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Posts Tagged ‘Ravenna’

Con questa premessa desidero ringraziare Alessandra Carini, direttrice artistica della galleria MAG di Ravenna per la bellissima esperienza data all’artista Sara Vasini e al sottoscritto come suo curatore per la mostra Paradiso visitabile gratuitamente dal 4 ottobre al 24 novembre 2019 parallelamente all’esposizione Mai più curata dalla stessa Carini insieme a Beatrice Pezzi sul talentuoso Marco De Santi, quest’anno vincitore del premio Gaem.

L’evento è inserito nella programmazione della Biennale del Mosaico 2019.

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Sara Vasini, Paradiso, 2019

Sara Vasini. Paradiso (abstract dal catalogo)

di Luca Maggio

“La maggior parte degli uomini disprezza troppo facilmente la grazia.” Stendhal

Paradiso è cosa differente per ogni cultura, per ogni individualità.

Parádeisos originariamente è la trascrizione greca dell’avestico pairidaeza  che per Senofonte indicava il grande giardino recintato del re nella Ciropedia. Venne in seguito scelto per tradurre l’ebraico gan della Genesi biblica al posto del vocabolo più comune kẽpos, proprio per la sua valenza regale “che meglio si adattava a un giardino piantato da Dio” (G. Agamben, Il Regno e il Giardino, Vicenza 2019, p.13).

Paradiso è luogo terrestre celeste, tangibile ideale, perduto ritrovato, irraggiungibile vicinissimo mentale. È la meta possibile della ricerca di felicità o la ricerca stessa.

Nella riflessione di Sara Vasini, Paradiso è avere a che fare con la sua lingua madre, il mosaico, non una tecnica, più di un linguaggio, modo d’essere, di vivere nulla mai facile, anzi da esplorare con più tecniche e linguaggi, come nell’opera qui presente.

Alcuni anni fa, Sara acquista per caso un cartone del 1953 del maestro mosaicista Romolo Papa raffigurante il viso del San Pietro musivo del 1112 già nel Duomo di Ravenna. Dopo Codificazioni, il workshop da lei tenuto presso l’Accademia di Belle Arti di Lecce nell’aprile 2019, capisce che questo volto può essere inserito nel Saggio sulla cecità, sua serie in progress ispirata all’opera omonima di José Saramago e iniziata fra 2015 e 2016: circa una volta all’anno, Sara rielabora una copia musiva antica virandone i colori sino al monocromo “poiché a mio avviso il mosaico non è nel colore, come i più pensano, ma nell’andamento (…) nell’accostamento tra una tessera e l’altra” afferma con l’intento di far scoprire anche ai profani la bellezza del ritorno alla grammatica musiva – suo paradiso – senza distrazione o inganno cromatico.

Qui i San Pietro sono due: azzurro e rosa che, nella vulgata occidentale, rappresentano il maschile e il femminile: l’Adamo e Eva del video che collega, completa e chiude questa installazione.

Romolo Papa, Piazza Armerina, 1959

In un catalogo dedicato a Romolo Papa (niArt, Ravenna 2008) si vedono tre immagini in cui Romolo Papa, a Piazza Armerina nel ’59, si fotografa pressoché nudo, a parte un paio di mutande bianche, davanti allo specchio della sua camera, a pochi passi dai sontuosi mosaici romani. Perché si è autoritratto così?

L’ipotesi di Sara è che non si possa essere che nudi davanti alla lingua madre del proprio paradiso, come Adamo e Eva nell’Eden biblico o mentale o, in questo caso, in forma di video, dove Lorenzo e Adele, novelli Adamo e Eva, partono nudi – provvisti solo delle mutande bianche in omaggio alla foto di Papa – dalla propria dimensione identitaria e posizione di riconoscimento, ovvero l’azzurro/maschile e il rosa/femminile dei San Pietro della Vasini, e seguendo un rettilineo invisibile – come talvolta sono gli andamenti e le vie musive e sorgive della vita – camminano verso il centro, verso San Pietro, sotto gli occhi del quale accade l’avvicinarsi, l’incontro, la scoperta dell’Altro, occhi negli occhi, relazione possibile, incognita Paradiso. A quel punto tutto si interrompe, sospeso, e fa ingresso il mistero del presente. Forse del futuro.

