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Sala della Tinazzara, ala contemporanea del Museo Nazionale di Ravenna. Sullo sfondo, al centro, l’opera musiva “Il vello d’oro” di Marco De Luca (2015)

L’arte contemporanea. Doni d’autore al Museo Nazionale di Ravenna

di Luca Maggio

“Per chi viaggia in direzione ostinata e contraria” Fabrizio De André

Una squadra di donne – in testa la direttrice Emanuela Fiori – colma di passione determinazione competenza. Contro ogni avversità, anzitutto sanitaria e economica, la sezione ravennate del Polo Museale dell’Emilia-Romagna ha appena inaugurato l’ala contemporanea del Museo Nazionale di Ravenna, ricevendo il plauso del MiBACT – Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo.

Paolo Staccioli, Bambole, 2008, terraglia dipinta (particolare)

Era tutto già pronto mesi fa. Poi il lockdown e la chiusura dolorosa, quasi interminabile, del Museo, che proprio in questi ultimi anni si è distinto per essere un’istituzione più che mai viva e attenta non solo alla propria missione di conservazione e valorizzazione del patrimonio estremamente ricco e eterogeneo ereditato dal passato, con interventi di restauro delle collezioni, riallestimento delle sale espositive, conferenze di studiosi prestigiosi, ma anche un ente intelligentemente proiettato sul presente artistico, teso a incrementare per il futuro anche il patrimonio contemporaneo.

Cordelia von den Steinen, Enorme pazienza, 1999, terracotta plasmata

Le prime iniziative partirono anni fa con l’ex soprintendente, architetto Antonella Ranaldi, per poi proseguire incentivate e curate negli ultimi cinque anni dall’attuale direttrice, la storica dell’arte Emanuela Fiori che, pur provenendo da studi affatto differenti, ha letteralmente e coraggiosamente aperto le sale storiche agli artisti del nostro tempo di ogni età esperienza e linguaggio creativo (pittura, scultura, ceramica, installazione e, non ultimo, il mosaico, daìmon plurisecolare a Ravenna: non a caso le mostre del Museo, spesso in collaborazione con co-curatori esterni come Giovanni Gardini, sono state uno degli eventi clou delle ultime Biennali musive, collegandosi proficuamente col territorio), sale a loro volta contenenti, come lei stessa scrive in catalogo (Carta Bianca Editore), “tutte le categorie: reperti tardoantichi, tessuti antichi, avori, bronzetti, icone, armi, ceramiche, monete… Per ogni visitatore il Nazionale si manifesta d’emblée come luogo ‘speciale’, capace perciò di accogliere senza stridori anche l’arte dell’oggi come una solida arca, un tempio di meraviglie”.

Bruno Ceccobelli, La Casa degli Angeli, 2012, tecnica mista su legno

Dunque nel pieno rispetto delle diverse nature di questa raccolta pubblica unica e preziosa e ideando di volta in volta con ogni personalità invitata a esporre un dialogo continuo fra gli oggetti d’arte di ogni tempo, si è andato formando negli ultimi anni un corpus in cui “l’opera d’arte si configura quindi come traccia duratura di una sorta di legame affettivo con il luogo, generatosi durante la preparazione delle mostre e nutrito da affinità e rispondenze tra arte contemporanea e antica.” (E. Fiori)

Da sinistra: Clément Mitéran, Trace I, 2017, smalti bianchi e fotografia argentica;
Felice Nittolo, Tracce, 2017, acrilico e foglia oro su legno e tela

Così, sabato 17 ottobre 2020 alle 12.00 è stata ufficialmente inaugurata la nuova ala museale interamente dedicata alle donazioni avute dagli artisti che dal 2013 al 2019 hanno esposto in personali dedicate all’interno degli spazi meravigliosi dell’ex monastero benedettino di San Vitale, sede museale dal 1921, come ricorda l’architetto Serena Ciliani nel saggio in catalogo in cui, dopo un esaustivo excursus storico, spiega le ragioni dell’allestimento da lei curato nell’ala detta Tinazzara, dove secoli fa erano i tini dei monaci e già oggetto di importanti restauri negli anni Ottanta del secolo scorso, quando in cima alla scalinata del lato sud venne posta la Venezia incatenata dello scultore Enrico Pazzi, promotore e primo direttore del Museo oltre centotrenta anni fa, quando la sua prima sede era ancora presso l’attuale Biblioteca Classense.

