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E bravo Hirst che ha saputo reinventare sé stesso dopo la caduta del 2008!

Quella veneziana di Palazzo Grassi e Punta della Dogana è una mostra che consiglio per ogni età e grado di conoscenza: ognuno potrà leggere ciò che vuole, inclusi i divertiti e divertenti saccheggi e citazioni di cui il nostro fa uso ampio e consapevole.

È un gran bazar in cui si mescolano differenti livelli fra realtà e finzione, Topolino e l’Antichità, anime, manga e miti, l’arte e la sua negazione, una profusione d’oro e meraviglia neobarocca e presa in giro della stessa, invito a credere ancora nel potere dell’immaginazione e del feticismo dell’oggetto manu-arte-fatto (ma non dall’artista, sia chiaro) e sospetto d’un nichilismo totale del senso di tutto ciò, non a caso sospeso fra precisione infinitesima del dettaglio più minuto e chiassosa baracconata hollywoodiana, benché presentata in grande stile ovvero come Hirst (e Pinault) comanda.

Damien Hirst – Treasures from the Wreck of the Unbelievable

Damien Hirst – Treasures from the Wreck of the Unbelievable

Damien Hirst – Treasures from the Wreck of the Unbelievable

Dunque una via d’esposizione-narrazione da riscoprire e esplorare per l’arte dei prossimi anni (certo avendo i mezzi adeguati) o un unicum celebrante la sua stessa resa di fronte all’immagine liquida contemporanea (© Bauman) con festa finale e fuochi d’artificio? Inoltre, ha ancora senso parlare di individualità sacrale-post romantica dell’artista o a certi livelli è più che mai necessario avere oltre a un finanziatore anche una squadra organizzativa che produca non solo gli oggetti ma le idee stesse, cui poi l’artista pone il proprio nome-marchio?

A proposito: quanto finora ho scritto potrebbe non avere pieno senso se non si tiene conto del cinismo anche economico dell’arte della comunicazione di cui Hirst è fra i maestri riconosciuti: forse è questo il vero punto e unico scopo di tutta questa montagna di cose (accumulazione di sontuosa e luccicante e affascinante paccottiglia di lusso): far parlare di sé, dell’evento, del cosiddetto artista. E la possibilità di scattare liberamente fotografie lungo tutto il percorso credo sia parte di questa strategia dello spettacolo di diffusione dell’immagine.

 

Damien Hirst – Treasures from the Wreck of the Unbelievable

Damien Hirst – Treasures from the Wreck of the Unbelievable

Damien Hirst – Treasures from the Wreck of the Unbelievable

Tirando le somme, il biglietto e il (pur costoso) catalogo valgono la pena, purché stiate al gioco dell’inganno-fattoide narrativo: “Nel 2008, al largo della costa orientale dell’Africa fu scoperto un vasto sito con il relitto di una nave naufragata (Apistos – l‘Incredibile). Il ritrovamento ha avallato la leggenda di Cif Amotan II, un liberto di Antiochia, vissuto tra la metà del I secolo e l’inizio del II secolo d.C. (…)”.

Damien Hirst – Treasures from the Wreck of the Unbelievable

Ora, tralasciando il nome Cif (potrebbe simpaticamente ricordare un noto detersivo proprietà della multinazionale anglo-olandese Unilever o meglio ancora l’acronimo “Cost, Insurance and Freight” – ovvero “costo, assicurazione e nolo” – una delle clausole abituali nelle transazioni commerciali internazionali), guarda caso la storia di questo ritrovamento parte dal 2008, data del fatidico crollo delle quotazioni di Hirst, mescolando ancora una volta biografia e attività artistica. Il gioco (di cui ovviamente fa parte anche questa pagina come le centinaia di altre che argomentano su questa mostra: basta averne contezza e poi lasciarsi andare) continua senza soluzione di continuità. Buona visita.

Damien Hirst – Treasure from the Wreck of the Unbelievable

Damien Hirst – Treasures from the Wreck of the Unbelievable

Damien Hirst – Treasures from the Wreck of the Unbelievable

Damien Hirst – Treasures from the Wreck of the Unbelievable

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Dusciana Bravura, Question Mark Cuori, 2007, paste vitree, oro mosaico, vetro opalescente, vetro argentato, murrine, ferro, adesivo cementizio su struttura di resina, cm 220x100x45, collezione privata

Dusciana Bravura, Question Mark Cuori, 2007, paste vitree, oro mosaico, vetro opalescente, vetro argentato, murrine, ferro, adesivo cementizio su struttura di resina, cm 220x100x45, collezione privata

Metti un tardo pomeriggio d’inverno a passeggiare per le vie del centro di Ravenna, imboccando una strada non particolarmente illuminata, via Cerchio, dove si scopre il nuovo studio-laboratorio di Dusciana Bravura.

