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Archive for the ‘cristianesimo’ Category

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Giovedì 23 febbraio è stato presentato presso la Biblioteca Classense di Ravenna un volume molto importante per gli studi attuali e futuri sull’argomento: “Umanisti italiani. Pensiero e destino” (Einaudi, 2016).

I due autori, Massimo Cacciari, che ha firmato il saggio di apertura, e Raphael Ebgi, che ha curato i testi, ovvero l’antologia in cui sono leggibili anche pagine sinora inedite, hanno spiegato come la visione corrente del Quattrocento, tutta grazia e armonia, sia radicalmente da ribaltare, poiché lo spirito che abitava gli intellettuali umanisti era di piena consapevolezza della crisi già in corso nel loro tempo e che esploderà con ferocia definitiva nel Cinquecento, tra guerre, invasioni, riforme e controriforme. Ma il senso di questa tragicità della storia umana è già propria del secolo umanista che nel pieno smarrimento dei due capisaldi medievali (l’impero in sostanza assente e il papato diviso durante lo Scisma d’Occidente addirittura fra tre contendenti, romano, pisano e francese) non a caso si apre col rogo del riformatore boemo Jan Hus, per chiudersi con l’altro rogo, stavolta fiorentino, del Savonarola, passando per il grande shock della caduta di Costantinopoli (1453), assediata dai turchi di Maometto II.

Agli umanisti non resta che tentare l’impossibile, la quadratura del cerchio, conciliare gli opposti, dalla filosofia platonica con l’aristotelica, alla classicità (non vissuta come erudizione vuota ma come modello) col cristianesimo, scartando però il dogmatismo della Scolastica medievale e preferendo alle regole l’esperienza francescana (sì, il semieretico Francesco torna ad essere il santo di riferimento), senza scordarsi della mistica ebraica, la cabala tanto cara agli studi di Pico della Mirandola, arrivando addirittura a proporre da parte del pontefice Pio II la conversione del sultano Maometto II (potenziale guida temporale e autorevole anche per l’Occidente?).

Insomma, la tensione che animava i dibattiti e le posizioni dei protagonisti di questa stagione straordinaria della storia occidentale (e come non citare le due colonne teoretiche massime del Quattrocento tutto, Nicola Cusano e Leon Battista Alberti) era evidente.

In finale di battuta, ho domandato a Cacciari se nonostante tale certezza della crisi, si possano considerare gli umanisti come intellettuali che hanno conservato fiducia nelle capacità dell’uomo, proprio a partire dal desiderio utopico di concordare posizioni altrimenti inconciliabili. Questa la risposta: “Certo, ma tenendo presente che la tensione intellettuale e spirituale è dovuta anche alla coscienza del rischio che l’uomo corre di divenire, proprio per sua natura, superiore all’angelo o peggiore delle bestie. Sulla nave dei folli di Bosch è imbarcata l’intera umanità.”

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Raffaello Sanzio, Leone X con i cardinali Giulio de' Medici e Luigi de' Rossi, 1518 ca., Galleria degli Uffizi, Firenze

VI. È grande errore parlare delle cose del mondo indistintamente e assolutamente e, per dire così, per regola; perché quasi tutte hanno distinzione e eccezione per la varietà delle circunstanze, le quali non si possono fermare con una medesima misura: e queste distinzione e eccezione non si truovano scritte in su’ libri, ma bisogna le insegni la discrezione.

XXVIII. Io non so a chi dispiaccia più che a me la ambizione, la avarizia e le mollizie de’ preti: sì perché ognuno di questi vizi in sé è odioso, sì perché ciascuno e tutti insieme si convengono poco a chi fa professione di vita dependente da Dio, e ancora perché sono vizi sì contrari che non possono stare insieme se non in uno subietto molto strano. Nondimeno el grado che ho avuto con piú pontefici, m’ha necessitato a amare per el particulare mio la grandezza loro; e se non fussi questo rispetto, arei amato Martino Luther quanto me medesimo, non per liberarmi dalle legge indotte dalla religione cristiana nel modo che è interpretata e intesa communemente, ma per vedere ridurre questa caterva di scelerati a’ termini debiti, cioè a restare o sanza vizi o sanza autorità.

