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Posts Tagged ‘silvia naddeo’

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Sabato 12 dicembre, insieme all’artista Silvia Naddeo, terrò una conversazione-performance sul tema Giocare ad arte: se passate da Ravenna, l’appuntamento è dalle 17.30 alle 19.00 presso il locale Tribeca Lounge (Via Trieste 90) e si svolge all’interno della terza edizione della rassegna Librando ideata e come sempre ottimamente curata da Ivano Mazzani.

ok-9 Librando Terza edizione

 

 

 

 

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Premessa: sono particolarmente contento di presentare attraverso le sue stesse parole questo progetto originale di Silvia Naddeo, una giovane artista che merita incoraggiamento, stima e ogni successo. Cara Silvia, continua così!

Silvia Naddeo, Day by Day, 015

Silvia Naddeo, Day by Day, 015 

Ispirazione quotidiana, mosaico destrutturato e digitale

Day by Day è un progetto artistico di Silvia Naddeo.

Un percorso lungo un anno: 365 giorni e altrettante piccole tessere andranno a raccogliere, documentare, mostrare un intero anno di ispirazioni quotidiane.

Il gesto rituale, lo sviluppo di un’abitudine, il mood che accompagna chi vive l’arte giorno per giorno: ognuno di questi elementi si inserisce nel processo creativo, fondendosi con il quotidiano, il materiale, il digitale.

Silvia Naddeo sceglie quotidianamente la tessera che rappresenterà la sua giornata, l’emblema di un’ispirazione istintiva. Sul biglietto da visita con la tessera, l’artista aggiunge data e firma: un preciso momento di vita – fotografato con un comune smartphone – è ora impresso sul cartoncino e condiviso con il resto del mondo attraverso i canali social.

Ogni nuovo giorno è una potenziale opera d’arte e, attraverso questo gesto rituale, l’artista interpreta il rapporto con la quotidianità. Il biglietto da visita rappresenta il ritrovarsi, il riconoscersi e la resa dei conti che, ogni giorno, affrontiamo con il nostro io.

Il risultato di questo percorso sarà una raccolta di 365 biglietti, simbolo di un intero anno di vita fatto di attimi e sensazioni, arte e quotidianità.

Tumblr: day by day – silvia naddeo.tumblr.com

Facebook: www.facebook.com/page/Day by Day

Silvia Naddeo, Day by Day, 002

Silvia Naddeo, Day by Day, 002

Daily inspiration, destructured digital mosaic

Day by Day is a project by italian artist Silvia Naddeo.

A year-long journey: 365 days and as many little tesseras will collect, document and represent an entire year of daily inspirations.

The ritual, the development of an habit, the mood of who lives art day by day: each one of these elements takes part in the creative process, joining the daily routine in a digital way.

Silvia Naddeo chooses the tessera that represents her day, symbol of an instinctive inspiration. Attached the tessera, she completes the card with date and signature: a definite life moment – photographed using a common smartphone – is now captured and impressed on the card and then shared through social networks.

Each day is a potential work of art and this ritual represents the artist’s interpretation of the daily routine. The business card represents a reckoning, the way we recognize and meet ourselves every day.

This journey will result in a collection of 365 cards symbolizing a slice of life made of moments and emotions, art and routine.

Tumblr: day by day – silvia naddeo.tumblr.com

Facebook: www.facebook.com/page/Day by Day

Silvia Naddeo, Day by Day, 081

Silvia Naddeo, Day by Day, 081

 

 

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Premessa: è sempre bello quando i sogni di un amico si realizzano, specie se questi sogni sanno di apertura, di incontro, di abbracciare l’altro attraverso il saper fare delle proprie mani. Così, quest’estate, l’ottimo Mohamed Banawy (che ho avuto il piacere di incontrare alla Biennale veneziana del 2013, in occasione dell’esposizione di alcune sue opere e installazioni presso il Padiglione egiziano) mi accennava per email a questo suo progetto romano, il Simposio che proprio in questi giorni è in corso a Roma. Col pubblicare il comunicato stampa dell’evento, mi unisco al suo desiderio d’invitare chiunque possa o si trovi in loco ad andare e vedere il lavoro suo e degli altri quattro splendidi artisti coinvolti, Luca, Silvia, Samantha e Takako.

Mi perdonerete se qui ne scrivo solo i nomi: conoscendoli da anni e avendone anche stima personale, lascio la formalità dei cognomi alle righe sottostanti. Dunque non perdete l’occasione e buon Simposio (e ai cinque artisti il mio abbraccio).

 

banawy

Nell’ambito delle attività culturali che l’Accademia d’Egitto di Belle Arti a Roma offre al pubblico italiano con l’obiettivo di promuovere la cooperazione artistica fra diversi Paesi e culture, il direttore dell’Accademia, prof.ssa Gihane Zaki, ha il piacere di annunciare che per la prima volta sarà realizzato un Simposio Internazionale di Mosaico.

L’iniziativa vedrà il coinvolgimento di cinque artisti provenienti da Egitto, Italia, Stati Uniti e Giappone, che dal 22 al 29 gennaio, esclusi sabato e domenica, dalle ore 10.00 alle ore 13.00, offriranno al pubblico una preziosa occasione per osservare l’affascinante lavoro dei mosaicisti dal vivo. Con i risultati ottenuti, si terrà una mostra dal 29 gennaio al 15 febbraio.