Sara Vasini, Paradiso, frame dal video, 2019

In Ultimo tango a Parigi, c’è una scena breve e rivelatrice in cui Jeanne/Maria Schneider descrive il matrimonio pop moderno, quello della pubblicità felice e sorridente, che gli sposi come operai in tuta da lavoro possono sempre riparare, persino in caso di adulterio. Ma “l’amore no, l’amore non è pop” e quando si manifesta, la finzione cessa e “gli operai entrano in un appartamento segreto, si levano le tute e ridiventano uomini, donne e fanno l’amore.” Certo tenendo presente che “Amore non è solo vicenda di corpi, ma traccia di una lacerazione, e quindi incessante ricerca di quella pienezza, di cui ogni amplesso è memoria, tentativo, sconfitta” (U. Galimberti, Le cose dell’amore, Milano 2018, p.155).

Sara Vasini, Paradiso, frame dal video, 2019

Paradiso è anelare a questa autenticità scoprendo nell’altro l’inatteso, “l’enigma” direbbe Lévinas, il diverso da sé, esplorando confini e slanci insospettati, non già un autospecchiarsi sterile per trovare nell’altro la conferma ennesima di sé, un altro sé privo della spinta esplorativa, che è moto di vita. In questo senso “compito dell’arte e della poesia è sicuramente quello di liberare la percezione da tale rispecchiamento, e di aprirla a favore dell’interlocutore, a favore degli altri, dell’Altro.” (B. Han, L’espulsione dell’Altro, Milano 2017, p.82)

Sara Vasini, Paradiso, frame dal video, 2019

A questo appuntamento non si può presentarsi che in luce e nudità, privi di vergogna, come erano i progenitori del mito biblico, come sono gli attori del video che pure danno corpo a una verità, poiché avere desiderio dell’altro e farne esperienza in dolore e amore, con le difficoltà e la fatica spiazzante dell’altro, realizza in pienezza anche il proprio sé finalmente liberato, non più bloccato dai lacci delle paure autoinflitte, anzi arricchito dalla rivelazione della propria follia, l’altro sé in sé, come voleva Socrate nel Simposio platonico, pronto a essere nuovo, più profondamente umano nelle occasioni che verranno. L’altro spariglia le carte dell’io, rimette in gioco tutto, induce a donargli cura e tempo, cura nel tempo, il nostro proprio tempo. Avvicina a una natura più intima e umana che, come intuì Scoto Eriugena nel Periphyseon, è la sede vera del mistero di un possibile paradiso terrestre. Grazie, Sara.

Sara Vasini, Nuda Veritas, 2019

Ps. “Wahrheit ist Feuer und Wahrheit reden heisst leuchten und brennen” / “La verità è fuoco e parlare di verità significa illuminare e bruciare”: sono i versi di Leopold Schefer che Gustav Klimt scelse per la prima versione litografica della Nuda Veritas (1898), in cui la donna-Verità si svela di fronte all’osservatore significativamente reggendo uno specchio da cui si originano raggi luminosi.

Con il trittico finale Nuda Veritas, volutamente nascosto in sede di mostra dietro un tendaggio nero, Sara Vasini riconduce al mosaico proprio Klimt che dei mosaici bizantini di Ravenna si era nutrito per tradurli nello splendore della Secessione viennese. Il lavoro si sviluppa su linee con le tipiche lamelle-tessere di conchiglia della Vasini, insieme a qualche virgola colorata. Nella seconda fase di strappo, col cemento, qualcosa è andato diversamente. Alcune tessere sono rimaste agganciate alla tarlatana. Un errore? Quante volte nella vita di ognuno gli accadimenti prendono direzioni impreviste, incontrollabili? Per quanto non sia facile, bisogna accettarle, integrarle nel nostro percorso. Coerentemente Sara non ha voluto rifare l’opera, decidendo di esporre il dittico con la piega nuova, la bruciatura quasi, che esso ha deciso di assumere. Nuda veritas.

Nella terza immagine, il corpo nudo dell’artista stessa (a parte le mutande bianche, trait d’union con il Paradiso precedente), restituito dal medium fotografico come nell’autoscatto di Papa, veste la Veritas klimtiana, sostenendo uno specchio su uno sfondo marino, Bellaria, suo luogo di nascita, dove lei trova le amate conchiglie-tessere, sua lingua madre. Non è solo una posa speculare a quella di Klimt: questo ritratto è lo svelarsi di un’anima in tutta la sua forza sorgiva, nella sua fragilità definitiva: “Wahrheit ist Feuer und Wahrheit reden heisst leuchten und brennen.”

