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Wisława Szymborska (1923-2012)

 

Preferisco il ridicolo di scrivere poesie/ al ridicolo di non scriverne. W. Szymborska

Ho incontrato Wisława per la prima volta nel 1997, da ragazzo, prima che diventasse una moda radiotelevisiva, attraverso un libretto della Mondadori della serie benemerita I miti poesia: ogni due settimane aspettavo con ansia e gioia ogni pubblicazione nuova che per 4.900 lire mi faceva scoprire tanti poeti stranieri e italiani a me ignoti o riscoprire superclassici come Leopardi finalmente liberati dalle zavorre scolastico-ministeriali e splendenti solo di bellezza propria.

Sulla copertina era riportato l’anno del suo Nobel, il 1996, forse per invogliare i più diffidenti davanti a quello sconosciuto (allora) nome polacco. Ma come ho detto, io ormai acquistavo sulla fiducia, anche perché spesso i Nobel sono stati assegnati ad autori di secondo ordine trascurando giganti come Borges o Proust.

Il “tu” con cui in apertura mi sono rivolto alla poetessa recentemente scomparsa non vuole essere una mancanza di rispetto: intanto ogni scrittore che pubblica dà in qualche modo del tu al suo lettore. Inoltre sempre sul quel libretto mondadoriano che radunava venticinque poesie tratte da due delle sue più belle raccolte, Gente sul ponte (1986) e La fine e l’inizio (1993), avevo annotato come fosse la sua stessa lingua, così diretta, colloquiale, arditamente semplice (come in Billy Collins, Ghiannis Ritsos, Sandro Penna, e invece, come paiono irrimediabilmente invecchiati oggi i ghirigori di tanta neoavanguardia anni’60), a darmene quasi il consenso.

Con lei mi sentivo a casa, come da una vecchia, molto saggia, zia. Anni dopo, quando effettivamente l’ho incontrata di persona a Bologna, il 27 marzo 2009, in occasione di un’onorificenza dell’Alma Mater (una laurea honoris causa? Non ricordo più), ho subito pensato che si presentava come me l’aspettavo, come i suoi versi me l’avevano fatta immaginare. Corrispondeva.

Naturalmente in rete erano disponibili centinaia di foto, ma una cosa è vedere una riproduzione (di qualsivoglia oggetto, edificio, paesaggio o persona), altra è farne esperienza diretta: ed eccola lì, la Szymborska, minuta e grandissima, vestita di chiaro, curata e asciutta con le rughe che sono il racconto, i segni dell’aratro-vita sul terreno di un volto, dolcissima e dura ad un tempo, come la sua lingua a me incomprensibile, fortunatamente tradotta con cura eccellente, con amore direi, dal compianto Pietro Marchesani (1942-2011).

Franco Loi in una bella intervista (Il canto della vita a cura di Marco Manzoni, in Da bambino il cielo, Milano 2010) cita la convinzione di Petrarca sul fatto che la poesia, quando è vera poesia, è sacra come la Scrittura. Anche per Ungaretti la poesia era preghiera e per Patmore l’unica differenza fra un mistico e un poeta stava nel fatto che il primo tace ciò che il secondo dice.

Continua Loi dicendo che la radice indoeuropea della parola sacro vuol dire “distanza”: dunque chi si occupa del sacro tenta di colmare distanze, come il pontifex latino, il pontefice, colui che, stando alla lettera, costruisce ponti (fra noi e il divino). E cosa fa il poeta se non cercare di avvicinarsi all’indicibile, alla verità delle verità insomma? Certo più in là non si può andare: persino Dante di fronte a Dio sospende la parola: “A l’alta fantasia qui mancò possa” (Paradiso, XXXIII, 142).

Nei versi della Szymborska c’è tanta verità ma detta nel più semplice dei modi (questo spiega il suo meritatissimo successo di vendite, oltre al desiderio di poesia più diffuso di quanto non si pensi: ma più che l’opera omnia pubblicata da Adelphi, suggerisco di farsi tentare anche dalle singole perle azzurre Scheiwiller) e con la consapevolezza, da profonda ammiratrice del Qoelet, che “l’ispirazione, qualunque cosa sia, nasce da un incessante «non so». (…) Anche il poeta, se è un vero poeta, deve ripetere di continuo a se stesso «non so». Con ogni sua opera cerca di dare una risposta, ma non appena ha finito di scrivere già lo invade il dubbio e comincia a rendersi conto che si tratta di una risposta provvisoria e del tutto insufficiente” (da Il poeta e il mondo, discorso per il Premio Nobel, 1996). Non a caso c’è in lei tanta ironia, salti d’arguzia dove non li aspetti e dove sono in realtà necessari, sapientemente orditi dalla maga poetessa per incantarci, per farci allungare il passo e colmare la distanza fra ciò che neanche sospettavamo fosse già dentro di noi: Sulla morte senza esagerare, Vista con granello di sabbia, Nulla è in regalo, Amore a prima vista, Possibilità, Qualche parola sull’anima, Elenco e decine di altre: leggete, stupite, riconoscetevi.