Tra gli artisti si segnalano Mohamed Banawy, egiziano grazie al quale ha preso forma la rete di cooperazione con gli altri partecipanti, Luca Barberini e Silvia Naddeo italiani, Samantha Holmes a Takako Hirai, rispettivamente di nazionalità americana e giapponese.

Il Simposio vuole essere non solo un’opportunità di scambio artistico, ma un incontro con cui l’antica arte del mosaico si fa linguaggio comune nella diversità culturale. Un evento che riflette perfettamente lo spirito dell’Accademia d’Egitto nella convinzione che l’Arte sia un potente ed efficace strumento di dialogo per avvicinare i popoli.

Scheda Tecnica:

Primo Simposio del Mosaico

Accademia d’Egitto di Belle Arti, Via Omero n. 4, Roma

Tel: (+39) 06 320 18 96 (+39) 06 320 19 07 Fax: (+39) 06 320 18 97

www.accademiaegitto.org

Email: info@accademiaegitto.it

Porte aperte al pubblico dalle ore 10,00 alle ore 13,00 dal 22 al 29 gennaio 2015
Artisti: Mohamed Banawy ;
Luca Barberini; Takako Hirai; Samantha Holmes; Silvia Naddeo

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Premessa: il testo seguente è stato appena pubblicato su Mosaïque Magazine n.5 (gennaio 2013), quale commento alla collettiva Ti desidero – I long for you da me curata presso la Musivum Gallery di Mosca (24 ottobre – 2 dicembre 2012). Per visualizzare il testo in catalogo e le opere esposte cliccare qui.

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Ti desidero è il titolo della collettiva di giovani mosaicisti da me curata presso la Musivum Gallery di Mosca col supporto dell’ottimo staff organizzativo della Ismail Akhmetov Foundation.

CaCO3, Roberta Grasso, Samantha Holmes, Vadzim Kamisarau, Silvia Naddeo, Matylda Tracewska e Aleksey Zhuchkov: sette proposte artistiche assai differenti fra loro sia dal punto di vista delle costruzioni tecniche delle opere, sia a livello di significato.

CaCO3 e Tracewska sono impegnati in ricerche astratte, i primi ragionando sui campi energetici, sul moto delle particelle che compongono il tessuto di ogni frammento dell’universo reso attraverso l’uso particolare e tridimensionale del vermiculatum antico, mentre l’artista polacca con un omaggio singolare a Malevič, propone una riflessione sui colori-non colori assoluti, il bianco e il nero, a cui unisce ricordi personali della sua permanenza in Russia, lo splendore lucente di Pietroburgo e la visione della casa della poetessa Anna Achmatova, con la fotografia di lei bambina e il suo cane nella neve.

Viceversa sembra poggiarsi su un’evidenza (o apparenza?) figurativa il lavoro degli altri protagonisti: Grasso col suo mosaico morbido in “tessuto” di silicone cita la dimensione del sogno, dell’incanto e della musica di Tchaïkovski (ma dietro il sogno si nasconde forse l’inquietudine inconfessabile di un incubo? L’ultimo Truffaut e ancor più Hitchcock ne sarebbero certamente ispirati), Naddeo gioca col cibo ingrandendolo quasi iperrealisticamente, in questo caso con un piatto russo tipico, il blin, ma se da una parte il suo lavoro per il soggetto trattato e per l’uso costante di linee curve celebra la vita, la gioia e per certi versi la fertilità, dall’altra i suoi iper-volumi potrebbero schiacciare l’osservatore (lo stesso che si ciba di ciò che sta osservando) quasi approdando al grottesco (qui i riferimenti, sempre stando in ambito cinematografico, potrebbero andare da Fellini ai Monty Python), mentre Zhuchkov fa un’operazione parallela e opposta alle nature morte dell’italiano Giorgio Morandi, suo punto di partenza, per smaterializzare quegli oggetti (brocche e bicchieri), tessera dopo tessera, scavandone l’essenza sino al solo profilo ridotto su una griglia cartesiana per giungere talvolta ad uno spazio teorico e analitico tanto quanto era concreto e unitario quello del suo modello di partenza.

Infine se il bielorusso Kamisarau realizza una contraddizione, fermare su pietra frame televisivi di avvenimenti effimeri e leggeri o più gravi ma sempre fugaci (dalle partite sportive allo scoppio di una bomba) per capire il valore del tempo nel nostro tempo liquido e, si potrebbe aggiungere, per capire anche se quelle cose esistono o sono solo frutto di fiction, inclusi gli eventi dolorosi (non a caso nei suoi quadri ci sono sempre dei non finiti, dei buchi come fossero recuperi archeologici impossibili da vedere per intero o dietro i quali si cela il vuoto, il nulla), l’americana Holmes torna a parlare della memoria stavolta in senso intimo e spirituale: piccoli foglietti-tessera cartacei e quadrati legati e impilati fra di loro, sospesi grazie ad una struttura metallica, come tante preghiere non scritte, vertice mistico o al suo opposto assenza divina, come nel grande mosaico che prevede l’evidente cancellazione di una figura di santo antico (oggi all’uomo manca credere o gli è semplicemente impossibile?).