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Con questa premessa desidero ringraziare Elisa Simoni e il co-curatore Giovanni Gardini,  per la bella esperienza di questa mostra visitabile gratuitamente dal 6 ottobre al 24 novembre 2019 presso la Chiesa di Santa Eufemia a Ravenna.

L’evento è inserito nella programmazione della Biennale del Mosaico 2019.

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Elisa Simoni, La scelta dei dodici, 2019

Elisa Simoni. La scelta dei dodici (abstract dal catalogo)

di Luca Maggio

“In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini” Vangelo di Giovanni 1,4

L’opera che stai osservando non è nell’intenzione dell’autrice, Elisa Simoni, solo un insieme di oggetti aventi relazione fra loro in una installazione comune. È una preghiera meditata negli anni. Che trova ora compimento.

(…) Dodici cubi-tessere di marmo. E dodici dischi arrugginiti in ognuno di essi. Del tredicesimo, unico completamente dorato sopra un supporto trasparente, dirò oltre. Anche se, come avrai intuito, rappresentano gli apostoli e il loro maestro, Yehoshua ben Yosef, Gesù. Per loro, da un certo punto in poi, egli è più di un rabbī, guida spirituale, è il Figlio di Dio, colui che li ha chiamati, chiedendo loro di aderire a un messaggio d’amore inedito, scegliendo di scegliere ciò che ragione sconsiglierebbe, radicalmente cambiando le proprie vite senza possibilità di ritorno: “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri” (Gv 13,35). E ancora, dalla Prima lettera giovannea: “Dio è amore; chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio rimane in lui” (1 Gv 4,16), laddove il vocabolo italiano amore traduce il greco evangelico agápē – non il sensuale érōs, non l’amicale philía -, che ha valenza spirituale.

Elisa Simoni, La scelta dei dodici (particolare), 2019

Torniamo agli oggetti. Il marmo per Elisa rappresenta un ritorno alle radici del mosaico e al suo personale amore per questo materiale così naturale, semplice da un certo punto di vista, come gli apostoli che certo non erano persone dotte, benché seducente nella diversità delle sue cromie: ecco dal bianco al marrone il travertino romano, il rosa Portogallo, il giallo Persia, il bianco greco, il verde Guatemala, il rosso Alicante, spaziando da marmi più duri a altri più morbidi, secondo il temperamento di questi “inviati” di Dio.

Elisa Simoni, Reperto di luce
Elisa Simoni, Reperto di luce

Ora avvicinati. Guarda dentro ognuno dei cubi: c’è una lesione, una ferita. Si vede appena, ma è profonda. Marcata dalla foglia d’oro. È la Parola di Cristo affondata tra le pareti del cuore di questi corpi di roccia. È in tutti, anche in Giuda. In essa si radica la lama tonda che una volta serviva a tagliare il marmo e che oggi funge da testa di questi apostoli. Come la carne, anche questo metallo si consuma, si arrugginisce, cambia nel tempo e Elisa ha scelto di non trattarlo, di non proteggerlo dal suo degradarsi naturale. La ruggine procede. Quasi una decina di anni fa, aveva sperimentato qualcosa di analogo in una serie di lavori – Conversione, Correggimi, La ferita dell’amore, etc. – sempre con ferri, lamiere arrugginite, solcate all’interno da mosaici d’oro seminascosti.

Elisa Simoni, Correggimi
Elisa Simoni, Correggimi

A proposito, qui, alla base di undici di questi dischi, puoi vedere come cominci a salire l’oro eterno del Verbo: “Lampada per i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino” (Salmi 119,105) e, quasi nascoste, emergono alcune lettere, quelle dei nomi con cui Lui ha chiamato i suoi, voce incancellabile che ha ridefinito le loro identità.