E si parla con quest’artista veneziana di nascita (a proposito, altro suo showroom è lo Studio Du accanto a Palazzo Grassi, in Calle de le Carrozze, san Marco 3283, Venezia) e ravennate, anzi “bravuresca” per formazione, nel senso che da sempre in famiglia ha respirato la poesia faticosa del fare.

Dusciana Bravura, Becco giallo, 2014, scultura in mosaico realizzata con paste vitree, murrine, cristalli, ferro, adesivo cementizio su struttura di resina, becco in vetro di Murano, cm 75×30x28, proprietà dell’artista

Dusciana Bravura, Becco giallo, 2014, scultura in mosaico realizzata con paste vitree, murrine, cristalli, ferro, adesivo cementizio su struttura di resina, becco in vetro di Murano, cm 75×30×28, proprietà dell’artista

 

Dusciana Bravura, Becco giallo (particolare), 2014, scultura in mosaico realizzata con paste vitree, murrine, cristalli, ferro, adesivo cementizio su struttura di resina, becco in vetro di Murano, cm 75×30x28, proprietà dell’artista

Dusciana Bravura, Becco giallo (particolare), 2014

E si ascoltano i pezzi suoi che circondano avvolgendo il visitatore: sculture, gioielli, specchi in cui tutto si moltiplica (e non è inopportuno il riferimento riattualizzato all’Arts & Crafts morrisiano). Cose diverse dalla matrice comune, non solo perché, banalmente, le ha pensate e realizzate lei coi suoi collaboratori. Il segreto è un velo sottile da percepire, pur essendo sotto gli occhi.

Dusciana Bravura, Orso bianco, 2006, scultura in mosaico realizzata con vetro argentato, vetro opalescente, murrine, madreperle, adesivo cementizio su struttura di resina, cm 130x90x60, collezione privata

Dusciana Bravura, Orso bianco, 2006, scultura in mosaico realizzata con vetro argentato, vetro opalescente, murrine, madreperle, adesivo cementizio su struttura di resina, cm 130x90x60, collezione privata

 

Dusciana Bravura, Tartaruga, 2005/2008, scultura in mosaico realizzata con paste vitree, murrine, adesivo cementizio su struttura in pvc, cm 100x70x40, collezione privata

Dusciana Bravura, Tartaruga, 2005/2008, scultura in mosaico realizzata con paste vitree, murrine, adesivo cementizio su struttura in pvc, cm 100x70x40, collezione privata

Anzitutto la cura evidente, la preziosità di ogni dettaglio di ciascun oggetto è maniacale. Il livello dunque è altissimo. Che siano forme animali ricoperte da migliaia di tessere dai colori vivissimi, con accostamenti inediti e risultati che armonizzano disegni di soli e fiori musivi sui corpi delle bestie, con andamenti tutt’altro che scontati, o che si tratti di pattern per specchiere, complementi d’arredo o decorazioni per collane e orecchini, il punto vero per questa donna, che ragiona d’arte al femminile come punto d’orgoglio e di forza, non certo di limite (come, in una declinazione astratta e d’umori paesaggistici, una Joan Mitchell) ed è innamorata delle stoffe e dei fruscii e dei tappeti d’oriente e mediorientali in particolare, è la pelle.

Dusciana Bravura, Ara (specchio)

Dusciana Bravura, Ara (specchio)

 

Dusciana Bravura, Ara (particolare)

Dusciana Bravura, Ara (particolare)

 

Dusciana Bravura, Lam (specchio)

Dusciana Bravura, Lam (specchio)

 

Dusciana Bravura, Lam (particolare)

Dusciana Bravura, Lam (particolare)

 

Agisce sulla pelle delle cose, la ricopre con altra pelle derivata dalle sue azioni e variazioni e ricreazioni di fili e stili e forme islamico-bizantine (Fortuny avrebbe gradito), creando al contempo stupore per gli occhi inondati da quelle stoffe vitree, desiderosi di toccarle, come lo è la pelle femminile di indossarne i gioielli.

Dusciana Bravura, Collana

Dusciana Bravura, Collana

Dusciana Bravura, Collana

Dusciana Bravura, Collana

Incanto autentico della superficie dunque: e non occorre scomodare il Grey di Wilde o la sinuosità mahleriana di Klimt o la sontuosità classica d’Ingres. Quello di Dusciana è oriente vissuto e metabolizzato in tanti viaggi, in altrettanta vita. È qualcosa di interiore che affiora in un continuum acqueo come nelle mille canalette dei giardini dell’Alhambra. Come nel suo imponente atto d’amore, omaggio d’oro alle icone artistiche del XX secolo, il capolavoro Alchemy del 2010.

Stupire l’occhio è ancora possibile.