Dunque cosa lega artisti così differenti fra loro? Il fatto che insieme, in mostra, grazie alla ritrovata modernità e attualità di questo linguaggio, il mosaico, oggi davvero in grado di esprimere qualunque idea, siano sollecitati i cinque sensi attraverso il denominatore comune del sesto senso, quello dell’intuizione. Ma intuizione di cosa? Del desiderio.

Desiderare significa etimologicamente assenza di stelle (in latino, de-sidera): come i soldati di Giulio Cesare, i desiderantes, aspettavano fiduciosi nelle notti senza stelle i propri compagni per proseguire insieme il cammino[1], così il desiderio indica un’assenza, una mancanza ma anche la speranza di superare la difficoltà momentanea, o meglio, come direbbe Jacques Lacan[2], l’esigenza dell’incontro con l’Altro da sé che completa il senso altrimenti sterile dell’io, ovvero la ricerca e il raggiungimento del piacere che ha fatto la fortuna evolutiva della specie umana[3], e nel caso di questi artisti la ricerca delle domande che sono i loro desideri di trovare più che risposte ferme, vie nuove da indagare, certo attraverso il piacere della bellezza, del loro saper fare pensando: stupore di mente, mani e occhi, i loro, i nostri.

Mosaïque Magazine

Musivum Gallery Mosca – Ti desidero/I long for you


[1] Massimo Recalcati, Ritratti del desiderio (Milano 2012).

[2] Jacques Lacan, Scritti (ediz. ital. Torino 1974).

[3] David J. Linden, The Compass of Pleasure (New York 2011); The Accidental Mind: How Brain Evolution Has Given Us Love, Memory, Dreams and God (Cambridge, MA, 2007).

 

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In foto particolare dell’opera di CaCO3, Essere Quadrato / Essere Rosso, 2011, limestone / smalti on polystyrene, 100x100x3,5 cm / ø 27 cm

Premessa: ho scritto il testo critico seguente per il catalogo della collettiva Ti desidero – I long for you, esposizione organizzata grazie alla Ismail Akhmetov Foundation presso la Musivum Gallery di Mosca dal 24 ottobre al 2 dicembre 2012. In mostra opere di CaCO3, Roberta Grasso, Samantha Holmes, Vadzim Kamisarau, Silvia Naddeo, Matylda Tracewska e Aleksey Zhuchkov.

Ti desidero

A volte l’avvenire abita in noi senza che ce ne rendiamo conto e le nostre parole che credono di mentire descrivono una realtà vicina. Marcel Proust, Sodoma e Gomorra

CaCO3, Organismo, 2009, gold, 45 x 45 x 3 cm

Desiderare: essere umani. Desideriamo per vivere: oggetti, risposte, successi, amore, denaro, la sapienza, la semplicità, le complicazioni, il lusso, il corpo o talvolta un suo particolare (Il ginocchio di Claire), desideriamo sino a oltrepassare il confine del lecito, l’uccisione di sé e dell’altro, così da Narciso a Hitchcock, tutti soggetti ad una medesima potentissima pulsione, quella del desiderio che produce piacere.

Matylda Tracewska, Black Square II, 2011, marble, smalti, 80 x 80 x 4 cm

Matylda Tracewska, Black Square III, 2011, marble, smalti, 80 x 80 x 4 cm

È inevitabile dicono gli studi di David Linden[1], fa parte della nostra storia evolutiva e di come si è modificata conseguentemente l’area tegmentale ventrale del cervello. D’accordo, ma proprio perché non travalichi è necessario orientare e capire la natura del desiderio che è anzitutto scoperta dell’altro[2], della necessità che ognuno di noi ha dell’altro (e dunque sana presa di coscienza della propria incompletezza, vero riflesso nello specchio di ogni mattino).

Silvia Naddeo, Transition, 2012, smalti, ceramic glass, hand colored glass spheres, 40 x ø 170 cm

Silvia Naddeo, Transition (particolare), 2012

Gli artisti non sono certo esenti da questo tipo di processi, anzi per certi versi ne sono tramiti privilegiati: il desiderio indica sempre una mancanza, un vuoto da riempire, un’assenza di stelle (questo è l’etimo della parola) da aspettare per riprendere il cammino, come facevano di notte i soldati di Cesare nel De Bello Gallico, desiderantes in attesa del rientro dei loro commilitoni[3].

Roberta Grasso, Memory of a Dream, 2012, silicon, smalti, ceramic glass, organza, tulle, 460X230 cm

Roberta Grasso, Memory of a Dream (particolare), 2012

I desideri di questi artisti li state vedendo ora, qui: vivono in queste immagini di pensiero e realtà raggrumata attraverso l’interpretazione musiva, che facendosi incontro, scontro, dramma, analisi della loro visione dell’altro (e di sé), traducono la vita del nostro tempo inclusa la sua assenza di tempo.

Alexey Zhuchkov, Still Life with Bottles and White Teapot, 2012, natural and artificial stone, smalti, 44 x 65,6 cm

Alexey Zhuchkov, Still Life with Half an Apple, 2012, natural and artificial stone, smalti, 50 x 65 cm

Sono modi diversi di vedere questo tempo e i suoi desideri fatti di ombre di memoria personale e oggettuale da recuperare, da fissare, come di attimi globali da voler conservare come fotogrammi intimi (la Nostra storia, la mia storia), di passioni ipertrofiche che, novelle sirene, attirano per divorarci, di intrecci impalpabili come un sogno (si chiarirà al risveglio, ci imprigionerà?), di astrazioni di colore e materia alla ricerca della sfida (im)possibile, raggiungere l’assoluto (e la sua follia), non a caso in quest’era così straripante di icone che si annullano nell’oceano del proprio vorticare impazzito.