Un giorno l’oro coprirà la superficie intera, anche la ruggine: “e tutti furono colmati di Spirito Santo” (At 2,4), come viene ripetuto costantemente negli Atti degli Apostoli, poiché “la moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un’anima sola” (At 4,32). Del resto “il Paraclito resta un dono sempre futuro: ciò che è vero di tutta la rivelazione cristiana.”[1]

Elisa Simoni, La scelta dei dodici (particolare), 2019

È la scelta di quasi tutti gli apostoli. Non di Giuda. Del suo mistero. In cui la luce non ascende. Qui “l’anima semplicetta che sa nulla” di cui parla Marco Lombardo nel Purgatorio dantesco (XVI, 88) sul senso del libero arbitrio, non si dà scampo. Né si perdona. Annullandosi.

La ferita che sale è invece santa per la Simoni. È segno. E signum è “ricollegabile alla radice del verbo seco, “taglio”. È – secondo tale etimologia – un’incisione, una tacca, un marchio. Il signum si aggiunge alla superficie del reale come una ferita.”[2]

Ferita santa dunque: qualcosa che ha sconvolto le vite che ne hanno fatto esperienza, ponendole di fronte a un bivio definitivo. (…)

Elisa Simoni, La scelta dei dodici, 2019

Ora osserva la luce che in questo spazio colpisce l’oro che hai di fronte, centimetro per centimetro, e ne accresce l’effetto, come migliaia di lucciole che intermittenti si rispondono nel fitto di un bosco al principio di una notte d’estate. Ma la rivoluzione per autenticarsi e accadere non può contentarsi di un bagno di luce sulla pelle delle cose, dell’umano. È dentro che tutto si genera e può, se accolto, fiorire, fuoriuscire. Come testimoniano culture differenti da quella cristiana, per esempio il pagano Seneca: “Dio è vicino a te, è con te, è dentro di te.”[3] O il Neiye taoista: “Dentro il cuore un altro cuore racchiudi, dentro il cuore un altro cuore è presente. Questo cuore dentro il cuore è pensiero che precede le parole.”[4]

Giunti alla fine, ti saluto fidando in una considerazione ultima: la scelta dei dodici fu lucis vulnus, ferita di luce. È vulnus et lux, ferita e luce.

Elisa Simoni, La scelta dei dodici (particolare), 2019

Ps. Per volontà dell’artista, le opere al termine della mostra saranno messe in vendita al costo minimo di euro 100 l’una e l’intero ricavato sarà devoluto per finanziare i lavori di restauro della Chiesa di Santa Maria in Porto a Ravenna. Per ulteriori informazioni e prenotazioni rivolgersi a Padre Luca 0544212055.


[1] P. Citati, I Vangeli, Mondadori, Milano 2014, p. 152.

[2] N. Gardini, Le 10 parole latine che raccontano il nostro mondo, Gedi, Roma 2019, p.37.

[3] Seneca, Lettere a Lucilio, IV, 41, Fabbri, Milano 1996, p.80.

[4] Neiye. Il Tao dell’armonia interiore, 14, 14-17, a cura di A. Crisma, Garzanti, Milano 2015, p.137.

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In occasione di questa biennale musiva 2019 sarò presente già da stasera ad alcuni eventi, cui siete tutti invitati!

Vernice venerdì 4 ottobre 2019 ore 21.00 al MAG di Ravenna

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Vernice sabato 5 ottobre 2019 ore 11.00 presso la chiesa di Santa Maria dell’Angelo a Faenza. La mostra è curata da Giovanni Gardini con un mio intervento critico in catalogo.

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Vernice domenica 6 ottobre ore 12.00 presso la chiesa di Santa Eufemia a Ravenna. La mostra dal titolo “IN LAUDE” è curata da Giovanni Gardini e Luca Maggio con un mio intervento critico nel pieghevole di presentazione sull’opera di Elisa Simoni

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Marco Bravura, Ardea Purpurea, Ravenna 2004

Di seguito pubblico il mio articolo incluso nel catalogo Ardea Purpurea. Per una archeologia del presente (Skira, Milano 2019, edizione trilingue italiano, inglese e russo) dedicato alla meravigliosa opera di Marco Bravura a Ravenna, volume che domattina, venerdì 14 giugno alle ore 11.00, verrà presentato presso la Sala Muratori della Biblioteca Classense.