Dusciana Bravura, Alchemy, 2010, mt 12x6x3

Dusciana Bravura, Alchemy, 2010, mt 12x6x3

 

Dusciana Bravura, Alchemy (particolare), 2010, mt 12x6x3

Dusciana Bravura, Alchemy (particolare), 2010

 

Dusciana Bravura, Alchemy (particolare), 2010, mt 12x6x3

Dusciana Bravura, Alchemy (particolare), 2010

 

Dusciana Bravura, Alchemy (particolare), 2010, mt 12x6x3

Dusciana Bravura, Alchemy (particolare), 2010

 

Dusciana Bravura, Alchemy (particolare), 2010, mt 12x6x3

Dusciana Bravura, Alchemy (particolare), 2010

 

Dusciana Bravura, Alchemy (particolare), 2010, mt 12x6x3

Dusciana Bravura, Alchemy (particolare), 2010

Chi ha capito il legame profondo di quest’artista con la pelle del mondo, delle cose, delle persone, anim-azioni che lo abitano, sono i ragazzi di gi.ro.labo – laboratorio creativo digitale, che hanno realizzato su ispirazione delle opere di Dusciana una video-performance in cui i colori e le forme dell’artista vengono proiettate letteralmente come una seconda pelle sul corpo di una danzatrice e sull’installazione E/essere sospeso di Roberta Grasso.

Stupire l’occhio è ancora possibile.

E come non ricordare, anni fa in una galleria di Marrakech, freschissime e potenti nella loro aerea bellezza le opere fotografiche di Yasmina Alaoui e Marco Guerra, i 1001 Dreams fatti di pelle, henné e pellicola impressionata, poi stampata in grandi dimensioni per evidenziare quelle geometrie regolari e ripetute come tessere sulle curve dei corpi umani, ancora nuovi splendori musivi.

Stupire l’occhio è davvero ancora possibile.

www.duscianabravura.com

www.girolabo.it

 

Yasmina Alaoui e Marco Guerra, Dream 8

Yasmina Alaoui e Marco Guerra, Dream 8

 

Yasmina Alaoui e Marco Guerra, Dream 7

Yasmina Alaoui e Marco Guerra, Dream 7

 

Yasmina Alaoui e Marco Guerra, Dream 23

Yasmina Alaoui e Marco Guerra, Dream 23

 

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pagnani e battistini a venezia

Premessa: di seguito pubblico il testo che ho scritto per Mattia Battistini in occasione della collettiva veneziana Friends – Free Ends a cura di Robert C. Phillips.

Caleidoscopio Battistini  (di Luca Maggio) 

Ecco rinnovate cose di Mattia Battistini, nate nella sua città d’origine, Ravenna, dov’è tornato a vivere da qualche anno dopo migrazioni varie, ché nel cammino d’un artista la strada è corso d’opera perenne, un farsi-disfarsi continuo come onde sulla bibula harena[1].

Per anni ha abitato, à rebours, Firenze e Roma e i sobborghi maghrebini di Parigi, in un cumulo di volti, immagini, pagine e storie da mutare in colori attraverso le terre sue semplici o cere o pastelli oleosi poi graffiati, ché poco basta a rinnovare l’incanto se si è.

Oggi più che mai è artista maturo, emancipato da quei modelli che pure attraendolo (Marc, Malevič, Luzzati), mai sono stati un limite, al più spunti per solchi-unghiate dirompenti, costruite partendo dal sostrato più o meno inconscio al suo primo agire, il nucleo bizantino dei mosaici ravennati con la bidimensionalità di figure e scansioni spaziali, resa però in movimento dall’approccio con la sua vita delle forme[2].

Mattia Battistini, Senza titolo, 2008

Mattia Battistini, Senza titolo, 2008

E cosa si dicono i personaggi di Mattia?

Una volta mi ha confidato: “A me interessa il racconto”. Facce, dunque, mani, re e pezzenti, avventori misteriosi e quotidiani, pifferai incantatori e bestie, giraffe cavalli lupi gatti e donne, una molte donne e sessi e occhi e frammenti d’umano in collage, e carte, carte, sempre tante per terra nel suo studio, fra le tele che non sempre sono tali ma, appunto, fatte di carta.

Come in un fumetto, non so immaginare Mattia separato dalla sigaretta immancabile e gli occhi allungati da gatto, egli stesso personaggio e dio fuoriuscito dalle sue superfici, fra tutte quelle linee oblique e marcate, angoli acuti, triangolazioni che si compongono come un puzzle che sembra ma non è impazzito, semplicemente è vivo e cambia, assume le metamorfosi che capitano a tutti se solo si fosse più attenti per accorgersene (come tanti poveri Firs nel finale del Giardino čechoviano), ed è un bene che un po’ cada, vada perso quel suo colore di terre pure così delicate e sporche, che è la cosa stessa della vita di cui sono imbevute le cose sue, personaggi come fumi di sigaretta o della mente si staccano nell’aria, sembrano fermarsi sulla carta ma già evadono, ingrandiscono volume e movimenti con gli anni, ma dove mai andranno, vogliono scappare? Quasi gli stesse stretto quel limite che per natura c’è al quadro, al racconto, persino, pare, ai sentimenti, oltre cui si può solo impazzire, lasciarsi andare senza fine.