Vadzim Kamissarau, The Main News 1, 2012, cement, smalti, 73 х 93 х 25 cm

Vadzim Kamissarau,The Main News 3, 2012, cement, smalti, 50 x 95 cm

Sono idee che non cercano alibi per piacere: pietra, vetro, silicone, metallo, legno, carta e volontà: di questo si tratta e di questo oggi sa trattare il mosaico, per la verità già da anni, ma oggi con forza rinnovata anche grazie all’apporto di questi giovani artisti, consapevoli abitatori del loro tempo internauta, e coautori essi stessi della terribile euforica festa pop e dunque neobarocca di inizio XXI secolo, in cui al rigore scientifico-chimico si affianca violenta e leggera la meraviglia (quasi eco secentesca) di cui sono veicolo i cosiddetti cinque sensi, qui tutti sollecitati. Recentemente John M. Henshaw[4] ha proposto di raddoppiarli, visti gli sviluppi ultimi delle neuroscienze, ma già in tempi remoti venivano completati dal cosiddetto sesto senso, sorta di summa, affinamento e potenziamento dei precedenti, per raggiungere capacità intuitive superiori, che questi artisti possiedono e che la compositrice finlandese Kaija Saariaho ha perfettamente descritto nel suo  D’om le vrai sens (2010)[5], musica adattissima quale ideale colonna sonora, lirica e inquieta, di queste opere che nude si offrono ai nostri occhi ingombri e sporchi, quale igiene visiva e mentale.

Samantha Holmes, Devotion, 2012, paper and wire, 92 х 42 cm

A questo punto, più di qualche dubbio sorge, se sia ormai il caso di capovolgere la distinzione del Fedone platonico sull’immortalità dell’anima rispetto al corpo, ovvero fra l’eternità dell’idea e il suo riflesso fisico legato ad una durata: è vero, un giorno tutto scomparirà, incluso il Pianeta, ma in ogni opera d’arte l’essere delle cose risiede nella sua attuazione realizzata, testimone particolare d’un epoca, d’un io e insieme universale, non “senza tempo”, ma “oltre” il proprio tempo: è lo scandalo e l’assurdità sempre attuale della bellezza, il sommo dei piaceri, il primo fra i desideri.

Musivum Gallery Mosca – Ti desidero/I long for you

Mosaic Art Now Interview

Samantha Holmes, Absence (Moscow), 2012, marble, smalti, ceramic glass, gold, 260 x 150 cm


[1] Cfr. David J. Linden, The Compass of Pleasure (New York 2011); The Accidental Mind: How Brain Evolution Has Given Us Love, Memory, Dreams and God (Cambridge, MA, 2007).

[2] Lacan opportunamente parla dell’Altro da sé come potenza esterna e beneficamente contraria all’impero dell’Io, che solo così può percepirsi non più monade autosufficiente ma finalmente bisognoso di relazione e in sostanza capace di desiderare, cfr. Jacques Lacan, Scritti (ediz. ital. Torino 1974) e il bellissimo saggio del lacaniano Massimo Recalcati, Ritratti del desiderio (Milano 2012).

[3] Cfr. Massimo Recalcati, op.cit.

[4] John M. Henshaw , A Tour of Senses: How Your Brain Interprets the World (John Hopkins University Press, 2012): in particolare lo scienziato americano propone di aggiungere ai tradizionali vista, udito, olfatto, gusto, tatto, anche equilibrio, temperatura, dolore, senso chimico comune, “propriocezione” (ovvero la percezione di sé), senza contare altri sensi di cui sono dotati alcuni animali, l’ecolocazione dei cetacei, l’elettrolocazione di squali e anguille, la capacità di vedere l’ultravioletto delle api e l’infrarosso di alcuni serpenti, etc.

[5] Ispirato alla Storia della Dama e dell’Unicorno degli arazzi del Museo di Cluny, Parigi.

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Accademia di Belle Arti di Ravenna, facciata e ingresso principale presso Via delle Industrie, 76

Maria Rita Bentini (Ravenna, 1959): sei stata coordinatrice didattica dell’Accademia di Belle Arti di Ravenna dal 2008 sino all’ottobre 2011. La maggior parte dei giovani artisti che sto intervistando per questa rubrica, di provenienza nazionale ed estera, sono usciti da questa Accademia, scelta proprio per specializzarsi sul mosaico, con un’offerta didattica ormai riconosciuta anche a livello internazionale.

A questo proposito, ti chiedo di tracciare un bilancio generale di questo triennio, di ciò che è stato fatto e di cosa si potrebbe, anzi, si dovrebbe ancora fare.

Piuttosto che un bilancio mi piacerebbe far scorrere rapidamente, a memoria, le immagini di quanto accaduto in questi tre anni così intensi di esperienza. Partendo da una considerazione precedente a questo mio impegno.