A proposito, vi lascio con La cipolla, poesia e sorriso con cui mi piaceva chiudere i reading tanti anni fa (posso dire nel secolo scorso!), mosso dalla pura voglia di far sentire a degli sconosciuti ciò che ritenevo importante, perché mi aveva fatto capire “che esiste la vita e l’individuo,/ che il potente spettacolo continua, e tu puoi contribuivi/ con un tuo verso” (Walt Whitman).

Quasi scordavo: quella volta a Bologna sono riuscito a farmi firmare un suo libro e, sebbene di persona avrei preferito darle del lei, mi è scappato in inglese “thank you, for my life”. Non so se abbia capito o forse solo per educazione, ma in una frazione di secondo m’è parso reclinasse leggermente il collo, quasi stupita negli occhi, per allungare gli angoli della bocca in un sottile sorriso.

 

La cipolla 

La cipolla è un’altra cosa.
Interiora non ne ha.
Completamente cipolla
fino alla cipollità.
Cipolluta di fuori,
cipollosa fino al cuore,
potrebbe guardarsi dentro
senza provare timore. 

In noi ignoto e selve
di pelle appena coperti,
interni d’inferno,
violenta anatomia,
ma nella cipolla – cipolla,
non visceri ritorti.
Lei più e più volte nuda,
fin nel fondo e così via.

Coerente è la cipolla,
riuscita è la cipolla.
Nell’una ecco sta l’altra,
nella maggiore la minore,
nella seguente la successiva,
cioè la terza e la quarta.
Una centripeta fuga.
Un’eco in coro composta.

La cipolla, d’accordo:
il più bel ventre del mondo.
A propria lode di aureole
da sé si avvolge in tondo.
In noi – grasso, nervi, vene,
muchi e secrezione.
E a noi resta negata

l’idiozia della perfezione. 

Wisława Szymborska, da Grande numero (1976), in Vista con granello di sabbia – Poesie 1957-1993 (Milano 1998).


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Perché l’opera lirica è diventata noiosa dopo essere stato uno dei generi più pop della storia della musica? D’accordo, sono cambiate un po’ di cose nell’ultimo secolo, dal cinema alla televisione al web ai gusti musicali, ovviamente. Ma cosa è successo alla lirica, in Italia specialmente?

Risposta concisa ed efficace a un tema complesso: nel nostro Paese si fa dell’“archeolirica”, ovvero un tipo di spettacolo ancora legato a convenzioni ottocentesche che non hanno nulla da dire all’uomo (al ragazzo!) di oggi e che, volendo rispettare una presunta tradizione mummificata tradiscono proprio ciò che pretenderebbero difendere, la poesia dinamica (visiva e musicale) dell’opera stessa.

In fondo si tratta di traduzioni: avrebbe senso oggi tradurre Goethe e Baudelaire con la lingua di Foscolo o Carducci (per carità!) solo perché loro contemporanei?

E così, un “fortissimo” dei tempi di Rossini e Mozart ha il medesimo significato ancora oggi? È davvero un peccato mortale attualizzarlo, realizzando o meglio avvicinandosi al volere effettivo dell’autore?

Che male c’è a rileggere in vesti moderne quell’autentico schiaffo al perbenismo borghese che è la Traviata? Appunto attualissima e scandalosamente in abiti contemporanei allora, quando fu creata. E il Rigoletto, non si apre forse con un’orgia? Ebbene sì, avete capito bene, “lo dice il libretto”, scrive giustamente Mattioli. Altro che i castigati e ingombranti paludamenti rinascimentali: più Aretino e meno Monsignor Della Casa, se proprio deve essere…

E la Butterfly non si può fare rinunciando agli stereotipi delle giapponeserie liberty? E la meravigliosa opera barocca può essere definitivamente spiumata da costumi di penne, ali, Pizzi e merletti?