CLXIV. La buona fortuna degli uomini è spesso el maggiore inimico che abbino, perché gli fa diventare spesso cattivi, leggieri, insolenti; però è maggiore paragone di uno uomo el resistere a questa che alle avversità.

Francesco Guicciardini (Firenze, 1483 – Arcetri, 1540), dai Ricordi, 1512-1530.

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Piazzetta degli Ariani a Ravenna: in primo piano il battistero degli Ariani, poi il muro -“casa di Drogdone” e sullo sfondo parte del portico della chiesa dello Spirito Santo

Nel Liber Pontificalis dello storico ed ecclesiastico ravennate Andrea Agnello (IX secolo), si legge che la casa di Drocdone è situata nell’antico quartiere ariano di Ravenna non lontano dalla chiesa di S. Teodoro, ovvero l’attuale chiesa dello Spirito Santo, originariamente cattedrale ariana dell’Aghia Anastasis (Santa Resurrezione) o Anastasis gothorum (Resurrezioni dei goti, ovvero gli ostrogoti di re Teoderico), e dunque vicino all’ex battistero ariano, divenuto in seguito alla vittoria bizantina (540 d.C.) chiesa cattolica col nome di S. Maria Ornata o in Cosmedin. Tale abitazione, riferisce sempre Agnello, faceva parte dell’oggi scomparso episcopio ariano, con tanto di cappella dedicata a S. Apollinare costruita nella sua parte superiore, specularmente al complesso cattolico tuttora esistente e visitabile nella zona opposta della città e comprendente cattedrale, battistero ed episcopio, al cui interno è la meravigliosa cappella di S. Andrea.

Parte superiore del muro -“casa di Drogdone”, Ravenna

Ora, cosa effettivamente sia rimasto di longobardo, o meglio di ariano nell’unico muro superstite tuttora indicato come casa di Drogdone, appunto, fra la chiesa dello Spirito Santo e il battistero degli Ariani, è difficile dire: già nel 1923 nella sua Guida di Ravenna Corrado Ricci (che, va ricordato, pur scrivendo in buona fede, in quanto ad attendibilità e precisione va spesso preso con la dovuta cautela) indicava come unica parte originale la zona bassa dell’alzato fino a1,7 m, per il resto trattandosi di modifiche successive avvenute sin dall’alto medioevo, quando ad esempio intorno al X secolo questo e gli altri edifici connessi passarono ai basiliani prima, ai benedettini poi e infine, dal ‘600, ai teatini (fu anche costruito l’oratorio della Croce nel 1708 a ridosso dell’adiacente battistero che funse così da abside), fino ai “recenti ristauri” di inizio ‘900 curati da Giuseppe Gerola. Senza poi contare le demolizioni belliche e post belliche che consegnano nelle condizioni attuali questo quartiere e questa parete in particolare, oggi non più collegata al battistero e alla cui sommità sono tre timpani murati, ornati da tre croci a bracci uguali e tre formelle marmoree antiche su sei, forse, sempre stando al Ricci, d’influenza veneziano-bizantina e databili fra X e XII secolo.

Muro -“casa di Drogdone”, Ravenna: particolare del timpano centrale con croce e due formelle

Di certo resta però l’indicazione precisa del sito: lì visse Drogdone. Già, ma chi era costui?

La fonte principale in questo caso è la ricchissima Historia Langobardorum di Paolo Diacono (VIII sec.), dove ai paragrafi 18 e 19 del libro terzo si narra che ai tempi di re Autari (fine VI secolo), il duca d’origine sveva Droctulfo, forse figlio di prigionieri di guerra o addirittura egli stesso prigioniero in gioventù ma tanto valente da guadagnarsi onore e il massimo titolo presso i Longobardi, suo nuovo popolo, da cui a un certo punto, forse per vendicarsi della prigionia patita o per dissidi col sovrano, si staccò tornando ad essergli nemico e, da Brescello sul Po dov’era arroccato, passò dalla parte dell’imperatore d’oriente, ovvero andò a difendere Ravenna e Classe dagli attacchi dei suoi ex sodali uscendone vincitore. Per tali meriti i ravennati posero le sue ossa, come da lui richiesto, nell’insigne basilica di S. Vitale (il che farebbe supporre anche una sua conversione religiosa), con un epitaffio commovente, riportato per intero dal Diacono: pare fosse terribilis visu facies, sed mente benignus, “terribile d’aspetto, ma benigno d’animo e con una lunga barba sul cuore coraggioso./ Poiché amava i pubblici segni di Roma,/ fu sterminatore della sua stessa gente./ Trascurò i suoi cari genitori, mentre amò noi,/ ritenendo che questa fosse, o Ravenna, la sua patria”.

