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Si propone la seconda e ultima parte dei testi critici (qui la prima parte) nel catalogo di Orientamenti – Premio Tesi 2013, a cura mia e di Antonella Perazza, fra cui quello del vincitore del Premio, Sergio Policicchio.

Al termine di questo bellissimo percorso si ringraziano tutti gli organizzatori che lo hanno permesso,  l’Accademia di Belle Arti di Ravenna, in particolare nella persona di Maria Rita Bentini, e il Comune di Ravenna, nonché la Fondazione Akhmetov di Mosca, sponsor della residenza d’artista trimestrale assegnata al vincitore. E a tutti e quattro questi capaci artisti, Raffaella Ceccarossi, Naghmeh Farahvash, Sergio Policicchio e Sara Vasini, l’augurio di una mente sempre fertile e pronta alla bellezza dell’inatteso.

Si ricorda infine che la mostra resterà aperta e con ingresso gratuito sino al 24 novembre 2013 presso il chiostro della Biblioteca Oriani di Ravenna.

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Sul pensiero di perdersi di Antonella Perazza

Sergio Policicchio, Sul pensiero di perdersi, micromosaico su stampa fotografica, 50x70 cm, 2013

Sergio Policicchio, Sul pensiero di perdersi, micromosaico su stampa fotografica, 50×70 cm, 2013

Sergio Policicchio inizia a lavorare al suo ciclo di opere Sul pensiero di perdersi nel 2012, anno in cui si imbatte in una raccolta di fotografie sulla popolazione autoctona della Tierra del Fuego.

Questo incontro fortuito innesca un imprinting tra l’artista e quei volti provenienti dall’estremità del continente che si risolve in uno smarrimento emozionale dato dalla frontalità disarmante di quelle immagini.

Sergio le analizza ma non si ferma alla sola fisiognomica. Attraverso la presenza materiale delle microtessere tenta di porre delle domande per mettersi in discussione, per cercare di diventare altro da sé e aprirsi agli altri. Crea nuovi segni tribali che non si limitano a una popolazione specifica ma identificano l’intera tribù umana, al di là di ogni linguaggio. Le metamorfosi che ne derivano innestano l’uomo nell’animale e generano una rincorsa di espressioni sovrapposte. Lo scarto tra la superficie patinata del medium fotografico e la texture delle tessere e micro frammenti, crea un’epidermide sensoriale in cui i tratti somatici diventano geologici, le mimiche facciali vengono ri-calcate dall’intervento plastico.

Il viso si trasforma allora in territorio e quei tratti trascinano l’immaginario di una terra che diventa paesaggio interiore, un labirinto da percorrere senza seguire nessun filo, lasciandosi perdere nella profondità di quegli sguardi.

Negli occhi dei cinque soggetti si apre una questione umana che, seguendo a ritroso la scia delle lacrime dello sguardo che le ha generate, diventa idioma comune oltre il tempo e gli uomini, sempre attuale e parlante perché comunica con l’emozione.

BIO artista: Sergio Policicchio, nato a Buenos Aires nel 1985, si diploma nel 2013 presso l’Accademia di Belle Arti di Ravenna.  Nel 2011 è finalista al premio GAEM. Espone durante il Festival Internazionale del Mosaico (2010, 2011). Tra gli altri lavori: In tensione verso (2011, installazione), Erma (2011, installazione), La quiescenza (2012), Accademie eventuali (2012), Fuoco bianco (2013), Mundus, paesaggio sonoro (2013). Ha partecipato come performer a diversi progetti di compagnie teatrali.

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Nasso di Luca Maggio

Sara Vasini, Nasso-Arcipelago di Nasso, quercus petrae (rovere), 7x130 cm, 2013 (foto di Filippo Tonni)

Sara Vasini, Nasso-Arcipelago di Nasso, quercus petrae (rovere), 7×130 cm, 2013 (foto di Filippo Tonni)

Nasso metafora d’una vita dunque d’un gioco bloccati, impossibili da condurre.

Sara Vasini torna sul mito dell’isola dell’abbandono, dell’amoredoloreamore di Arianna per Teseo e Dioniso, qui interpretato in forma di torri jenga, isole-monadi prive di comunicazione fra loro e in se stesse, costruite con tessere realizzate dall’artista, tutte diverse come vere tessere musive e in legno di quercia, lo stesso delle botti di vino, quale omaggio al dio oscuro dell’ebrezza.