Vivevo a Ravenna (anche continuando a insegnare all’Accademia di Bologna) e in città prendevo parte attiva alla vita della ricerca artistica contemporanea: mostre, incontri, progetti. Ma registravo di frequente che l’Accademia non c’era. Sì, qualche volta se ne parlava, ma era come se fosse confinata ai margini della vita culturale della città. Molti ravennati frequentavano l’Accademia a Bologna, o continuavano gli studi artistici a Milano, a Venezia. Dopo gli anni di D’Augusta e di Dragomirescu, non vedevo segni della sua presenza in città, e non soltanto perché era stata trasferita la sede dalla Loggetta Lombardesca in via delle Industrie.

Sono arrivata dopo mesi in cui si diceva: “l’Accademia di Ravenna chiude”. Il Comune di Ravenna aveva deciso di fare un accordo con l’Accademia di Bologna che prevedeva una collaborazione tra le due Accademie e la scelta di concentrare l’’offerta formativa sul mosaico contemporaneo. Non mi ero mai particolarmente interessata né all’Accademia di Ravenna, né al mosaico contemporaneo. Quando avevo curato mostre come la personale di Leonardo Pivi nel 2005 per il Museo d’Arte della Città, il progetto non era partito dal mosaico ma dai linguaggi contemporanei, dalla loro ibridazione – Pivi con la Lara Croft e gli altri personaggi virtuali del suo immaginario era un perfetto outsider del mosaico ravennate -, anche se poi ne era uscita una mostra bellissima (di mosaici) che sorprese.

A metà novembre 2008, il Direttore chiese a me e ad alcuni docenti ravennati a Bologna  di lavorare anche a Ravenna e di scommettere su un rilancio dell’Accademia. Conoscevo l’assessore Stamboulis e la sua competenza perché da anni collaboravo con RAM, il concorso dei giovani artisti ravennati del circuito nazionale G.A.I., stimavo i colleghi (Babini, Cucchiaro, Nicosia e gli altri), così ho accettato questa sfida.

Frame video di Marisa Monaco, supervisione di Yuri Ancarani

Come coordinatrice ho subito messo le mie energie con quelle di chi voleva che l’Accademia di Ravenna ripartisse, c’erano anche nuovi docenti come Dusciana Bravura, Sabina Ghinassi, Felice Nittolo. Molti i problemi e le cose da fare, ma tante le idee nuove. Bisognava riformulare i vecchi piani di studi sperimentali, anche il Corso di Mosaico avrebbe chiuso se non si adeguava. Poi, perché non affiancare al Mosaico le nuove tecnologie? Così è comparso il corso di New Media, con Yuri Ancarani. E Fotografia, con Guido Guidi, doveva restare. Tra i nuovi docenti sono arrivati Daniele Torcellini, l’arch. Antonio Troisi, Alessandra Andrini, Viola Giacometti.

Per la prima mostra di fine anno intitolata Oralities ci siamo uniti a un progetto europeo della città e a un evento bellissimo come il Festival delle Culture, poi ci sono state le rassegne che hanno presentato le novità più belle del mosaico dell’Accademia nella cornice di RavennaMosaico: Doppio gioco, Life is Mosaic! E infine Avvistamenti, che si è chiusa da poco. Ma era necessario valorizzare l’Accademia anche a livello nazionale, così abbiamo partecipato al Premio delle Arti: i giovani artisti da Ravenna sono stati subito selezionati e Silvia Naddeo, lo scorso anno, ha vinto il Primo premio per la Decorazione con la sua “carotona” (l’opera Eat meat, 2009, n.d.r.) a mosaico. Una bella soddisfazione, anche perché la commissione era davvero di alto profilo, presieduta da Anna Mattirolo, Direttrice del MAXXI Arte, e con Laura Cherubini tra i componenti. Quest’anno alla Biennale di Venezia c’era un evento speciale del Padiglione Italia dedicato ai giovani artisti di talento usciti dalle Accademie italiane: ecco, abbiamo partecipato, e anche dall’Accademia di Ravenna sono stati selezionati due artisti.

Peter Greenway al Teatro Alighieri di Ravenna, 24.11.2009

Poi gli eventi e i progetti particolari: Peter Greenaway al Teatro Alighieri, con un pubblico straordinario, per la lectio magistralis all’apertura dell’anno accademico 2009-2010, la presentazione del volume dedicato ai centottant’anni dell’Accademia un anno fa  (allora il nostro testimonial-ex allievo fu Giuseppe Tagliavini, premio Oscar effetti speciali di Avatar). La giornata per Albe Steiner – grazie a Massimo Casamenti! -, il designer che con la sua cultura del progetto ha influenzato anche molti creativi del territorio, con la bellissima testimonianza della figlia Anna e il film che documentava la sua avventura di uomo e di artista. Eventi aperti a tutta la città che hanno cominciato a fare sentire che l’Accademia c’è e che la sua presenza rende più attiva e giovane la vita culturale di Ravenna.

