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Posts Tagged ‘umberto eco’

Tullio Pericoli, Umberto Eco, 1980

Tullio Pericoli, Umberto Eco, 1980

Guardammo la chiesa che ormai ardeva lentamente, perché è proprio di queste grandi costruzioni avvampare subito nelle parti lignee e poi agonizzare per ore, talora per giorni. Diversamente fiammeggiava ancora l’Edificio. Qui il materiale combustibile era molto più ricco, il fuoco ormai propagatosi per tutto lo scriptorium aveva ora invaso il piano della cucina. Quanto al terzo piano, dove un tempo e per centinaia di anni v’era stato il labirinto, era ormai praticamente distrutto.

“Era la più grande biblioteca dell’umanità,” disse Guglielmo. “Ora,” aggiunse, “l’Anticristo è veramente vicino perché nessuna sapienza gli farà più da barriera. D’altra parte ne abbiamo visto il volto questa notte.”

“Il volto di chi?” domandai stordito.

“Jorge, dico. In quel viso devastato dall’odio per la filosofia, ho visto per la prima volta il ritratto dell’Anticristo, che non viene dalla tribù di Giuda, come vogliono i suoi annunciatori, né da un paese lontano. L’anticristo può nascere dalla stessa pietà, dall’eccessivo amor di Dio o della verità, come l’eretico nasce dal santo e l’indemoniato dal veggente. Temi, Adso, i profeti e coloro disposti a morire per la verità, ché di solito fan morire moltissimi con loro, spesso prima di loro, talvolta al posto loro. Jorge ha compiuto un’opera diabolica perché amava in modo così lubrico la verità da osare tutto pur di distruggere la menzogna. Jorge temeva il secondo libro di Aristotele perché esso forse insegnava davvero a deformare il volto di ogni verità, affinché non diventassimo schiavi dei nostri fantasmi. Forse il compito di chi ama gli uomini è far ridere della verità, far ridere la verità, perché l’unica verità è imparare a liberarci dalla passione insana per la verità.”

Umberto Eco, Il nome della Rosa, Milano 1980.

 

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Tullio Pericoli, Umberto Eco, 1999

Tullio Pericoli, Umberto Eco, 1999

Mi sono piaciuti gli interventi dedicati a Umberto Eco apparsi oggi su La Repubblica (Domenica 21 febbraio, da pagina 25 a 40, oltre alla prima pagina ovviamente), perché gli autori più che parlare della sua “triste scomparsa, della morte di un grande uomo malato di cancro che tanto mancherà all’Italia ecc.” e via retoricheggiando col coccodrillo rituale, ne hanno raccontato l’ironia insieme ai meriti intellettuali, non pochi peraltro, primo fra tutti il saper mescolare alto e basso, restando di tutto curioso.

Non ho mai conosciuto Eco di persona, sfiorato per caso a Bologna sì, ma conta poco. Più dei suoi libri di semiologia e costume, più dei suoi romanzi e trasmissioni, ciò che apprendo da questo professore è ancora una volta il divertimento infinito, il piacere seducente di studiare, studiare e studiare e combinare e scombinare tutto in un puzzle borgesiano sino all’ultimo e anche oltre.

E proprio per non aggiungermi al coro delle prefiche, lo saluto con un motteggio di quell’altro singolarissimo intellettuale che fu Ferdinando Tartaglia:

Per tale Umberto Eco

Eco, d’accordo. Ma dov’è la voce?

F. Tartaglia, Esercizi di verbo, Milano 2004.

 

 

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Paolo Gotti, Lev Tolstoj da Anna Karenina (1877)

Paolo Gotti, Lev Tolstoj da Anna Karenina (1877)

Lo scorso 16 dicembre, nel foyer del Teatro Duse di Bologna, è stata inaugurata la mostra STORIES. Un viaggio tra fotografia e letteratura del fotografo Paolo Gotti.

La serie fotografica, aperta sino al 19 febbraio, prende ispirazione dalle trame avvincenti di alcuni tra i più celebri romanzi di tutti i tempi. Ma se i romanzi sono il riflesso della realtà, è altrettanto vero che la realtà trova spesso ispirazione nelle loro trame.