Ora in forma di torre verticale, ora cubica, le tante Nasso qui poste fra giardino e chiostro trovano dialogo con quest’hortus non conclusus, piuttosto aperto e mozzo, come mozzata è la possibilità di giocare con le tessere, causa ora la loro dimensione ora la saturazione delle torri, che tuttavia, impedendo il jenga, dunque creando un disequilibrio d’identità, permettono la stabilità architettonica delle singole costruzioni.

Ma un gioco che non è più un gioco, ossia un metalinguaggio (G. Bateson), col fascino-delirio-piacere delle regole entro cui si accetta rigorosamente di stare (J. Baudrillard), che senso ha?

“È un gioco celibe” dice l’artista che, aiutata dall’ossessione calligrafica cui porta la minuzia del lavorare per concetti musivi, indica la risposta al cortocircuito in un’unica parola: follia. Qui priva però dell’enthousiasmós dionisiaco e dunque nichilista, bruciata e sola come i palcoscenici beckettiani, quelli delle tante Nasso nostre quotidiane.

BIO artista: Sara Vasini, nata a Cesena nel 1986, si diploma presso l’Accademia di Belle Arti di Ravenna nel 2013. Nel 2008 partecipa a Arte Fiera, Forlì. Nel 2009 Nouvelle Vague 2, Russi; Ravenna Mosaico, sezione Opere dal Mondo, Ravenna. Nel 2010 Les languages de Blue, Saint Germaine en Lay, Francia. Nel 2011 Avvistamenti, Ravenna. Nel 2013 Noi qui un mosaico, Bologna; Torre nord della fortezza, San Leo, Rimini.

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Read Full Post »

ravennamosaico_topAll’interno delle mostre inaugurate sabato 12 ottobre in occasione del III Festival Internazionale del Mosaico e della notte d’oro di Ravenna, ho avuto modo di occuparmi insieme ad Antonella Perazza della curatela di Orientamenti – Premio Tesi 2013, organizzato dall’Accademia di Belle arti di Ravenna e dalla Fondazione Akhmetov di Mosca.

Il tema specifico individuato da noi curatori ha tenuto conto della storia e dell’architettura del chiostro della ravennate biblioteca Oriani, luogo espositivo assegnatoci: la riflessione chiesta ai quattro artisti precedentemente selezionati (giugno 2013) ha riguardato sia la figura del chiostro come labirinto interrotto, essendo qui presenti solo due lati della costruzione originale risalente al XVI secolo, sia il cambiamento d’identità della sua funzione da religiosa a civile.

Si è inoltre tenuto conto dei colori e della luce del sito per sviluppare un collegamento ulteriore fra artisti e ambiente: se Naghmeh Farahvash ha giocato su trasparenze e opacità dei vetri e del pluriball, materiale da lei usato, Sara Vasini e Raffaella Ceccarossi hanno studiato percorsi rispettivamente impossibili e dissolventi intorno alla geometria spezzata del labirinto, usando legni e marmi e cercando un dialogo fra interno ed esterno. Viceversa Sergio Policicchio invita lo sguardo a un viaggio dentro labirinti interiori, partendo dai ritratti di abitanti della Terra del Fuoco.

“Orientamenti”, il titolo scelto, è volutamente polisemico, riferendosi sia ai percorsi post laurea  artistici e umani che attendono i quattro ragazzi, sia all’orientamento che ognuno di loro ha deciso rispetto al tema-labirinto assegnato, sia alla radice comune delle parole orientamento e oriente, ricordando che tra i quattro è stato scelto il vincitore della borsa di studio trimestrale a Mosca, offerta da Solo Mosaico-Ismail Akhmetov Foundation, in questo caso toccata a Sergio Policicchio.

Si ricorda che la mostra resterà aperta e con ingresso gratuito sino al 24 novembre 2013.