Da sinistra: CaCO3, Ottagono, 2010, calcare bianco e malta;
Sara Vasini, Abolire il principe azzurro, 2016 – Abolire il principe azzurro II, 2018, inchiostro su pergamino argenteo

Le due tonalità di grigio adottate per le pareti in pieno accordo col bianco originario delle volte ha permesso di “definire un palinsesto neutro atto ad accogliere le opere contemporanee frutto del lavoro creativo di diversi artisti, colori adeguati per fare da sfondo a opere polimateriche, diverse per provenienza, tecnica e stile.” (S. Ciliani)

Marisa Zattini, Trasmutazioni, 2017, inchiostro su lastre di alluminio a specchio (particolare)

Risultano infatti inseriti perfettamente in tale contesto, con lo spazio adeguato per far respirare ogni opera, i lavori di CaCO3, Bruno Ceccobelli, Fernando Cucci, Marco De Luca, Beppe Labianca, Riccardo Licata, Clément Mitéran, Felice Nittolo, Almuth Schöps, Paola Staccioli, Paolo Staccioli, Sara Vasini, Cordelia von den Steinen e Jorrit Tornquist. Completano la rassegna Margherita Grasselli e Marisa Zattini, rispettivamente esposte nel primo chiostro quattrocentesco e nell’antica Farmacia al piano superiore. Le schede biografiche in catalogo, agili quanto complete, sono state redatte per ciascun artista da Elisa Emaldi.

Beppe Labianca, Il gioco perduto e mai dimenticato, 2014, ferro ossidato e pittura a olio

Altre figure intelligenti e valide bisognerebbe citare – non ultima la compianta restauratrice Ornella Casazza – come nel discorso inaugurale ha tenuto a sottolineare la direttrice Fiori, qualificando il traguardo raggiunto come lavoro collettivo, un percorso virtuoso e sinergico che di fatto ha donato alla città di Ravenna tesori nuovi e inediti, per altro sottoscrivendo con gli artisti un fondamentale certificato di autenticità, il PACTA, istituito nel 2017 dalla Direzione Generale dei Musei proprio al fine di conoscere approfonditamente ogni dettaglio tecnico di ciascuna opera, vincolando tanto l’artista quanto l’istituzione museale anche in vista di futuri interventi di restauro non sempre così semplici in ambito contemporaneo.

Con l’augurio di continuare a incrementare tale collezione con nuove esposizioni, ora la parola è alle opere, al nuovo allestimento: non resta che visitare, andare a vedere con i vostri occhi!

Ps. Ringrazio Giovanni Gardini per le immagini fotografiche fornite per questo articolo.

Un momento dell’inaugurazione di sabato 17 ottobre 2020 con la direttrice Emanuela Fiori

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Premessa

di Luca Maggio

Alla fine del 2019, all’interno della Biennale Internazionale del Mosaico di Ravenna si è svolta al MAR la mostra Riccardo Zangelmi – Forever Young, dedicata alla costruzioni in lego di questo “unico artista italiano certificato Lego”, come è descritto sul sito del Museo.

Verso fine giugno 2020, su alcuni giornali e siti locali, è apparsa la notizia che il busto in lego Indiante di Zangelmi, già esposto in mostra e raffigurante Dante, sarebbe stato acquistato dal Museo d’Arte della città di Ravenna per 10.000 euro.

Non so se ciò sia una inesattezza giornalistica o corrisponda al vero. Se fosse confermato, lo riterrei un errore. Sia chiaro, non perché tale somma sia esagerata nel mercato dell’arte. Anzi, è il minimo, specie per un museo. Ma sarebbe uno sbaglio collezionistico sia dal punto di vista della storia dell’arte (non solo musiva), sia come mero investimento di denaro. Comunque, in attesa di chiarimenti, ritengo giusto su questa vicenda dare spazio all’opinione di Sara Vasini, artista che conosce, dunque ama il mosaico (lei lo scriverebbe con la maiuscola), la sua fatica quotidiana, la sua indicibile bellezza, entrambe necessarie come il respiro.

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L’anima è un’Altra cosa

di Sara Vasini

Faccio un po’ di polemica, perché spesso è Sana: un paio di anni fa un Amico che vive di musica a Londra – Luigi Casanova – venne al finissage della mostra Montezuma Fontana Mirko. La scultura in mosaico dalle origini a oggi allestita presso il MAR di Ravenna nel 2017/18.

