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Nel cuore nero del XIX secolo italiano, venne commesso un incredibile gesto di crudeltà nei confronti di un’indifesa famiglia ebrea bolognese da parte dell’agonizzante Stato pontificio (Bologna si sarebbe presto unita al Regno sabaudo nel marzo 1860 tramite plebiscito): la sera del 23 giugno 1858 il piccolo Edgardo Mortara, che avrebbe compiuto i sette anni il 27 agosto, venne sottratto di forza ai suoi genitori Momolo e Marianna e ai suoi sette fratelli dalla polizia su ordine dell’inquisitore Padre Feletti dietro denuncia dell’ex domestica dei Mortara di aver battezzato il bambino durante una malattia che credeva mortale. Tutto questo era falso e la donna solo un’ingrata vendicativa, ma bastò secondo la legge del tempo per avviare il sequestro e trasferire il piccolo “neocristiano” a Roma dove sarebbe stato educato al cattolicesimo e per sicurezza ribattezzato (dunque le autorità ecclesiastiche sapevano benissimo la malafede con cui stavano agendo), sino a diventare sacerdote e come tale morire nel monastero di Bouhay, vicino Liegi, nel 1940.

A nulla valsero gli appelli disperati della famiglia, il clamore che tale vicenda suscitò presso le corti di mezza Europa e il processo intentato sotto il Regno d’Italia all’ex inquisitore: Pio IX fu crudelmente irremovibile e a parte un breve incontro assistito non diede altri permessi di far rivedere il proprio bambino a dei genitori in sostanza distrutti.

Paolo Uccello, Miracolo dell’ostia profanata, 1467-1468, tempera su tavola, cm 43x351, Galleria Nazionale delle Marche, Urbino

Paolo Uccello, Miracolo dell’ostia profanata, 1467-1468, tempera su tavola, cm 43×351, Galleria Nazionale delle Marche, Urbino

Da secoli gli ebrei “deicidi” erano vittima dell’antisemitismo cristiano: senza citare gli studi fondamentali di Lev Poljakov, vengono in mente Il miracolo dell’ostia profanata di Paolo Uccello, lo straordinario Shylock shakespeariano, le persecuzioni della corona spagnola da Ferdinando II d’Aragona a Filippo II contro i marranos  o gli altrettanto orrendi pogrom dall’altra parte d’Europa, sino al caso Dreyfus nella civilissima Francia di fine ‘800.

E pur sapendo bene che il primo dovere di uno storico è sempre quello di contestualizzare avvenimenti e sentimenti altrimenti incomprensibili (la schiavitù nell’economia della storia antica, ad esempio), resta sorprendente il cieco accanimento dell’ultimo Papa Re nei confronti di questo bambino e della sua famiglia, come a voler dimostrare un potere ormai fuori dalla storia.

Vanni Cuoghi, Il caso Mortara, 2016, chine e collage su carta, cm 118x42

Vanni Cuoghi, Il caso Mortara, 2016, chine e collage su carta, cm 42×118

Steven Spielberg, basandosi sul libro di David Kertzer Prigioniero del Papa Re (The Kidnapping of Edgardo Mortara, 1997), girerà presto un film sull’accaduto e l’amico Vanni Cuoghi, nello splendido ciclo che lo scorso anno ha dedicato ai 500 anni del ghetto veneziano, ha ideato un’opera/libro d’artista con svolgimento orizzontale (forse memore della tavola uccellesca) sul caso Mortara di lugubre e calzante perfezione, così carica d’ombre e grigi e neri e azzurri plumbei (l’immagine è all’interno del catalogo Vanni Cuoghi. Da Cielo a Terra, testi di Ivan Quaroni e Riccardo Calimani, Ravenna 2016).

