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Posts Tagged ‘sellerio’

Ho conosciuto Davide Enia esattamente una settimana fa, partecipando a uno dei frequentissimi appuntamenti con gli autori organizzati dalla Biblioteca Classense di Ravenna, una delle istituzioni più prestigiose e attive di tutta la Regione e fra le migliori d’Italia, attualmente diretta da Maurizio Tarantino e animata da bibliotecarie come Nicoletta Bacco e Silvia Travaglini, colme di passione per la loro meravigliosa e importante professione, oltre che in preziosa collaborazione col giornalista Matteo Cavezzali.

Occasione dell’incontro è stata la presentazione del libro e dei passaggi di vita vera contenuti in Appunti per un naufragio (Sellerio, Palermo 2017), divenuto anche narrazione teatrale dal titolo L’abisso. Dati i tempi, non credo sia superfluo sottolineare quanto mi abbia coinvolto e sconvolto udire le parole dell’autore, drammaturgo e attore sulla sua esperienza lampedusana, che ha visto in parallelo procedere la malattia del suo amatissimo zio paterno Beppe insieme all’approfondirsi del rapporto col padre Francesco e soprattutto il toccare con occhi e mani la realtà tragica degli sbarchi, le esistenze miracolosamente salvate o altrettanto disperatamente perdute nel gran cimitero del Mediterraneo, la Shoah di questi ultimi anni. Una decina di giorni prima era stato mandato in onda un servizio fortissimo di Corrado Formigli sull’inferno libico, fatto di torture di ogni genere e stupri persino su ragazzine dodicenni, quelle che lo stesso Enia ha visto giungere stremate e incinte sulle coste isolane. Il libro, che ho letteralmente divorato, è da leggere e sottolineare e consigliare a chiunque, specie a quanti siano convinti della bontà dell’azione governativa dalle menzogne sporche e disumane dei politici peggiori di sempre, i succubi e incapaci 5 stelle e i fascio-razzisti leghisti e salviniani, peraltro mentre l’economia reale va a rotoli e certo non a causa dell’immigrazione, anzi.

A proposito, proprio per la cupezza di questo periodo assurdo e cattivo di cui la disinformazione dei media nazionali e popolari ha pure tanta responsabilità, desidero con forza rilanciare anche in qualità di insegnante una battaglia sacrosanta e giusta, quella dello Ius soli: riconoscere cittadinanza immediata a chiunque sia nato in Italia indipendentemente dalla provenienza dei genitori. Questa giovane vita studierà la nostra bellissima lingua e contribuirà con la sua stessa presenza a migliorare il presente e a dare un futuro più aperto a questo Paese. Impedirne l’integrazione, più che miope, è azzardo stupido e folle.

Spero che Nicola Zingaretti, da me votato alle ultime primarie del PD, dopo il disastro renziano possa riunire le forze democratiche di sinistra insistendo con coraggio proprio sui valori che ne segnano identità, unicità e diversità, emendando i troppi errori che ne hanno altrettanto segnato il recente e rapido declino.

Marco Bravura, Lampedusa, 2014, cm 200×250

“Poi ribadì ancora una volta il concetto: «In mare non esiste neanche il considerare una alternativa, ogni vita è sacra e si aiuta chi ha bisogno, stop». Questa frase era più di un mantra. Era un vero e proprio atto di devozione. (…)

«… Ma dopo tutto quello che hanno passato, dopo la traversata, ecco finalmente la terra ferma. Lì sul molo è una nuova nascita, piena di speranze e di gioia. E tu ti ritrovi a essere la prima persona che li accoglie. Hanno affrontato situazioni terribili, meritano una accoglienza degna. Per quel che mi riguarda, è un privilegio essere lì, perché onori il loro viaggio, il loro coraggio e anche la loro incoscienza, compartecipando per un breve istante al loro percorso». (…)

«Capita che i barconi si rovescino. Affondano in poco tempo. A volte il mare è pieno di corpi già al momento del nostro arrivo. A volte i corpi tra le onde sono vivi. A volte no. Tutto si riduce a una questione di tempo, di velocità, di buona sorte. Quando un corpo va giù, ora lo vedi sbracciarsi, ora non lo vedi più. È un niente».”