Che spiegazione dare ad una tale radicale presa di posizione? Il grande cieco veggente della letteratura del ‘900, Jorge Luis Borges, avanza un’ipotesi lirica e plausibile a un tempo nella bella pagina dedicata a questo personaggio nel L’Aleph (1952), in particolare nel racconto Storia del guerriero e della prigioniera: “Immaginiamo, sub specie aeternitatis, Droctulf, non l’individuo Droctulf, che indubbiamente fu unico e insondabile (tutti gli individui lo sono), ma il tipo generico che di lui e di molti altri come lui ha fatto la tradizione, che è opera dell’oblio e della memoria. Attraverso un’oscura geografia di selve e paludi, le guerre lo portarono in Italia, dalle rive del Danubio e dell’Elba; forse non sapeva che andava al Sud e che guerreggiava contro il nome romano.

Forse professava l’arianesimo, che sostiene che la gloria del Figlio è un riflesso della gloria del Padre, ma è più verosimile immaginarlo devoto della Terra, di Hertha, il cui simulacro velato andava di capanna in capanna su un carro tirato da vacche, o degli dèi della guerra e del tuono, che erano rozze immagini di legno, avvolte in stoffe e cariche di monete e cerchi di metallo. Veniva dalle selve inestricabili del cinghiale e dell’uro; era bianco, coraggioso, innocente, crudele, leale al suo capo e alla sua tribù, non all’universo. Le guerre lo portano a Ravenna e là vede qualcosa che non ha mai vista, o che non ha vista pienamente. Vede il giorno e i cipressi e il marmo. Vede un insieme che è molteplice senza disordine; vede una città, un organismo fatto di statue, di templi, di giardini, di case, di gradini, di vasi, di capitelli, di spazi regolari e aperti. Nessuna di queste opere, è vero, lo impressiona per la sua bellezza; lo toccano come oggi si toccherebbe un meccanismo complesso, il cui fine ignoriamo, ma nel cui disegno si scorgesse un’intelligenza immortale.

Forse gli basta vedere un solo arco, con un’incomprensibile iscrizione in eterne lettere romane. Bruscamente, lo acceca e lo trasforma questa rivelazione: la Città. Sa che in essa egli sarà un cane, un bambino, e che non potrà mai capirla, ma sa anche ch’essa vale più dei suoi dèi e della fede giurata e di tutte le paludi di Germania. Droctulf abbandona i suoi e combatte per Ravenna. Muore, e sulla sua tomba incidono parole che non avrebbe mai comprese:

Contempsit caros, dum nos amat ille, parentes,

hanc patriam reputans esse, Ravenna, suam.

Non fu un traditore (i traditori non sogliono ispirare epitaffi pietosi), fu un illuminato, un convertito. Alcune generazioni più tardi, i longobardi che avevano accusato il disertore, procedettero come lui; si fecero italiani, lombardi, e forse qualcuno del loro sangue – un Aldiger – generò i progenitori dell’Alighieri… Molte congetture è dato applicare all’atto di Droctulf; la mia è la più spiccia; se non è vera come fatto, lo sarà come simbolo.”

Ravenna, muro -“casa di Drogdone” e, ormai disgiunto, il battistero degli Ariani oggi

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Francesco Hayez, Ritratto (postumo) di Cavour, 1864, Pinacoteca di Brera, Milano

Non so quante decine di saggi storici e biografie siano state dedicate nel tempo a Camillo Benso conte di Cavour (1810-1961) e meritatamente, essendo uno dei protagonisti indiscussi e, mi permetto di aggiungere, positivi del nostro Risorgimento, che senza la sua figura e lungimiranza, il suo genio liberale (anche cinico e spregiudicato alla bisogna, opposto e complementare perfetto del guerriero idealista Garibaldi) e politico (forse il più grande e non solo degli ultimi 150 anni), non sarebbe stato possibile.