Luca Maggio (Bergamo, 1978), vive e lavora a Ravenna. E-mail: lucamaggio78@libero.it ; sito: https://lucamaggio.wordpress.com/

Antonella Perazza (Giulianova – TE, 1981), vive e lavora a Ravenna. E-mail: learmid@gmail.com

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Identity crisis di Antonella Perazza

Raffaella Ceccarossi, Identity crisis, marmo e plexiglas, 45x45 cm, 2013

Raffaella Ceccarossi, Identity crisis, marmo e plexiglas, 45×45 cm, 2013

Modificazione, scomposizione e rarefazione sono i temi su cui si centra l’opera di Raffaella Ceccarossi, artista abruzzese che riflette sulla storia del luogo espositivo, analizzandone il processo di cambiamento.

Partendo dall’attuale collocazione in situ, ne percorre a ritroso la storia fatta di numerosi spostamenti, cercando di capire cosa è andato perduto e cosa è rimasto in questi passaggi.

Con il suo intervento musivo, attraverso una successione di mappe aeree fatte di tessere, frammenti e polveri impercettibili, architetta nuovi confini, e di volta in volta, di mappa in mappa, compie mutilazioni che portano alla negazione del chiostro stesso. I limiti architettonici, originariamente simboli di raccoglimento, di meditazione e conoscenza di sé, risultano persi, dissolti. La geometria spezzata del labirinto che si è formato diventa indagine di una spiritualità che è svaporata come un liquido lasciato al logorio degli elementi. Il rapporto originario con Dio è compromesso così come il reticolo di marmo che, gradualmente meno fitto, tende all’evanescenza e all’azzeramento.

L’artista compie una delicata operazione chirurgica che rivela l’interiorità di un’architettura destinata a scomparire. Il luogo sacro smette allora di essere tale e, vittima dello scorrere del tempo, diventa per Raffaella un recipiente vuoto che è pronto ad essere riempito, perdendo la sua funzionalità originaria e cancellandone ogni traccia riconoscibile.

BIO artista: Raffaella Ceccarossi, nata a Lanciano (Ch) nel 1978, completa la sua formazione artistica con il Biennio Specialistico in Mosaico presso l’Accademia di Belle Arti di Ravenna nel 2013. Nel 2011 in occasione del II Festival Internazionale del Mosaico espone alla mostra Frammentamenti (Palazzo Rasponi, Ravenna). Nel 2012 partecipa a After After (NiArt Gallery, Ravenna), L’arte del mosaico (Nazzano, Roma) e Gioielli in micromosaico (MAR, Ravenna).

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Un’iconostasi laica di Luca Maggio

Naghmeh Farahvash, Il cammino verso la libertà, tempera, colla vinilica, pluriball, 500x39 cm, 2013

Naghmeh Farahvash, Il cammino verso la libertà, tempera, colla vinilica, pluriball, 500×39 cm, 2013

“Caduto il fiore/ resiste l’immagine/ della peonia”, Yosa Buson.

Con la grazia degli haiku si presentano le opere di Naghmeh Farahvash, catturano per  l’evidenza d’una semplicità iconica ch’è difficile scordare, sia quand’è trasparente sia con l’immissione di colori nelle bolle, alcune nell’insieme della partitura lasciate vuote “come un mosaico i cui pezzi si sono sparsi”, dice l’autrice, per creare un’armonia finale, un giardino essenziale di delizie sospeso fra gli incanti d’un Monet autunnale, qui analiticamente campionati, e le geometrie regolari delle colonne di Inanna a Uruk.

Eppure si tratta di pluriball: è dunque un’operazione di ready-made (a circa cent’anni dai primi esperimenti dada), che ridà vita e identità a qualcosa nato per proteggere e essere scartato subito dopo, senza che il minimo sguardo sia a esso dedicato.

Su queste superfici vagano invece gli occhi intrappolati dalla malìa lillipuziana di cellule plastiche parate dinanzi come una serie di file-ricordo vuoti-pieni che ci osservano, iati e micro-specchi senza uscita, come il deserto di Borges.

Tali cellule prigione d’una ghiandola pineale spenta perché paradossalmente sostanziata dalla luce che la blocca, creano l’iconostasi laica di quest’artista, sintesi pittorico-musiva e lago indistinto di vetro plastica e luce ormai coincidenti.