Davide Enia, Appunti per un naufragio, Sellerio 2017, p. 14, 70, 93.

Roberta Maioli, Damnatio memoriae, 2016 (particolare)

Ps. In quel “niente” c’è tutta una vita, un essere umano vero, col suo carico di storia, sentimenti e sogni che vorrebbero realizzarsi e troppo spesso non lo saranno più.

Oltre a invitare con urgenza alla visione del docu-film Fuocoammare (2016) di Gianfranco Rosi, desidero qui ricordare l’impegno di due artisti ravennati su questo tema: Marco Bravura con l’opera Lampedusa (2014) e Roberta Maioli con la mostra Damnatio memoriae (2016). Scrivere per loro è stato per me motivo di onore profondo.


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alvi eccentrici

Oh, che prosa raffinata le minibiografie, ben quarantadue, di Geminello Alvi, ora in terza ora in prima persona scritte: i ritratti suoi di Eccentrici (come probabilmente l’autore, sin nel nome, altrimenti serio economista) di attori e sportivi e aviatori e combattenti e scrittori ecc., possono allietare il più crepuscolare dei pomeriggi, non già perché siano vite divertenti, anzi spesso è vero il contrario, ma è il piacere di leggere chi sa scriverle che rende questo libretto una perla.

E di più avrei goduto se non avessi avuto presente il precedente di Eugenio Baroncelli (Libro di candele, Mosche d’inverno, Falene), defilato maestro e geniale di minibiografie stilisticamente insuperabili, tanto da far diventare questo genere, o sottogenere letterario che si voglia, semplicemente arte.

Tornando agli Eccentrici, numerose le pagine di pregio, ma volendo indicare una preferenza direi quelle su Arletty, la Garance degli Amanti perduti di Carné, capolavoro assoluto del ’45 sceneggiato da Prevért, di cui Alvi coglie a perfezione l’essenza in tre paginette e mezza. Il cinema, mentendo, amplia e spiega (nella doppia accezione di chiarire le cose e anche stendere vele o ali) la vita talvolta meglio della vita stessa e se non avete mai visto quella pellicola, spiace, ma non sapete cosa sia l’amore. Al cinema, quanto meno.

“Eppure l’amore, quella lieve aria che toglie all’amante il respiro, possiede più del denaro: il tempo. (…) Così l’esistenza di quasi tutti tornerà nel millenovecento disperato caos, però senza l’eternità rivelata dall’amore, dallo specchio che ha il tempo dell’istante.” Geminello Alvi, Eccentrici, pp. 57-58, Milano 2015

 

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stassi, l'ultimo ballo di charlot

Senza dubbio uno dei romanzi più belli degli ultimi anni L’ultimo ballo di Charlot (Sellerio, 2012) di Fabio Stassi: come nel Settimo sigillo bergmaniano assistiamo alle diverse fasi di una partita a scacchi tra Charlot e la Morte della durata di ben sette anni, o meglio di sette vigilie di Natale, dal 1971 al ’77: la fine è obbligata e nota, Charles Spencer Chaplin morirà appunto il 25 dicembre 1977.

Ma egli riesce a rimandare di anno in anno la sua fine strappando una risata, benché spesso involontaria, dovuta agli acciacchi dell’età più che ai numeri del vecchio repertorio quasi patetici eseguiti da un corpo ormai fuori allenamento, alla sua inquietante visitatrice, di cui solo al termine del romanzo si scopre il volto vero. E forse è così anche per ognuno di noi: la morte in sé è anonima, ma sotto il nero del cappuccio assume le fattezze di uno dei visi del nostro passato che quando scocca la nostra ora viene a prenderci svelandosi, se non abbiamo paura di riconoscerlo (vedi Il sesto senso di Night Shyamalan).

