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Copertina del libro con particolare di Utagawa Hiroshige, Pesci rossi e funduli, 1843-47 ca., Honululu Academy of Arts

Copertina del libro con particolare di Utagawa Hiroshige, Pesci rossi e funduli, 1843-47 ca., Honululu Academy of Arts, Honululu

 

Per questo, quando ho visto che Hōsen veniva menzionato nei soli diari di pugno di Keigaku, sono stato preso da una profonda emozione che mi ha fatto apparire le cose sotto una luce diversa. Che straordinaria ironia che all’inizio della loro carriera si fossero trovati sulla stessa linea di partenza Keigaku, il pittore acclamato da tutti, e Hōsen, che voltando la schiena alle acclamazioni della folla aveva continuato a lanciare i suoi fuochi d’artificio, senza neanche girarsi a vedere che effetto facessero. (…)

La vita di Hōsen sarebbe probabilmente stata diversa, se non avesse avuto con Keigaku una relazione di intima amicizia. Sarebbe entrato prima o poi nel mondo della pittura e si sarebbe fatto un nome che gli avrebbe almeno garantito la partecipazione alle esposizioni ufficiali e magari la possibilità di venir ricordato. Ho le mie ragioni per credere che la presenza di Ōnuki Keigaku abbia avuto un peso considerevole nella vita sfortunata di Hara Hōsen. E anche possibile però che sia un mio arbitrario punto di vista. (…)

In questi due giorni in cui sono rimasto Monte Amagi, senza neanche toccare il materiale della biografia di Keigaku, sui cespugli di lagerstroemia del giardino è finita la fioritura di certi piccoli bottoni viola all’antica, e sono sbocciati tutti insieme i fiori bianchi. Sarà stato a causa del mio umore, ma mi sembra che le nuvole estive che si accavallano tutto il tempo sopra il Monte Amagi si siano trasformate in nuvole autunnali, che si spostano impercettibilmente. Guardando il calendario, ho visto che è il primo giorno d’autunno.

Mi sono venute in mente quelle copie di Keigaku dipinte da Hōsen, Fiori e uccelli e La volpe, quei due rotoli appesi nei tokonoma[1] di due cascine in un villaggio della Catena Centrale, perduto tra i monti che devono già essere soffusi di un’atmosfera autunnale; di nuovo ho provato per un istante quel senso di eternità che avevo già intuito una volta. Quelle opere hanno un legame sia con Keigaku che con Hōsen, eppure posseggono una vita propria, una modesta realtà del tutto indipendente da quei due. A questo punto, che si tratti di opere autentiche o di falsi, non ha più alcun significato. Per un po’ sono rimasto assorto in questo pensiero che brilla di limpido distacco, dicendomi che in autunno mi recherò a Kyōto a far visita a Ōnuki Takuhiko[2], a parlargli di quest’aspetto di Hōsen a lui sconosciuto, magari davanti a una bottiglia di sakè.

Yasushi Inoue (1907-1991), da Vita di un falsario (1951), Skira editore 2014.

 

[1] Il tokonoma è una specie di vano rientrante una parete della stanza tradizionale, nel quale vengono esposti oggetti d’arte, come pitture su rotolo, ceramiche, composizioni di fiori.

[2] Figlio del pittore Ōnuki Keigaku.

 

Ps. Sempre di Yasushi Inoue è un altro gioiello imperdibile, Il fucile da caccia: leggerlo vi farà riflettere sulle possibilità dell’amore come mai prima.

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