BIO artista: Naghmeh Farahvash, nata a Teheran nel 1981, si laurea in Grafica presso l’Università Azad di Teheran, in Scultura presso l’Accademia di Belle Arti di Bologna e nel biennio di mosaico presso l’Accademia di Ravenna. Diverse le mostre con l’Accademia bolognese, fra cui Arte senza frontiere (Trento). Selezionata fra 2011 e 2013 per il premio GAEM e per la II e III edizione del Festival Internazionale di Mosaico Contemporaneo a Ravenna, sempre nel 2013 vince il concorso RAM, sezione mosaico.

 

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MostraAFTER AFTER 

Curatori: Felice Nittolo, Luca Maggio, Daniele Torcellini

Sede: Art Gallery “niArt”

Periodo: Ravenna, 7 – 28 aprile 2012

Finissage: sabato 28 aprile 2012 ore 18.30

Catalogo: http://afterafter02.wordpress.com/

Patrocinio: Comune e Provincia di Ravenna, Ravenna 2019

Col sostegno di: Ravennae – ori e smalti per il mosaico

 

Comunicato stampa

Si è svolta con successo l’inaugurazione della seconda edizione di After After, collettiva inerente la scena artistica ravennate che gravita intorno al mosaico, quest’anno impreziosita da alcune performances d’apertura, fra cui una composizione per piano preparato con tessere di mosaico di Matteo Ramon Arevalos, eseguita dal vivo dall’autore, e la lettura dei versi di Gregor Ferretti da parte di Franco Costantini.

Il catalogo della mostra è disponibile online al sito web http://afterafter02.wordpress.com/

Anche il finissage di sabato 28 aprile sarà caratterizzato da un momento performativo con la proiezione di un video, la presenza e l’intervento degli autori stessi, Andrea Sala e Giulia Alecci, che così introducono il proprio lavoro:

“Cosa nasce dalla trasposizione della fissità ritrattistica del sistema musivo ravennate su di corpo vero?

Come può un’organicità viva e calda accogliere e relazionarsi con la linearità geometrica della figura umana dei mosaici bizantini?

Dove si incontra l’atteggiamento storico di astrarre il corpo, che cerca una simbolicità nella quale non vi è attenzione per i caratteri somatici individuali e che arriva a costruire una rappresentazione grafica “magica” del corpo, e una performance in cui una nudità tutta tridimensionale e totalmente rivolta verso una lettura specifica della persona accoglie un reticolo di tessere?

Attraverso il disegno sul corpo dell’altro di un reticolo di mosaico si esprime inoltre un desiderio di eternità e stabilità nella relazione con l’altro, omettendo volutamente come spesso accade nelle relazioni che è inutile cercare la stabilità in un mondo e su di un corpo che è in costante cambiamento ed evoluzione.

Quello che è un esperimento, introduce poi al suo interno un romanticismo nella posa, giustificato dall’intento di render vivi quei mosaici e dal lavoro di coppia che vi è dietro. È inoltre importante ricordare a che punto in una relazione si impari a conoscere, analizzare, scomporre, frammentare e ricreare ogni singola parte del corpo dell’altro, come appunto accade in un mosaico.

L’azione di disegnare questa seconda pelle di tessere sul corpo dell’altro sarà documentata da un video che verrà proiettato in occasione della performance, nella quale gli interpreti si fermeranno per cinque minuti in un abbraccio.”

La mostra After After, curata da Felice Nittolo, Luca Maggio e Daniele Torcellini, è aperta presso la galleria d’arte niArt dal 7 al 28 aprile 2012 ed espone opere di Matteo Ramon Arevalos, Raffaella Ceccarossi, Silvia Danelutti, Naghmeh Farahvash Fashandi, Filippo Farneti, Simone Gardini, Samantha Holmes, Sergio Policicchio e Andrea Sala.

L’esposizione è visitabile nei giorni di martedì, mercoledì e sabato dalle 11.00 alle 12.30 e nei giorni di giovedì, venerdì e sabato, dalle 17.00 alle 19.00, oppure su appuntamento chiamando il numero (+39) 338 2791174.