Il monumento tuttora insuperato per ricchezza, ampiezza e obbiettività d’indagine dedicato a questo grande resta l’opera di Rosario Romeo, Cavour e il suo tempo, tre volumi in quattro tomi editi fra il 1969 e il 1984 dalla Laterza di Bari, “opera-vita”, come giustamente è stata definita, data la mole, il periodo di tempo impiegato per la ricerca, la redazione e la pubblicazione integrale. Purtroppo da anni non è più edita e pressoché introvabile anche nelle librerie antiquarie: essendo originariamente stata pensata per il centenario dell’unità d’Italia del 1961 (anche se, come detto, il primo volume vide la luce solo otto anni dopo), sarebbe un bel segno e, credo, un’occasione unica se venisse riproposta prima dello scadere di quest’anno.

Infine, a proposito di riedizioni cavouriane, segnalo un piccolo gioiello dimenticato del ’71 e ristampato l’anno scorso dall’editore Donzelli, i Discorsi per Roma capitale (Roma, 2010), col bellissimo saggio introduttivo di Pietro Scoppola: appena proclamato il Regno d’Italia, Cavour, da vero statista europeo quale era, pensa al futuro, al completamento dell’opera, ovvero a Roma capitale con le difficoltà relative e certo non indolori rispetto al porre termine al potere temporale dei papi.

Il libro riporta tre suoi interventi fatti in qualità di Presidente del Consiglio alla Camera e al Senato fra la fine del marzo e l’inizio dell’aprile 1861. Due mesi dopo, il 6 giugno, moriva.

Rimane a persuadere il pontefice che la Chiesa può essere indipendente, perdendo il potere temporale. Ma qui mi pare che, quando noi ci presentiamo al pontefice, e gli diciamo: santo padre, il potere temporale per voi non è più garanzia d’indipendenza; rinunziate ad esso, e noi vi daremo quella libertà che avete invano chiesta da tre secoli a tutte le grandi potenze cattoliche; di questa libertà voi avete cercato strapparne alcune porzioni per mezzo di concordati, con cui voi, o santo padre, eravate costretto a concedere in compenso dei privilegi, anzi peggio che dei privilegi, a concedere l’uso delle armi spirituali alle potenze temporali che vi accordavano un po’ di libertà; ebbene, quello che voi non avete mai potuto ottenere da quelle potenze, che si vantavano di essere i vostri alleati e vostri figli divoti, noi veniamo ad offrirvelo in tutta la sua pienezza; noi siamo pronti a proclamare nell’Italia questo gran principio: libera Chiesa in libero Stato.

Camillo Benso di Cavour, dal Discorso del 27 marzo 1861 alla Camera dei deputati in Discorsi per Roma capitale (Roma, 2010)

Fondazione Cavour

Associazione Amici della Fondazione Camillo Benso di Cavour

 

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Piccolo trittico invernale dedicato a un grande toccato da levità, Aldo Buzzi.

25 gennaio, Roma, tarda mattinata: a Termini mi sfiora lo psichiatra Vittorino Andreoli, visibilmente di fretta: ho sempre pensato che la sua capigliatura, una zazzera alla Pat Pending, lo scienziato pazzo delle Wacky Races, lo abbia avvicinato molto ai suoi pazienti, forse è per loro motivo di conforto.

Professor Pat Pending, personaggio delle Wacky Races di Hanna & Barbera

Traffico, caos, smog, clacsonate feroci, il verde dei semafori optional, macchine ferme col motore acceso senza conducente (“so sceso n’attimo”), macchine in doppia terza quarta fila, macchine sopra il marciapiede, macchine fra marciapiede e strada, macchine parcheggiate a caso, a raggiera attorno a un palo, obliquamente e mai, è una certezza, dentro le linee di parcheggio, per altro spesso inesistenti, fors’anche macchine nel sottosuolo a livello catacombale, asfalto rovinato, buche, piccoli fori (non imperiali), crateri… un cartello pubblicitario con faccia sorridente mezzo strappato: welcome to Rome.