Mattia Battistini (foto Luca Maggio)

Mattia Battistini (foto Luca Maggio)

[1] Lucrezio, De rerum natura, II, 376.

[2] Questa espressione riprende il celebre saggio di Henri Focillon Vie des Formes (Paris 1943), che si addice al lavoro di Mattia Battistini.

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friends - free ends

L’idea del curatore Robert C. Phillips è quella di esporre attraverso i loro prodotti le persone stesse che fanno arte o meglio ciò che di umano c’è e lega e fa relazione e porta a quel fare arte pure in modi totalmente diversi.

I protagonisti sono Antonia Trevisan, Ivana Galli, Sonia Ros, Alberto Pomi, Roberto Pagnani e Mattia Battistini.

Per questi ultimi due, ravennati, amici dai tempi dei banchi di scuola e fra loro assai differenti pittori, ho scritto i testi di presentazione. Ed è stato un piacere.

Quello su Roberto è lo stesso usato qualche settimana fa per la personale a Budrio. A breve pubblicherò anche quello su Mattia.

A proposito, inaugurano stasera 4 dicembre 2015 ore 17.30 in un luogo magico e non asettico, l’Officina delle Zattere a Venezia (Fondamenta Nani 947, Dorsoduro). Non mancate!

Officina delle Zattere – Friends / Free Ends

Roberto Pagnani, Alone, 2015

Roberto Pagnani, Alone, 2015

 

Mattia Battistini, Cavaliere, 2011

Mattia Battistini, Cavaliere, 2011

 

 

 

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Arnold Newman, Portrait of Jackson Pollock, American Painter, 1949

Arnold Newman, Portrait of Jackson Pollock, American Painter, 1949

Il primo Salone di primavera di New York rivelò Pollock come miglior pittore della sua generazione. Matta, un amico pittore e Putzel, mi spingevano ad aiutarlo. A quell’epoca, per guadagnarsi da vivere, faceva il carpentiere nel museo di mio zio. Era stato allievo del pittore Benton, e solo sforzandosi di combattere la sua influenza era diventato l’artista che era, quando lo conobbi. Dal 1938 al 1942 aveva lavorato nell’ambito del Federal Art Project for artists, in seno al W.P.A., istituito dal presidente Roosevelt per lottare contro la disoccupazione.

La prima volta che lo esposi, Pollock era profondamente influenzato dai surrealisti e da Picasso, ma superò velocemente questa fase fino a diventare il più grande pittore vivente, dopo Picasso. Per poter lavorare tranquillamente mi aveva chiesto un assegno mensile; gli feci dunque un contratto di un anno in base al quale riceveva centocinquanta dollari al mese e un saldo alla fine dell’anno se aveva venduto per più di 2700 dollari di quadri, riservando il terzo della somma alla galleria. Se avessi perso dei soldi, era convenuto che in controvalore mi avrebbe ceduto dei quadri.

Pollock divenne rapidamente il punto di riferimento della pittura moderna. Dal 1943 al 1947 – anno in cui lasciai l’America – mi dedicai a lui. Era fortunato perché sua moglie, Lee Krasner, lei stessa pittrice, si prendeva molta cura di lui: rinunciò anche a dipingere per un certo periodo perché Pollock aveva preteso che si dedicasse interamente a lui. Quando perdetti Max (Ernst, ndr), diventò lui il mio nuovo protetto. La mia relazione con Pollock era unicamente quella mecenate-artista e Lee ci faceva da intermediaria. Pollock aveva un carattere difficile, beveva troppo e poteva diventare molto sgradevole, addirittura infernale. Ma Lee mi faceva notare, quando mi lamentavo di lui, che aveva anche dei lati angelici, ed era vero. Per me era come un animale in trappola, che non avrebbe mai dovuto lasciare il Wyoming dove era nato.

Jackson Pollock, Mural, 1943, University of Iowa

Jackson Pollock (1912-1956), Mural, 1943, University of Iowa

Per assicurare a Pollock i centocinquanta dollari mensili, mi dedicai unicamente alla vendita dei suoi quadri, trascurando gli altri pittori della galleria. Molti non tardarono a lasciarmi per Sam Koots, un mercante che li prendeva a contratto, cosa che io finanziariamente non potevo permettermi.

Commissionai allora a Pollock una pittura murale per l’atrio-entrata della mia casa che era lungo sette metri per uno e ottanta di altezza. Marcel Duchamp gli suggerì di eseguirlo su tela affinché potessi portarlo via nel caso avessi lasciato l’appartamento; eccellente idea che più tardi l’Università dell’Iowa, alla quale feci dono del quadro quando lasciai l’America, ebbe modo di apprezzare. Attualmente orna il refettorio.