Motivo del patto tra Charlot e la vecchia Signora? Egli ha bisogno di tempo perché sotto forma di lettera vuole raccontare al giovane Cristopher, suo ultimogenito, la vera storia dei suoi esordi, senza la mancanza di tutti quei particolari omessi nelle interviste e biografie ufficiali: dunque i brevi incontri fra Chaplin e la Morte sono solo la cornice (e la scusa) dello straordinario affresco che appare sotto gli occhi del lettore mano a mano si procede nella lettura, talché questo espediente è tanto semplice quanto solido nel definire l’impalcatura di un’opera ben costruita.

Si parte dall’Inghilterra e dalla povertà e dalla fantasia incredibile del circo e delle sue tante anime, con l’odore di urina animale mescolata alla segatura e alle lacrime per le vite tristi di clown e saltimbanchi, che tuttavia non mancano d’essere ricompensati con applausi e risate fortissime dal pubblico, e si giunge agli Stati Uniti ruggenti di inizio ‘900, con le possibilità infinite (ma anche con le ombre violente del Ku Klux Klan) e soprattutto con la voglia di farcela a essere e trovare se stesso del giovane e sconosciuto Chaplin che, nomade per necessità e forse per natura perché curioso alfine del mistero chiamato vita umana, si barcamena fra cento lavori (tipografo, imbalsamatore, allenatore di pugili e guitto/artista/attore/regista naturalmente) trovando la sua strada immensamente arricchita da quell’humus di miserie umane che ha incontrato per via e che più avanti farà la fortuna mondiale e l’identità dei suoi film e del suo vagabondo, l’icona Charlot.

E a proposito di cinema, nell’invenzione romanzesca si viene a scoprire che la grande arte del secolo nuovo non nasce coi fratelli Lumière, ma grazie all’umile e ignoto Arlequin, addetto a pulire gli escrementi delle bestie circensi e dai più considerato mezzo scemo, che desiderava sopra ogni cosa catturare l’immagine in movimento della bellissima e sfortunata acrobata Eszter, di cui come tutti era perdutamente innamorato. Dunque il cinema nasce come un atto d’amore. E questa è poesia.

Se la scorsa settimana ho proposto la prima volta di Charlot secondo le parole tratte dall’autobiografia di Chaplin, sono ora a presentare la medesima scena secondo Stassi. Buona lettura.

Charlot

“Quel pomeriggio di pioggia del 1914 in cui cercavo nello spogliatoio maschile di Keystone un costume per una scena che stavamo girando, tenevo bene a mente quello che mi aveva detto Fred Karno, che in tutte le storie ci vuole un pizzico di malinconia. Per me non era difficile trovarla: la portavo già negli occhi, nelle mani, nel sangue. (…)

Scelsi così un paio di calzoni sformati, mi abbottonai con fatica un gilè e una giacca troppo stretti e calzai due scarpe enormi e logore. Mi guardai allo specchio. Non mi ero mai sentito così a mio agio. Il mio vestito era una disubbidienza. Ci aggiunsi una bombetta, un bastone, una cravatta a farfalla. Mancava solo un ultimo dettaglio: mi agitai i capelli e mi incollai sotto al naso un paio di baffetti neri e per la prima volta seppi qual era la mia faccia.

Quando uscii dalla baracca del trucco e mi avvicinai alla cinepresa con questo costume miserabile, mi bastò muovermi di fronte a quella volpe di Mack Sennett come se avessi avuto i pidocchi sotto alle ascelle. Sennett cominciò a ridere in una maniera così esagerata e nervosa che gli venne la tosse, gli uscirono le lacrime e per poco non soffocò. Lo tenevo in pugno.”

Fabio Stassi, da L’ultimo ballo di Charlot, Sellerio 2012.

Finale dal film "Modern Times" (1936)

Finale di “Modern Times” (1936)

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Carlos Maria Domínguez_La casa di carta

La biblioteca che si mette insieme è una vita. Non è mai una somma di libri. C.M. Domínguez 

Una storia d’amore, di più amori, questo libro. Amori che consumano, amori consumati, ma sotto la cenere dei giorni fatta di tempo e carta qualcosa ancora di inestinguibile morde.

