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La Madonna sul colle Gaj a Primosten, Croazia, 2017

Premessa: quello che segue è il mio testo critico e prefazione al catalogo Primošten Gospa od Loreta, a cura di Vanesa Varga (Primošten 2017). Desidero ringraziare l’artista e professore Milun Garcevic per avermi coinvolto in questo bellissimo progetto.

La Madonna di Loreto sul colle Gaj a Primosten

di Luca Maggio

“Sgomento d’ogni sgomento,/ recare i Cieli nel mio grembo.” W.B.Yeats, La madre di Dio

“Torna da noi, Madonna, torna da noi con tuo figlio!” A. Bonifačić

La vita riserva non poche sorprese non sempre positive e di fronte ad alcune difficoltà si possono avere dubbi, timori, paure persino. Si può pensare di ritirarsi perché talvolta il coraggio rischia di dissolversi proprio quando la battaglia incalza o l’incertezza per noi o i nostri cari diventa intollerabile. Le forze cedono e non si sa se procedere e come aiutare chi ci sta a cuore, come dissipare la nuvola di dubbi che tiene prigioniera la nostra mente e non permette di agire. Non a caso il poeta latino Lucrezio all’inizio del secondo libro del suo capolavoro Sulla natura delle cose scrive: “È bello, quando sul vasto mare i venti sollevano le acque,/ seguire da terra la disperata lotta altrui;/ non perché sia un dolce piacere che qualcuno sia in pericolo,/ piuttosto perché è dolce rendersi conto di quali mali tu sia privo.”[1]

Ma quando tocca a ognuno di noi affrontare la tempesta? Siamo esseri umani e abbiamo bisogno di sogni da realizzare e di conforto lungo il cammino. A chi rivolgere le prime preghiere di aiuto per imparare a muovere i passi iniziali di quel tempo breve o duraturo che chiamiamo esistenza? Anzitutto alla figura materna, dispensatrice di vita e amore che da sempre accompagna l’uomo. E il bacino del Mediterraneo ne è culla preziosa nei riferimenti paleolitici e neolitici alla Grande Madre, come alle sue declinazioni nelle divinità di diverse culture con altrettante differenti funzioni, da Ishtar a Demetra, da Mater Matuta a Iside. Quest’ultima in particolare è stata talvolta associata alla Vergine Maria cristiana sia per il colore nero di alcune sue rappresentazioni (Iside è la notte che partorisce la luce di Horus, divinità solare), sia per la maternità di alcune sculture che la ritraggono nell’atto di allattare il figlio.

La Madonna sul colle Gaj a Primosten, Croazia, 2017

La Vergine di Loreto è una delle tante e antiche Madonne nere sparse per il mondo e il suo culto raggiunse Primosten in Croazia nella prima metà del XIX secolo: una sua immagine è tuttora venerata e ogni anno festeggiata nella chiesa di St. Juraj quale protettrice di tutta la popolazione. Un vero e proprio patto di amicizia lega inoltre Loreto e Primosten dal settembre del 2011 e l’anno successivo ha avuto origine l’imponente progetto che è stato solennemente inaugurato nel maggio 2017: sul colle Gaj che domina la cittadina dalmata è stata realizzata una statua in onore della Madonna lauretana di ben 12,5 metri, che diventano 17,5 se si considerano anche le scale d’accesso e il piedistallo.

La Madonna sul colle Gaj a Primosten, Croazia, 2017

L’opera ha impegnato con i rispettivi collaboratori l’architetto Aron Varga e il professor Milun Garcevic, docente di Mosaico presso l’Accademia di Belle Arti di Zagabria, che ha ideato una decorazione musiva di sfolgorante bellezza per l’intero manto esterno della Vergine (una superficie di ben 90 metri quadrati), oltre che per il pavimento (22 metri quadrati) della cappella sottostante la statua e raffigurante i quattro fiumi della Genesi che proseguono anche sul piazzale esterno del luogo consacrato, quasi divenendo raggi di luce che si spandono alla base dell’intera costruzione, a sua volta da intendersi come faro di luce e fede per chiunque la visiti da vicino o la veda dal mare.

La cappella sotto la statua con i quattro fiumi biblici

In particolare il tema dei quattro fiumi (Pison, Gihon, Tigri, Eufrate), che secondo il racconto biblico segnavano i confini del mondo e a loro volta si dipartivano dall’unico corso d’acqua che Dio aveva posto in Eden[2], è assai antico e lo si ritrova ad esempio nei mosaici bizantini del VI secolo nell’abside di San Vitale a Ravenna, dove simboleggia la potenza eterna di Cristo come signore della storia[3], come nel particolare di un’altra abside a mosaico più tarda (XII secolo) nella basilica di San Clemente a Roma, dove due cervi, allegorie dell’anima del credente[4] e insieme figure cristologiche[5], si abbeverano a quelle fonti originarie del creato stesso.

