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Klaus Kinski in Fitzcarraldo di Werner Herzog (1982)

Klaus Kinski in Fitzcarraldo di Werner Herzog (1982)

Anche la sequenza finale del film Fitzcarraldo è legata a particolari circostanze della mia vita. Abbattendo gli alberi su alberi al prezzo di inenarrabili fatiche gli uomini creano una pista attraverso la foresta vergine e, con argani primitivi, trasportano la nave oltre il crinale montuoso fra i due fiumi, fin quando, dopo che l’assurdo progetto si è praticamente realizzato, l’imbarcazione di nuovo dondola tranquilla sullo specchio dell’acqua. Ma la notte, durante i festeggiamenti, gli Hivaros, che vogliono rimettersi in viaggio, tagliano le gomene, e subito il piroscafo prende la via verso valle, alla deriva in mezzo alle pareti rocciose del Pongo das Mortes. Fitzcarraldo e il suo capitano olandese non vedono altra prospettiva che l’ineluttabile naufragio, mentre gli Hivaros, raccolti sul ponte, guardano muti davanti a sé, persuasi che ormai il paese migliore da loro agognato non sia lontano.

E in effetti la nave sfugge come per miracolo alle cateratte della morte. Un po’ ammaccata, certo, e sbilenca, ma con l’eleganza di una primadonna, lascia le tenebre della giungla e, disegnando un ampio arco, esce sul fiume illuminato da una luce sfolgorante. È l’ora della salvezza, nella quale – altro miracolo – giunge la notizia che una compagnia italiana ha messo in scena a Manaus un’opera di Bellini, ed eccoli gli artisti che arrivano sull’acqua, un’imbarcazione dopo l’altra, eccoli che salgono a bordo, e si mettono a recitare e a cantare. Dietro i cappelli a punta dei puritani svetta la quinta di cartapesta delle montagne che, a quanto dice il libretto, si troverebbe nella regione di Southampton. Indiani dalle guance paffute suonano meravigliosamente il corno da caccia, come nemmeno gli angeli saprebbero fare, e Arturo e la folle Elvira, alla quale un felice concorso di circostanze ha restituito il senno, uniscono le loro voci in un duetto, che annulla la separazione dei corpi in una beatitudine incontaminata e si spegne con le parole “Benedici a tanto amore”. Nel frattempo la nave dei folli scivola via sul fiume d’argento. Così il sogno di Fitzcarraldo, quello di un’opera messa in scena nel cuore della foresta equatoriale, ha finito per realizzarsi. Lui è lì in piedi, appoggiato a una poltrona rossa di teatro, fuma un enorme sigaro, ascolta quella musica meravigliosa e sente un venticello leggero sfiorargli la fronte.

Winfried Georg Maximilian Sebald (Werthac, 1944 – Norfolk, 2001), da Moments musicaux, Milano 2013.

 

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