Pollock si procurò una grande tela e dovette abbattere un muro a casa sua per sistemarla. La guardò per giorni interi, senza trovare l’ispirazione, sempre più depresso. Mandò sua moglie in campagna sperando di sentirsi più libero e, nella solitudine, trovare un’idea originale. Lee ritornò e lo trovò seduto davanti alla tela vergine, che vedeva tutto nero. Poi un bel giorno si alzò e in poche ore creò un capolavoro.

Questa pittura murale era più astratta delle sue opere precedenti. Era formata da strisce continue di figure astratte blu, bianche  e gialle, in rapporto ritmico fra loro, il tutto schizzato di pittura nera, secondo il metodo del dripping. (…)

Non vendevamo molti quadri di Pollock, ma le tempere erano più facili da piazzare. Ne offrii molte come regalo di nozze ai miei amici. Facevo ogni sforzo per suscitare l’interesse del pubblico e non mi risparmiavo neppure quando si trattava di trasportare dappertutto le sue immense tele. Un giorno la signora Harry Winston, una ricca collezionista di Detroit, venne in galleria per acquistare un Masson. Io la convinsi a comperare un Pollock. (…)

Jackson Pollock, Eyes in the Heat, 1946, Peggy Guggenheim Collection, Venezia

Jackson Pollock (1912-1956), Eyes in the Heat, 1946, Peggy Guggenheim Collection, Venezia

Lee era talmente dedita a Pollock che, quando ero malata, veniva a trovarmi tutte le mattine per tentare di persuadermi a far loro un prestito di duemila dollari per acquistare una casa nel Long Island. Pensava che lasciando New York Pollock avrebbe smesso di bere. Io non sapevo come procurarmi i soldi, ma finii per cedere pur di ritrovare la pace. Oggi rido di tutto questo. Allora non sapevo il valore che avrebbe raggiunto l’opera di Pollock. Non avevo mai venduto niente di suo per più di cento dollari e quando nel 1947 lasciai l’America, nessuna galleria volle rilevare il mio contratto con lui. Lo offrii a tutti, e alla fine Betty, della Galleria Betty Parson, accettò di organizzargli una mostra, dicendo che era tutto quello che poteva fare. Pollock si assunse le spese grazie a una tela che Bill Davis gli aveva comperato. Come convenuto nel contratto, il resto delle tele mi fu spedito a Venezia, dove allora abitavo. Lee aveva diritto da parte sua a un quadro all’anno. Quando le tele giunsero a Venezia le cedetti, a una a una, a musei diversi e mi restarono solo due opere di questo periodo, oltre a nove dipinti più vecchi datati 1943-1946. Oggi Lee è milionaria e io mi rammarico di essere stata così sprovveduta.

Peggy Guggenheim, Confession of an art addict, New York 1960, da Jackosn Pollock. Lettere, riflessioni, testimonianze, a cura di Elena Pontiggia, SE, Milano 2002.

www.guggenheim-venice.it

Jackson Pollock, Number 11 (Blue Poles), 1952, National Gallery of Australia, Canberra

Jackson Pollock (1912-1956), Number 11 (Blue Poles), 1952, National Gallery of Australia, Canberra

 

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Zhanna Kadyrova, Do not enter, 2005, ferro galvanizzato, piastrelle di ceramica, cemento, poliuretano espanso, 140 × 140 × 20 cm, collezione Vladimir Ovcharenko, Mosca, foto Andrew Yagubsky

Zhanna Kadyrova, Do not enter, 2005, Vladimir Ovcharenko collection, Mosca, photo Andrew Yagubsky

Zhanna Kadyrova (Brovary, Ukraine, 1981): what was your journey of discovery of the artistic languages: ​​from sculpture to mosaics or the opposite? In particular, what kind of materials do you use for the mosaic?

I finished my art school classes in the sculpture department: it taught me a space perception thinking, but this school was an academical one, very conservative – all of the sculpture compositions that we were making were monotone, as well as the sketches we were drawing with a simple pencil. I can say that the very first and unconscious impulse that I had was to work with color. I started to make drawings with felt pens, then continued with ceramic tiles and mosaic sculpture. Of course there is also a second indispensable component: the symbolic of the material itself (the tile). 