Luigi mi disse: – Sara, esporre le tue opere di mosaico a Ravenna è per te come suonare Jazz a New Orleans per un musicista.

Sinceramente, Luigi mi ha detto una cosa che in fondo sapevo, però mi ha illuminata del tutto. Continuo a pensarla come Luigi, e lo ringrazio. Ma credo che la comunità ravennate non abbia ancora ben capito questa cosa. Nonostante tutto, continuerò a lottare per farla intendere.

Si è recepita solo la moda, ma l’eternità è un’altra cosa.

Penso ai Professori di Mosaico della mia giovinezza che mi dicevano: – Le tessere non sono mattonelle, non si fanno mosaici a parete di mattonelle.

La grammatica e l’equilibrio prima di tutto. Le mattonelle erano fuori dalle chiese per rappresentare la povertà del corpo rispetto all’interiorità.

Penso ai miei Professori di Mosaico che mi dicevano: – Sai perché quelle tessere sono ancora lassù? Perché sono lunghe come denti nella carne.

Penso al Vasari che scriveva: – La pittura è il disegno e il mosaico è la pittura per l’eternità.

E naturalmente penso al vetro che veniva usato come materiale purificato dal fuoco per entrare nelle chiese come materiale Divino, o al marmo e alla sua eternità. In un’epoca come questa la plastica è per me un mezzo artistico ormai superato, da ricerca novecentesca.

Insomma, è un discorso complicato. Ma non approvo la moda, poiché la moda non è mai stata cosa del mosaico, e alla fine al mosaico piace così. Perché, come diceva Isotta Fiorentini Roncuzzi: – Il mosaico è un modo di essere.

E sono sicura che quando una persona si accetta per Quel che è (Erich Fried), non ha bisogno di giustificarsi col Mondo. Tuttavia, sminuire il mosaico, che è una grammatica severa, al semplice assemblaggio di parti, a volte è un gioco e a volte una bestemmia. Per quel che ho imparato: – Se nessuno fa più figli il mondo muore (Sibilla Aleramo, Una Donna, 1906). Quindi io continuo a lottare per fare Mosaico e per far intendere cosa è Mosaico, ché neppure il Trencadís è mosaico per me. Figuriamoci i Lego. Tutto il resto non esiste nel mio mondo e trova prima la sua fine. Modernizzare una cosa che non ha bisogno di essere modernizzata – poiché archetipica – è un giochino di cattivo gusto per poveri di spirito. L’anima è un’Altra cosa.

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Con questa premessa desidero ringraziare Alessandra Carini, direttrice artistica della galleria MAG di Ravenna per la bellissima esperienza data all’artista Sara Vasini e al sottoscritto come suo curatore per la mostra Paradiso visitabile gratuitamente dal 4 ottobre al 24 novembre 2019 parallelamente all’esposizione Mai più curata dalla stessa Carini insieme a Benedetta Pezzi sul talentuoso Marco De Santi, quest’anno vincitore del premio Gaem.

L’evento è inserito nella programmazione della Biennale del Mosaico 2019.

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Sara Vasini, Paradiso, 2019

Sara Vasini. Paradiso (abstract dal catalogo)

di Luca Maggio

“La maggior parte degli uomini disprezza troppo facilmente la grazia.” Stendhal

Paradiso è cosa differente per ogni cultura, per ogni individualità.

Parádeisos originariamente è la trascrizione greca dell’avestico pairidaeza  che per Senofonte indicava il grande giardino recintato del re nella Ciropedia. Venne in seguito scelto per tradurre l’ebraico gan della Genesi biblica al posto del vocabolo più comune kẽpos, proprio per la sua valenza regale “che meglio si adattava a un giardino piantato da Dio” (G. Agamben, Il Regno e il Giardino, Vicenza 2019, p.13).

Paradiso è luogo terrestre celeste, tangibile ideale, perduto ritrovato, irraggiungibile vicinissimo mentale. È la meta possibile della ricerca di felicità o la ricerca stessa.

Nella riflessione di Sara Vasini, Paradiso è avere a che fare con la sua lingua madre, il mosaico, non una tecnica, più di un linguaggio, modo d’essere, di vivere nulla mai facile, anzi da esplorare con più tecniche e linguaggi, come nell’opera qui presente.