La cappella con i quattro fiumi biblici (particolare)

Del resto anche nella cappella di Primosten, dove l’immagine dei fiumi biblici, ossia l’acqua primordiale della vita, è risolta con tessere di quarzite brasiliana dai diversi colori (azzurro, rosso ferroso, verde, ambrato), che partendo da un altare-monolite centrale in pietra formano un disegno sinuoso su cui compaiono le iscrizioni in ebraico con i quattro nomi fluviali, la tradizione veterotestamentaria si lega con un altro antichissimo motivo cristiano e neotestamentario, quello del pesce.

La cappella con i quattro fiumi biblici: Pison

La cappella con i quattro fiumi biblici: Gihon

Qui infatti i quattro pesci, sempre in mosaico e nuotanti in ciascun fiume, richiamano significati molteplici: l’etimologia cristologica dell’acrostico greco Ichthys[6], la chiamata di Gesù rivolta a Simone e Andrea[7], l’allegoria del “pesce-buon cristiano” che rinasce nella piscina battesimale come testimoniato da Tertulliano[8], mentre Clemente Alessandrino si rifà al Cristo pescatore di uomini[9].

La cappella con i quattro fiumi biblici: Tigri

La cappella con i quattro fiumi biblici: Eufrate

L’esterno della cappella a tronco di cono è rivestito in granito verde-mare, tonalità chiara in accordo con la delicatezza cromatica del mantello della Madonna (oltre a sposarsi col verde dei vigneti e della vegetazione circostante), mentre l’interno riceve costantemente la luce solare grazie a delle finestre-feritoie verticali che corrono da est a ovest, dunque seguendo il corso dell’illuminazione naturale.

Sopra questo possente basamento che poggia su quattro pilastri, si trova l’anello di congiunzione con la statua vera e propria, anch’essa di forma conica o “a campana” sia come l’originale Vergine di Loreto, sia come alcuni splendidi minareti musulmani[10], poiché l’elevazione verso la luce di Dio non conosce confini religiosi e l’arte ne è un suo ponte privilegiato. Del resto, se la parola “ponte” è nell’etimologia stessa del nome Primosten, non bisogna scordare che il Corano dedica alla Madre di Gesù l’intera Sura 19 e così la definisce nel XII secolo il grande mistico iraniano Rûzbehân Baqlî: “Lei fu fatta per portare l’altissima Parola e la Luce dell’altissimo Spirito. Quando si trovò incinta, perché attraversata dal riflesso della bellezza dell’Eterno, si appartò dalle creature, mettendo la sua gioia nell’unione con la realtà.”[11]

La Madonna sul colle Gaj a Primosten, Croazia, 2017

Quest’opera non è solo un faro di splendore luminoso per i mosaici e il significato spirituale che la caratterizzano, ma è anche ponte fra le due sponde dell’Adriatico, come scrisse Ivo Andrić: “…tutto ciò che questa nostra vita esprime – pensieri, sforzi, sguardi, sorrisi, parole, sospiri – tutto tende verso l’altra sponda, come verso una meta, e solo con questa acquista il suo vero senso. Tutto ci porta a superare qualcosa, a oltrepassare: il disordine, la morte o l’assurdo. Poiché tutto è passaggio, è un ponte le cui estremità si perdono nell’infinito e al cui confronto tutti i ponti di questa terra sono solo giocattoli da bambini, pallidi simboli. Mentre la nostra speranza è su quell’altra sponda.”[12]

La statua di questa Madonna è costituita da otto sezioni, sei per il mantello, una per le teste di Maria e del Bambino e infine l’ultima con la corona a tre croci croata, che ricorda il numero della Trinità, come quello dei raggi mosaicati che partono dal capo di Gesù sull’aureola che ne circonda il volto.

La Madonna sul colle Gaj a Primosten, Croazia, 2017

I due santi ritratti sono in cemento armato successivamente verniciato in grigio-marrone e protetti da un rivestimento trasparente, come del resto tutto il mosaico della statua, e sono opera dello scultore Nikola Vidrag, il quale per Maria si è ispirato al rinascimento fiorentino e alla Proserpina del neoclassicista statunitense Hiram Powers, mentre per Gesù ha guardato a Donatello. Il loro colore scuro, oltre a inserirsi nella tradizione delle Madonne nere, ricorda la preziosità dell’ebano ma è anche simbolo di umiltà, di richiamo alla terra, che insieme all’acqua e alla luce forma la vita sul nostro pianeta: non a caso essi sono i tre elementi fondamentali più volte citati in quest’opera.