Zhanna Kadyrova, Tolya, The Plumber, 2004–2005, cornice rinforzata, piastrelle di ceramica, cemento, poliuretano espanso, 60 × 172 × 30 cm, collezione Vladimir Ovcharenko, Mosca, foto Andrew Yagubsky, Alexei Lerer

Zhanna Kadyrova, Tolya, The Plumber, 2004–2005, Vladimir Ovcharenko collection, Mosca, photo Andrew Yagubsky, Alexei Lerer

Zhanna Kadyrova, Cube, 2009, piastrelle di ceramica, cemento, poliuretano espanso, 60 × 60 × 60, collezione Oleg Krasnoselsky

Zhanna Kadyrova, Cube, 2009, Oleg Krasnoselsky collection

Zhanna Kadyrova, Fruit, 2008, piastrelle di ceramica, poliuretano espanso, altezza 140 cm, collezione Fondazione Vladimir Smirnovand Kostantine Sorokin, Mosca

Zhanna Kadyrova, Fruit, 2008, collection of Vladimir Smirnovand Kostantine Sorokin Foundation, Mosca

The sculpture tends to give an idea of solidity, even if it is done through the mosaic. Instead one of the most interesting things of your works is that mosaic breaks sculpture, goes into the sculpture and digs it, like a geode: the fragmentation of the object is not reconstructed, but exalted. Could you talk about your idea of mosaic?

It was truly important for me to break and to flex something that usually doesn’t break. Everything was used to see a geometrical module of an every-day tile/plate. The utilitarian and commonness of the material gave me great possibilities. 

Zhanna Kadyrova, Apple, 2010, calcestruzzo, cemento, muro di mattoni, frammenti, piastrelle di ceramica, 300 × 300 × 300 cm, Lenin Street, Perm, Russia, foto Alexander Khomutov

Zhanna Kadyrova, Apple, 2010, Lenin Street, Perm, Russia, photo Alexander Khomutov

Zhanna Kadyrova, Form of Headlights, 2012, automobile, cornice di legno, cemento, 625 × 172 × 148 cm, courtesy dell'artista e Galleria Continua, San Gimignano / Beijing / Le Moulin, produzione di Izolyatsia-Platform for Cultural Initiatives, Donetsk, Ukraine, foto Oak Taylor-Smith

Zhanna Kadyrova, Form of Headlights, 2012, courtesy of the artist and Galleria Continua, San Gimignano / Beijing / Le Moulin, production of Izolyatsia – Platform for Cultural Initiatives, Donetsk, Ukraine, photo Oak Taylor-Smith

Zhanna Kadyrova, Data Extraction – Kyiv, 2012, armatura di metallo, resina epossidica, asfalto, 97 x 97 cm, proprietà dell'artista

Zhanna Kadyrova, Data Extraction – Kyiv, 2012, property of the artist

Seems to me that in your work, even in those currently exposed to the Ukrainian Pavilion at the Venice Biennale, various influences are acting. They would be contradictory but you knew how to combine them in an original way: from pop to ready-made, from the use of poor materials to the more elaborate and shiny.

There’s attention to the beauty of things not beautiful in appearance: the cement is heavy and without grace, but in your old work, in the form of a giant cone, it becomes light and touches the headlights, or rather it comes from the headlights of an old car (perhaps a “time machine” or rather a “memory machine”). Or your fragments of asphalt hung like paintings (which remind me of an amazing series of a great Italian photographer, Franco Fontana): they are generally under our feet, we do not notice them, but so isolated and hung on the wall, they make all the poetry of their reality.

Well, could you talk about your current work at the Biennale?

In the Ukrainian Pavilion I was exhibiting two completely different projects: a documentation of Monument of the New Monument and objects of the serie No Explicit Forms. The curators of the exhibition Alexander Soloviev and Viktoriya Burlaka have selected these works.

Zhanna Kadyrova, Monument to a New Monument, progetto realizzato per la residenza d'artista «Shargorodrafinad», 2009, calcestruzzo, cornice rinforzata, poliuretano espando, piastrelle di ceramica, pietra, pietra da pavimento, panchine, lampioni, (figura) 70 × 200 × 60 cm, (piedistallo) 256 × 150 × 256 cm, Lenin Street, Sharhorod, Ukraine

Zhanna Kadyrova, Monument to a New Monument, 2009, Lenin Street, Sharhorod, Ukraine

1. In 2007 I was invited to participate in a festival of architecture of the small city of Shargorod (Ukraine). I started to work on the public sculpture Monument of the New Monument, but I had the possibility to install it only in 2009. It was very important for me that, in addition to my being a sculptor who was making a sculpture, I started to work for the first time as architect. The square where is the monument was built following my project, benches and lamps were made after my sketches. 150 square meters of pavers were put on the ground, and the gas pipe that was going throw the square was put underneath it.

Once the curators have chosen this work, there was a question up for me: repeat the sculpture or make a documentation of this site-specific. I didn’t like the usual supporting documentation (photo, video), because of its bidimensionality. The DIY hologram that we exhibited at the Pavilion accomplished in my opinion is a prior task, to show the life around an contemporary artwork in a small town. The possibility to see the work from its four sides, the possibility to walk physically around it, was a real experiment for me. I made this kind of work for the first time and many people helped me with it. Four GoPro cameras were put on each of the four sides and, synchronously, every 10 seconds, made a shoot during all day, from sunset to sunrise. Thanks to this we had a quickening day of twelve minutes with passengers, cars, animals and everything that surrounded the sculpture every day, the original sound was also recorded this way. 

