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È più difficile osservare che inventare.” Gioacchino Rossini

27 gennaio, ultimo giorno: maledico i vicini di stanza che incuranti dei richiami lasciano accesa la maledetta TV tutta la notte. Maledetta maleducazione. Verso le 7.30 la spengono. Notte in bianco.

In genere mi basta perdere un’ora di sonno per essere un orso l’indomani. Eppure, stavolta, respirazione zen, doccia lunga e liberatrice, colazione doppia e si va.

Carlo Ademollo (Firenze, 1824-1911), Breccia di Porta Pia, Museo del Risorgimento, Milano

Via XX Settembre comincia (o termina) con la monumentale Porta Pia: in realtà la breccia storica è avvenuta lungo le mura poco più in là, in un punto oggi colmo di marmi e lapidi commemorative con tanto di vittoria alata risorgimentale su colonna antistante: anche la retorica ha la sua storia.

Lungo la via mi fermo a Santa Maria della Vittoria: l’estasi di Santa Teresa nella cappella Cornaro, capolavoro del Bernini, mi delude coperta com’è da un visibile e nero strato di polvere, che oltre a insozzare la Santa, incupisce anche i nobili astanti di marmo che osservano la scena, pensata dal grande artista come un piccolo teatro:

– “Ma Padre, possibile che dopo anni non si sia ancora riusciti a pulirla?”

– “Mancheno li sordi, fijjo, la chiesa è povera…”

– “Già, storicamente…”

Proseguo al Quirinale dove pare sia aperta una mostra piccola e gratuita sul famoso Cratere greco di Belgrado (VI a.C.), insieme ad altri bronzi ed ori coevi: chiedo ad un carabiniere in piazza se posso accodarmi alla fila. In un linguaggio preitalico, credo osco-sannita, mi dice che il gruppo “mo’ sta prenodade” e che “mo’ tocca veni’ cchiù tarde”, almeno alle “decemmienz”. Obbedisco.

E colgo l’occasione per buttare la monetina nel fontanone de Trevi e mi sento un po’ giappo anch’io come tutti i cento e più nipponici sorridenti che mi circondano: mi ricordano, chissà perché, i piccioni, con le moltitudini di teste sempre pronte ad inchini lievi e sussultori.

Visita a Santa Maria sopra Minerva, l’unica gotica di Roma e altro scrigno di tesori (basti ricordare la Cappella Carafa affrescata da Filippino Lippi), nonché tomba dei domenicani Santa Caterina da Siena e del buon Beato Angelico, fra Giovanni da Fiesole, che io sappia il solo beato nella schiera eletta dei suoi colleghi pittori. Sino a qualche anno fa, qui assisteva alla prima messa del mattino il senatore Andreotti, immagino uscendo da qualche lapide sotterranea.

Facciata principale del Palazzo del Quirinale, Roma

Torno al Quirinale e ho la prova dello spreco immenso delle risorse di sicurezza nei palazzoni romani: e Napolitano è uno che almeno un po’ ha tagliato!

Carabinieri in piazza, piantoni al portone, corazzieri e agenti di sicurezza varcata la soglia (“Lei dove va?”, “Vorrei visitare la mostra”), un altro cordone di sette uomini che mi squadrano e uno mi ferma (Lei dove va?”, “Vorrei visitare la mostra”), un secondo blocco con tre agenti impalati e uno allo scanner (“Lei dove va?”, “…la mostra”, “Qualcosa da dichiarare?”, “Una bottiglietta d’acqua nel borsello”, “E quel vetro?”, “È il mio succhino”, succhino, non succo di frutta, lo dico apposta, sperando di irritarlo, “Vada, vada pure”), passo il cortile e mi aspetta l’ennesimo agente all’ingresso della mostra (che poi è accanto al portone d’ingresso), faccio per entrare e mi chiede: “Lei dove va?”, “a uccidere il Presidente, no?”, vorrei rispondergli, ma evito di passare il resto della giornata sotto interrogatorio, anche perché alle 17.30 ho il treno e mi limito a bisbigliare “…mostra”, “ah, vada”.

Comunque ne valeva la pena. Anche perché al termine delle due sale espositive, esco, mi avvicino al portone e da un’auto blu scende Maroni, il Ministro, assai basso: si fermano tutti, stanno sull’attenti e io dietro queste guardie impalate lo guardo a venti centimetri di distanza e anche lui mi squadra e penso che abbia pensato: “ma chi l’è questo qui? E se adess mi tira fuori un’arma contundente?”, il mio succhino assassino, ad esempio… Il tutto dura pochi secondi, ovviamente, ma avrei potuto meritarmi l’apertura dei telegiornali serali.