La Madonna sul colle Gaj a Primosten, Croazia, 2017

La ricchissima decorazione musiva del manto, ottenuta grazie a un uso sapiente di tecniche[13] e di materiali svariati dai colori chiari (marmi, quarzi, specchi e vetri musivi anche in oro e argento), scelti e disposti per riflettere più luce possibile come la pioggia di tessere specchianti sul velo del capo della Vergine, qualità che sarebbe forse piaciuta allo Pseudo-Dionigi l’Areopagita (“In verità la Luce è del Bene ed è immagine del Bene: così si celebra il Bene dicendolo Luce”)[14], spazia dai classici simboli mariani come il monogramma con la doppia M intrecciata, la stella e la rosa, a giochi di geometrie simmetriche che rimandano all’intera storia del mosaico, dall’Eanna[15], il tempio mesopotamico di Inanna originariamente a Uruk, alle eleganze delle decorazioni islamiche, sino alle linee curve, fluenti e quasi calligrafiche dei racemi come dello stile armonico di Milun Garcevic.

La Madonna di Primosten dunque risplende da lontano con i movimenti che la luce compie sulla sua superficie e ricorda a ogni visitatore la sua presenza protettiva, così ben espressa nell’antica Liturgia bizantina delle ore: “Salvami, Signora, per la tua intercessione e concedimi di alzarmi dal sonno tenebroso per dare gloria a te con la potenza del Figlio di Dio che da te ha preso carne.”[16]

E se anche non si fosse credenti, questa figura che avvolge in un grande e candido manto suo figlio ricorda a tutti il dovere di custodire la vita, specie degli indifesi, come un bozzolo di farfalla che sta per aprirsi e un giorno spiccare il volo.

La Madonna sul colle Gaj a Primosten, Croazia, 2017

 

Note:

[1] Tito Lucrezio Caro, De rerum natura, II, 1-4: “Suave, mari magno turbantibus aequora ventis,/e terra magnum alterius spectare laborem;/ non quia vexari quemquamst iucunda voluptas,/sed quibus ipse malis careas quia cernere suave est.”

[2] Genesi, 2, 10-14.

[3] G. Montanari, Mosaico, culto, cultura. La cultura religiosa nei mosaici delle basiliche ravennati, Ravenna 2000, p.37.

[4] “Come la cerva anela/ai corsi d’acqua,/ così l’anima mia anela/ a te, o Dio.”, Salmo 42,2.

[5] Secondo Ambrogio e, dopo lui, Agostino, il cervo-Cristo vince il serpente-Satana, sempre rappresentati nel sopracitato mosaico in San Clemente a Roma, in G.-H. Baudry, Simboli cristiani delle origini, I-VII secolo, Milano 2009, pp.106-107.

[6] Ichthys: Iesous Christos, Theou Yios, Soter ossia “Gesù Cristo. Figlio di Dio, Salvatore”. Non si sa chi abbia inventato questo acrostico, ma Agostino riferisce di averlo letto in un testo greco della Sibilla di Eritrea, in G.-H. Baudry, 2009, pp.41-42.

[7] “Seguitemi, vi farò pescatori di uomini.”, Matteo, 4, 18-19.

[8] “Noi, piccoli pesci, che prendiamo il nome dal nostro Ichthys, Gesù Cristo, nasciamo nell’acqua e solo rimanendo in essa siamo salvati.”, Tertulliano, Il Battesimo, 1,3.

[9] “Pescatore di uomini, di quelli che hai salvato dal mare del vizio; i pesci puri dall’onda avversa trai alla vita amabile.”, Clemente Alessandrino, Il pedagogo, III, 12, 101,3.

[10] Ad esempio i minareti di Emin a Turfan  nello Xinjiang cinese, l’Islam-Khodja e il Kalta-Minor a Khiva in Uzbekistan o la Torre di Burana in Kirghizistan.

[11] R. Baqlî, Commento al Corano, 2,7.

[12] I. Andrić, Racconti di Bosnia, 1963 (Roma 1995).

[13] In particolare: : opus incertum, opus regulatum, opus reticulatum, opus listatum.

[14] Pseudo-Dionigi l’Areopagita, De divinis nominibus, IV, 4, in I mistici dell’Occidente, Vol. I, a cura di E. Zolla, Milano 2003, p. 447.

[15] Letteralmente la “Casa del cielo”, i cui resti sono oggi conservati al Pergamonmuseum di Berlino.

[16] Maria. Testi teologici e spirituali dal I al XX secolo, a cura della Comunità di Bose, Milano 2000, p.403.

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Auguro a tutti un’estate serena e un po’ più fresca! Vi saluto con Lucrezio, ci rivediamo a settembre.