Ma è con piacere che in questo 27 gennaio desidero ricordare la madre di tutti gli studi senza il cui apporto non si saprebbe quasi nulla di una vicenda dimenticata anche a causa dell’orrore indicibile della Shoah, la storica Germana Volli col suo Il caso Mortara. Il bambino rapito da Pio IX pubblicato nel 1960 e recentemente rieditato dalla benemerita Giuntina di Firenze. L’attenzione, il rigore, la passione autentica e non faziosa per la storia e i suoi documenti rendono di stretta attualità la quarantina di leggibili e scorrevoli pagine di questo libro sia per gli accadimenti in esso descritti sia come esempio del lavoro di un vero storico che ha un solo fine: la verità.

Da sinistra: Riccardo Mortara (il fratello maggiore), la madre Marianna Padovani seduta e il figlio don Pio Edgardo Mortara, a Parigi nel 1878, primo incontro vent'anni dopo il rapimento. Tale immagine inedita è contenuta nel prezioso volume di Germana Volli e appartenente al fondo della figlia di Riccardo.

Da sinistra: Riccardo Mortara (il fratello maggiore), la madre Marianna Padovani seduta e il figlio don Pio Edgardo Mortara, a Parigi nel 1878, primo incontro vent’anni dopo il rapimento. Tale immagine inedita è contenuta nel prezioso volume di Germana Volli e appartenente al fondo della figlia di Riccardo.

 

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Ahi serva Italia, di dolore ostello,/ nave sanza nocchiere in gran tempesta,/ non donna di provincie, ma bordello!” Dante Alighieri,  Purgatorio, Canto VI, 76-78

Si è dato conto nel post precedente della memoria dovuta ad un grande italiano, Vittorio Foapater patriae senza ombra di retorica, figura intellettualmente onesta della sinistra non comunista.

Dunque una voce tuttora di riferimento, se fosse ascoltata dagli amorfi, quando non conniventi, PD e sindacati vari, in un frangente della nostra democrazia così buio come quello attuale, quando più che mai occorrerebbero coesione, voci unite e concretezza di proposte sul lavoro, il welfare, la maledetta precarietà (benedetta da quasi tutta questa classe politica e vigliaccamente battezzata col nome di un morto ammazzato, Biagi, che non aveva terminato né così pensato la legge che porta il suo nome), la tassazione e la riforma fiscale, il rilancio economico e d’immagine della nazione, le agevolazioni connesse per dare ossigeno alle imprese, ma anche pene certe e severe sull’evasione fiscale, le liberalizzazioni non selvagge, l’energia, la sanità, la famiglia tradizionale e non (e certo non quella dei blabla di convegni e family day, spesso promossi da gente indegna), l’istruzione ormai allo sbando (salvo i fondi abbondantemente elargiti per le scuole private), la ricerca azzerata dai tagli, i disgraziatissimi beni paesaggistici e culturali (più che emblematico l’ultimo crollo pompeiano, ovviamente sine culpa), cinema, teatro e cultura in generale vilipesa (del resto Bondi è un nulla e per Tremonti tutto ciò è men che inutile), il ritiro troppo a lungo rimandato dall’Afghanistan (ma qualcuno ha calcolato le spese per la Difesa degli ultimi dieci dodici anni, senza contare le perdite umane, civili e militari? Mentre in patria le forze d’ordine non hanno benzina, sebbene i politici non si neghino le scorte…), una legge elettorale non liberticida (ma quale partito la vuole veramente?), l’immigrazione, un federalismo equo e ragionato, la gestione rifiuti e dei problemi del Mezzogiorno, mafie anzitutto, etc., tutti frammenti di un Paese bloccato, specchio di un governo inerte, assente, incapace d’ogni agire nonostante la maggioranza schiacciante del 2008, essendo il suo capo sotto “ipnosi giudiziaria”, come l’ha denominata Paolo Mieli, e da anni ormai, per cui al volgo non spetta che “godersi” gli stacchi pubblicitari di Montecarlo, delle feste con le escort (ma non si chiamavano prostitute?), o del delitto della settimana, tutto pur di distrarre dagli impegni presi, dai problemi non risolti e cumulati.

