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Andrea Sala, Inconscio collettivo, 2011

Andrea Sala (Angera, Varese, 1986): ti sei formato diplomandoti presso la Nuova Accademia di Belle Arti “N.A.B.A.” di Milano, in particolare nel corso di Graphic Design & Art Director, sei dunque un esperto di grafica digitale con tutto ciò che questo comporta in termini di velocità e virtualità. Poi hai deciso di cambiare rotta e ti sei iscritto all’Accademia di Belle Arti di Ravenna, corso di Mosaico, arte che richiede silenzio, tempi lunghi, manualità, materia: cosa volevi scoprire con essa? Hai trovato punti di incontro con la tua precedente esperienza?

Proprio così: ho trascorso quattro anni intensi e stimolanti a Milano, a studiare il mondo della grafica e della comunicazione in un ambiente frenetico e competitivo, troppo poco sensibile e poetico per la mia emotività. Appena terminati gli studi del corso triennale, ho dovuto fare una pausa e scollegarmi da tutto ciò che mi circondava per riprendere contatto con me stesso.

Così nell’estate del 2009 misono trasferito per un mese in un piccolo ecovillaggio a 1400 metri sui monti della Val Leventina in Svizzera. Un luogo meraviglioso raggiungibile solo dopo un ora e mezza di cammino. Qui ero lontano da tutto ciò che era urbano; ho accantonato il mio portatile e ho ri-iniziato a usare le mie mani per lavorare nell’orto, tagliare la legna e in tutto ciò che consiste una vita semplice e dura. Giorno dopo giorno sentivo che una parte di me si stava riscoprendo e stava trovando il suo equilibrio attraverso il silenzio, i ritmi lentissimi e il lavoro fisico. È stato come compensare tutto ciò che in quattro anni la città di Milano non mi aveva dato.

Poi è arrivato settembre e una volta sceso dai monti ho dovuto rimettere in discussione la mia vita. Volevo continuare a studiare nel campo dell’arte e ho scoperto per caso il corso di Mosaico presso l’Accademia di Ravenna, così sono andato subito a visitarla e ho trovato un luogo affascinante nel quale ho potuto ritrovare un ritmo coinvolgente, stimolante e dove finalmente ho avuto l’opportunità di esprimere me stesso e tutto il caos che avevo dentro attraverso una ricerca materica. I processi creativi erano simili a quelli che avevo già affrontato negli studi della grafica pubblicitaria, ma il tutto animato da libertà e ricerca interiore e personale. Questa volta non dovevo più pensare a come pubblicizzare un determinato prodotto, ma semplicemente ho iniziato a dare forma e immagine al mio modo di sentire l’esterno. Ho capito che il mio unico vero futuro era ri-imparare da capo.

Andrea Sala, Inconscio collettivo (particolare), 2011

Ho visto alcuni tuoi lavori lo scorso ottobre nella mostra Frammentamenti e ultimamente ai Chiostri francescani, sempre a Ravenna, nella saletta dedicata alla collettiva dell’Accademia Avvistamenti, fra i percorsi del festival biennale internazionale RavennaMosaico, ho trovato notevole il tuo Inconscio collettivo, lavoro povero, in quanto a materiali, e complesso a un tempo, in cui ciascuna delle 683 tessere sospese in un reticolo ha valore di 100.000 persone (benché ormai siamo diventati 7 miliardi su questo pianeta) e, a seconda dei continenti, alcune erano più grezze, corrispondenti ai paesi più poveri, altre più lavorate e definite, corrispondenti al nostro occidente, con l’unica eccezione della tessera nera con inserto d’oro, ovvero Israele (che a me ha ricordato la Gerusalemme un po’ mitica delle mappe medievali). 

Altri artisti mosaicisti come Valérie Colombel lavorano sulla sospensione degli elementi, sebbene per ottenere forme precise, mentre queste tue opere mi hanno fatto pensare a un’eco dell’aritmismo di Nittolo ma in terza dimensione, con le tessere finalmente libere nell’aria, e si potrebbero citare numerosi altri casi di artisti che giocano “sul filo” delle cose.

Cosa ti ha spinto verso queste soluzioni? E più in generale ti chiedo di parlare della tua poetica.

