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Jorge Mendéz Blake, El Castillo, 2007

Qualche giorno fa, ho visto La verità negata (M. Jackson, USA 2016), ricostruzione della battaglia legale fra Deborah Lipstadt e il negazionista e sedicente storico inglese David Irving, giustamente condannato e riconosciuto quale razzista e mistificatore. L’ultima inquadratura del film torna sui resti di una delle camere di gassificazione di Auschwitz e si perde nel nero, inghiottita dal foro da cui veniva fatto passare il cianuro (Zyklon B) che ha sterminato milioni di uomini, risucchiata dal buco nero che la Shoah, Male unico e assoluto, è e resterà sempre. Primo Levi ci comanda di non dimenticare, di testimoniare quelle grida e l’orrore di quelle voci e dei corpi cui restituire una storia nella Storia.

Qualcuno ha paragonato ciò che sta succedendo oggi nel Mediterraneo, ovvero le stragi quotidiane di migranti e profughi, a un nuovo olocausto. Non so se l’analogia sia in tutto attinente. Di certo, c’è l’indifferenza se non l’ostilità di parte dell’Europa, e c’è chi lucra sulla pelle delle persone. Nel frattempo il Male è tornato e sta accadendo ora su vite preziose come le nostre. Sono individui, hanno occhi, polmoni, cuore, gambe, sentimenti, speranze, identità. Voltare le spalle come se non ci riguardassero è criminale quanto gli abitanti dei villaggi vicino ai campi di concentramento nazisti che fingevano di non sapere cosa si facesse accanto a loro, cosa fosse quella cenere biancastra che cadeva sulle loro teste, case, orti.

In classe, oltre a portare i ragazzi all’Archivio di Stato di Ravenna per un percorso specifico sugli ebrei e le Leggi razziali in città, dove avranno modo di vedere e toccare i documenti della loro storia, questa stessa settimana presenterò un libro di una mia alunna, Emma Ravaglia, L’albero del Ténéré, scritto con suo zio Christian Biserni, in cui si narrano le vicende di Raja, una giovanissima profuga, che dal Mali tenta di raggiungere l’Italia.

Affiderò le riflessioni finali a L’origine degli altri di Tony Morrison, contro ogni assurdo razzismo, nella convinzione che sia parte fondamentale dei miei compiti di insegnante “introdurre un dislivello che, seppur minimo, si ripercuote sulla presenza immobile del muro” (M. Recalcati, A libro aperto, Milano 2018, p.31, a proposito dell’opera di Mendéz Blake sopra riprodotta) proprio attraverso i libri, la conoscenza e la forza unica della parola ragionata e vissuta.

Questo è uno dei messaggi che voglio lasciare ai miei giovani studenti, insieme a quello parallelo di non dimenticare mai, mai la loro natura umana. Essere, diventare davvero umani, solo questo conta. Lasciando ai governanti come i nostri l’inferno senza uscita delle loro menzogne.

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Auschwitz

Auschwitz

“Quel che ora penso veramente è che il male non è mai ‘radicale’, ma soltanto estremo, e che non possegga né profondità né una dimensione demoniaca. Esso può invadere e devastare il mondo intero, perché si espande sulla superficie come un fungo. Esso ‘sfida’ il pensiero, perché il pensiero cerca di raggiungere la profondità, di andare alle radici, e nel momento in cui cerca il male, è frustrato perché non trova nulla. Questa è la sua ‘banalità’. Solo il bene è profondo e può essere radicale.” Hannah Arendt

 

Due amici veri da una vita, soci in affari, galleristi in California, due che hanno condiviso difficoltà e piaceri di un certo raggiunto benessere. Verso la fine del ’32 Martin, il tedesco, decide di tornare in Germania, a Monaco, mentre Max, l’ebreo, continua a curare le fortunate compravendite della loro Galleria Schulse-Eisenstein a San Francisco e puntualmente spedisce la parte di guadagni spettante all’amico con lettere cariche d’affetto.

Inizialmente, nelle risposte alle missive, anche Martin è dello stesso avviso, dando ampio spazio ai particolari familiari, alla loro nuova vita tutto sommato agiata in una Germania poverissima, quella di Weimar ormai agli sgoccioli. Martin è un liberale, ammira il vecchio Hindenburg, ma pensa che questo nuovo fenomeno, Hitler, non sia poi così male per il suo Paese, anzi, forse è la “scossa elettrica” giusta visto il momento difficile che milioni di tedeschi stanno vivendo, sebbene talvolta gli venga da chiedersi “se sia sano di mente” (marzo ’33).

Passati pochi mesi e salendo rapidamente la scala sociale e politica della propria città, Martin non solo cambia decisamente opinione (“il nostro amabile Führer”, luglio ’33), ma azzera e chiude freddamente i rapporti con Max (“ti ho voluto bene non perché eri ebreo, ma nonostante tu lo fossi”).

Di più: nonostante le raccomandazioni e le preghiere di aiuto ricevute dall’ex amico, abbandona sua sorella Griselle, attrice teatrale in tournée in Germania ed ex amante dello stesso Martin, al suo destino di morte, fra le amabili braccia delle SA (dicembre ’33).

A questo punto scatta la vendetta di Max: conscio del fatto che la censura avrebbe controllato ogni lettera ricevuta da un notabile come Martin, specie se spedita da un mittente ebreo, nei primi mesi del ’34 lo inonda di lettere più che mai confidenziali e amichevoli tanto da spingerlo a scrivergli per chiedere di smetterla o ne sarebbe andato della sua stessa vita. Max però, memore di Griselle, non ha alcuna pietà e cessa la corrispondenza solo quando l’ultima lettera del marzo ’34 torna indietro dalla Germania con la scritta “Destinatario sconosciuto”, segno che la nemesi è finalmente compiuta.

Destinatario sconosciuto: breve, asciutto ma assai incisivo questo romanzo epistolare dell’americana-tedesca Katherine Kressmann Taylor (1903-1995), che lo firmò solo coi suoi due cognomi, apparve inizialmente a puntate nel ’38 sulla rivista Story, divenendo un vero caso editoriale l’anno successivo. Poi l’oblio.

Riscoperto negli anni ’90 prima in USA poi in Francia e nel resto d’Europa (da noi ripubblicato dal 2000 dalla Rizzoli), colpisce per la lucida preveggenza del massimo orrore che il ‘900 europeo avrebbe poi prodotto nei campi di sterminio nazisti, dove non morirono solo milioni di persone, ma anche la coscienza di una delle nazioni più intellettualmente e filosoficamente progredite della storia moderna. Com’è stato possibile tutto ciò? A noi non resta che ascoltare il grido di dolore inestinguibile di Primo Levi: “considerate se questo è un uomo” e “meditate che questo è stato”. Che tutti sappiano e nessuno scordi mai.

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