Ma la responsabilità di questa impasse disastrosa è da attribuirsi anche alle mancanze della sinistra (dalla mai pensata legge sul conflitto d’interessi quand’era al governo per ben due volte, all’assenza di una ventina di deputati PD, grazie a cui è passato il famigerato scudo fiscale tremontiano del 2009 in favore dei grandi e grandissimi evasori, mafiosi inclusi, a numerose altre occasioni perse), che paralizzata dalla visione del proprio ombelico non trova soluzioni alternative serie da opporre ad una crisi economica devastante, al populismo ipocrita che impera e a cui compartecipa, alla notte di ogni etica, all’arroganza senza ritegno anzi alla violenza della politica, alla corruzione e al degrado dilaganti, trasversali (La casta di Stella e Rizzo è un must), oltre al connesso svilimento della magistratura, atto pericolosissimo, ormai quotidiano, cui si assiste come impotenti di fronte a certa maggioranza, al governo e ai media pubblici e privati direttamente loro rispondenti e asserviti.

Ora, di fronte a questo “regime di seduzione”, secondo la definizione dello storico Adriano Prosperi, autore della raccolta recente Cause perse (Torino, 2010), di fronte a sollecitazioni comunque positive sia all’interno del Partito Democratico, dove pure ci sono persone capaci (si pensi alle iniziative di quest’ultimo week-end del sindaco di Firenze Matteo Renzi), che in zone limitrofe (Vendola, il Movimento 5 stelle, il Popolo Viola), cosa fa il PD?

Alle regionali in Piemonte accusa Grillo e i suoi di avergli sottratto voti (come Di Pietro alle ultime politiche, del resto), anziché fare autocritica e capire perché quegli elettori delusi non possano né vogliano più votare PD: esattamente come si comporta il grande, si fa per dire, demagogo: è colpa dei comunisti, della stampa, della televisione, dell’Europa, delle toghe rosse, di Fini, dei propri coordinatori, mai una responsabilità propria. E chi non lo vota, è un “coglione”, ricordate?

Intanto s’avanza la Lega, questa sorta di nuova DC razzista, calata tra le valli, nella pancia delle valli, e dove arriva piazza i suoi in barba alla meritocrazia tanto sbandierata: la vicenda del “Trota”, neo consigliere regionale in Lombardia (come la Minetti, già igienista di Mr B., per il Pdl, ma i casi sono migliaia, essendo la norma, e in tutti gli schieramenti politici), è più che esemplare in questo senso. E poi continuare a urlare “Roma ladrona” o rinverdire battute tristi come SPQR, avendo propri ministri al governo, credo debba procurare ai dirigenti leghisti una sorta di libidine da fessaggine e creduloneria del proprio elettorato quasi senza pari.

Intanto, così temporeggiando, il PD, che negli anni ha cambiato molti nomi e nessuna faccia, ha definitivamente perso quasi per intero il nord del Paese, abbandonando amministratori capaci come Illy, Cacciari, la Puppato e Chiamparino, e da Roma, sostanzialmente, tacendo. Ogni tanto balbetta, quando proprio non può farne a meno perché l’ultimo bunga bunga di Mr B. è sotto gli occhi di tutti, ma resta vuoto come un guscio di noce, com’è nella sua natura del resto e laddove governa da decenni ininterrottamente, avendo creato una rete (come a Ravenna, ma sarà argomento di un altro post), non si comporta diversamente dal fintamente criticato Pdl o, si sarebbe detto in altri tempi, come nella vecchia, immarcescibile trinariciuta tradizione  baffoncomunista: tutti zitti, qui comando io, il Partito coi suoi vertici, so io chi va messo sulle poltrone e il resto del popolo… eseguire e basta! Avete presente le foto di Stalin sul podio coi suoi (lì almeno, ogni tanto, ne scompariva qualcuno “purgato”) e sotto migliaia di cittadini-compagni a sfilare.