Con la serie fotografica STORIES il fotografo bolognese Paolo Gotti conduce un’indagine diametralmente opposta rispetto a quella dell’editore alla ricerca della copertina di un libro. Gotti è partito, infatti, dalle immagini fotografiche che ha scattato personalmente nei suoi innumerevoli viaggi intorno al mondo per ritrovare poi le storie a cui potrebbero essere idealmente collegate. Ad ogni immagine è associata una citazione tratta, di volta in volta, da libri diversissimi tra di loro: grandi classici e romanzi contemporanei, raccolte di racconti o narrazioni storiche.

Paolo Gotti, Daniel Defoe da Robinson Crusoe (1719)

Paolo Gotti, Daniel Defoe da Robinson Crusoe (1719)

Ed ecco dunque che si susseguono una dopo l’altra le interpretazioni visive di Robinson Crusoe (1719) di Daniel Defoe, Cime tempestose (1847) di Emily Brontë, Anna Karenina (1877) di Lev Tolstoj, L’isola del tesoro (1883) di Robert Louis Stevenson, Racconti dei mari del sud (1921) di William Somerset Maugham, Sulla strada (1957) di Jack Keruac, Cent’anni di solitudine (1967) di Gabriel García Márquez, Il nome della rosa (1980) di Umberto Eco, La polvere del Messico (1992) di Pino Cacucci, Oceano Mare (1993) di Alessandro Baricco, Vergogna (1999) di John Maxwell Coetzee, per finire con La strada (2006) di Cormac Mc Carthy.

Tredici immagini per dodici romanzi di autori differenti che Paolo Gotti ha amato e che hanno scandito la sua storia personale fatta di fotografie e viaggi che il fotografo compie ormai da quarant’anni attraversando tutto il pianeta.

Paolo Gotti, John Maxwell Coetzee da Vergogna (1999)

Paolo Gotti, John Maxwell Coetzee da Vergogna (1999)

Il monumentale repertorio fotografico di Gotti conta infatti oltre 10.000 fotografie scattate in oltre 70 paesi nei cinque continenti (fra gli altri in Niger, Cina, Haiti, Brasile, Messico, Guatemala, Nepal, Ceylon, Maldive, Indonesia, USA, Canada, Thailandia, Caraibi, Malesia, Yemen, Venezuela, Filippine, Cuba, India, Cile, Bolivia, Islanda, Australia, Colombia).

L’unico romanzo che è citato in due immagini differenti è Cent’anni di solitudine di Gabriel García Márquez, in omaggio alla recente scomparsa del grande scrittore.

Paolo Gotti, Gabriel García Márquez da Cent’anni di solitudine (1967)

Paolo Gotti, Gabriel García Márquez da Cent’anni di solitudine (1967)

Paolo Gotti nasce a Bologna e si laurea in architettura a Firenze, dove frequenta il Centro di studi tecnico cinematografici conseguendo nel 1971 un attestato di idoneità alla professione di fotografo. Nel 1974 sceglie l’Africa come meta del suo primo vero viaggio, quello in cui, come dice l’artista, “si sa quando si parte, ma non si sa quando si torna”. Con la sua vecchia Land Rover attraversa il Sahara fino al Golfo di Guinea in Costa d’Avorio per poi fare ritorno in Italia dopo quasi cinque mesi a bordo di un cargo merci. In seguito a questa avventura che lo segna profondamente, intraprende a tempo pieno l’attività di architetto, grafico e fotografo. Dopo varie esperienze nel campo della pubblicità, si dedica sempre più al reportage. Gira il mondo con la sua Nikon per immortalare persone, paesaggi e situazioni che archivia accuratamente in un gigantesco atlante visivo, da cui nascono i calendari tematici che realizza da circa vent’anni.

