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Posts Tagged ‘silvano vinceti’

Questo il titolo di una delle pubblicazioni più importanti degli ultimi anni su Caravaggio, uscita nel gennaio 2011, per De Luca Editori d’Arte  come catalogo dell’omonima mostra conclusasi a Roma lo scorso 15 maggio.

Di cosa si tratta? Di una serie di incontri giusti fra persone giuste, un giornalista e alcuni benemeriti funzionari pubblici, al posto e al momento giusto, che hanno salvato con una spesa minima ma mirata e intelligente e grazie ai contributi di sponsor privati, una serie di documenti fondamentali, alcuni dei quali riportati nella pubblicazione in oggetto, grazie ai quali poter fare ricerca vera sul Merisi, riaprendo quesiti e datazioni tutt’altro che definitive da ora in poi.

Non se n’è tanto sentito parlare perché i media preferiscono i grandi eventi come quelli strombazzati lo scorso anno, quarto centenario della morte del gran lombardo, intasato da un’orgia vacua di libercoli e mostriciattole culminate con la grande scoperta: le ossa del disgraziato nella fossa comune di Porto Ercole, poi poste sotto teca. Non voglio neanche sapere quanti uomini, quali mezzi e quali costi abbia comportato questa ascientifica e insensata operazione alla Dan Brown, che non poteva approdare a nulla poiché partiva senza testa e non solo perché tali amabili-miserabili resti pare siano all’80% sicuri, ma lo fossero anche al 200%, il valore culturale di tutto ciò dal punto di vista storico, artistico, antropologico è e resta zero.

Non pago, Silvano Vinceti, responsabile dell’impresa suddetta e del sedicente “Comitato nazionale per la valorizzazione dei beni storici culturali e ambientali”, ha annunciato il prossimo (o forse già avvenuto, non importa) ritrovamento delle ossa di Monna Lisa… altro non aggiungo poiché penso si commenti da sé, solo una preghiera: che qualcuno li fermi, tagliate i fondi, staccate la spina!

Invece, tornando a Caravaggio a Roma, una vita dal vero, vale la pena di citare nome per nome i magistri boni capaci di tanto merito: Eugenio Lo Sardo, direttore dell’Archivio di Stato romano con sede nel capolavoro borrominiano di Sant’Ivo alla Sapienza, i suoi collaboratori e curatori di mostra Michele Di Sivo e Orietta Verdi, e Marco Carminati, giornalista e critico d’arte dell’inserto domenicale del Sole 24 Ore, oltre che uomo chiave di questa storia a lieto fine. Accanto ad essi numerosi privati, società, fondazioni e cittadini singoli, che hanno versato quote per il restauro delle carte antiche.

A proposito, è andata così: casualmente Lo Sardo sente Carminati ad una trasmissione radiofonica di Radio 24 parlare dell’importanza dei nuovi documenti emersi su Caravaggio proprio negli ultimi dieci anni. Lo stesso Carminati qualche anno fa, nel 2007, era stato il primo ad annunciare un’importante scoperta fatta ad opera di Vincenzo Pirami, un pensionato con la passione per l’archivistica, che aveva trovato presso l’archivio Diocesano di Milano l’atto di battesimo di Michelangelo Merisi, avvenuto il 30 settembre 1571 presso la chiesa di Santo Stefano in Brolo a Milano, città dov’era nato il giorno precedente, dunque il 29 settembre, giorno di San Michele Arcangelo, da cui il suo nome.

Lo Sardo contatta Carminati e lo mette a parte di alcuni faldoni cinque-secenteschi riguardanti il periodo romano del Caravaggio: si tratta soprattutto di atti giudiziari, denunce, interrogatori, scambi di battute, elenchi di beni da lui posseduti e indicazioni sulle case-studio da lui affittate, tutte testimonianze preziose e dirette del turbolento e geniale pittore. Almeno una decina i libroni importanti che rischiavano seriamente di essere distrutti dal tempo e dagli acidi degli inchiostri stessi con cui erano stati scritti. Costo per salvarli? Circa 2.500 euro a volume, un’inezia se si pensa al loro valore insostituibile e se lo si confronta con altre malnate e dispendiose operazioni di cui s’è parlato poc’anzi, fatte sfruttando il nome magico di Caravaggio, nella migliore delle ipotesi per avere il consueto quarto d’ora di notorietà.