Draghiland, 23.10.2011

Il murales dedicato alla Poderosa, presentato al pubblico prima di essere spedito a Cuba, Draghiland che stava benissimo nel giardino del Complesso residenziale La Compagnia di san Giorgio a cui gli allievi avevano lavorato per tutta un’estate, i preziosi  totem musivi per il Sistema Museale della Provincia. E altro ancora accanto al Mosaico, perché in Accademia ci sono tanti altri corsi come Pittura, Decorazione, Plastica ornamentale, Incisione. Penso alla collaborazione dell’Accademia con il Premio OPERA/Fabbrica, un concorso a tema per giovani artisti promosso dalla CGIL. O all’etichetta del vino M.O.M.A. che, dopo essere stata dedicata a Morandi, è ora quella di un’allieva dell’Accademia di Ravenna, il cui progetto è stato scelto prima da una commissione presieduta dal Direttore del MAMbo, poi votato on-line come il migliore.

Totem musivi per il Sistema Museale della Provincia di Ravenna, 2011

C’è stata la mostra Elogio della mano al Mar, disegni anatomici provenienti dall’Accademia di san Pietroburgo, per coltivare un nuovo rapporto internazionale. E l’incontro con le realtà teatrali: Chiara Lagani (Fanny & Alexander), Motus, Kinkaleri, Edoardo Sanchi (sono sue le scene dell’Avaro delle Albe). Ne è nata la mostra di fine anno 2010 insieme a “Ravenna viso in aria”, in un week end di full immersion con le energie delle realtà teatrali del territorio. Nella stessa primavera, in collaborazione con il Dipartimento di Comunicazione e Didattica dell’arte dell’Accademia di Bologna diretto da Cristina Francucci, abbiamo promosso un ciclo di cinque conferenze dedicate al tema arte-museo-scuola che si sono svolte al Mar: sono state presentate esperienze molto innovative come quella della sezione didattica del Castello di Rivoli a Torino, del Palazzo delle Esposizioni a Roma, del MAMbo a Bologna, offrendo coordinate nuove alla didattica dell’arte di cui ha tanto bisogno questa città.

L’ultima slide che ho in mente è per il Premio Tesi. Ho subito pensato a un Premio per individuare gli allievi più promettenti ma soprattutto per dare a loro la possibilità di crescere, “fuori”. Così lo abbiamo chiamato Starting Point!   Il primo anno alla Ninapì, poi al Museo Carlo Zauli di Faenza e infine al Palazzo della Provincia ravennate, Cripta e Giardini pensili: una mostra come premio, ma anche qualcosa di più. Piuttosto che i docenti ho voluto dei giovani critici all’opera, che hanno selezionato e presentato i giovani artisti vincitori.  È stato un contatto che ha fatto scaturire molte nuove aperture. La rivista Solo Mosaico ha arricchito questo premio con una residenza a San Pietroburgo e Mosca, dando al migliore del Mosaico un’ottima possibilità di sviluppare un proprio progetto per cominciare a prendere il volo.

Premio Tesi 2010, assegnazione del Premio Solo Mosaico (sulla destra si riconoscono Roberta Grasso e Silvia Naddeo)

Ecco, sì, sono nati nuovi talenti. Grazie all’esperienza didattica di tanti docenti dell’Accademia, ma anche (credo) dalle stimolanti occasioni create in questi tre anni.

Pensa che al Premio Giovani Artisti e Mosaico promosso quest’anno dal Museo d’arte della Città, tra i dieci selezionati in mostra ben quattro venivano dall’Accademia, e la vincitrice (per l’opera che ha utilizzato il mosaico in modo non convenzionale) è stata Samantha Holmes: un anno fa era venuta da New York in Accademia proprio per imparare il mosaico.

Quello che si potrebbe ancora fare? Meglio dirti quello che NON si dovrebbe fare: tornare indietro.

Settembre 2011: prima dell’inizio del nuovo anno accademico 2011-2012 hai deciso di non rinnovare la disponibilità del tuo incarico: una rinuncia o una presa di posizione? Quali ragioni ti hanno portata a questa scelta?

Chi mi conosce sa che quest’ultimo anno, in particolare, è stato durissimo. Non dico che gli anni precedenti siano stati una passeggiata, specie per contrastare la logica di chi, dalla logica del “tanto peggio tanto meglio”, cerca di ottenere alcuni vantaggi . Ma la ragione di questa scelta è molto semplice. Nell’esperienza fatta ho visto molte potenzialità e molti limiti, diciamo ostacoli, che hanno “bruciato” molte, troppe energie.

Per me queste potenzialità devono essere aiutate sia incrementando la qualità dei percorsi legati al Mosaico, sia formulando qualche nuova ipotesi. Accanto al Mosaico l’Accademia dovrebbe offrire spazio ad altre esperienze e linguaggi, in particolare coinvolgendo realtà molto vive nel territorio, come il teatro contemporaneo, la fotografia. Non parlo solo di nuove risorse necessarie, ma di andare più chiaramente in una certa direzione. Quando i soldi sono pochi bisogna sempre usarli con più intelligenza. Lasciare andare le cose senza fare buone scelte, non porta da nessuna parte, anzi.

Accademia Belle Arti Ravenna Centottant'anni, Longo Editore Ravenna, 2010

In tutti questi mesi mi sono chiesta e ho chiesto con insistenza: Quale visione dell’Accademia? Quale l’importanza nel sistema del contemporaneo della città e in Romagna dell’Accademia?

