine classiche con quelle cristiane.

Anonimo, Rovine della Basilica di San Paolo fuori le mura dopo l’incendio del 1823, XIX sec. (micromosaico)

Luigi Rossini (1790-1857), Rovine della Basilica di San Paolo fuori le mura dopo l’incendio del 1823 (acquaforte)

Completano la mostra i gioielli creati da alcuni dei più originali e giovani mosaicisti formatisi presso l’Accademia di Belle Arti di Ravenna, che danno un’interpretazione personale e contemporanea della tecnica micromusiva.

Per info: Mar – Ricordi in Micromosaico


[1] Mario Praz, Scoperta dell’Italia in Bellezza e bizzarria. Saggi scelti a cura di A. Cane, Milano 2002.

[2] In particolare si ricordi il Paesaggio con fuga in Egitto di Annibale Carracci del 1602-1604 ca., conservato presso la Galleria Doria Pamphilj di Roma.

[3] Ricordi in Micromosaico (Roma, 2011), testo importante sia per la documentazione scritta che per l’apparato fotografico.

[4] Cfr. Pierre Le Veil, Essai sur la Peinture en Mosaïque, 1768, citato nel catalogo di mostra (op. cit., 2011) da Chiara Stefani nel suo saggio L’Italia in Miniatura, pag.33: “La science parfaite de toutes les parties de la Peinture n’est point de nécessité absolue pour les Peintres en Mosaïque, qui sont, à proprement parler, des Copistes, quoique dans la pratique de leur art, ils se rendent aussi estimables que bien des inventeurs…”.

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Giorgio Caproni (1912-1990)

Non so più, non ricordo se i primi versi di Giorgio Caproni (Livorno, 1912 – Roma, 1990) me li ha fatti conoscere mia madre facendomi leggere e amare Preghiera, quel delicatissimo battere d’ali e lettere dedicate dal poeta a sua madre Anna Picchi (“Anima mia, leggera/ va’ a Livorno, ti prego./ E con la tua candela/ timida, di nottetempo/ fa’ un giro; e se n’hai il tempo,/ perlustra e scruta, e scrivi/ se per caso Anna Picchi/ è ancor viva tra i vivi.// (…) Anima mia, sii brava/ e va’ in cerca di lei./ Tu sai cosa darei/ se la incontrassi per strada.”), oppure se per caso ho incontrato questo maestro intimo grazie alla serie benemerita dei “Miti Poesia Mondadori” di metà anni ’90, col libretto che presentava in quarta di copertina un sussurro delicatissimo, non casualmente aperto e chiuso dai puntini di sospensione, sistole e diastole di cuore e pensiero: “…perch’io, che nella notte abito solo,/ anch’io, di notte, strusciando un cerino/ sul muro, accendo cauto una candela/ bianca nella mia mente – apro una vela/ timida nella tenebra, e il pennino/ strusciando che mi scricchiola, anch’io scrivo/ e riscrivo in silenzio e a lungo il pianto/ che mi bagna la mente…”.

Anni dopo, all’università, un amico, in occasione di un reading teatrale che stavamo preparando, mi suggerì di concludere la scaletta col Congedo del viaggiatore cerimonioso di Caproni, proposta che subito accettai ormai qualificando questo poeta come uno dei familiares ideali più cari. Nella stessa raccolta di inizio anni’60, si trova il Lamento (o boria) del preticello deriso, un personaggio che non stonerebbe nella galleria d’un Fabrizio De André, con quell’intuizione finale, quasi beckettiana, “non so più agire/ e prego; prego non so ben dire/ chi e per cosa; ma prego:/ prego (e in ciò consiste/ – unica! – la mia conquista)/ non, come accomoda dire/ al mondo, perché Dio esiste:/ ma, come uso soffrire/ io, perché Dio esista”, poi ripresa da Jovanotti nel bel rap Date al diavolo un bimbo per cena (2002) col verso “prego non perché Dio esiste ma perché Dio esista”.

Giorgio Caproni con l'amico Pier Paolo Pasolini

In una mostra bibliotecaria, infine, di qualche tempo fa, dedicata a microversi in microlibri, accanto ad alcune perle di Luzi (“La mia pena è durare oltre quest’attimo”, verso dal sapore goethiano, che poi volli riscrivere su una piccola foglia d’autunno, lasciando che lentamente si seccasse, mutando colore, sino a sbriciolarsi sulla parete cui l’avevo appesa) e della Merini (“Son crudele, lo so,/ ma il gergo dei poeti è questo”), che certo non avrebbero sfigurato, anzi, in uno dei preziosi gioiellini editi da Pulcinoelefante di cui forse fanno già parte, c’era una teca completamente dedicata a Giorgio Caproni.