In realtà l’intensità del traffico credo sia cambiata poco rispetto ai tempi dell’impero: carri, bighe, gente a cavallo, gente a piedi, crocchi di polli e curiosi intenti al gioco dei dadi (delle tre carte), matrone su lettighe (sui SUV), olezzi dai tombini, cacche non solo di cavallo, chiasso ovunque, un sovraffollamento di ben oltre il milione di abitanti ipotizzato dagli storici, incluso il suburbio. Senza contare che, come all’epoca, certi mestieri sembrano appalto solo di alcuni gruppi umani di medesima provenienza: se maestri, filosofi e medici antichi erano spesso greci, mentre i maghi egizi o orientali, etc., oggi tutti i chioschetti ambulanti di bibite e panini paiono appannaggio di indiani e pakistani.

Primo pomeriggio, antologica prenotata su Lucas Cranach il Vecchio (1472-1553) nella splendida cornice della Galleria Borghese, che con le sue opere ben contrasta coi quadri del tedesco. Lo capì bene a suo tempo quel marpione del cardinale Scipione Borghese, che già a inizio ‘600 collezionava la Venere e Cupido che ruba un favo di miele del Cranach, esponendola accanto alla più classica e opposta Venere del Brescianino, com’è tuttora. A questo proposito, titolo azzeccatissimo della mostra, L’altro rinascimento, poiché tale è il lascito di questo nordico che non si nutre come il conterraneo Dürer di mediterraneo, di bellezza latina, pur non ignorandola, ma affonda le radici del suo fare lineare, quasi bidimensionale, e colorire diafano dei corpi, nel tardo gotico favolistico fiammingo e borgognone, di cui sono popolati i suoi dipinti, coi miti, le cacce, gli unicorni, gli eden, gli umani dai visi deformati, le teste enormi e le veneri di porcellana, bellissime, eppure così distanti dal paradigma raffaellesco, a dire che, appunto, un altro rinascimento è possibile: fosse vissuto oggi, sua musa sarebbe Tilda Swinton.

Lucas Cranach il Vecchio, Venere, 1532, Städel Museum, Francoforte

Protetto e pittore di corte degli Elettori di Sassonia, Cranach fu anche amico personale e ritrattista di Lutero, nonché primo illustratore della sua Bibbia tradotta. C’è coerenza fra queste scelte di vita e la sua arte: entrambi furono uomini della modernità, di una modernità contraddittoria: se al pittore si deve l’aver condotto le forme crude del primo espressionismo germanico e della sua giovinezza a quelle più raffinate della maturità manierista coi ritratti dei notabili e i nudi femminili, emblemi d’un erotismo diverso e algido, l’ex monacone agostiniano fu il padre della rottura con la chiesa papista preda del mercimonio spregiudicato delle indulgenze. Eppure, come il pittore, anch’egli ebbe lo sguardo (etico) più rivolto al medioevo che al contemporaneo, con la dottrina della fede sola salus, la cui declinazione alpina fu la predestinazione calvinista (e in questo senso lo spirito del capitalismo di Weber), con scorta di bigotteria puritana dal nuovo mondo.

Lucas Cranach il Vecchio, Ritratto di Martin Lutero (particolare), 1529, Galleria degli Uffizi, Firenze

Tutto sommato a Lutero è andata meglio che ad altri riformatori come Jan Hus o l’invasato Savonarola, i quali condivisero il destino di altro celebre arrostito, il povero Giordano Bruno, cui Trilussa dedicò versi sardonici:

Fece la fine de l’abbacchio ar forno

perché credeva ar libbero pensiero,

perché si un prete je diceva: “È vero”

lui rispondeva: “Nun è vero un corno!”

Cranach comunque non disdegnò committenze cattoliche e seppe ben investire i suoi guadagni. Fu anche più volte eletto borgomastro di Wittenberg, città delle tesi luterane, dove operava la sua avviatissima bottega.

Prima di uscire, per caso ascolto il commento di un guardasala al suo collega: “Penza che ‘gnoranti quelli der Granne Fratello, iere ssera manco sapeveno chi era Galeleo”.

Come sempre a mostra finita, necessito d’una passeggiata lunga, qui attraverso il parco di Villa Borghese: sono troppe, per quanto stupende, le immagini appena viste, un’orgia visiva che solo il verde, un freddo temperato e la vista di qualche uccelletto e jogger tardo pomeridiano può aiutare a conciliare. Anche la bellezza può saturare.