Per me dalla risposta a queste domande dipende il futuro di questa Istituzione. Piccola ma importante perché legata al territorio, anche se in stretto rapporto con l’Accademia di Bologna. Importante per il Mosaico, visto che ormai l’Istituto d’arte Severini è divenuto Liceo, perdendo la sua specificità, e che dunque l’Accademia resta l’unico luogo di  formazione  legato al Mosaico. Importante se Ravenna vuole crescere davvero nella sua dimensione contemporanea verso la Candidatura a Capitale europea della Cultura nel 2019.

Silvia Naddeo, QrCode Ravenna 2019

Perché, infine, tanto sostegno  all’Università, tanta attenzione alla sua qualità, e non all’Accademia?

Ho visto l’assenza di scelte, l’Accademia completamente in mano a funzionari le cui azioni hanno davvero poco a che fare con la realtà dell’arte contemporanea. D’altra parte il fatto stesso di essere molto attivi, di impegnarsi per cercare di cambiare la stagnazione, com’è accaduto in questi tre anni a me e ai miei colleghi, apre molti canali di stima e buone collaborazioni all’esterno, ma può provocare effetti collaterali.

Ho esposto queste mie considerazioni a Bologna, tutte ascoltate e raccolte mentre lo stesso mio incarico è stato poi assegnato a Maurizio Nicosia, spero che la verifica in corso questi mesi porti a una svolta positiva. A Ravenna continuo a insegnare Storia dell’Arte contemporanea e a seguire con attenzione come l’Accademia viene gestita. Ora, per esempio, mi preoccupano le scelte che hanno riguardato il Biennio: se non si cura bene l’offerta formativa, che diranno i numerosi nuovi iscritti? La migliore pubblicità di una scuola è il buon andamento delle cose, per questo l’Accademia deve essere curata bene.  Intanto non vedo più tra i docenti Dusciana Bravura, Yuri Ancarani, Daniele Torcellini e Piercarlo Ricci, docente di 3D, che in Accademia ha fatto un gran lavoro anche allestendo un’ottima aula multimediale. Non si può perdere tempo, così si rischia di cancellare ogni buona novità.

Infine, una domanda alla storica e alla critica d’arte Bentini: nella diluizione artistica e identitaria contemporanea, cosa è il mosaico oggi, quale ruolo ha? E quale il suo futuro, pur sapendo che come ogni arte da sé va crescendo e si va regolando o negando?

Ho già avuto modo, negli ultimi mesi, di esprimermi pubblicamente su questi punti.

Kaori Katoh, Fioritura, 2010

Il mosaico deve essere sdoganato, nella visione di chi lo pratica e anche di chi lo promuove, come un linguaggio visivo, uno dei molti praticati oggi dagli artisti. E come ogni linguaggio anche il mosaico cresce, prolifera, si contamina, divenendo uno strumento ricco di possibilità per gli artisti. Surplus di materia, luce-colore, frammentazione-ricomposizione, lentezza esecutiva, sono aspetti costitutivi del mosaico.  Antichi e up-to date. Ma ad una condizione. La tecnica (penso al mosaico ravennate) deve essere tramandata, ma al tempo stesso deve essere attaccata da visioni sperimentali, che nascono da sguardi e da attitudini “esterne” appartenenti alle estetiche contemporanee. La “diluizione” artistica oggi è il flusso inarrestabile di immagini che non trova alcun argine nelle categorie tradizionali, viviamo una mutazione dell’immaginario collettivo data dalle nuove tecnologie. Su questo occorre prendere posizione (Bauman stesso, che ha parlato di modernità liquida, ce lo ha ricordato proprio in questi giorni a Ravenna, sottolineando il ruolo del “locale”), ma le coordinate identitarie contemporanee si  ridefiniscono sempre più in tal senso. Senza queste aperture  il mosaico si trasforma in un esercizio di stile altamente artigianale, magari protetto in un piccolo angolo del mondo, Ravenna.

Da dieci anni ormai a Faenza si fanno esperienze che hanno trasformato la ceramica in un terreno molto fecondo di esperienze contemporanee. Mi ricordo bene dell’opera di Sislej Xhafa, arrivato a Faenza per una residenza d’artista al Museo Carlo Zauli: si era appropriato della materia, per lui nuova, passando in ceramica la mail con la quale era stato invitato a fare quell’esperienza. In quel passaggio c’era tutta la densità di un incontro, di un nuovo punto di vista. È stato salutare anche il progetto che hai di recente curato insieme a Torcellini: l’Equazione impossibile genera nuovi pensieri, dunque nuove pratiche. La performance sonora di Malatesta che ha tradotto il mosaico dei CaCO3, a sua volta in dialogo con lo spazio del Battistero degli Ariani, le immagini ieratiche e il fulgore degli ori della cupola del VI secolo, è  in tal senso un’esperienza bellissima.

Penso che il ruolo dell’Accademia a questo proposito potrebbe essere molto importante, ma, come dicevo prima, in questa città bisogna fare buone scelte.

Bric-à-Brac accademiaravenna.net – Il blog dell’Accademia di Ravenna

Accademia di Belle Arti di Ravenna

Maria Rita Bentini alla Biennale di Venezia del 2007

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Silvia Naddeo, Byron's delight, 2011

Silvia Naddeo: da Roma, dove sei nata nel 1984 e cresciuta a Ravenna, dove hai studiato e ti sei formata professionalmente (110/110 e lode all’Accademia di Belle Arti proprio quest’anno) all’arte del mosaico: a questo proposito, potresti raccontare in poche parole il tuo percorso e il tuo progressivo avvicinamento all’antica arte delle tessere? Ovvero, il mosaico oggi: perché?