Sì, tutto è possibile e molto è già stato fatto, specie da registi e scenografi esteri, gente che pensa e non si contenta del mestiere di amanuense cui moltissimi protagonisti nostrani ci hanno abituato (e ammorbato: e ancora durano). Tutto questo e molto di più è ben testimoniato, con nomi e cognomi, da Alberto Mattioli, “operoinomane” come egli si definisce è ben più che un esperto (peraltro critico musicale e corrispondente da Parigi per La Stampa e collaboratore di numerose riviste specializzate): la sua è una ragione di vita.

Le 1100 opere da lui viste e catalogate (con tanto di numero aggiornato al 31.12.2011) nella sua carriera di appassionato e di “tossico” come tutti i monomaniaci (ma “l’opera fa meno della droga vera”, portafogli a parte, s’intende) sono la materia di questo divertentissimo e coltissimo racconto che è Anche stasera – Come l’opera ti cambia la vita (Mondadori Strade blu, Milano 2012), un testo da leggere e rileggere divertendosi e imparando molto (in fondo al libro si trova anche un bignamino lirico, utile perché sa incuriosire ulteriormente, preceduto dai seri e giocosi cento motivi per appassionarsi al genere), come sempre quando una passione, dunque una verità, sostiene il tutto. E la passione si sa è faziosa: infatti il nostro, tanto per fare un esempio, non sopporta Muti e adora Abbado (padre), la sua sensibilità, sottile e robusta a un tempo, artistica e umana. Specchio, viene da dire, della sua figura, esile e alta e in grado di sorridere, di far sorridere (prendete lo storico, all-star, Viaggio a Reims di Rossini da lui diretto nel 1984), come di commuovere.

Sia chiaro: questo non è testo sull’opera per tecnici: al contrario, troverete sì le giuste informazioni e qualche aneddoto storico, ma soprattutto la narrazione briosa delle avventure dell’autore (sin dove può spingerci una passione? Ovunque e a ogni costo!) fra appuntamenti al buio all’Opera di Amsterdam, vacanze intelligenti (e leggermente massacranti per un neofita), le prime alla Scala “demutizzata” (post 2004) con immancabili mostri botulinizzati e le follie vere, severissime, da crucchi degni di Wagneropoli, ovvero Bayreuth.

Fra le pagine più esilaranti segnalo la casistica dei “rompiopera”, il catalogo è questo: “la scartocciatrice folle, la ravanatrice impazzita, il telefonista compulsivo, la librettista divulgatrice, la tisica incurabile, il loggionista arrabbiato, la divina carampana, la tintinnatrice percussiva, la palchettista irriducibile” e, gran finale arbasiniano, “la melochecca adorante”.

Infine, si tenga presente che come non esiste il teatro dall’acustica perfetta, esistono invece teatri più adatti di altri a certe musiche, così non esiste l’esecuzione d’opera perfetta: c’è sempre qualche sbavatura, ora è un cantante, ora una scena, ora un orchestrale o il direttore stesso. Per fortuna “a noi resta negata/ l’idiozia della perfezione” diceva l’ottima Szymborska, meglio lasciarla alle cipolle o agli dei. Tuttavia è possibile che ci siano elementi singoli di rara esattezza, tali da concretizzare un termine ormai desueto: il sublime. Mi riferisco allo Zauberflöte diretto da Solti con i Wiener Philharmoniker (Decca, 1971): a dire il vero, per quanto buona, ci sono esecuzioni migliori, ma la cantante, Christina Deutekom, è la miglior Regina della Notte mai esistita. La scala e gli acuti della nota aria Der Hölle Rache: come lei nessuno mai. Ascoltate e stupite.

Un’ultima considerazione: noi restiamo ancora, nonostante tutto, “il Paese del melodramma: piaccia o non piaccia”, con “i vizi e le virtù, figure e figuri, tipi e costanti nazionali” che quel “grande antropologo arcitaliano” di Verdi come pochi ha saputo indagare e mostrarci. Lo strepitoso baraccone dell’opera dunque è cosa più che mai viva e ci riguarda, anche in termini di bellezza, di vago (nel senso petrarchesco) incantamento, una volta tanto.

Ps. Dedico questa pagina a mio padre, che in casa, da ragazzino, mi ha introdotto al mondo del bel canto, e a Cristina e Giulia, amiche “operoinomani” che ho avuto la fortuna di conoscere tanti anni fa.