Alcuni anni fa, Sara acquista per caso un cartone del 1953 del maestro mosaicista Romolo Papa raffigurante il viso del San Pietro musivo del 1112 già nel Duomo di Ravenna. Dopo Codificazioni, il workshop da lei tenuto presso l’Accademia di Belle Arti di Lecce nell’aprile 2019, capisce che questo volto può essere inserito nel Saggio sulla cecità, sua serie in progress ispirata all’opera omonima di José Saramago e iniziata fra 2015 e 2016: circa una volta all’anno, Sara rielabora una copia musiva antica virandone i colori sino al monocromo “poiché a mio avviso il mosaico non è nel colore, come i più pensano, ma nell’andamento (…) nell’accostamento tra una tessera e l’altra” afferma con l’intento di far scoprire anche ai profani la bellezza del ritorno alla grammatica musiva – suo paradiso – senza distrazione o inganno cromatico.

Qui i San Pietro sono due: azzurro e rosa che, nella vulgata occidentale, rappresentano il maschile e il femminile: l’Adamo e Eva del video che collega, completa e chiude questa installazione.

Romolo Papa, Piazza Armerina, 1959

In un catalogo dedicato a Romolo Papa (niArt, Ravenna 2008) si vedono tre immagini in cui Romolo Papa, a Piazza Armerina nel ’59, si fotografa pressoché nudo, a parte un paio di mutande bianche, davanti allo specchio della sua camera, a pochi passi dai sontuosi mosaici romani. Perché si è autoritratto così?

L’ipotesi di Sara è che non si possa essere che nudi davanti alla lingua madre del proprio paradiso, come Adamo e Eva nell’Eden biblico o mentale o, in questo caso, in forma di video, dove Lorenzo e Adele, novelli Adamo e Eva, partono nudi – provvisti solo delle mutande bianche in omaggio alla foto di Papa – dalla propria dimensione identitaria e posizione di riconoscimento, ovvero l’azzurro/maschile e il rosa/femminile dei San Pietro della Vasini, e seguendo un rettilineo invisibile – come talvolta sono gli andamenti e le vie musive e sorgive della vita – camminano verso il centro, verso San Pietro, sotto gli occhi del quale accade l’avvicinarsi, l’incontro, la scoperta dell’Altro, occhi negli occhi, relazione possibile, incognita Paradiso. A quel punto tutto si interrompe, sospeso, e fa ingresso il mistero del presente. Forse del futuro.

Sara Vasini, Paradiso, frame dal video, 2019

In Ultimo tango a Parigi, c’è una scena breve e rivelatrice in cui Jeanne/Maria Schneider descrive il matrimonio pop moderno, quello della pubblicità felice e sorridente, che gli sposi come operai in tuta da lavoro possono sempre riparare, persino in caso di adulterio. Ma “l’amore no, l’amore non è pop” e quando si manifesta, la finzione cessa e “gli operai entrano in un appartamento segreto, si levano le tute e ridiventano uomini, donne e fanno l’amore.” Certo tenendo presente che “Amore non è solo vicenda di corpi, ma traccia di una lacerazione, e quindi incessante ricerca di quella pienezza, di cui ogni amplesso è memoria, tentativo, sconfitta” (U. Galimberti, Le cose dell’amore, Milano 2018, p.155).

Sara Vasini, Paradiso, frame dal video, 2019

Paradiso è anelare a questa autenticità scoprendo nell’altro l’inatteso, “l’enigma” direbbe Lévinas, il diverso da sé, esplorando confini e slanci insospettati, non già un autospecchiarsi sterile per trovare nell’altro la conferma ennesima di sé, un altro sé privo della spinta esplorativa, che è moto di vita. In questo senso “compito dell’arte e della poesia è sicuramente quello di liberare la percezione da tale rispecchiamento, e di aprirla a favore dell’interlocutore, a favore degli altri, dell’Altro.” (B. Han, L’espulsione dell’Altro, Milano 2017, p.82)

Sara Vasini, Paradiso, frame dal video, 2019

A questo appuntamento non si può presentarsi che in luce e nudità, privi di vergogna, come erano i progenitori del mito biblico, come sono gli attori del video che pure danno corpo a una verità, poiché avere desiderio dell’altro e farne esperienza in dolore e amore, con le difficoltà e la fatica spiazzante dell’altro, realizza in pienezza anche il proprio sé finalmente liberato, non più bloccato dai lacci delle paure autoinflitte, anzi arricchito dalla rivelazione della propria follia, l’altro sé in sé, come voleva Socrate nel Simposio platonico, pronto a essere nuovo, più profondamente umano nelle occasioni che verranno. L’altro spariglia le carte dell’io, rimette in gioco tutto, induce a donargli cura e tempo, cura nel tempo, il nostro proprio tempo. Avvicina a una natura più intima e umana che, come intuì Scoto Eriugena nel Periphyseon, è la sede vera del mistero di un possibile paradiso terrestre. Grazie, Sara.

