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Emily Elizabeth Dickinson (Amherst, Massachusetts, 1830-1886), dagherrotipo del 1846-47 ca.

Emily Elizabeth Dickinson (Amherst, Massachusetts, 1830-1886), dagherrotipo del 1846-47 ca.

“La nostra lingua è come una vecchia città: un labirinto di viuzze e di larghi, di case vecchie e nuove, di palazzi ampliati in epoche diverse, e, intorno, la cintura dei nuovi quartieri periferici, le strade rettilinee, regolari, i caseggiati tutti uguali… Rappresentarsi una lingua significa rappresentarsi una forma di vita.” L. Wittgenstein, Ricerche filosofiche 

Naturalmente aveva ragione Madame de Staël sull’utilità delle traduzioni: chi e perché oggi direbbe il contrario? Tutti negli ultimi duecento anni ne abbiamo beneficiato.

Certo, c’è traduzione e traduzione e un autore rischia la rovina, ovvero l’oblio, se il traduttore è scarso. Tanto più questo assunto è valido se si tratta di poesia. Materia fragilissima, fatta di vetro, aria e fuoco. Capace di voli e inabissamenti folli nello spazio di un distico.

Ecco perché i poeti andrebbero tradotti dai poeti, mastri vetrai che sanno (non sempre ma meglio di altri) maneggiare gli elementi incandescenti della poesia altrui.

Tradurre viene dal latino traducere, condurre oltre, trasportare da una lingua all’altra (e sostituisce i più antichi e forse più appropriati traslatare, tralatare). In ogni traduzione però c’è un tradimento, dovuto a una perdita inevitabile, al dover tralasciare qualcosa della lingua, del suono-senso della lettera originale, in favore del senso-suono da rendere nella lingua ospitante. E in genere le traduzioni migliori non sono mai letterali.

A proposito di etimi, tradire viene da tradere, che, vale la pena ricordare, non ha solo il significato negativo che da Giuda in poi gli viene assegnato, ma vuole anche dire “trasmettere”, da cui l’italiano “tradizione”, che ha la medesima radice.

Quando un poeta traduce un altro poeta, accade talvolta che il risultato, pur considerando il gap, restituisca se non la luce (la poesia alfine, come e più della letteratura, resta intraducibile) almeno l’inquadratura giusta all’autore e alla lingua d’origine.

Penso a Bertolucci, Zanzotto, Montale, Ungaretti, Solmi, Giudici, Villa, Magrelli… e a Silvia Bre, che ha recentemente pubblicato il volume-perla “Uno zero più ampio”, stupende sue traduzioni di versi di Emily Dickinson. Se da tempo non la leggete o, ancora meglio, non avete mai incontrato questa grande isolata americana, be’ è proprio l’occasione per scoprirla e innamorarvene.

“…mi sembra di aver lavorato in uno stato di sovvertimento generale, a contatto con le forze telluriche che si liberano dai suoi versi, avendo rinunciato a qualsiasi criterio precostituito per adeguarmi di volta in volta alle misure sempre diverse, sempre eversive, della sua intonazione. Non so altro. Credo che a qualunque lettore tocchi questo stesso compito”. Silvia Bre, da “Emily Dickinson. Uno zero più ampio. Altre cento poesie”, Einaudi, 2013.

 

La luce basta a se stessa –

se altri la vogliono vedere

la si può avere ai vetri alla finestra

in certe ore del giorno –

 

ma non per ricompensa –

lei manda largo lo stesso splendore

allo scoiattolo sull’Himalaya

precisamente – come a me – .

 

Emily Dickinson, da Uno zero più ampio. Altre cento poesie (Torino 2013), a cura di Silvia Bre.

 

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Mi rinchiudono nella prosa –

come quando da bambina

mi mettevano nello stanzino –

perché mi preferivano “tranquilla” –

 

Tranquilla! Avessero potuto sbirciare –

vedere come frullava – la mia mente –

Potevano con simile astuzia chiudere un uccello

a tradimento – nel recinto –

 

Basta che lui lo voglia

e libero come una stella

guarda dall’alto la prigionia –

e ride – Io non facevo altro – .

 

Emily Dickinson, da Uno zero più ampio. Altre cento poesie (Torino 2013), a cura di Silvia Bre.

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