La mia ricerca artistica relativa ai lavori dove utilizzo delle tessere legate tra di loro è nata dalla necessità di esplorare le infinite relazioni e legami tra le persone.

Legando insieme tessere attraverso l’uso di fili o spaghi nel vuoto, i singoli elementi osservati, mentre fluttuano nell’aria, acquistano maggiore importanza e diventano immagini concettuali che vogliono invitarci a osservare i nostri rapporti sociali come “una rete di tessere legata tra di noi” con schemi visivi diversi ogni volta.

Ho da sempre osservato con grande attenzione e curiosità le relazioni umane tra le persone che mi circondano e quelle del mondo intero. Ho potuto così percepire certi aspetti di questi legami apparentemente invisibili.

Ciò che ho voluto rappresentare attraverso l’opera Inconscio collettivo è stato un immensa rete composta di svariate forme e colori di tessere che si sorreggono a vicenda, anche se a volte ci sono delle mancanze che causano poca forza e instabilità.

Trovo che sia una metafora perfetta della nostra umanità ora che, per la crisi economica mondiale, ci stiamo accorgendo di come siamo davvero tutti collegati, che ogni nostra singola azione e acquisto ha un effetto globale, e che a sua volta si riproduce in scala locale; quindi ben venga se vogliamo parlare di globalizzazione ma nel modo etico ed equo, perché siamo davvero tutti collegati più di quanto siamo abituati a crederlo, non solo dall’economia ma anche da fattori psichici come quelli analizzati da Carl Gustav Jung nelle sue affascinanti teorie, ad esempio riguardo questa parte della psiche che è comune all’intera umanità, denominata appunto “inconscio collettivo”.

Recentemente con questa stessa tecnica ho realizzato una serie di opere intitolate Relazioni Urbane, Relazioni Rurali, Relazioni virtuali e Relazioni clandestine, dove ho cercato di trasformare in immagini diversi tipi di relazioni sociali a seconda del luogo in cui si abita, attraverso differenti schemi compositivi.

Di indispensabile aiuto per questa ricerca è stata la possibilità che ho avuto di vivere per brevi periodi in luoghi differenti tra loro, dove ho avuto modo di sperimentare su me stesso diversi tipi di legami sociali: ogni luogo racchiude in sé determinate caratteristiche, simili tra loro e al tempo stesso distinte per peculiarità e ritmo; ogni luogo può arricchirci se ce ne lasciamo coinvolgere e contaminare, sia per comprendere meglio le caratteristiche delle nostre origini, sia per metterle in discussione.

Andrea Sala, Relazioni, 2011

So che presto sarai a Parigi: sperimentare nuovi luoghi è parte preziosa della vita, come ricorda lo stesso Kavafis nella bellissima Itaca. Nella tua esperienza poi è parte integrante del processo analitico e creativo. Non posso che concludere domandandoti se hai progetti futuri a breve o lungo termine e quali sono le tue aspettative da questo viaggio?

Sì, sono in partenza per Parigi alla ricerca di nuove collaborazioni artistiche: ciò che mi aspetto da questa città è il lasciarmi coinvolgere fino in fondo e trarre spunti per nuove ricerche come faccio ogni volta che ho la possibilità di viaggiare.

Progetti per il futuro? Le mie opere, in particolare quelle sulle relazioni sociali, sono una serie di analisi con l’obiettivo di inventare e di promuovere un nuovo luogo (possibilmente un villaggio abbandonato, visto che in Italia ne abbiamo tantissimi), dove si possano stabilire dei legami alternativi tra le persone per dare vita ad un progetto artistico, culturale e comunitario, che possa essere sostenibile e da modello per le generazioni future, che sono sempre più instabili e disorganizzate a rispondere ai nuovi problemi che il mondo sta ponendo: dalla crisi economica, alla gestione delle risorse, sino agli effetti culturali e sociali della globalizzazione.

Tutto quello che mi spinge a cercare una soluzione di vita sostenibile e circondata dall’arte è una nostalgica avanguardia.

Sarai il benvenuto ovviamente e grazie per l’intervista.

Info e contatti: www.andreasala.tk ; arend1986@gmail.com

Andrea Sala davanti all'opera Relazioni urbane, 2011

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