Zhanna Kadyrova, Security Camera, 2012, videocamera di sorveglianza, cornice di legno, muro a secco, cemento, dimensioni variabile, courtesy dell'artista e Galleria Continua, San Gimignano / Beijing / Le Moulin, produzione di Izolyatsia-Platform for Cultural Initiatives, Donetsk, Ukraine, foto Oak Taylor-Smith

Zhanna Kadyrova, Security Camera, 2012, courtesy of the artist and Galleria Continua, San Gimignano / Beijing / Le Moulin, production of Izolyatsia – Platform for Cultural Initiatives, Donetsk, Ukraine, photo Oak Taylor-Smith

2. The second project exhibited at the Ukrainian Pavilion is a work of the serie No Explicit Forms. This time I materialized the immaterial view of a security camera and a video camera, that are directed on some mysterious object of the exhibition. The choice of the material is here very important, as the concrete is a rough, heavy and basic material. It was important to put it against the ephemeral view of the cameras. The idea of the work is that at the first glance the unnoticed has a great impact on our private life. There was also a connection to the Biennale as a publicized art event. Maybe a chef-d’oeuvre is hidden under the eye of the camera.

Zhanna Kadyrova, Bench-graphs, 2008, calcestruzzo, armatura di metallo, piastrelle di ceramica, 840 × 69 × 415 cm, Peremohy Avenue, Kyiv

Zhanna Kadyrova, Bench-graphs, 2008, Peremohy Avenue, Kyiv

Zhanna Kadyrova, Honor Board, 2003, 11 fotografie in bianco e nero, truciolato, acrilico, 180 × 130 cm, collezione Izolyatsia-Platform for Cultural Initiatives, foto Dmitry Sergeev

Zhanna Kadyrova, Honor Board, 2003, Izolyatsia – Platform for Cultural Initiatives collection, photo Dmitry Sergeev

Zhanna Kadyrova, Shell, 2008, property of the artist, photo Andrew Yagubsky, Alexei Lerer

Zhanna Kadyrova, Shell, 2008, property of the artist, photo Andrew Yagubsky, Alexei Lerer

What is the situation of the mosaic in your Country? Are there other artists who use it in the contemporary sense?

The mosaic in Ukraine has very deep roots, as it is a traditional soviet element of the public space interior design. There are still some monumental signboards on the walls of different institutions and mosaic used in the bus stops that everybody can see nowadays. More contemporary mosaic can be seen in the Vinnytsia region, it is used to decorate houses. But these mosaics are more ornamental, the soviet ones are ideological.

There are not so many artists working with mosaic, some of them use it once, and then choose to move on… O. Tistol (from Kiev) made mosaic framings for his works, L. Zvezdochetova (Moscow) used tile mosaic, Artem Andreichuk (Kiev) uses tiles in his paintings, Anatoli Gankevich (Odessa) imitates mosaic in his paintings.

Zhanna Kadyrova, Diamonds, 2006, piastrelle di ceramica, cemento, poliuretano espanso, proprietà dell'artista, foto Sergey Illin

Zhanna Kadyrova, Diamonds, 2006, property of the artist, photo Sergey Illin

Zhanna Kadyrova, Filling, 2012, vasellame smaltato e contenitori domestici, piastrelle di ceramica, dimensioni variabili, courtesy dell'artista e Galleria Continua, San Gimignano / Beijing / Le Moulin, produzione di Izolyatsia-Platform for Cultural Initiatives, Donetsk, Ukraine, foto Oak Taylor-Smith

Zhanna Kadyrova, Filling, 2012, courtesy of the artist and Galleria Continua, San Gimignano / Beijing / Le Moulin, production of Izolyatsia – Platform for Cultural Initiatives, Donetsk, Ukraine, photo Oak Taylor-Smith

Zhanna Kadyrova, Oblast, 2010, property of the artist, photo Sergey Ilin

Zhanna Kadyrova, Oblast, 2010, property of the artist, photo Sergey Ilin

What are your plans for the future?

In the end of June I am making a residency in the Izolyatsia Foundation, in Donetsk (Ukraine). There I am going to make a monumental signboard out of recovered tiles coming from facade walls of the fabric. It will be a bas relief representing the contemporary city and will occupy the entire wall. Also, in my upcoming shows, I will have a solo exhibition in September entitled Crowd at the Moscow Biennale.