In Piazza del Popolo tappa obbligata ai Caravaggio della Cappella Cerasi in Santa Maria del Popolo, antica tomba di Nerone: ma è piena, mi godo il resto della chiesa traboccante d’arte e stavolta mi concentro sugli intrecci dorati di rami e foglie barocche dell’organo berniniano, eseguito da Antonio Raggi (1656-57).

Organo di Antonio Raggi (1656-57), su disegno del Bernini, S. Maria del Popolo, Roma

Da Ricordi in via del Corso esce a gran volume la musica dell’ultimo cd di Lorenzo/Jovanotti, Ora, bel lavoro, con canzoni che sanno di necessità, non di obbligo contrattuale, ma Cherubini (buon cognome non mente) è ormai autore affermato, di ritmo e sostanza. In testa però tornano note e parole del Negozio di antiquariato di Niccolò Fabi, altra perla di qualche anno fa, e ripenso alla disgrazia immane accadutagli quest’estate, la perdita di sua figlia.

Ho voglia di un supplì: a proposito, quello originale, romano (cattolico e apostolico), si definisce “al telefono” ed ha una panatura sottile, in modo che il sapore dell’olio fritto, rigorosamente a 180 gradi, non passi all’interno, ma permetta al quadratino di mozzarella nel cuore della crocchetta di sciogliersi e fare l’effetto sorpresa (dal francese surprise, da cui supplì), ovvero i fili del telefono al momento di spezzarla in due: per il resto è solo riso e sugo di carne e null’altro da aggiungere. Pura bontà da mangiare, ancora calda e con le mani, s’intende.

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Questo post, volutamente privo di immagini, è dedicato a Mina Welby e Beppino Englaro (e a sua moglie), coloro che con coraggio e dignità sono rimasti.

Perché le loro battaglie civili e pacifiche sono per tutti e la democrazia vince quando si possono aggiungere diritti, anziché negarli (discorso estendibile anche ad altri tabù nostrani, come le unioni civili fra coppie omosessuali). Di insulti personali, di strumentalizzazione e violenza religiosa, politica, giornalistica ne hanno subite e duramente: ma non sono stati capaci di fermarli.

Perché ritengo tutti i movimenti pro life, pro family day, pro accidenti loro, ipocriti e pronti non al silenzio, alla pietà, ma a giudicare, a condannare col dito puntato, a mettersi in cattedra e dichiarare (anche da parte di chi governa, per puro opportunismo) che la larva cui s’era ridotto il corpo di Eluana Englaro poteva benissimo generare. Cose bestiali. Quando politiche vere di assistenza pratica, economica e psicologica al malato terminale o degenerativo e alla sua famiglia non esistono o sono del tutto insufficienti: anzi proprio alla famiglia e spesso alle donne viene lasciato tutto questo carico.

Perché questo non è uno spot pro eutanasia obbligatoria per tutti, ci mancherebbe: sarebbe nazista affermare tale “pulizia” sociale. Riguarda solo i casi di malattia irreversibile e anche in tali circostanze, chiunque decida di sopportare la sofferenza e voglia essere curato, alimentato, tenuto in vita dalle macchine, può e deve farlo, deve essergli permesso di farlo sino all’ultimo soffio della sua vita. Ma chi viceversa non ritiene più vita tale stato di cose, pur avendo ricevuto e tentato ogni aiuto possibile, dovrebbe essere lasciato libero di scegliere, di andare, senza criminalizzare né lui né i suoi familiari. Se Papa Wojtyla fosse stato intubato dopo l’ultima crisi respiratoria, forse sarebbe sopravvissuto qualche giorno in più: preferì evitare un’agonia ancor più lenta. Poté farlo.

Anch’io in caso di male o coma incurabile vorrei mi fosse legalmente concesso di non proseguire in nessun accanimento terapeutico, incluse idratazione e alimentazione indotte.

Perché film come Mare dentro (2004) e Le invasioni barbariche (2003) mi avvicinarono al tema e mi aiutarono a capire, a riflettere.

Perché non accada più che un Monicelli o un semplice sconosciuto si lancino dal quinto piano di un ospedale per liberarsi: sono notizie, fatti che gelano il sangue.

Perché quando Piero Welby morì il 20 dicembre 2006 mi commossi.