Luca

 

Postremo quodvis frumentum non tamen omne

quidque suo genere inter se simile esse videbis,

quin intercurrat quaedam distantia formis.

Concharumque genus parili ratione videmus

pingere telluris grenium, qua mollibus undis

litoris incurvi bibulam pavit aequor harenam.

Quare etiam atque etiam simili ratione necessest,

natura quoniam constant, neque facta manu sunt

unius ad certam formam primordia rerum,

dissimili inter se quaedam volitare figura.

 

Tito Lucrezio Caro, De rerum natura, II 371-380

 

Se osserviamo la spiga di un cereale qualsiasi

ogni seme, a guardarlo, appare diverso dall’altro

e ogni specie dispone di forme diverse.

Né sono uguali fra loro le belle conchiglie

abbandonate sul lido alla carezza dell’onda

che torna a spianare la sabbia or ora increspata.

Ciò vale per tutte le parti che sono alla base

di quanto crea la natura: esse non sono pensate

come le opere umane, seguendo un solo modello,

ma vanno volando nel vuoto in molti aspetti diversi.

 

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Foglie di Luca Maggio

Doppia personale, l’idea di Felice: due artisti differenti per età e provenienza in dialogo-confronto.

Takako, Sara e le Foglie: le persone e il tema da me scelti per questo viaggio comune.

Foglie, dunque: l’una ha trovato una scrittura arborea e terrestre, lucente in loro assenza evocativa. L’altra, innamorandosi dell’immagine conchiglia-foglia di mare, ne ha tratto un tutto-pieno in apnea atemporale.

Sulle foglie e altre mimesi[1]

“Se è vero che un giorno perderemo tutto/ serbando in noi l’oro delle foglie” Vesna Parun

Da parete a parete l’occhio cammina su lucori d’oggetti inutili, l’arte, e riconosce le più piccole gemme, doglie di primavera che per nascere si nascondono lasciandosi cadere nella morte colorata d’ogni autunno, quando il tronco nudo dà attenzioni le più minute alla vita d’inverno, alle luci fievoli, al calore tenue che pure giunge in linfa sotto le zolle compattate dal gelo sino all’apice, prima della primavera.

Poi, altre cose si posano, sospese: foglie sui rami e ali sull’aria, le ombre sul corpo. È l’epica silenziosa delle foglie, che s’abbeverano di sole e pioggia e nel cuore umbratile delle pinete vanisce l’umano e allenta il tempo[2], che non è linea né curva, ma un incessante interagire granulare[3].

Esseri minimi s’affollano sulle foglie, su vene e arterie, linfocanali evidenti in controluce, come i miliardi di cellule quadrangolari che senza sapersi collaborano al mutare della vita, al colore e alla stagione, al calore e alla definizione.

I ricordi, anche d’artista, mistificazioni involontarie, auto-mitologie di pomeriggi estivi e tardi, o dell’attimo prima d’assopirsi, i ricordi che sanno d’ingannare chiamano ognuno al proprio gioco, chiedono tempo da restituire in melanconie saporose affette da immagini e parole per colmare il tempo stesso, e farlo poi marcire come fiore o frutto di luce decaduto. Si è così all’oro d’un autunno al femminile, odore vago, klimtiano, di noci il cui gheriglio si circonda di cornici. Non resta che mangiare, uccidere, ricominciare.

Il sorriso di Afrodite permea ogni attimo ogni pulviscolo che accade anche solo se pensato e tutto avvolge come un unico mistero di luce e pietra e carta e vetro. Nulla lascia alla fuga di Orfeo.

Takako Hirai, Komorebi, 2017, marmi, sassi di fiume, smalti, malta

Chi s’addentra nel bosco non vede le chiome d’alberi ma avverte l’incanto del fruscìo. Il resto è Komorebi ovvero “la luce che cade dalle foglie” e dall’alto trabocca come un eccesso liquido e getta sui corpi distesi ombre verdi, polle di tessere che non originano dalla terra ma da fenditure che s’insinuano nel fogliame non visibile e lo attraversano in ipotenuse lucenti.

Takako Hirai, Lùcono, 2017, vetri, gesso

Quello dei tempi recenti di Takako Hirai è un riflettere sui riflessi del vetro, dunque un ragionare di luce mai barocca né ostentata, che anzi si lascia cogliere pudicamente, per caso quasi, preferendo emergere nascosta da nevicate gessose in frammenti trasparenti, isolati, appena sporgenti, e luccicare solo se l’occhio ne sa cogliere i bagliori finissimi (Lùcono), rilucenze che s’infittiscono nel minuzzarsi e s’inseguono nel “mare degli alberi” o Jukai, foresta zen-ernstiana, Stonehenge da scacchiera, intagliata con delicatezza feroce quanto infinitesima col cutter in legnetti d’abete, pino, faggio.

