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Sidney Lumet (1924-2011), Oscar alla carriera nel 2005

A poco meno di due mesi dalla scomparsa, lo scorso 9 aprile, non so dire quanto manchi Sidney Lumet (Filadelfia, 1924 – New York 2011), cineasta che ho sempre trovato immenso nel suo essere asciutto, indagatore preciso della natura umana, dei suoi meandri più scuri e quotidiani, autore di una serie di perle luminose che avendo natura di classici, tuttora hanno e avranno da dire a intere generazioni pur avendo 40 o 50 o più anni alle spalle, tanto quanto sono a noi contemporanee le opere dei tragici greci scritte 25 secoli or sono o forse 25 minuti fa.

In particolare avvicino a Eschilo e a Sofocle questo tragico antico nato negli States del ‘900, che usa la realtà a lui nota come sfondo su cui inserire archetipi senza tempo del ventre umano per porsi e porci domande, attualizzando modalità della tragedia classica per narrare non tanto com’è diventato l’uomo, ma forse com’è sempre stato, nel bene e nel male, con eroi insieme negativi e positivi, come già Edipo, perché “l’animale sociale” del seme di Adamo (o meglio dei sassi di Deucalione e Pirra) è complesso più di quanto non voglia riconoscere a se stesso.

La parola ai giurati (1957)

Lumet, noto ai più per successi internazionali quali Serpico (1973) e Quel pomeriggio di un giorno da cani (1974), che hanno contribuito alla consacrazione di Al Pacino dopo Il padrino di Coppola, o Assassinio sull’Orient-Express (1974), con un cast all stars, per me resta anzitutto il regista di alcune pietre imprescindibili del grande schermo: La parola ai giuratiTwelve Angry Men (1957), il suo esordio con protagonista l’amico di una vita, il grandissimo Henry Fonda, dramma eschileo sulla giustizia, sul senso del diritto e dell’innocenza sino a prova contraria, da garantirsi a chiunque e oltre ogni apparenza, specie se venata di razzismo. Un film da vedere e rivedere cento e più volte, anche da un punto di vista fotografico (merito di Boris Kaufman, lo stesso di Fronte del porto di Kazan).

A seguire, l’altro capolavoro assoluto, Network – Quinto potere (1976), a dir poco profetico, con un’interpretazione giustamente premiata dall’Oscar del predicatore folle “Howard Beale”- Peter Finch (attore purtroppo scomparso prima di riceverlo), e della spietata, allucinata dirigente televisiva “Diana Christensen”- Faye Dunaway, senza scordare alcuni comprimari da applauso, fra cui William Holden e Robert Duvall: se volete capire meglio la natura della televisione, il suo potere di persuasione di massa, dunque anche il nostro tempo, oltre ad un’analisi impietosa del cinismo e del delirio di onnipotenza umano, dovete conoscere questa pellicola, farla vostra, studiarla scena per scena.

Onora il padre e la madre (2007)

Infine, l’ultima zampata eschileo-sofoclea, Onora il padre e la madreBefore the Devil Knows You’re Dead (2007), ancora una volta con una serie di attori perfetti, in piena forma tragica, fra cui spiccano i “fratelli Hanson”- Philip Seymour Hoffman ed Ethan Hawke, e il di loro padre “Charles Hanson”- Albert Finney: con una serie di flashback micidiali, con tanto di rumore da incastro degli ingranaggi del destino, meccanismo implacabile azionato però dalla volontà umana, Lumet ricostruisce tutti i pezzi della storia dai vari punti di vista sino all’inevitabile finale tragico, col padre che, guidato dalle Erinni che abitano gli abissi di ogni uomo, soffocherà il figlio ferito in ospedale, avendolo scoperto insieme al fratello mandante della rapina nella gioielleria di famiglia, in cui muore accidentalmente la loro madre, la di lui amatissima moglie.

Conclusione quasi shakespeariana, coerentemente senza sconti, con la dissoluzione del nucleo familiare nel sangue: un’assenza di catarsi al termine del racconto su cui meditare, proprio perché vedendolo, essa accada nelle vite degli spettatori, seduti sulle poltrone-gradinate del cinema, più che mai in questo caso versione moderna del teatro antico, dell’insopprimibile bisogno umano di narrare, vedere, ascoltare, capire.