Visti i nomi prestigiosi (Albano Baldrati, Carolina Carlone, Philippe Daverio,
Linda Kniffitz, Cristina Mazzavillani Muti, Michele Tosi) che nel libro accompagnano le celebrazioni della scultura musiva in occasione dei settant’anni dell’artista, non posso che ringraziare per avermi coinvolto Daniela Lombardi Bravura, moglie di Marco e ideatrice instancabile dell’intero progetto. Come sempre quando tratto dei lavori di questo autore il testo si scrive da solo: dunque onore e piacere mio avere accettato.

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Ardea Purpurea: parole verso la luce

di Luca Maggio

“Tutto è dentro di noi.” Plotino, Enneadi III 8

Ardea Purpurea di Marco Bravura è un mito rigenerativo che affonda le radici negli archetipi cosmogonici di più culture antiche: tutto ha origine dal suono primordiale che attraversa passaggi successivi, dal dio onnipotente che per primo lo emette, alle divinità inferiori che lo intendono e trasferiscono al demiurgo, il quale è il solo concretamente capace di realizzare il comando del primo soffio vitale. È questo però un suono umido, ancora intriso di acque notturne, da cui si sta liberando per andare incontro alla luce del giorno nascente: “poiché la parola, il sole o l’uovo sono dapprima immersi nella notte delle acque eterne, è evidente che quando evocano l’aurora sono impregnati di umidità”, scrive Marius Schneider in La musica primitiva (Milano 1998, p.20) e in un altro volume essenziale, Pietre che cantano (Milano 2005, p.15), aggiunge: “il suono della parola è il suo corpo, mentre il senso della parola è luce che rischiara il suono.”

Marco Bravura, Ardea Purpurea (particolare), Ravenna 2004

Marco Bravura, Ardea Purpurea (particolare), Ravenna 2004

In Ardea Purpurea, longitudinalmente ai quattro lati delle due spirali-fiamma-ali elicoidali e dorate richiamanti la fenice, corrono quattro parole quasi sorgenti dall’acqua e dal suono-voce che essa diffonde: il demiurgo Bravura le ha tratte da alfabeti del passato, qui fatti rinascere. Sono parole provenienti non a caso da culture a est dell’oscuro occidente, tutte basate sulla forza della Parola: in sanscrito è scritto “Gloria alla Verità”, in giapponese “Virtù”, in aramaico, la lingua usata anche dal Cristo, “Libertà”, infine in greco antico ἐπιστήμη, la “Conoscenza”, laddove a proposito di questo vocabolo ricorda Giovanni Semerano nell’etimologia del suo Dizionario della lingua greca (Firenze 2007, p.94) che “si tratta di un sapere pratico, di abilità nel fare.”

Marco Bravura, Ardea Purpurea (particolare), Ravenna 2004

Marco Bravura, Ardea Purpurea (particolare), Ravenna 2004

La stessa dell’artista che significativamente pone alla base del monumento un labirinto, rivisitazione di quello pavimentale presente nella basilica di san Vitale, in questo caso con le piccole tessere-frecce che dal centro conducono verso l’alto. Non solo: questo percorso simbolico è immerso nell’elemento acqueo, da sempre fonte di vita e ponte con i morti, da cui sembrano sgorgare le quattro parole meditate e scelte come guida dell’opera stessa e più in generale quale sostegno dell’azione ideale e fisica dell’uomo, affinché lo direzionino, lo accompagnino verso la salita, viaggio catartico di rinnovamento e purificazione in cui incontrare figure geometriche, curvilinee, fitomorfe e zoomorfe sempre su fondo oro, omaggio alla tradizione bizantino-ravennate non solo in senso cromatico quanto spirituale, costituendo proprio attraverso l’uso dell’oro quella metafisica concreta di cui parla Pavel Florenskij nel fondamentale saggio sull’icona Le porte regali (Milano 2007, p.155): “la luce (…) si dipinge con l’oro, cioè si manifesta appunto come luce, pura luce, non come colore.”

Marco Bravura, Ardea Purpurea (particolare), Ravenna 2004

Viene da pensare alle Beatitudes di Vladimir Martynov nell’esecuzione stupenda del Kronos Quartet: un crescere e inseguirsi delicato e variare e ripetersi della melodia. Altri suoni, altra musica, che avvolgendo espande, porta altrove la mente, indica la luce, libera.

www.marcobravura.com

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Il lavoro in versi Silhouette (Italic, 2018) di Luca Maggio è una piccola Spoon River sospesa fra Rivoluzione francese e una ideale galleria dantesca, mentre la conclusione, isolata, è affidata a una invocazione pronunciata da Orfeo. Queste pagine sono dedicate a poeti quali Valerio Magrelli, Valentino Zeichen e Alda Merini.