Info: Art Gallery “niArt”

Catalogo online: http://afterafter02.wordpress.com/

After After 2012, foto Rafael Puerto Dominguez

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MostraAFTER AFTER

Curatori: Felice Nittolo, Luca Maggio, Daniele Torcellini

Sede: Art Gallery “niArt”

Periodo: Ravenna, 7 – 28 aprile 2012

Inaugurazione: sabato 7 aprile 2012 ore 18.30

Patrocinio: Comune e Provincia di Ravenna, Ravenna 2019

Col sostegno di: Ravennae – ori e smalti per il mosaico

Comunicato stampa

Continua anche quest’anno l’indagine di After After sulla scena artistica ravennate che gravita intorno al mosaico, progetto arrivato alla sua seconda edizione, sempre per la cura di Felice Nittolo, Luca Maggio e Daniele Torcellini, presso la galleria d’arte niArt dal  7 al 28 aprile 2012.

Lungo il decennio 1991 – 2001, Felice Nittolo aveva ideato il progetto After dedicato agli allora neodiplomati dell’Istituto d’Arte per il Mosaico “G. Severini”, per verificare e nello stesso tempo andare oltre le possibilità raggiunte dai ragazzi grazie agli insegnamenti appresi durante il percorso scolastico.

Dopo l’intervallo di un decennio, lo scorso anno After After ha ripreso le fila di quel discorso ora rivolto sia ad alcuni di quegli ex studenti, nel frattempo divenuti artisti espressivamente autonomi, sia ad artisti di generazione più recente ma sempre di formazione ravennate e non a caso provenienti dall’Accademia di Belle Arti della città.

L’edizione attuale vuole approfondire la riflessione intrapresa intorno alla natura, alla libertà e alle possibilità del pensiero musivo in relazione al vasto contesto dell’arte contemporanea di cui è parte.

Quest’anno inoltre la rassegna sarà arricchita da alcuni momenti performativi: i primi due il 7 aprile, giorno dell’inaugurazione, da una parte con la musica inedita per piano preparato di Matteo Ramon Arevalos e dall’altra con la lettura di un testo poetico di Gregor Ferretti curata da Franco Costantini; il finissage del 28 aprile vedrà la proiezione di un video di Andrea Sala e Giulia Alecci, con la presenza e l’intervento degli autori.

In mostra saranno esposte le opere di Matteo Ramon Arevalos, Raffaella Ceccarossi, Silvia Danelutti, Naghmeh Farahvash Fashandi, Filippo Farneti, Simone Gardini, Samantha Holmes, Sergio Policicchio e Andrea Sala.

L’esposizione sarà visitabile nei giorni di martedì, mercoledì e sabato dalle 11.00 alle 12.30 e nei giorni di giovedì, venerdì e sabato, dalle 17.00 alle 19.00, oppure su appuntamento chiamando il numero (+39) 338 2791174.

Felice Nittolo – niArt Gallery

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Sergio Policicchio, Corpi Celesti, marmo, 2011

Sergio Policicchio (Buenos Aires, Argentina, 1985): la tua formazione è informatica con una passione per la ricerca teatrale e performativa, tutti ambiti piuttosto dinamici. Poi nel 2007 la decisione di iscriverti all’Accademia di Belle Arti di Ravenna per studiare e approfondire il mosaico, che per definizione è qualcosa di piuttosto stabile e duraturo: cosa ti ha spinto in questa direzione? Un desiderio di completamento in senso opposto a quanto già conoscevi o stavi sperimentando?

La decisione di iscrivermi all’Accademia di Ravenna è maturata in due anni di transizione trascorsi a Bologna. Dopo un anno di studio al Dams con  indirizzo Artistico, scelsi di iscrivermi all’Accademia di Belle Arti: in un primo momento pensavo all’Accademia di Bologna, poi decisi di tornare a Ravenna, mi piaceva l’idea di un luogo meno dispersivo in cui poter iniziare a costruire un percorso di studi. Dopo questo primo anno al Dams e dopo due anni di collaborazione con la compagnia teatrale Motus, la mia idea di Accademia gravitava attorno alle arti visive contemporanee con una coscienza particolare alla presenza fisica, allo spazio che il corpo costruisce, al suo tempo. L’incontro con il mosaico è stato del tutto casuale, in coincidenza al momento in cui l’Accademia chiudeva tutti gli altri corsi per mantenere soltanto il corso di “Mosaico sperimentale” e, dopo un po’ di tempo per riflettere, ho deciso di provare. Mi piacevano due cose di questa situazione: la prima era la ricchezza di “attraversare” una possibilità che altrimenti avrei escluso, l’altra, proprio attraverso questa ricchezza, era quella di creare comunque il mio personale percorso di studi imparando un altro linguaggio, imparando ad ascoltare altri suoni. 