Takako Hirai, Jukai, 2017, vetro, alabastro, onice, legni

E sopra ogni totem, incastonata o appoggiata, una tessera vetrosa sempre sagomata col cutter, strumento della giovinezza dell’artista, nostalgia e dunque ritorno alla gioia della prima età con la difficoltà e il dolore felice del taglio, per trovare una quiete forse possibile nel rifugio del ricordare derive d’erba[4], per i più da estirpare e per Takako da salvare nel segno mimetico del disegno (L’erbaccia mia), essendo parte dei prati una volta ancora della sua infanzia. Nulla si esaurisce di ciò ch’è verde nella memoria.

Takako Hirai, L’erbaccia mia , 2017, lapis, carta

 

Sara Vasini, Avant que je m’ennuie, 2017, tecnica mista in oggetto già fatto

Sara muove dal cercare conchiglie che il mare rifiuta sulla battigia e lei fiuta e accoglie nelle sue tasche per portarle piene in terra, all’opposto del gesto ultimo della Woolf, e le intende come foglie cadute del mare, da ridurre in lamine-tessere sottili per comporre vortici danzanti d’andamenti musivi che riempiano tutto il breve spazio dei supporti suoi che hanno invece vastità di mondi e non sopportano (o temono) i buchi neri del nulla che circonda le opere, ma che se trovasse spiraglio le farebbe implodere. Ecco l’horror vacui barocco della Vasini nelle cornici di Avant que je m’ennuie, labirinto-autoritratto quanto mai autentico – Sara non sa fingere – , dov’è bloccato allo scorrere del tempo ogni accesso e dove ingresso e uscita coincidono (impossibili) in ogni punto e i rari momenti colorati non sono che inganni.

Sara Vasini, Avant que je m’ennuie (particolare), 2017, tecnica mista in oggetto già fatto

Necessità centripeta di riempire e riempire per tutto tenere – e proteggere – e nulla lasciar fuggire è anche il suo calligrafare (ma qui la giunzione con l’oriente è casuale, nata ben prima di questa mostra essendo da anni parte del percorso dell’artista) riscrivendo l’Ulysses di Joyce[5], privando le parole-tessere della crenatura ovvero dello spazio-vuoto-interstizio fra esse in un grandinare di segni-foresta impenetrabili e inerenti il romanzo-flusso della modernità, che pure copre un giorno solo di durata per centinaia di pagine, fogli-foglie, ora arabesco cartaceo da parati, su cui l’occhio cammina da parete a parete.

Ps. A mia madre, scomparsa un anno fa, dedico questa pagina, scritta ascoltando Cantéyodjayâ e Petites Esquisses d’oiseaux di Olivier Messiaen, nel giugno 2017. 

Sara Vasini, What did you do in the Great War, Mr Joyce?I wrote Ulysses. What did you do?, 2014-2017, work in progress, inchiostro su carta

 

Foglie – Doppia personale: Takako Hirai e Sara Vasini

a cura di Felice Nittolo e Luca Maggio

niArt Gallery, via Anastagi 4a/6 (Zona Porta serrata) Ravenna

dal 24 giugno all’8 luglio 2017

orari: martedì, mercoledì 11,00- 12,30; giovedì, venerdì 17,00-19,00; sabato 11-12,30 /17-19

Web : www.niart.eu

NB. In galleria è disponibile la fanzine della mostra numerata da 1 a 300 e firmata da artisti e curatori.

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[1] Per Platone la mimesi artistica umana non era apprezzabile in quanto corruttrice e ingannatrice (Sofista), essendo copia della realtà che è già copia dell’idea, a meno che non fosse indirizzata verso precisi scopi didattici (Repubblica). Aristotele invece rivaluta il concetto poiché non solo l’arte è catartica, ma la mimesi procura il piacere della conoscenza (Poetica, 1448b 5-15) e l’artista non si limita a imitare, ma partecipa al creare stesso attraverso la sua téchne, che è “una disposizione produttiva accompagnata dalla ragione” (Etica Nicomachea, 1140a 7). Fatta salva l’utilissima e libera inutilità dell’arte, questa pagina è filoaristotelica.

[2] Come non citare The Peregrine (1967) e  soprattutto The Hill of Summer (1969) del pressoché sconosciuto John Alec Baker: “La collina riposa su un giaciglio di silenzio profondo. La luce del mare irrompe con un chiarore di ali pallide. I pioppi sono immobili. Brillano le foglie lisce dell’anserina (…).”, L’estate della collina, Palermo 2008, p.158.

[3] È (quasi) impossibile dare una definizione esaustiva di cosa sia “realmente” il tempo. Per comprendere meglio la questione: C. Rovelli, L’ordine del tempo, Milano 2017, in particolare pp.73-82, 107-111, 163-171.