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In quasi novant’anni di attività, la Walt Disney Company ha prodotto più di qualche capolavoro d’animazione, inventandosi un mondo e un impero finanziario, magia made in U.S.A., a partire da un topo, Mickey Mouse, cosa che non poteva sfuggire ad uno dei critici più acuti e preveggenti del ‘900, Walter Benjamin.

Mickey Mouse

Questi già nel 1931 gli dedicava una nota: “(…) in questi film, la specie umana si prepara a sopravvivere alla civilizzazione. Mickey Mouse dimostra che ogni creatura può sopravvivere anche se privata di sembianze umane. Distrugge l’intera gerarchia delle creature che si suppone culmini nell’umanità. Questi film sconfessano il valore dell’esperienza più radicalmente di quanto si sia mai fatto. In quel mondo, non vale la pena provare esperienze. (…) Tutti i film di Mickey Mouse sono basati sul tema dell’andar via di casa per scoprire cos’è la paura.  Per cui la spiegazione dell’enorme successo di questi film non è data dalla tecnica, dalla forma; non è neanche un fraintendimento. E’ semplicemente data dal fatto che il pubblico vi riconosce la propria stessa vita.” (trad. di A. Baricco, da I barbari. Saggio sulla mutazione, 2006, non essendo questo frammento finora presente nelle Opere di Walter Benjamin, pubblicate da Einaudi).

Ha un che di commovente pensare ad un marxista con una mente come la sua, intento a riflettere sul Topolino incantatore. Del resto, egli sapeva percepire il cambiamento in atto e la direzione che avrebbe preso l’umanità, a partire dagli argomenti più eterogenei, fossero pure il giardinaggio o una ricetta culinaria. Oggi vengono tratti saggi filosofici dal gusto delle scaloppine al vapore o dalla cottura del vialone nano o delle chelette di qualche crostaceo del Madagascar, fini a sé però e nulla più: un segno del nostro tempo, in cui le pauvre Vatel, certo, non sarebbe suicidato.

Ma tornando alla Disney, ha sempre continuato ad innovare, sin dai primi tempi (anni ’20-’30), col sonoro sincronizzato, l’introduzione del colore, la camera a più piani, la stereofonia, fino all’uso del computer (già dagli anni’70) e alle realizzazioni completamente digitali degli ultimi anni.

In particolare, dai primi anni’40 sperimentò la cosiddetta tecnica mista, ovvero la compresenza nella stessa pellicola di cartoni animati e umani, tutti parte di un’unica realtà, da Fantasia (1940), a Mary Poppins (1964), da Pomi d’ottone e manici di scopa (1971) a Chi ha incastrato Roger Rabbit (1988), per citare i più noti.

E nel 2004 ha portato al suo arco commerciale un’altra freccia d’oro: l’acquisto dei diritti del Muppet Show, ovvero dei pupazzi creati dal genio di Jim Henson oltre trent’anni fa e che prima e meglio d’altri hanno portato una carica dissacratrice nella televisione parodiando il varietà, con gli stacchetti musicali, i balletti, gli aggiornamenti giornalistici, le pseudo interviste etc., mescolando gag “pupazzesche” con attori, cantanti e conduttori in carne e ossa, realizzando ancora una volta un continuum reale-fantastico, dall’effetto surreale e pop insieme. A questo proposito, risultano tuttora particolarmente divertenti gli interventi di Peter Sellers, Elton John (when the bitch was at the top) e dei Mummenschantz, anche se, probabilmente, per godere appieno gli altri sketch, bisognerebbe avere presente la U.S.A. TV situation di quegli anni, gli stessi in cui parallelamente veniva prodotto uno dei capolavori più alti e drammatici di Sidney Lumet, Network/Quinto potere del 1976, coincidenza curiosa, l’anno della prima messa in onda dei Muppet.

Questi pupazzi (il cui nome deriverebbe da marionette e puppet) sono stati uno dei sorrisi più intelligenti e singolari che il piccolo schermo abbia mai dato ai suoi spettatori e dopo tanto discorrere, s’impone lasciare loro la voce:

Ps. Questo pezzo è dedicato ad Elena P., splendida cartoonist.

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