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Piero della Francesca, Battesimo di Cristo, metà del XV secolo ca., National Gallery, Londra

Dedicare un post a Jorge Luis Borges (Buenos Aires, 1899 – Ginevra, 1986) è per me quasi impossibile, tanto trovo immenso questo autore che mi accompagna da tempo (nel tempo), dall’adolescenza. Come molti fui folgorato sulla via dell’Aleph e soprattutto di Finzioni nella splendida traduzione di Franco Lucentini, anche se li precedettero i versi di La cifra (“La notte impone a noi la sua fatica/ magica. Disfare l’universo,/ le ramificazioni senza fine/ di effetti e di cause che si perdono/ in quell’abisso senza fondo, il tempo.”), nell’edizione tascabile ed economica dei “Miti Poesia Mondadori” di metà anni ’90, a 3.900 lire, una raccolta purtroppo non più proposta, ma che ha significato per la mia generazione la possibilità di scoprire una quantità di poeti contemporanei oltre i soliti quattro che impartivano negli stantii programmi scolastici patri (senza scordare gli altrettanto mitici romanzi, racconti e testi teatrali della Newton Compton a 1000 lire cadauno!).

Proseguii con l’Elogio dell’ombra, L’oro delle tigri, Il libro di sabbia, Storia dell’eternità, L’invenzione della poesia, etc., sino a comperare i due Meridiani dedicati a Borges con quasi tutta l’opera omnia, ad eccezione del Manuale di zoologia fantastica (in collaborazione con Margarita Guerrero), del Libro dei sogni e poche altre cose.

Scrive Calvino in Perché leggere i classici (postumo, Milano, 1991): “Borges è un maestro dello scrivere breve. Egli riesce a condensare in testi sempre di pochissime pagine una ricchezza straordinaria di suggestioni poetiche e di pensiero: fatti narrati o suggeriti, aperture vertiginose sull’infinito, e idee, idee, idee. Come questa densità si realizzi senza la minima congestione, nel periodare più cristallino e sobrio e arioso; come il raccontare sinteticamente e di scorcio porti a un linguaggio tutto precisione e concretezza, la cui inventiva si manifesta nella varietà dei ritmi, delle movenze sintattiche, degli aggettivi sempre inaspettati e sorprendenti, questo è il miracolo stilistico, senza uguali nella lingua spagnola, di cui solo Borges ha il segreto.”

Miracolo stilistico che, mi permetto di aggiungere, ho riscontrato solo rarissimamente altrove, ad esempio nella meravigliosa Wisława Szymborska.

A me Borges ricorda Piero della Francesca, altro autore da me amato alla follia, o meglio l’ipotesi di equivalenza che mi sono fatto delle loro strutture mentali, rette dall’idea che un ordine (e dunque un senso) al caos sia possibile, addirittura auspicabile, e nel caso di Borges si chiama scrittura, libro, testimonianza redatta, segno lasciato nei secoli, ai secoli, attraverso la sabbia dei secoli, complice il moltiplicarsi degli eventi (e degli esiti) negli universi paralleli (e letterari) immaginabili e dunque per ciò stesso esistenti, come nelle forme di Piero, solidi geometrici e curve ripetute, un’eco infinitamente replicabile (variabile) sotto un sole perennemente zenitale.

Borges ha influenzato una quantità di scrittori anche italiani, non ultimo Sciascia, autore del seguente aneddoto, di sapore appunto borgesiano: “Petrarca morì nella notte tra il 18 e il 19 luglio del 1374 (…). Stroncato da una sincope improvvisa, reclinò la testa sul libro che stava leggendo. Accorso a sollevarlo, il fedele discepolo Lombardo della Seta vide «come una nuvoletta in su salire» l’anima del maestro. La sera del I marzo 1938, Gabriele D’Annunzio moriva allo stesso modo. Nessuno vide la sua anima in su salire. Ma stava leggendo Petrarca. Se non sapessimo che cosa Petrarca stava leggendo quando la morte lo colse, diremmo che – nel labirinto del tempo o nella siderale circolarità fuori del tempo – stava leggendo D’Annunzio.” (da Nero su nero, Torino, 1979).

Non resta che dare spazio diretto alle sue parole, al verso-prosa borgesiano: mesi fa ho riportato I giusti in spagnolo e italiano, stavolta tocca all’Altra poesia dei doni (data la lunghezza solo in traduzione), facente parte della raccolta L’altro, lo stesso (1964), successiva a L’artefice (1960), in cui era inclusa la prima Poesia dei doni.