Infine, il disegno in copertina è opera calligrafica dell’artista Sara Vasini, pensata appositamente per questo libro e realizzata con la sua caratteristica assenza di crenatura. Di questo e molto altro, artista e autore saranno lieti di parlare durante la conversazione di presentazione del volume mercoledì 8 maggio 2019 h.18.00 presso la libreria Feltrinelli, Via A. Diaz 14, Ravenna


Sara Vasini, Senza crenatura, Incipit vita nova, 2017, 12×17 cm, inchiostro su carta

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Oliviero Toscani, United Colors of Benetton, 1996, ©olivierotoscani

Oliviero Toscani. Più di 50 anni di magnifici fallimenti è il titolo dell’esposizione al MAR, curata da Nicolas Ballario con l’organizzazione di Arthemisia, che mette in mostra il lavoro pluridecennale del celebre fotografo milanese. Per chi conosce la sua storia, sa che il fallimento rappresenta per l’artista una prospettiva per non fermarsi mai e sfidare ogni limite. L’esposizione – che complessivamente presenta quasi 150 fotografie – gravita attorno a un corpo centrale di immagini costituito da 100 scatti di piccolo formato che ne ripercorrono l’intera carriera. Toscani, mediante la fotografia, ha fatto discutere il mondo su temi come il razzismo, la pena di morte, l’AIDS e la guerra.

Oliviero Toscani, United Colors of Benetton, 1996, ©olivierotoscani
Oliviero Toscani, Angelo e Diavolo, ©olivierotoscani
Oliviero Toscani, United Colors of Benetton, 1992, ©olivierotoscani

Tra i lavori in mostra il famoso Bacio tra prete e suora del 1992, i Tre Cuori White/Black/Yellow del 1996, No-Anorexia del 2007 e decine di altri. Saranno esposti anche i lavori realizzati per il mondo della moda, che Oliviero Toscani ha contribuito a cambiare radicalmente: dalle celebri fotografie di Donna Jordan fino a quelle di Monica Bellucci, oltre ai ritratti di Mick Jagger, Lou Reed, Carmelo Bene, Federico Fellini e i più grandi protagonisti della cultura dagli anni ‘70 in poi.

Oliviero Toscani, No Anorexia, 2007, ©olivierotoscani

Completano e integrano il percorso espositivo due corpi di lavoro che si sviluppano lateralmente: il Progetto Razza Umana e il Focus newyorchese. La mostra vede come media partner Sky Arte e Rolling Stones.

Oliviero Toscani, Razza Umana, ©olivierotoscani

Oliviero Toscani. Più di 50 anni di magnifici fallimenti

Sede: Museo d’Arte della città di Ravenna

Enti organizzatori: Comune di Ravenna – Assessorato alla Cultura, Mar – Museo d’Arte della città di Ravenna e Arthemisia

A cura di: Nicolas Ballario

Media patner: Sky Arte, Rolling Stones

Periodo: 14 aprile – 30 giugno 2019

Orari mostra: martedì – sabato: 9 – 18; domenica 11 – 19

(chiuso lunedì) la biglietteria chiude un’ora prima

Ingresso: intero € 6.00, ridotto € 5.00, studenti € 4.00

Oliviero Toscani, Mick Jagger, 1973, ©olivierotoscani

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Ho conosciuto Davide Enia esattamente una settimana fa, partecipando a uno dei frequentissimi appuntamenti con gli autori organizzati dalla Biblioteca Classense di Ravenna, una delle istituzioni più prestigiose e attive di tutta la Regione e fra le migliori d’Italia, attualmente diretta da Maurizio Tarantino e animata da bibliotecarie come Nicoletta Bacco e Silvia Travaglini, colme di passione per la loro meravigliosa e importante professione, oltre che in preziosa collaborazione col giornalista Matteo Cavezzali.