Carminati pubblica un pezzo e un appello al riguardo e, come detto, la civiltà e l’amore ritrovato degli italiani per la propria storia non sono certo mancati.

Anonimo, Ritratto del Caravaggio, 1617 ca., Accademia Nazionale di San Luca, Roma

Non solo: ristudiano le carte appena restaurate sono emerse testimonianze importanti sinora ignote o trascurate, come quella di Pietropaolo Pellegrini, garzone del barbiere di Sant’Agostino, anch’egli d’origine milanese, che in un interrogatorio riguardante una rissa del 1597 presso il carcere di Curia Savelli, dà notizie circa le prime frequentazioni romane del Caravaggio (in particolare coll’amico siciliano e pittore “mastro Lorenzo” Carli), ce ne lascia una descrizione fisica vivida (“Michelangelo pittore è di età di 28 anni incirca di giusta statura più presto grande che altrimente grassotto, non molto biancho in faccia ne anco bruno, et ha un poca di barba negra ma poca, et veste di negro di mezza rascia negra non troppo bene in ordine et alle volte va bene in ordine et alle volte no et porta in testa un cappello di feltro negro. (…) Questo pittore (…) tengo sia milanese (…) mettete lombardo per che lui parla alla lombarda.”), oltre a far “intendere che l’artista giunse a Roma nel corso del 1595 e l’ultimo documento milanese, datato primo luglio 1592 conferma la sua presenza nel capoluogo lombardo almeno fino a quell’anno. Dove si recò quindi il giovane Michelangelo finito il periodo di apprendistato nella bottega di Simone Peterzano? Andò a Venezia, viaggiò nelle Fiandre, venne a contatto con pittori fiamminghi? Sono domande a cui solo nuove scoperte possono offrire una risposta certa.” (Eugenio Lo Sardo, dalla Prefazione al catalogo).

Se ciò fosse confermato da altre prove, avrebbe del clamoroso, poiché significherebbe spostare in avanti l’intero corpus romano del Caravaggio, per cui non si possono che auspicare indagini e ricerche future potenzialmente cariche di nuovi frutti.

Infine merito aggiunto della mostra è stato accompagnare l’esposizione dei libri salvati ad un nucleo selezionato di opere di artisti più o meno gravitanti attorno al Merisi, fra cui quelle di alcuni suoi nemici come Tommaso Salini o il povero Giovanni Baglione – “Gian Coglione”, oltre al ritratto di Paolo V Borghese dall’attribuzione discussa ma oggi ricondotta alla mano dello stesso Caravaggio, facente parte della collezione privata di Palazzo Borghese, e non più esposto al pubblico dopo la mostra ideata ben cento anni fa da Ojetti sul ritratto italiano, in occasione del cinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia: gli occhi potenti e furbi che ci spiano dalla copertina del catalogo di mostra appartengono proprio a questo personaggio emblematico della storia della Chiesa e della fine del maudit Merisi.

Caravaggio, Ritratto di Paolo V Borghese, 1605, coll. privata di Palazzo Borghese, Roma

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Michelangelo Merisi detto Caravaggio, Davide con la testa di Golia, 1610, Galleria Borghese, Roma

Va finalmente concludendosi l’anno dedicato al quarto centenario della morte di Michelangelo Merisi detto Caravaggio (Milano, 1571 – Porto Ercole, 1610).

Innumerevoli le mostre, mostrine e mostriciattole succedutesi facendo leva commerciale sul suo nome magico, che attira più turisti che api sul miele, come ha intuito uno dei critici da bar e da biennale che oggi vanno per la maggiore, definendolo “rockstar”.

Lo sanno bene a Porto Ercole dove mesi fa, con gran dispendio di media e denari per la ricerca, è stato annunciato l’evento più evento di tutti: il ritrovamento delle sue ossa da parte dell’équipe di Giorgio Gruppioni, docente di antropologia dell’Università di Bologna.