[4] Premetto che questa nota è solo online: mi sono reso conto solo ora (settembre 2017) dopo la pubblicazione di questo mio testo sulla fanzine della niArt lo scorso giugno, che ho inconsapevolmente usato nel mio scritto almeno un paio di espressioni di Emilio Villa presenti nello splendido Sambonet 22 cause+1 (edizioni del Milione, Milano 1953), da me acquistato molti mesi fa (se non nel 2016). Evidentemente quelle parole sono scese a fondo nella falde del mio sentire. Dunque, “derive d’erbe” e “nulla si esaurisce di ciò è azzurro” sono di Villa. Non appena mi sono accorto del “prestito”, ho ritenuto doveroso dichiararlo. Spero non vi siano altri debiti: nel caso, farò valere la mia buona fede sulle bizzarrie della memoria.

[5] Il titolo completo di questo work in progress (peraltro espressione joyciana) di Sara Vasini è What did you do in the Great War, Mr Joyce? I wrote Ulysses. What did you do? (2014-2017).

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pagnani e battistini a venezia

Premessa: di seguito pubblico il testo che ho scritto per Mattia Battistini in occasione della collettiva veneziana Friends – Free Ends a cura di Robert C. Phillips.

Caleidoscopio Battistini  (di Luca Maggio) 

Ecco rinnovate cose di Mattia Battistini, nate nella sua città d’origine, Ravenna, dov’è tornato a vivere da qualche anno dopo migrazioni varie, ché nel cammino d’un artista la strada è corso d’opera perenne, un farsi-disfarsi continuo come onde sulla bibula harena[1].

Per anni ha abitato, à rebours, Firenze e Roma e i sobborghi maghrebini di Parigi, in un cumulo di volti, immagini, pagine e storie da mutare in colori attraverso le terre sue semplici o cere o pastelli oleosi poi graffiati, ché poco basta a rinnovare l’incanto se si è.

Oggi più che mai è artista maturo, emancipato da quei modelli che pure attraendolo (Marc, Malevič, Luzzati), mai sono stati un limite, al più spunti per solchi-unghiate dirompenti, costruite partendo dal sostrato più o meno inconscio al suo primo agire, il nucleo bizantino dei mosaici ravennati con la bidimensionalità di figure e scansioni spaziali, resa però in movimento dall’approccio con la sua vita delle forme[2].

Mattia Battistini, Senza titolo, 2008

Mattia Battistini, Senza titolo, 2008

E cosa si dicono i personaggi di Mattia?

Una volta mi ha confidato: “A me interessa il racconto”. Facce, dunque, mani, re e pezzenti, avventori misteriosi e quotidiani, pifferai incantatori e bestie, giraffe cavalli lupi gatti e donne, una molte donne e sessi e occhi e frammenti d’umano in collage, e carte, carte, sempre tante per terra nel suo studio, fra le tele che non sempre sono tali ma, appunto, fatte di carta.

Come in un fumetto, non so immaginare Mattia separato dalla sigaretta immancabile e gli occhi allungati da gatto, egli stesso personaggio e dio fuoriuscito dalle sue superfici, fra tutte quelle linee oblique e marcate, angoli acuti, triangolazioni che si compongono come un puzzle che sembra ma non è impazzito, semplicemente è vivo e cambia, assume le metamorfosi che capitano a tutti se solo si fosse più attenti per accorgersene (come tanti poveri Firs nel finale del Giardino čechoviano), ed è un bene che un po’ cada, vada perso quel suo colore di terre pure così delicate e sporche, che è la cosa stessa della vita di cui sono imbevute le cose sue, personaggi come fumi di sigaretta o della mente si staccano nell’aria, sembrano fermarsi sulla carta ma già evadono, ingrandiscono volume e movimenti con gli anni, ma dove mai andranno, vogliono scappare? Quasi gli stesse stretto quel limite che per natura c’è al quadro, al racconto, persino, pare, ai sentimenti, oltre cui si può solo impazzire, lasciarsi andare senza fine.

Mattia Battistini (foto Luca Maggio)

Mattia Battistini (foto Luca Maggio)

[1] Lucrezio, De rerum natura, II, 376.

[2] Questa espressione riprende il celebre saggio di Henri Focillon Vie des Formes (Paris 1943), che si addice al lavoro di Mattia Battistini.

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Premessa: sabato 21 marzo, primo giorno di primavera, questo blog ha compiuto cinque anni. Sono lieto di festeggiarne il compleanno pubblicando questo mio inedito su Lampedusa, una grande opera di un grande artista, Marco Bravura.