Prima però desidero citare un ricordo di Alberto Manguel, noto saggista e scrittore che da ragazzo fu gli occhi di Borges, essendo stato fra i lettori del grande cieco. Ho avuto modo di incontrarlo qualche settimana fa, dopo una bella conferenza sul senso delle biblioteche oggi, e gli ho chiesto di descrivermi il suono della voce del maestro, notando come, col tempo, la memoria delle voci pare sbiadirsi, ma appena suscitata torni fresca. Infatti alla mia domanda, seguita da qualche secondo per richiamare alla mente quel timbro particolare, mi risponde: “Era lenta, calma, cadenzata, apposta anche per sorprendere l’interlocutore. Una volta un giornalista gli ha chiesto cosa gli piacesse del nostro eroe nazionale José de San Martín, una specie di Garibaldi argentino. E lui con quella voce solenne e lenta, gli ha risposto: “La sua effigie sulle banconote, il suo nome nelle canzoni dei bambini prima di iniziare scuola e nei discorsi ufficiali dei politici.” Il giornalista si è sorpreso della non risposta e allora Borges: “Bueno, così ci siamo allontanati dall’eroe.””

Clara Peeters, Natura morta, 1622 ca., Museo del Prado, Madrid

Ringraziare desidero il divino
Labirinto delle cause e degli effetti
Per la diversità delle creature
Che compongono questo universo singolare,
Per la ragione, che non cesserà di sognare
Un qualche disegno del labirinto,
Per il viso di Elena e la perseveranza di Ulisse,
Per l’amore, che ci fa vedere gli altri
Come li vede la divinità,
Per il saldo diamante e l’acqua libera,
Per l’algebra, palazzo di cristalli esatti,
Per le mistiche monete di Angelus Silesius,
Per Schopenhauer,
Che forse decifrò l’universo,
Per lo splendore del fuoco
Che nessun umano può guardare senza uno stupore antico

Per il mogano, il cedro e il sandalo,
Per il pane e il sale,
Per il mistero della rosa
Che dona il suo colore e non lo vede,
Per certe vigilie e giorni del 1955,
Per i duri mandriani che nella pianura
Aizzano le bestie e l’alba,
Per il mattino a Montevideo,
Per l’arte dell’amicizia,
Per l’ultimo giorno di Socrate,
Per le parole che in un crepuscolo furono dette
Da una croce all’altra,
Per quel sogno dell’Islam che abbracciò
Mille notti e una,
Per quell’altro sogno dell’inferno,
Della torre di fuoco che purifica,
E delle sfere gloriose,
Per Swedenborg,
Che conversava con gli angeli per le strade di Londra,
Per i fiumi segreti e immemorabili
Che convergono in me,
Per la lingua che, secoli fa, parlai nella Northumbria,
Per la spada e l’arpa dei sassoni,
Per il mare, che è un deserto risplendente
E un simbolo di cose che non sappiamo,
Per la musica verbale d’Inghilterra,
Per la musica verbale della Germania,
Per l’oro, che riluce nei versi,
Per l’epico inverno,
Per il nome di un libro che non ho letto: “Gesta Dei per Francos”,

Per Verlaine, innocente come gli uccelli,
Per il prisma di cristallo e il peso del bronzo,
Per le strisce della tigre,
Per le alte torri di San Francisco e dell’isola di Manhattan,
Per il mattino nel Texas,
Per quel sivigliano che stese l’Epistola Morale,
E il cui nome, com’egli avrebbe preferito, ignoriamo,
Per Seneca e Lucano, di Cordova,
Che prima dello spagnolo scrissero

Tutta la letteratura spagnola,
Per il geometrico e bizzarro gioco degli scacchi,
Per la tartaruga di Zenone e la mappa di Royce,
Per l’odore medicinale degli eucalipti,
Per il linguaggio, che può simulare la sapienza,
Per l’oblio, che annulla o modifica il passato,
Per l’abitudine,
Che ci ripete e ci conferma come uno specchio,
Per il mattino, che ci dà l’illusione di un principio,

Per la notte, le sue tenebre e la sua astronomia,
Per il coraggio e la felicità degli altri,
Per la patria, sentita nei gelsomini
O in una vecchia spada,
Per Whitman e Francesco d’Assisi che già scrissero questa poesia,
Per il fatto che questa poesia è inesauribile
E si confonde con la somma delle creature
E non arriverà mai all’ultimo verso
E cambia secondo gli uomini,
Per Frances Haslam[1], che chiese perdono ai suoi figli
Perché moriva così lentamente,
Per i minuti che precedono il sonno,
Per il sonno e la morte,
Quei due tesori segreti,
Per gli intimi doni che non elenco,
Per la musica, misteriosa forma del tempo.