Quasi come Gaudí la fine di Bluma Lennon. L’architetto di Dio realmente investito da un tram nel ’26, forse troppo assorto nei suoi disegni mistico monumentali. Lei, ispanista a Cambridge e personaggio letterario di questo romanzo, uccisa da un’auto mentre per strada leggeva l’adorata Dickinson.

La sostituisce un collega, nonché l’io narrante della storia, che viene trascinato nel passato amoroso di Bluma a causa di un pacco postumo a lei indirizzato e da lui ricevuto, contenente un copia piuttosto malmessa di La linea d’ombra di Conrad, con la copertina intrisa di cemento e una strana dedica della donna a un certo Carlos conosciuto anni prima a Monterrey, probabilmente lo stesso uomo che ha sentito il bisogno di rispedire indietro il libro.

Così cominciano le ricerche del nostro sulle tracce sudamericane del misterioso Carlos Brauer, un bibliofilo (dunque bibliomane) poco alla volta scivolato nella bibliofollia e nella follia tout court, in particolare in seguito al piccolo incendio che ha distrutto il suo archivio e con esso la possibilità di recuperare alcun ordine, dunque qualsiasi titolo, delle migliaia e migliaia accumulati nel tempo. Oramai ai suoi occhi inutilizzabili, quei mattoni di carta che hanno costruito il senso della sua vita, vengono da Carlos usati come mattoni veri e propri, cementificati in una improbabile casa di carta sulla spiaggia, che regge in realtà sino a quando egli non decide di spaccarla furiosamente alla ricerca del Conrad di Bluma. Passione divorante, devastante, quella per gli oggetti dannatamente magici che chiamiamo libri. E forse ha ragione una vecchia nonna che all’inizio del romanzo dice “smettila, che i libri sono pericolosi”. Troppo tardi per me.

Infatti invito chiunque non l’abbia letto a precipitarsi in libreria perché questo gioiello breve, poco meno di ottanta pagine, per quanto strepitoso di Carlos María Domínguez (Buenos Aires, 1955) sarà fra i vostri dieci preferiti di sempre, non ne dubitate.

“Spesso è più difficile disfarsi di un libro che procurarselo. I libri restano con noi in virtù di un patto di necessità e oblio, come testimoni di un momento delle nostre vite al quale non ritorneremo. Ma finché sono lì, crediamo di farne la somma. Ho visto che molti annotano il giorno, il mese e l’anno di lettura, tracciando così un intermittente calendario. Altri scrivono il loro nome sulla prima pagina, e prima di prestare un libro si appuntano su una rubrica il nome della persona cui lo hanno prestato, aggiungendo la data. Ho visto volumi etichettati, come quelli delle biblioteche pubbliche, o con un delicato biglietto da visita del proprietario infilato tra le pagine. Nessuno vorrebbe perdere un libro. Preferiamo perdere un anello, un orologio, l’ombrello, anziché il libro che non rileggeremo ma che serba, nella sonorità del titolo, un’antica e forse perduta emozione.

E succede che alla fine la biblioteca si impone per le sue dimensioni. La lasciamo esposta come un gran cervello aperto, coi miseri pretesti e false modestie. Conoscevo un professore di lingue classiche che si attardava di proposito nella preparazione del caffè in cucina, per dare all’ospite il tempo di ammirare i titoli sugli scaffali. Quando riteneva che il rito fosse consumato, faceva il suo ingresso in sala portando il vassoio con un sorriso soddisfatto.

Noi lettori curiosiamo nella biblioteca degli amici, anche solo per distrarci. A volte per scoprire un libro che vorremmo leggere e non possediamo, altre solo per capire di cosa si nutra l’animale che abbiamo di fronte. Lasciamo un collega seduto sul divano e al nostro ritorno lo troviamo in piedi, ad annusare fra i nostri libri.

Ma viene il momento in cui il numero dei volumi varca una soglia invisibile e l’orgoglio si tramuta in carico gravoso perché lo spazio è diventato un problema. Mi stavo appunto domandando dove sistemare un nuovo scaffale, quando giunse nelle mie mani quella copia della Linea d’ombra che mi perseguita, da allora, come un perpetuo avvertimento.”