Marco Bravura, Lampedusa, 2014, cm 200x250

Marco Bravura, Lampedusa, 2014, cm 200×250

“Languore d’inverno:/ nel mondo di un solo colore/ il suono del vento”, Matsuo Bashō

Che resta, alla fine? Qualche oggetto a dire che siamo stati. Perché le cose che crediamo di possedere hanno in realtà vita assai più lunga dei loro proprietari, come qualunque corredo funebre di tomba antica può testimoniare o come Borges, il sublime, scrisse nel finale di Las cosas[1]: “Dureranno più in là del nostro oblio; non sapranno mai che ce ne siamo andati”.

In apertura della medesima poesia è invece posto un elenco (“Le monete, il bastone, il portachiavi/… le carte da gioco e la scacchiera,/ un libro e tra le pagine appassita/ la viola…), cose appartenute all’autore che ne tracciano un ritratto più intimo di mille pagine biografiche, perché “gli oggetti assumono la funzione di veri e propri compagni nella vita emozionale. Noi pensiamo insieme a loro, loro vivono con noi mentre noi pensiamo”[2].

E quali cose vediamo nell’opera Lampedusa di Marco Bravura? Un elenco sparso e raggelante nel suo disordine armonico di oggetti d’uso quotidiano dei migranti in fuga dalle coste libiche[3] che sono al contempo metafora di se stessi, potendo provenire da qualsiasi altra parte del mondo: cose, insomma, ritrovate sulla spiaggia di Lampedusa, una volta ancora unici testimoni sopravvissuti ai corpi dei loro ex possessori ormai inghiottiti dal mare: bambolotti, cappelli, sandalini e scarpe, un coniglietto di peluche, un barchetta giocattolo, un cucchiaio, bottiglie e borracce, un biberon, flaconi e qualche recipiente di plastica, bicchieri e uno spazzolino.

Tutto ricoperto da tessere bianche. Accecanti. Una porzione di ex vite fermata con la colla e col mosaico che definitivamente blocca imitando ciò che dovrebbe essere il moto perpetuo per eccellenza, quello delle onde marine, qui sospese come un ossimoro spaziale e temporale, in una porzione di attimi, minuti, ore che in realtà sono per sempre: le stesse onde che poco prima hanno compiuto la strage, sembrano ora carezzare questi oggetti abbandonati sulla bibula harena[4] lucreziana, sulla sabbia che s’imbeve incessantemente. Ma tutto è rigido, fermo, morto. Come le maschere di cera degli antenati in uso nelle domus romane.

Anche l’impiego del bianco uniforme pare un ossimoro nella storia di un autore come Bravura che ha fatto della bellezza e dello scintillio dei colori quasi una cifra stilistica. Ma il bianco è qui una necessità funeraria, come in Guernica: queste cose disposte a formare una danza macabra contemporanea, sono più eloquenti delle foto dei corpi straziati, come le immagini dei cumuli di scarpe, vestiti e valigie di Auschwitz, bianche come ossa scarnificate, più bianche dei gessi dei morti pompeiani, bianche e candide come i gigli che annunciavano l’arrivo della pallida Morte nella pietà popolare d’occidente, bianche come il lutto dell’estremo oriente, come la tempesta di neve che tutto copre e annienta in uno dei Sogni[5] di Kurosawa.

Perché il bianco, somma di tutti i colori, è per definizione un non colore e sembra dunque cancellare le identità e il mana[6] stesso, la forza spirituale degli oggetti, non importa quanto poveri, che una madre o un padre potevano aver donato al proprio figlio o si erano portati via da casa prima della tragica odissea.

Eppure, proprio grazie allo sconcerto di questo abbandono che Bravura propone come un pugno chiuso agli occhi di abbia coscienza, questi resti benché banali assurgono a rituali in quanto memori del sacrificio appena compiuto e ricordano a chiunque li guardi con coraggio di avere avuto un’anima, di essere stati cose vive per i vivi: per questi ultimi non si può che pregare come fece Marziale per la bimba Erotion[7], che il mare pesi poco su di essi che poco o nulla pesarono su di lui, e che, alfine, seguendo l’immaginazione degli Etruschi, ritrovino tutti la pace che fu loro negata nel viaggio estremo, sulle Isole dei Beati, lì portati dai delfini pietosi del grande Nettuno.

Lampedusa – Giannella Channel

L'autore Marco Bravura accanto alla sua opera Lampedusa

L’autore Marco Bravura accanto alla sua opera Lampedusa

[1] J. L. Borges, Le cose, da Elogio dell’ombra, Torino 1971 (ed. originale, Buenos Aires 1969).

[2] G. Starace, Gli oggetti e la vita, Roma 2013.