Come molti stimo La dolce vita un capolavoro e più passano gli anni più lo apprezzo (da ragazzo preferivo ), considerandolo un lungo cerimoniale funebre, nero-bianco e sontuosamente barocco: proprio all’inizio della salita di Via Veneto sorge Santa Maria della Concezione, con la famosa cripta dei cappuccini, abitata da mummie di frati e interamente rivestita di ossa umane, pare circa 4000 scheletri, che formano decorazioni, croci, lampadari, nicchie, vero monumento alla vanitas e al memento mori. Recita un’iscrizione: “Sei ciò che fummo, sarai ciò che siamo”. E anche in chiesa, sulla semplice lastra tombale del fondatore, il pio cardinale e frate cappuccino Antonio Barberini, morto nel 1646, è scritto: “hic jacet pulvis, cinis et nihil”, “qui giace polvere, cenere e null’altro”.

Cripta dei Cappuccini (particolare), Roma

Tutto questo contrasta col vicino e sfarzoso palazzo di famiglia Barberini, oggi Galleria Nazionale d’Arte Antica, un’altra pinacoteca colma di tesori d’ogni epoca specie cinque-secentesca. Ma si sa, ad ogni buona e altolocata famiglia romana, non si può negare un papa, qualche cardinale e come contraltare, almeno un sant’uomo. Al bookshop del museo, una checchissima gentile col maglione da ape maia mi dice che la guida che sto sfogliando non è aggiornata:

– “Ce n’è un’altra?”

– “No, ahimè”

– ”Sa se ne è in preparazione una nuova?”

– “No”, sospirone e affondo sconsolato, “purtroppo”.

Vorrei quasi scusarmi, dirgli che mi spiace, se avessi saputo non avrei chiesto. Mi limito ad acquistare. Così pago un libro intonso e già vecchio.

Il tempo stringe, ma ho voglia di vedere ancora qualcosa: Santa Maria Maggiore, inutilmente gigantesca e imbarocchita, per essere nata da un miracolo tanto gentile quale quello della neve (5 agosto 358), secondo la leggenda legata a papa Liberio. In realtà la costruzione pare si debba a Sisto III (432-440) e di quest’epoca sono i mosaici meravigliosi della navata centrale e dell’arco trionfale, rispettivamente con le storie dell’Antico Testamento e quelle di Cristo, le cose che più amo qui (sebbene al semibuio non facilmente leggibili), come gli altrettanto stupendi mosaici absidali di fine ‘200 del Torriti con l’Icoronazione della Vergine e quelli coevi del Rusuti sulla facciata antica (coperta poi da quella marmorea del Fuga nel 1741), con la nascita della Basilica sull’Esquilino.

Non lontano sorgono due chiese che sento più vicine, sarà perché più sono piccole e meno ci si perde, entrambe dedicate a due sante probabilmente mai esistite: nell’abside di Santa Pudenziana (nome femminile generato da un errore di traduzione latina, da Ecclesia Pudentiana, sorta sulla domus di Pudenzio o Pudente, presunto senatore convertito del I secolo, e a lui dedicata, forse lo stesso che San Paolo cita nei saluti della seconda lettera a Timoteo), c’è il mosaico cristiano più antico al mondo in un edificio di culto, col Cristo in trono e i suoi dodici (dieci dopo i rimaneggiamenti cinquecenteschi), un capolavoro del V secolo, perfettamente pittorico, come ancora tre secoli dopo Isidoro di Siviglia nelle sue Etymologiae vuole che sia l’arte del mosaico. Dalla suora filippina che riordina l’altare compro la guidina per euro tre e in inglese le chiedo se è possibile vedere il piccolo oratorio mariano con gli affreschi del XII secolo, posto a metà della navata di sinistra: “sorry, only in the morning”. Peccato.

Mi consolo con l’ultima visita, la ciliegina, come si dice: Santa Prassede (sorella supposta di Pudenziana) col doppio miracolo musivo absidale e del sacello di San Zenone, splendori voluti da papa Pasquale I (817-824). All’uscita il sacrestano-custode toscano mi allunga un paio di santini: lo prendo come buon auspicio.

Arco trionfale e abside coi mosaici del IX secolo, Santa Prassede, Roma

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