Carlos María Domínguez, La casa di carta, Sellerio, Palermo, 2011 (ed. orig. 2002)

Ps. E un ringraziamento speciale a Giulia, amica e bibliotecaria “folle” capace di stupire sempre coi suoi consigli.

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baroncelli

Anni fa, chissà quanti, si pensava col fraterno amico Andrea, quello di una vita, di scrivere un libro fatto di soli titoli, inventati, di libri altrettanto inesistenti, o meglio non ancora scritti. Esercizio borgesiano, direte voi. Sarà.

Comunque, era un periodo di tale sintonia su questo divertimento che senza sforzo ci venivano in mente titoli su titoli, talvolta davvero brillanti. Ma l’intenzione era più giocosa che ferma e nessuno s’è mai appuntato nulla e tutto è tornato a essere tempo.

Per la verità s’era pensato di accompagnare ogni titolo con due righe di presentazione, magari quelle del risvolto di copertina, o di critica ora divertita e spietata ora accondiscendente fino alla piaggeria, o perché no direttamente scrivendo l’incipit del (nostro) testo fantasma.

Come dicevo nulla è rimasto, salvo in un angolo semibuio della mia memoria questo titolo Tra le trippe del topo, ricavato da un’affermazione di Martin Lutero, secondo la quale se Dio c’è, è ovunque, anche negli anfratti più impensati, tra le trippe del topo appunto, con quella sequenza mitragliante di “t”, allitterazione che da sola vale l’affermazione.

Avrebbe potuto essere un trattato serissimo di critica teologica o una biografia (ironica?) del padre del protestantesimo: impossibile oltre che inutile indagare la fantasia a posteriori.

Perché mi viene in mente tutto questo?

M’è capitata fra le mani l’ultima fatica di Eugenio Baroncelli, Pagine bianche. 55 libri che non ho scritto (Sellerio, Palermo, 2013) ovvero la concretizzazione di quanto esposto sopra: le idee volano non hanno fretta aspettano anche anni quanto il capriccio comanda loro e poi si posano, benché mai a caso. Perché le idee vogliono nascere.

Ed ecco i 55 titoli con le rispettive prefazioni, incipit, risvolti di copertina, avvertenze e persino il Libro di titoli di libri, bell’e servito a pagina 73, et voilà!

Ora, nonostante quanto detto e nonostante il fantasma di Borges evocato qua e là quale nume tutelare, rispetto ai precedenti (chicche minibiografiche dense di grazia elegante alla Fénéon, colte e intelligenti come Montaigne, ovvero il Libro di candele. 267 vite in due o tre pose, il primo e forse il più bello, o Mosche d’inverno. 271 morti in due o tre pose e Falene. 237 vite quasi perfette) quest’ultimo di Baroncelli m’è piaciuto meno. La trama del mosaico c’è, la realizzazione però presenta più di qualche smagliatura con cali di tensione in qualche caso evidenti.

E tuttavia alcune pagine sono perle del Baroncelli migliore (che alfine è un lirico asciutto, credo non insensibile a Satie o alla Música Callada di un Mompou), tanto che ti secca – ma è bene – che tutto finisca lì, poche righe sotto, essendo questo il gioco di un libro di libri immaginari. Ve ne propongo qualche assaggio, buona lettura.

1) “Confutazione della «Vita di Macrina» di Gregorio di Nissa

Chi è destinato a vivere, quand’anche muoia, non muore.”

2) “Cose. Libro di tutte le cose e molte altre ancora che stanno sulla mia scrivania