PAOLO GOTTI

S T O R I E S. Un viaggio tra fotografia e letteratura
16 dicembre 2014 – 19 febbraio 2015

Foyer Teatro Duse

Via Cartoleria 42, Bologna

Informazioni per orari di apertura: + 39 051 231836

Press: Irene Guzman

paologotti.press@gmail.com

www.paologotti.com

Paolo Gotti, Umberto Eco da  Il nome della rosa (1980)

Paolo Gotti, Umberto Eco da Il nome della rosa (1980)

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Premessa:

Guardammo la chiesa che ormai ardeva lentamente (…). Diversamente fiammeggiava ancora l’Edificio. (…) “Era la più grande biblioteca dell’umanità,” disse Guglielmo. “Ora,” aggiunse, “l’Anticristo è veramente vicino perché nessuna sapienza gli farà più da barriera. D’altra parte ne abbiamo visto il volto questa notte.”

Sean Connery e Christian Slater in "Il nome della rosa" di Jean-Jacques Annaud (1986)

“Il volto di chi?” domandai stordito.

“Jorge, dico. In quel viso devastato dall’odio per la filosofia, ho visto per la prima volta il ritratto dell’Anticristo, che non viene dalla tribù di Giuda, come vogliono i suoi annunciatori, né da un paese lontano. L’anticristo può nascere dalla stessa pietà, dall’eccessivo amor di Dio o della verità, come l’eretico nasce dal santo e l’indemoniato dal veggente. Temi, Adso, i profeti e coloro disposti a morire per la verità, ché di solito fan morire moltissimi con loro, spesso prima di loro, talvolta al posto loro. Jorge ha compiuto un’opera diabolica perché amava in modo così lubrico la verità da osare tutto pur di distruggere la menzogna. Jorge temeva il secondo libro di Aristotele perché esso forse insegnava davvero a deformare il volto di ogni verità, affinché non diventassimo schiavi dei nostri fantasmi. Forse il compito di chi ama gli uomini è far ridere della verità, far ridere la verità, perché l’unica verità è imparare a liberarci dalla passione insana per la verità.” (Umberto Eco, da Il nome della Rosa, Milano, 1980)

Agorà di Alejandro Amenábar: un film che pur nei limiti di certi anacronismi e della semplificazione romanzesca degli avvenimenti trattati, risulta ben fatto e dà spunto a più riflessioni, anzitutto sulla libertà di pensiero e sulla condizione della donna, nell’antichità come in ogni tempo, e della filosofa pagana Ipazia (Alessandria d’Egitto, 370 ca. – 415 d.C.) in particolare, essendo la vittima paradigmatica del racconto, trucidata dalla setta dei parabolani del vescovo Cirillo, poi dichiarato santo e dottore dalla chiesa (e ricordato ancora nel 2007 da Benedetto XVI per “la grande energia”).

Dunque una pellicola sulla ferocia e sulla follia legate agli estremismi religiosi di qualsiasi luogo e tempo, incluso l’attuale, per cui in nome del vero dio, qualunque esso sia, si legittima il massacro degli altri, pagani (con relativa distruzione della biblioteca, quella mitica di Alessandria), ebrei o cristiani stessi se non la pensano esattamente come chi in quel momento incarna il potere e la parola.

Questo, mentre con idea registica originale, viene più volte inquadrata la Terra dallo spazio, offrendoci il punto di vista di Dio (o dello spettatore): il pianeta, piccolo punto dell’universo, continua  a girare nel silenzio della sua orbita, indifferente alle stragi che i minuscoli animali umani perpetrano contro i propri simili.

A questo proposito vengono in mente alcune parole attribuite a Bertold Brecht, in realtà del pastore Martin Niemöller (1892-1984):

Prima di tutto vennero a prendere gli zingari e fui contento perché rubavano.

Poi vennero a prendere gli ebrei e stetti zitto perché mi stavano antipatici.

Poi vennero a prendere gli omosessuali e fui sollevato perché mi erano fastidiosi.

Poi vennero a prendere i comunisti e io non dissi niente perché non ero comunista.

Un giorno vennero a prendere me e non c’era rimasto nessuno a protestare.

Enciclopedia delle donne: Ipazia

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