Ricorrendo quest’anno il suo centenario di nascita compiuto lo scorso 7 gennaio, saluto il lettore e il grande poeta che amava definirsi un genovese di Livorno (insieme a Roma, le tre città della sua vita), proprio con alcuni di quei frammenti, illuminazioni folgoranti scritte in periodi diversi, dense di grazia, ironia, tensione (e rassegnazione) metafisica e consapevolezza che il linguaggio, cui tanto affidiamo la ricerca e l’eredità del nostro messaggio umano, è limitato e può tradire, nascondendo fratture in cui cadere, da cui i numerosi e caratteristici enjambements delle sue liriche, sebbene nel caso della poesia sia anche l’ultimo corrimano cui aggrapparsi (Wisława Szymborska).

 

Versi di Giorgio Caproni:

 

Bisogno di guida: M’ero sperso. Annaspavo./ Cercavo uno sfogo./ Chiesi a uno. «Non sono,»/ mi rispose, « del luogo.»

 

Istanza del medesimo: «Cosa volete ch’io chieda./ Lasciatemi nel mio buio./ Solo questo. Ch’io veda.»

 

Postilla: (Non ha saputo resistere/ al suo non esistere?)

 

Deus absconditus: Un semplice dato: Dio non s’è nascosto./ Dio s’è suicidato.

 

Le carte: Imbrogliare le carte,/ far perdere la partita./ È il compito del poeta?/ Lo scopo della sua vita?

 

Sassate: Ho provato a parlare./ Forse, ignoro la lingua. Tutte frasi sbagliate./ Le risposte: sassate.

 

Esperienza: Tutti i luoghi che ho visto,/ che ho visitato/ ora so – ne son certo:/ non ci sono mai stato.

 

Indicazione: – Smettetela di tormentarvi./ Se volete incontrami,/ cercatemi dove non mi trovo./ Non so indicarvi altro luogo.

 

Falsa pista: Credevo di seguire i passi./ D’averlo quasi raggiunto./Inciampai. La strada/ si perdeva fra i sassi.

 

I pugni in viso: «La morte non mi avrà vivo,»/ diceva. E rideva,/ lo scemo del paese,/ battendosi i pugni in viso.

 

Le parole: Le parole. Già./ Dissolvono l’oggetto./ Come la nebbia gli alberi,/ il fiume: il traghetto.

 

Ansava sul suo violino/ stonava. Allegro con moto/ Si può, in un bicchiere vuoto/ bere il ricordo del vino?

 

Rivelazione: Mi sono risolto/ mi sono voltato indietro./ Ho scorto/ uno per uno negli occhi/ i miei assassini./ Hanno/ – tutti quanti – il mio volto.

 

Mentore: Devi perseverare,/ usare buona pazienza./ Ricordalo, se vuoi arrivare/ al punto di partenza.

 

I baci: Oltre il bene e oltre il male./ Oh amore…amore…/ …E i baci,/ che cambiano sapore/ di capitale in capitale

 

Raggiungimento: Andavo. Andavo./ Cercavo dove poter sostare./ Ero ormai sul discrimine./ Dove finisce l’erba/ e comincia il mare.

 

La morte non finisce mai

 

Pensatina dell’antimetafisicamente: «Un’idea mi frulla,/ scema come una rosa./ Dopo di noi non c’è nulla./ Nemmeno il nulla,/ che già sarebbe qualcosa».

 

Per le spicce: L’ultima mia proposta è questa:/ se volete trovarvi,/ perdetevi nella foresta.

 

Ps. Ricordo che Tutte le poesie di Giorgio Caproni, inclusi i versi sopra riportati, sono state riunite e pubblicate in un volume postumo degli Elefanti – Garzanti (Milano, 1999) oltre che in un precedente Meridiano Mondadori (Milano, 1995).

Inoltre Caproni fu traduttore dal francese finissimo (fra gli altri di Proust, Maupassant, Genet): in particolare consiglio la sua bellissima versione della Mort à crédit di Céline.

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