Avvertenza. Le cose non muoiono mica: durano più di noi. (Fa eccezione il cd di George Harrison che mi aveva regalato il professor Briganti: quello ha avuto l’umana malizia di sparire davvero, il che spiega perché sembra uno sproposito, o una menzogna, quanto mi manchi adesso). Noi ci ricordiamo delle cose, ma le cose ci dimenticano. Ce ne andremo, e non sapranno mai che ce ne siamo andati. È un’ingiustizia. Questo libro, naturalmente, non può correggerla: si limita a descriverla, con la necessaria pazienza e senza un inutile rancore. Le scatole di Toscani, una mezza piena di sigari e l’altra gremita di penne biro. La lampada monotona. La pila dei libri, che possono non servire. La capricciosa stampante. L’agenda, che resta chiusa tutto l’anno. Il calendario, omaggio del Museo di storia naturale delle scienza biomediche di Chieti. Il dizionario di toponomastica della Vallardi. Il computer, che non vuole aprirsi. Il portacenere e la bussola. Il lettore portatile di cd, il temperamatite… Se qualcuna l’ho dimenticata, è perché a nasconderci le cose, come la nuvola il suo dio, è giusto l’abitudine. Se molte altre le ho aggiunte, è perché esistono anche le cose che non stanno qui, perché una scrivania è il mondo.”

3) “Il doppio dell’oppio. Ventidue vite stupefacenti

Prefazione. (…) La droga è la morte, ma anche la vita: stupefacente, appunto. Il campo è una losca fumeria di Chinatown (lo stesso, si badi, su cui si apre il film): Noodles, disteso su un lettuccio sudicio, fra le volute del fumo getta un sorriso ebete alla camera, che lo coglie dall’alto, attraverso una garza sottile, zoomando in allontanamento. È l’ultimo fotogramma di C’era una volta in America di Leone, ma forse ci sbagliamo. Forse è il primo. Da lì Noodles non si è mai mosso, e lì, nell’incantato torpore dell’oppio, ha sognato il film.”

4) “È andata via la luce. Elogio dell’ombra

(…) Un giorno riferirono al Maestro che Yu-Y’an, un uomo grossolano e volgare, era morto. Quella sera, i discepoli sorpreso il Maetsro in meditazione sulla tomba di Yu-Y’an, che era di cattivo gusto come lui. «Maestro», gli chiesero stupiti, «che cosa c’è da contemplare in un luogo così volgare?». Rispose il Maestro: «L’eleganza dell’ombra».

«Oh, se invece fossi rimasta in qualche oscura parte del Nord o in qualche isola sperduta, / dove la strada non è mai battuta da carrozze dorate, / dove nessuno impara l’ombra».

Riparare nell’ombra in tempi bui. È una parola.

Prefazione. A Auguste Dupin, «innamorato della notte». Se siamo l’ombra di un sogno, come lasciò detto Pindaro, tanto varrebbe viverlo senza svegliarsi mai. L’ombra non è le tenebre: è una fra le forme della solitudine. L’ombra è rivelatrice: non è la dentro che le cose, finalmente, si illuminano? Per questo lascio questo libro nell’ombra, cioè nella sua versione migliore. Fra poco ripeterò il consiglio del vecchio Pitagora: «Nascondi la tua vita, o almeno la tua morte».”

5) “Lassù. Breve storia del cielo

(…) Questo libro racconta questo e anche altro: per esempio le aurore, quella musica, da cui sappiamo che i nostri morti non sono morti ma lontani, così lontani che la loro voce ci arriva travestita da brusio della brezza, per esempio certi crepuscoli di fuoco, che sembrano una fine e invece, con quei riflessi rosso sfacciato da tintura da poco che a me ricordano le donne perdute, sono un principio, almeno per un po’. Per esempio i banditeschi tramonti in cui se ne va in sangue, con quegli spaventevoli cani che fiutano la notte.”

6) “Questi fantasmi. Preistoria, storia e leggenda della mia biblioteca

(…) Questi fantasmi, i libri, ci confondono. Se ne comprano tanti che poi non si sa più dove metterli né come leggerli tutti. Certuni, se lo scaffale è profondo, si nascondono come bambini dietro quelli della prima fila. Certuni, se non vi fidate più della scaletta che invecchia scricchiolando come voi, non si raggiungono più. Stanno lassù intatti e muti, a prendere la polvere che intanto diventiamo noi. Non so se sia l’inferno o il paradiso, ma mettere insieme una biblioteca è organizzare una solitudine.”

Eugenio Baroncelli, da Pagine bianche. 55 libri che non ho scritto (Sellerio, Palermo, 2013)

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