[3] Il naufragio noto come “tragedia di Lampedusa” vide la morte di 366 persone e 20 dispersi e avvenne il 3 ottobre 2013.

[4] Lucrezio, De rerum natura, II, 376 (Roma 2000).

[5] A. Kurosawa, Sogni, 1990.

[6] M. Mauss, Saggio sul dono. Forma e motivo dello scambio nelle società arcaiche (1923-24) in Teoria generale della magia, Torino 2000 (ed. originale, Parigi 1950).

[7] Marziale, Epitaffio a Erotion in Epigrammi, V, 34 (Roma 1993).

 

Marco Bravura: Lampedusa (English version)

Winter solitude: in a world of one color / the sound of winds, Matsuo Bashō

What remains in the end? Some object to tell that we existed. Why do the things we think we possess actually live longer than their owners? Like any artifacts of ancient tombs may testify or as Borges, the sublime, wrote at the end of Things (1): “They’ll long outlast our oblivion; and will never know that we are gone.

In the beginning of this poem, Borges lists a series of objects (“The coins, the cane,  the key ring, the cards, the  chessboard, a book, and in its pages that wilted violet, …). These things that belonged to the author paint a more intimate portrait than a thousand biographical pages, because    “ Objects take on the function of true companions in our emotional life. We think along with them, they live with us while we think. “(2).

And what sort of things do we see in the Lampedusa piece by Marco Bravura? A list, sparse and chilling in its harmonious disorder, of everyday objects that belonged to migrants fleeing the Libyan coasts. These objects are at once a metaphor for these people, given that they could come from anywhere  in the world, and things, in short, that might be found on the water edge of Lampedusa. They are, once again, the only witnesses that survived the bodies of their former owners, now swallowed by the sea, dolls, hats, shoes, little sandals, a stuffed toy bunny, a toy boat, a spoon, bottles and water bottles, feeding bottle, some plastic containers , glasses and a toothbrush.

All covered in white tiles. Blinding. A portion of former living beings, fixed with cement and mosaic to freeze them permanently, imitate what should be perpetual motion par excellence, that of waves, hanging here like an oxymoron in time and space, in a fraction of seconds, minutes, hours, actually forever. The same waves that shortly before carried out the massacre now seem to caress these abandoned objects on the Lucretius’ bibula harena (4), on the sand that soaks up ceaselessly. But everything is rigid, fixed, dead, as the ancestor’s wax masks  present in the Roman domus.

Also the use of the unvarying white  seems a paradox in the repertoire of an author like Bravura, whose stylistic hallmark is represented by beauty and sparkling colors. But white here is used as a funeral symbol. As Guernica, these objects, arranged to form a macabre contemporary dance, speak louder than pictures of mangled bodies, such as the images of piles of shoes, clothes, and suitcases from Auschwitz. White is reminiscent of fleshless bones, whiter than most of the plaster casts of Pompeii’s dead, white and immaculate as the lilies that announced the arrival of the pale Death in western popular piety,  white as the color of mourning in the Far East, white as the snow storm that covers and crushes everything in one of  the Kurosawa’s Dreams (5 ). White, the sum of all colors, is by definition a non-color. It seems to erase the identity and the mana (6) itself, the spiritual strength of objects, no matter how poor, that a mother or a father might have given to their child or may have taken away from home before the tragic odyssey. The bewilderment of this abandonment that Bravura proposes is a closed fist aimed at the eyes of those who have a conscience. Although these remains are trivial, they rise to a ritual level. being mindful of the recent sacrifice, to remind anyone watching them with courage, that they had a soul, that they were living things for the living. For them, one can only pray as Martial did for the girl Erotion, (7), that the sea may place a small burden on those  who placed a small or no burden on it. Finally, following the imagination of the Etruscans, may all rediscover the peace denied in their extreme journey, in the Islands of the Blessed, brought there by dolphins of the great and compassionate Neptune.

PS. “Lampedusa: a tombstone, a shroud, a veil drawn over a tragedy that deprives reality of significance and colours.” Marco Bravura

Lampedusa – Giannella Channel

1)J. L. Borges, Things, Praise of the Shadow, Torino 1971 (original edition Buenos Aires 1969).

2)G. Starace, Objects and Life (Rome 2013).

3) The shipwreck known as the tragedy of Lampedusa saw the death of 366 people and 20 missing and it happened 3 October 2013.

4) Lucretius, De Rerum Natura, II, 376 (Rome, 2000).

5) A. Kurosawa, Dreams, 1990.

6) M. Mauss, Essay on the gift, Form and Reasons for exchange in the archaic societies (1923-24) from General Theory of Magic, Torino 2000 (original edition Paris, 1950).

7) Martial, Epitaph on Erotion, Epigrams, V, 34 (Rome 1993).

 

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