Occasione dell’incontro è stata la presentazione del libro e dei passaggi di vita vera contenuti in Appunti per un naufragio (Sellerio, Palermo 2017), divenuto anche narrazione teatrale dal titolo L’abisso. Dati i tempi, non credo sia superfluo sottolineare quanto mi abbia coinvolto e sconvolto udire le parole dell’autore, drammaturgo e attore sulla sua esperienza lampedusana, che ha visto in parallelo procedere la malattia del suo amatissimo zio paterno Beppe insieme all’approfondirsi del rapporto col padre Francesco e soprattutto il toccare con occhi e mani la realtà tragica degli sbarchi, le esistenze miracolosamente salvate o altrettanto disperatamente perdute nel gran cimitero del Mediterraneo, la Shoah di questi ultimi anni. Una decina di giorni prima era stato mandato in onda un servizio fortissimo di Corrado Formigli sull’inferno libico, fatto di torture di ogni genere e stupri persino su ragazzine dodicenni, quelle che lo stesso Enia ha visto giungere stremate e incinte sulle coste isolane. Il libro, che ho letteralmente divorato, è da leggere e sottolineare e consigliare a chiunque, specie a quanti siano convinti della bontà dell’azione governativa dalle menzogne sporche e disumane dei politici peggiori di sempre, i succubi e incapaci 5 stelle e i fascio-razzisti leghisti e salviniani, peraltro mentre l’economia reale va a rotoli e certo non a causa dell’immigrazione, anzi.

A proposito, proprio per la cupezza di questo periodo assurdo e cattivo di cui la disinformazione dei media nazionali e popolari ha pure tanta responsabilità, desidero con forza rilanciare anche in qualità di insegnante una battaglia sacrosanta e giusta, quella dello Ius soli: riconoscere cittadinanza immediata a chiunque sia nato in Italia indipendentemente dalla provenienza dei genitori. Questa giovane vita studierà la nostra bellissima lingua e contribuirà con la sua stessa presenza a migliorare il presente e a dare un futuro più aperto a questo Paese. Impedirne l’integrazione, più che miope, è azzardo stupido e folle.

Spero che Nicola Zingaretti, da me votato alle ultime primarie del PD, dopo il disastro renziano possa riunire le forze democratiche di sinistra insistendo con coraggio proprio sui valori che ne segnano identità, unicità e diversità, emendando i troppi errori che ne hanno altrettanto segnato il recente e rapido declino.

Marco Bravura, Lampedusa, 2014, cm 200×250

“Poi ribadì ancora una volta il concetto: «In mare non esiste neanche il considerare una alternativa, ogni vita è sacra e si aiuta chi ha bisogno, stop». Questa frase era più di un mantra. Era un vero e proprio atto di devozione. (…)

«… Ma dopo tutto quello che hanno passato, dopo la traversata, ecco finalmente la terra ferma. Lì sul molo è una nuova nascita, piena di speranze e di gioia. E tu ti ritrovi a essere la prima persona che li accoglie. Hanno affrontato situazioni terribili, meritano una accoglienza degna. Per quel che mi riguarda, è un privilegio essere lì, perché onori il loro viaggio, il loro coraggio e anche la loro incoscienza, compartecipando per un breve istante al loro percorso». (…)

«Capita che i barconi si rovescino. Affondano in poco tempo. A volte il mare è pieno di corpi già al momento del nostro arrivo. A volte i corpi tra le onde sono vivi. A volte no. Tutto si riduce a una questione di tempo, di velocità, di buona sorte. Quando un corpo va giù, ora lo vedi sbracciarsi, ora non lo vedi più. È un niente».”

Davide Enia, Appunti per un naufragio, Sellerio 2017, p. 14, 70, 93.

Roberta Maioli, Damnatio memoriae, 2016 (particolare)

Ps. In quel “niente” c’è tutta una vita, un essere umano vero, col suo carico di storia, sentimenti e sogni che vorrebbero realizzarsi e troppo spesso non lo saranno più.

Oltre a invitare con urgenza alla visione del docu-film Fuocoammare (2016) di Gianfranco Rosi, desidero qui ricordare l’impegno di due artisti ravennati su questo tema: Marco Bravura con l’opera Lampedusa (2014) e Roberta Maioli con la mostra Damnatio memoriae (2016). Scrivere per loro è stato per me motivo di onore profondo.


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