Zhanna Kadyrova, Crowd, 2012, property of the artist

Zhanna Kadyrova, Crowd, 2012, property of the artist

Zhanna Kadyrova, Wood, 2009, private collection, Kyiv

Zhanna Kadyrova, Wood, 2009, private collection, Kyiv

Vladimir Smirnov and Konstantine Sorokin Foundation

3 Profsoyuznaya Street, Moscow

E-mail: info@smirnovartsorokin.com

Tel.: +7 (499) 124-69-35

Fax: +7 (499) 124-69-31

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Biennale-di-Venezia-2013

Il sogno degli enciclopedisti del XVIII secolo consisteva nel creare un luogo del sapere universale che fosse finalmente in circolo, creare appunto un’enciclopedia di tutto lo scibile umano con sezioni scritte e iconiche, utopia illuminista realizzata in forma di libro rispetto al progetto originario del veneziano Giulio Camillo, quel Teatro della Memoria che può giustamente essere indicato quale antico modello ispiratore, non a caso d’età rinascimentale.

Tenendo conto di queste radici oltre che di suggestioni junghiane, il curatore Massimiliano Gioni ha costruito la sua Biennale come una sfida impossibile sin dal titolo, Il Palazzo Enciclopedico, desunto dall’irrealizzato (e irrealizzabile) edificio-idea di Marino Auriti (brevetto depositato a New York il 16 novembre 1955), sorta di moderna edizione babelico-borgesiana del già citato Giulio Camillo.

Marino Auriti, Il Palazzo Enciclopedico

Marino Auriti, Il Palazzo Enciclopedico, anni ’50

È ancora possibile oggi catalogare il mondo, ordinarlo in sezioni, venire insomma a capo del divenire incessante che è la natura stessa dell’esistere? Fulminante al riguardo una battuta di John Cage: “Il mondo, il reale, non è un oggetto. È un processo”.

Inoltre ha ancora senso tutto questo? Vero è che l’uomo necessita di un ordine apparente e momentaneo per capire le cose, ma appunto questo stato di quiete è solo artificiale, innaturale. Fermare il mondo e il tempo è impossibile. Impossibile incasellarlo. A meno che non esista più l’uomo: contraddizione questa da cui è difficile uscire.

Ecco nelle varie sale sfilare ordinate in teche e bacheche opere di rappresentazione animale, umana, minerale, vegetale, molte su carta per omaggiare il richiamo librario all’Enciclopedia. Solo che, poste così, una accanto all’altra e con un numero di migliaia e migliaia di pezzi, oggetti di una wundekammer contemporanea, producono alla fine vertigine e non sistema, perché ordinare il disordine naturale delle cose e dell’operare anche umano è semplicemente impossibile. L’incompletezza vincerà sempre, insieme all’inafferrabilità e non solo del micro-macro cosmo. Se ne potrebbe dedurre che conoscere è impossibile, anche se non possiamo farne a meno. E viene in mente l’immagine della Torre babelica di Pieter Bruegel il Vecchio, un’opera immane, alla fine lasciata incompleta come sappiamo dal mito biblico, cui però si affannano, né potrebbero fare diversamente, centinaia di minuscoli, quasi invisibili, uomini formica, ancora inconsapevoli della dissoluzione linguistica che li attende di lì  a pochi mattoni.

Pieter Bruegel il Vecchio, Torre di Babele, 1563 ca., Kunsthistorisches Museum, Vienna

Pieter Bruegel il Vecchio, Torre di Babele, 1563 ca., Kunsthistorisches Museum, Vienna

L’idea di Gioni insomma è buona, una resa (nel senso di un arrendersi) affascinante rispetto al divenire inclassificabile che siamo e che abbiamo prodotto. La realizzazione però è confusa talvolta, con esuberi tagliabili e con molte presenze passate perché in fondo il passato pare (e sottolineo pare, perché è un inganno del Tempo alla nostra debolezza mentale e mnemonica) sempre essere maggiormente organizzabile. Ma la Biennale si sa è anche un gran bazar e come tale, forse, non va neanche visitata tutta, prendendo piuttosto ciò che viene e che casualmente capita. Come i padiglioni nazionali, ad esempio. Ne ho visti solo alcuni, con qualche proposta davvero efficace e molto altro gioco da consumarsi subito. Da notare però una cosa per me assai positiva: il mosaico entra quest’anno in scena con proposte ottime, dalle tessere vitree più tradizionali ai tessuti che creano ambienti in cui entrare e specchiarsi “alla luce del sole”, sino alle mappe in terracotta dell’amico egiziano Mohamed Banawy.

Ecco, questa edizione la restituisco così, con foto disordinate, non belle, mal tagliate e scattate con l’assistenza del caso finché le pile sono durate, mescolando anzi scambiando persone e cose, persone fra le cose, persone come cose  senza soluzione di continuità, senza nome di autori né titoli, senza nazionalità e avvertendo che moltissimo non è stato ripreso. Questo è un invito a fare una passeggiata a Venezia, perdendosi, lasciandosi stordire da tutto questo e oltre anche dovesse non piacere.

Il Palazzo Enciclopedico – 55ª Biennale d’Arte, Venezia 2013

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