Una strategia assai ben capita dall’imprenditore Berlusconi, che, in più, sa come indorare la pillola, anzi renderla vendibile, appetibile, richiesta: come ha intelligentemente spiegato Beppe Severgnini in La pancia degli italiani. Berlusconi spiegato ai posteri (Milano, 2010), egli è un grande assolutore: hai frodato il fisco? E che sarà mai… Hai violato una delle tante, troppe leggi? E che sarà mai… Sei andato con una minorenne o hai usato il sesso per fare carriera? E che sarà mai… Stracquadanio, deputato Pdl, docet (mentre se sei gay il problema c’è, dice il Premier, non potendo fare a meno delle sue irresistibili battute). Bisogna pur godersela la vita, no? Non come quei tristi comunisti…

A tutti dispensa ciò che più desiderano, l’assoluzione, non la soluzione: così ogni freno è saltato. Persino i cardinali giustificano le sue bestemmie e da pluridivorziato lo comunicano. Pazienza per chi non sa approfittarne.

Certo, ogni tanto qualcuno tira fuori del marcio vero, come l’ottimo Report di Milena Gabanelli sull’affaire Antigua, lo scorso 17 ottobre… Masi e ma no, si vedrà di farla tacere (basti vedere le vicissitudini per la messa in onda di Vieni via con me: a proposito, splendido l’intervento di Saviano su “Falcone e la macchina del fango” e visto lo share ottenuto dalla trasmissione, ci sarebbe molto da discutere sul fatto che gli italiani vogliono solo tv spazzatura e reality).

C’è un rimedio possibile, ipotizzabile a questo precipitare che pare senza soluzione di continuità, anche per scongiurare che, alla vigilia del 150° dell’Unità, l’Italia si spacchi in due, tre, cinque, venti pezzettini malridotti e difficilmente ricucibili? Sì, auspicabile quanto meno: ripeto, la responsabilità e l’inazione del maggior partito d’opposizione sono grandi: quando capiranno di non contentarsi del disco rotto e vacuo dell’antiberlusconismo, palliativo ormai consunto, e, anziché proporre nuovi fallimentari ulivi (ancora altre sigle? Pure vecchie…), renderanno noto cosa vogliono seriamente fare in merito ai problemi gravissimi di questo assai malconcio Paese (e solo un amore altrettanto disperato mi spinge a esprimermi così), coalizzando in un programma vero gli sforzi riformisti, con alternative plausibili e ben comunicate, finalmente Mr B. apparirà agli italiani, certo non a quelli che ne ricevono benefici e prebende, ma a tutti gli altri (e sono la maggioranza da riconquistare), per quello che è: un satiro invecchiato, corrotto, ricco certo, ma solo, un Hook spielberghiano imparruccato e truccato per nascondere gli anni, amico, ça va sans dire, di altri pirati quali Bush jr, Putin, Lukašenko e Gheddafi, e terrorizzato dalla giustizia famelica del coccodrillo.

Certo, per fare questo c’è bisogno di un atto di coraggio da parte della dirigenza attuale del PD: mettersi definitivamente da parte (come già richiesto otto anni fa a Piazza Navona dal regista Moretti e dai girotondisti). Contentarsi di consigliare eventualmente e nulla più, come gli ex leader di tutte le democrazie occidentali che sono davvero tali.

Così forse questa favola brutta, durata anche troppo a lungo, potrà avere una fine e ricominceremo a sognare, a costruire la realtà.

Ps. . Il senso delle opinioni espresse in questa pagina non vuole essere la rassegnazione alla denuncia qualunquista. Certo, toccando tanti e tali argomenti, il rischio della retorica da bar c’è. Ma le sono superiori e credo, spero, siano emerse chiaramente, la rabbia e lo sdegno, soprattutto la voglia di cambiare, animata dal mio essere e pensare da libero, forse sbagliando, ma senza tessere o mani da dover baciare.

Né la conclusione voleva essere bonariamente e ingenuamente speranzosa circa le virtù civiche nostrane: secolare è la tradizione amorale italica, favorita anche dalla gerarchia ecclesiastica, come ricordato più e più volte da Dante a Machiavelli, da Guicciardini al Leopardi del Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani e così via, dal sistema clientelare dell’antichità a quello fascista, sino ai giorni nostri telecratici. Eppure, non si può tacere, se non per speranza, per disperazione.

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