Penso sia nato tutto un po’ per caso, come spesso succede, certo qualche sintomo si doveva intuire già da bambina vista la grande passione per le costruzioni, i famosi mattoncini colorati, nei quali letteralmente mi immergevo per ore, o per il gusto  indescrivibile nel mettere l’ultimo tassello del puzzle regalatomi per Natale. Chissà. Di certo il mio primo vero approccio con il mondo musivo l’ho avuto tra i banchi di scuola e, più specificatamente, presso l’ISA Roma 2 dove mi sono diplomata in Discipline Pittoriche, corso nel quale vi era per l’appunto l’insegnamento del mosaico. Da qui il passo è stato breve, mi sono trasferita a Ravenna dove ho frequentato il triennio all’Accademia di Belle Arti per poi continuare con il biennio di specializzazione, ovviamente in mosaico.

Perché il mosaico oggi? Nell’immediatezza mi verrebbe da rispondere con un : perché no?

Certo i tempi di realizzazione sono lunghi e forse possono sembrare contrastanti con l’attuale società del tutto e subito e stridere con le nuove tecnologie sempre più presenti nel mondo dell’arte contemporanea, ma ciò non vuol dire che non possano coesistere e volendo anche interagire. C’è da dire che molti artisti dei nostri giorni utilizzano il mosaico in maniera inconsapevole, argomento di cui si è parlato alla conferenza “I Mosaicisti incontrano gli Architetti” svoltasi qualche giorno fa al Mar ma che andrebbe di sicuro approfondito. Gli esempi sono molteplici, uno su tutti il caso di Vik Muniz, artista eclettico che realizza, tra le altre, enormi e suggestive installazioni assemblando materiali di differente origine e natura. A questo punto la domanda su cui dovremmo indagare è un’altra. Cos’è il mosaico oggi?

 

Silvia Naddeo, Eat Meet, 2009

La tua poetica: iperreale e culinaria soprattutto, per quanto oltre ai tuoi biscotti, dolcetti e verdure hai fatto anche altri oggetti e totem, ma quella del cibo pare sia una tua via privilegiata: c’è gioco, ironia, passione? Ne puoi parlare liberamente.

So che all’apparenza possa sembrare strano, ma trovo che il mosaico come la cucina abbiano molti punti di contatto e similitudini rispetto al processo creativo. Un mosaicista, come del resto un cuoco, sceglie accuratamente le materie prime che utilizzerà per creare ed esaltare la propria opera.

Il taglio delle tessere non si discosta poi tanto dalla preparazione dei singoli alimenti, come poi  l’interazione che avviene tra di essi, l’attesa del risultato che si compone lentamente (e che a volte può richiedere l’aggiunta di un po’ più di condimento), fino al risultato finale che sfocia in un’esperienza di condivisione e nutrimento per i sensi.

Il rapporto tra mosaico e cibo si ritrova già in tempi remoti, basti pensare ai tanto ammirati asarotos oikos, ovvero i mosaici pavimentali impiegati nella decorazione dei triclini nei quali, attraverso una raffinata tecnica di illusione ottica, di richiamo al trompe d’œil, venivano rappresentati, in maniera elaborata, gli avanzi di un banchetto.

Ciò che più mi affascina,  per quanto riguarda la tematica del cibo, è tutto quello che si nasconde dietro ad un alimento o pietanza che sia, gli aspetti socio culturali a cui è legato e che lo contraddistinguono.

 

Silvia Naddeo, Eg(g)0, 2009

Mi fai venire in mente i bei libri di Massimo Montanari sulla storia del cibo…tornando a noi, fioccano i premi e i riconoscimenti dal MAXXI di Roma al più recente R.A.M. di Ravenna ad altri che forse hai già ricevuto o che verranno e meritatamente: sai che sono un tuo fan.

Ora, com’è cambiato il rapporto col tuo lavoro dopo questi successi? E infine ti chiedo quali sono a breve scadenza i tuoi progetti futuri.

 

È sempre piacevole ricevere dei riconoscimenti, se non altro sono un ulteriore input per continuare il proprio percorso, ma non sento di aver cambiato approccio con il mio lavoro che ad ogni modo è legato ad una  ricerca che va sempre più intensificandosi.

Per il momento gli impegni sono tanti ed alcuni sono già inseriti nel programma Ravenna Mosaico 2011, tra cui l’esperienza di Bibliomosaico, visibile dall’8 ottobre al 20 novembre 2011 presso le Edizioni del Girasole, in cui mi sono confrontata con l’idea del libro d’artista.

Il 5 novembre verrà invece presentato presso la Sala d’Attorre il mosaico del codice QR realizzato in collaborazione con la società Vista Tecnologie, che ne ha elaborato il progetto grafico,  per conto del Comune di Ravenna per promuovere la candidatura di Ravenna a Capitale Europea della Cultura, un interessante incontro tra tecnologia e mosaico.

Info e contatti: silvia.naddeo@gmail.com

Silvia Naddeo, Sweet Things (particolare_01), 2010

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