Sergio Policicchio, Presenza, marmi su lastra di pietra, 2011

Ho visto l’opera Presenza, selezionata per partecipare al Premio G.A.E.M. 2011: su una lastra di pietra grezza di dimensioni non grandi (cm 32×48,5×7), hai cumulato tessere marmoree, bianche per lo più, talvolta sovrapposte, il tutto intorno a un nucleo colorato formato da due scaglie rosso e oro. Attorno altre micro tessere, ora disposte in file verticali, ora in semiarchetti che si intersecano, ora isolate e sparse in casualità apparente, ma tali che il disegno finale risulta armonico nel suo complesso anche in rapporto alla superficie, non un semplice supporto dunque, ma parte integrante dell’opera stessa. È stato scritto che questa visione ricorda costruzioni primitive riprese dal satellite: a me, ad esempio, ha riportato la memoria ai templi megalitici di Malta, ma è solo una suggestione personale.

Sergio Policicchio, Ciò che vede l'acqua nella roccia (particolare), marmo, filo, installazione 2012

Ho poi avuto modo di vedere altri tuoi lavori, dalle installazioni con fili di tessuti ai ritratti col micromosaico su base fotografica, ad esempio. Vorrei che parlassi della tua poetica, dei materiali che prediligi e della tua idea di mosaico, che cosa cerchi in esso e con esso.

Il mosaico per me è stato in primo luogo una Materia e cioè la Pietra, e in secondo luogo un modo per dialogare con questa materia. Il taglio è stato la mia idea di mosaico per tutto il primo anno: la mia ricerca ha avuto inizio proprio da quel luogo mentale e anche fisico, per arrivare alla fine del primo anno a un’idea di mosaico infinitamente piccolo, un’indagine sul micro, un’indagine, questa, statica e molto introspettiva, e, come la Pietra dalla quale è nata, con un tempo quasi geologico. “Presenza” è stato il primo momento in cui la ricerca formale è diventata un lavoro vero e proprio. “Presenza” è anche un “ritorno”: ritorno da un viaggio di sei mesi a Bilbao e di conseguenza quasi un ritorno da un altro mondo. Con questo lavoro che ho fatto appena tornato a Ravenna ho cercato di fissare un vissuto intenso e ricco di esperienze ed è un lavoro che nasce dalla Pietra e finisce in essa, è la Pietra che parla. La Pietra: è questo il nocciolo della mia poetica, come cardine, punto fisso attraverso il quale ascoltare e confrontare le forze dinamiche con le quali convivo e mi nutro, che sia la performance, il disegno frenetico o le camminate infinite in un luogo completamente sconosciuto è attraverso la Pietra e il suo tempo geologico che tutte le cose, per caotiche che possano sembrare, acquistano un ordine. Pensare che tutte le generazioni degli uomini siano (cronologicamente parlando) concentrate in pochi centimetri quadri dentro le venature di un frammento di pietra è per me una suggestione immensa ed è attraverso questa suggestione che le cratofanie antiche acquistano una validità senza tempo e in questa validità, questa materia acquista una “virtualità” creativa che contempla sia la pietra ma anche tantissime altre cose del mondo. 

Sergio Policicchio, In tensione verso (particolare), marmo, filo, installazione 2011

Infine, una cosa che amo chiedere anche come buon augurio: a che punto sei della tua ricerca e quali progetti hai o vorresti avere per il futuro?

Credo profondamente nella scelta delle cose: scegliere di intraprendere un percorso di ricerca artistica per me è inscindibile da una ricerca personale. Non so dire gli sviluppi di un percorso che implica il vivere giorno dopo giorno, ma se “un uomo si confonde con la forma del suo destino, se un uomo è alla fine ciò che lo determina” (da L’Aleph, J.L.Borges), vorrei che questa “forma” non tradisca la scelta che sto vivendo.

Info e contatti: sergiopolicicchio@libero.it

Sergio Policicchio, Sonorità, disegno, 2011

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