 

Jorge Luis BorgesAltra poesia dei doni, da L’altro, lo stesso (1964), traduzione di Luca Maggio sulla base della precedente di Francesco Tentori Montalto.


[1] Frances Haslam: nonna dell’autore.

Internetaleph – sito dedicato a Jorge Luis Borges

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Poesia è/ il grido che grideremmo/ al risveglio in una selva oscura/ nel mezzo del cammin/ di nostra vita (…) Poesia è tutto/ quanto alato canta (…) Poesia è una voce di dissenso/ contro lo spreco di parole/ e la pletora folle della stampa (…) È una foto di Ma’/ in reggiseno Woolworth/ che guarda dal vetro/ un giardino segreto (…).Lawrence Ferlinghetti, da Cos’è la poesia (Mondadori, Milano, 2002)

Lawrence Ferlinghetti

Wislawa Szymborska

Ad alcuni piace la poesia/ ad alcuni- non a tutti./ E neppure alla maggioranza, ma alla minoranza./ Senza contare le scuole, dov’è un obbligo,/ e i poeti stessi,/ ce ne saranno forse due su mille./ Piace-/ ma piace anche la pasta in brodo,/ piacciono i complimenti e il colore azzurro,/ piace una vecchia sciarpa,/ piace averla vinta,/ piace accarezzare un cane./ La poesia-/ ma cos’è mai la poesia?/ Più d’una risposta incerta è stata data in proposito./ Ma io non lo so, non lo so e mi aggrappo a questo come all’àncora d’un corrimano.” Wislawa Szymborska, da La fine e l’inizio (Scheiwiller, Milano, 1998)

Hans Magnus Enzensberger

(cosa bella cosa/ nome contro cosa/ se l’idea ti acchiappa/ ti mette nella pappa/ se la cosa acchiappa te/ vince il papa vince il re)Angelo Lumelli, da Cosa bella cosa (Guanda, Milano, 1977)

Un gran peso/ le poesie non l’hanno./ Fintanto che sale, la palla da tennis,/ è, mi pare,/ più leggera dell’aria.” Hans Magnus Enzensberger, da Più leggeri dell’aria (Einaudi, Torino, 2001)

L’aria l’è cla ròba lizìra/ ch’la sta datònda la tu tèsta/ e la dvénta piò cèra quant che t’róid.” (L’aria è quella roba leggera/ che ti gira intorno alla testa/ e diventa più chiara quando ridi) Tonino Guerra, da I bu (Rizzoli, Milano, 1972)

Tonino Guerra

Ps. Proprio bella l’idea che la poesia sia fatta d’aria.

Di saggi ne propongo tre assai godibili: L’invenzione della poesia (Mondadori, Milano, 2001) ovvero le lezioni americane del ’67 di Jorge Luis Borges, l’audiolibro Che cos’è la poesia (Luca Sossella Editore, Roma, 2005) con testo e voce di Valerio Magrelli (il libretto è introdotto da un verso illuminante della Szymborska: “preferisco il ridicolo di scrivere poesie, al ridicolo di non scriverne”) e L’avventura della poesia (Jaka Book, Milano 2002) di Roberto Mussapi, cui do commento con queste parole di Dario Bellezza: “I poeti animali parlanti/ sciagurato in bellezza versi/ profumati-nessuno li legge,/ nessuno li ascolta. Gridano/ nel deserto la loro legge di gravità” (da Proclama sul fascino, Mondadori, Milano, 1996).

Questo post è dedicato agli amici Andrea P., mio fratello ideale, e Debora V., che, tra gli altri meriti, ha contribuito a farmi amare la poesia della sua terra, ultimamente con l’opera Tonino Guerra, Raffaello Baldini, Nino Pedretti, tre grandi poeti in musica (cd+libretto illustrato da Guerra stesso, NdA Press, Cerasolo Ausa di Coriano, Rimini, 2009), lavoro reso possibile dalle note di Andrea Alessi e dei suoi talentuosi musicisti, tra cui Daniela Piccari, voce solista potente, cui qua e là, fra le tracce, si alternano le voci dei tre poeti in questione a recitare i propri versi.

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