Sara Vasini, Nuda Veritas, 2019

Ps. “Wahrheit ist Feuer und Wahrheit reden heisst leuchten und brennen” / “La verità è fuoco e parlare di verità significa illuminare e bruciare”: sono i versi di Leopold Schefer che Gustav Klimt scelse per la prima versione litografica della Nuda Veritas (1898), in cui la donna-Verità si svela di fronte all’osservatore significativamente reggendo uno specchio da cui si originano raggi luminosi.

Con il trittico finale Nuda Veritas, volutamente nascosto in sede di mostra dietro un tendaggio nero, Sara Vasini riconduce al mosaico proprio Klimt che dei mosaici bizantini di Ravenna si era nutrito per tradurli nello splendore della Secessione viennese. Il lavoro si sviluppa su linee con le tipiche lamelle-tessere di conchiglia della Vasini, insieme a qualche virgola colorata. Nella seconda fase di strappo, col cemento, qualcosa è andato diversamente. Alcune tessere sono rimaste agganciate alla tarlatana. Un errore? Quante volte nella vita di ognuno gli accadimenti prendono direzioni impreviste, incontrollabili? Per quanto non sia facile, bisogna accettarle, integrarle nel nostro percorso. Coerentemente Sara non ha voluto rifare l’opera, decidendo di esporre il dittico con la piega nuova, la bruciatura quasi, che esso ha deciso di assumere. Nuda veritas.

Nella terza immagine, il corpo nudo dell’artista stessa (a parte le mutande bianche, trait d’union con il Paradiso precedente), restituito dal medium fotografico come nell’autoscatto di Papa, veste la Veritas klimtiana, sostenendo uno specchio su uno sfondo marino, Bellaria, suo luogo di nascita, dove lei trova le amate conchiglie-tessere, sua lingua madre. Non è solo una posa speculare a quella di Klimt: questo ritratto è lo svelarsi di un’anima in tutta la sua forza sorgiva, nella sua fragilità definitiva: “Wahrheit ist Feuer und Wahrheit reden heisst leuchten und brennen.”

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In occasione di questa biennale musiva 2019 sarò presente già da stasera ad alcuni eventi, cui siete tutti invitati!

Vernice venerdì 4 ottobre 2019 ore 21.00 al MAG di Ravenna

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Vernice sabato 5 ottobre 2019 ore 11.00 presso la chiesa di Santa Maria dell’Angelo a Faenza. La mostra è curata da Giovanni Gardini con un mio intervento critico in catalogo.

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Vernice domenica 6 ottobre ore 12.00 presso la chiesa di Santa Eufemia a Ravenna. La mostra dal titolo “IN LAUDE” è curata da Giovanni Gardini e Luca Maggio con un mio intervento critico nel pieghevole di presentazione sull’opera di Elisa Simoni

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Il lavoro in versi Silhouette (Italic, 2018) di Luca Maggio è una piccola Spoon River sospesa fra Rivoluzione francese e una ideale galleria dantesca, mentre la conclusione, isolata, è affidata a una invocazione pronunciata da Orfeo. Queste pagine sono dedicate a poeti quali Valerio Magrelli, Valentino Zeichen e Alda Merini.

Infine, il disegno in copertina è opera calligrafica dell’artista Sara Vasini, pensata appositamente per questo libro e realizzata con la sua caratteristica assenza di crenatura. Di questo e molto altro, artista e autore saranno lieti di parlare durante la conversazione di presentazione del volume mercoledì 8 maggio 2019 h.18.00 presso la libreria Feltrinelli, Via A. Diaz 14, Ravenna


Sara Vasini, Senza crenatura, Incipit vita nova, 2017, 12×17 cm, inchiostro su carta

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