Che poi lo scheletro non sia comprensibilmente completo, che poi queste ossa pare siano sue all’80/85% e che, soprattutto, dal punto di vista critico non importi assolutamente una cippa sapere come il disgraziato sia morto (argomento eventualmente da sottoporre ad un truce plastico di Vespa o meglio al Grande Capo Estiqaatsi del duo comico Lillo e Greg), sembra non interessare molto Silvano Vinceti, coordinatore dell’operazione e presidente del mirabolante “Comitato nazionale per la valorizzazione dei beni storici, culturali e ambientali”, il quale, non pago, ha annunciato prossime campagne riguardanti Leonardo, Giotto o quanti altri possono venire in mente, avvalorando di fatto la definizione di archeologia di Ivo Perego, personaggio di Antonio Albanese: “un modo per rompere i coglioni ai morti.”

Di ben altro livello gli eventi un tempo legati alla riscoperta artistica del Merisi, fatti veri e non fattoidi, a partire dalla grande mostra che Roberto Longhi gli dedicò a Palazzo Reale a Milano, tra l’aprile e il giugno 1951, un’antologica di portata eccezionale per il numero e la qualità delle opere presenti, non solo del Caravaggio, ma anche di artisti italiani ed europei coevi da lui più o meno direttamente influenzati. Nella presentazione del catalogo (Sansoni, Firenze, 1951), un semplice libro in ottavo, corredato da un solo breve ma fondamentale saggio introduttivo di Longhi, si legge: “Siamo certi che il favore del pubblico decreterà il successo della Mostra poiché, nel travaglio della ricostruzione pacifica, il Paese è proteso a ritrovare quei valori dello spirito che sono suo patrimonio inconfondibile e sua durevole gloria”, firmato Achille Marazza, Ministro del Lavoro e presidente della mostra. Decisamente un’altra epoca.

Michelangelo Merisi detto Caravaggio, I bari, 1595-96 ca., Kimbell Art Museum, Fort Worth, Texas, U.S.A.

Per non avvilirsi troppo, vale la pena per il 2010 citare almeno l’esposizione curata da Claudio Strinati alle Scuderie del Quirinale (catalogo Skira, Ginevra-Milano, 2010), con rianalisi critica di 24 capolavori del Caravaggio, e la pubblicazione dell’importante raccolta di studi di Luigi Spezzaferro (Caravaggio, Milano, 2010), uno dei maggiori studiosi del nostro, purtroppo scomparso quattro anni fa, a partire dal saggio di apertura del ‘71 dedicato a La cultura del cardinal del Monte e il primo tempo del Caravaggio, titolo che fa tornare alla mente l’intuizione avuta da Federico Zeri (Diari di lavoro 2, Torino, 1976) circa l’attribuzione al giovane Merisi delle nature morte tuttora sotto il nome dell’ignoto Maestro di Hartford, da cui si è generato un dibattito tuttora aperto con studiosi illustri e seri a favore (Giuliano Briganti su L’Espresso del 17 febbraio 1979, Anna Ottani Cavina e, da lei citato in lettere inedite, Charles Sterling in Prospettiva Zeri, Torino, 2009, e in Federico Zeri. Dietro L’immagine, opere d’arte e fotografia, Torino, 2009, e, sostanzialmente favorevole all’ambito caravaggesco, anche Alberto Cottino in La natura morta italiana da Caravaggio al Settecento, Milano, 2003) o contro tale ipotesi (Maurizio Calvesi su L’Espresso dell’11 febbraio 1979, Mina Gregori in op. cit., Milano, 2003 e in Prospettiva Zeri, Torino, 2009, Ferdinando Bologna in L’incredulità del Caravaggio, Torino, nuova edizione accresciuta del 2006).

Più che cercar le ombre tra i fossi, inventando nuove e improbabili discipline, tipo la “necrofilologia”, la nascita della natura morta moderna, che a parte la regione fiamminga vede protagoniste europee la scuola lombarda (Figino, Galizia, Nuvolone) e quella romano-caravaggesca (Salini, Crescenzi, Bonzi detto il Gobbo dei Frutti, i Maestri di Hartford e Acquavella, etc.), dovrebbe continuare ad essere oggetto d’indagine, con scoperte e attribuzioni sorprendenti che attendono ancora di compiersi.

Maestro della natura morta di Hartford (il giovane Caravaggio?), Wadsworth Atheneum, Hartford, Connecticut, U.S.A.

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