Perché, da credente, provai rabbia una volta di più per l’indegna decisione vaticana di negare i funerali religiosi richiesti dalla vedova, credente, che per decenni aveva accudito solo con la forza di un amore infinito suo marito che inesorabilmente decadeva. Quale scena vedere le porte di San Giovanni Bosco chiuse, mentre solo dieci giorni prima, per la morte di Pinochet venivano spalancate quelle della cattedrale di Santiago del Cile, con l’incenso e l’organo a coprire il puzzo di sangue e le urla degli assassinati che uscivano da quella bara.

Un tempo avevo sogni sulla Chiesa. Una Chiesa che procede per la sua strada in povertà e umiltà, una Chiesa che non dipende dai poteri di questo mondo. Sognavo che la diffidenza venisse estirpata. Una Chiesa che dà spazio alle persone capaci di pensare in modo più aperto. Una Chiesa che infonde coraggio, soprattutto a coloro che si sentono piccoli o peccatori. Sognavo una Chiesa giovane. Oggi non ho più di questi sogni. Dopo i settantacinque anni ho deciso di pregare per la Chiesa. Guardo al futuro.” Carlo Maria Martini, da Conversazioni notturne a Gerusalemme (Milano, 2008)

Infine, perché Mina Welby l’ho incontrata un anno fa, nel dicembre 2009, a Ravenna, nella sala conferenze di un hotel del centro, dov’erano pochi i cittadini venuti ad ascoltare (del resto l’iniziativa non era organizzata né interessava il PD che qui regna sovrano: perché dunque pubblicizzarla?). Ricordo che prima del dibattito pubblico, sia io che lei eravamo rapiti dalle belle immagini appese alle pareti: del tutto casualmente era in corso una mostra fotografica sul delta del Po e sugli uccelli d’acqua dolce e una delle grandi passioni di Piero Welby era la pesca su fiume.

Ci conoscemmo così, parlando di quella passione che li univa, delle loro passeggiate, del sole sui loro volti, dei suoni della natura, di amore, di vita.

Il Calibano – il blog di Piero e Mina Welby

Associazione Luca Coscioni

Vieni via con me 1Vieni via con me 2

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Circa un paio di mesi fa sono andato a trovare i miei in Val Brembana, nella bergamasca. Mancavo da tempo e ho voluto rivedere il paesino, con le vecchie cascine alla Olmi, sopravvissute ormai solo in campagna (o ciò che di essa rimane, tra un capannone e l’altro), fatte di pietra grigia di fiume a vista, miracoli di un passato povero, contadino, senza archistar, eppure quanta grazia nella semplicità, perfettamente legata al paesaggio circostante e in assenza di piani regolatori moderni, che lo hanno invece distrutto. Quegli uomini erano in contatto con la natura, ne facevano e se ne sentivano parte.

Tornato in centro, entro nella chiesa principale, una costruzione neogotica tarda, ultimata all’inizio degli anni ’20 del ‘900, nulla di che. Sull’altare la cosa forse più preziosa, alcuni busti d’argento di santi e papi del ‘700, spostati dalla vecchia parrocchiale di S. Giorgio, restaurata di recente, ed essa sì, piccolo scrigno del sobrio barocco lombardo, purtroppo non più usata per le funzioni.

Martin Kippenberger (1953-1997), Rana crocefissa

L’ambiente, è risaputo, condiziona il nostro agire, sentire e rapportarci. E forse non ha giovato lasciare la chiesa vecchia per la nuova, dove, stupito, mi sembrava di assistere ad una scena a metà fra i Monty Python e Cattelan, con la navata centrale attraversata da un finto manto stradale in plastica, con tanto di segnaletica orizzontale, di quelli in uso nelle scuole guide.

Poi, voltatomi verso la navata destra, vedo tra colonna e colonna cartelli metallici con segnali stradali veri, cui sono attaccate frasi “catechizzanti”. Nell’ordine: si parte con un pericolo generico, posto all’ingresso senza indicazione aggiunta, e si prosegue con un divieto di sosta e fermata e sotto “ripartite”; direzione obbligatoria e “la svolta”; passaggio pedonale e “cambio di prospettiva”; senso alternato e “il perdono”. Infine, il capolavoro: vicino all’abside, strada a senso unico e un povero Cristo (in tutti i sensi) crocefisso, incollato in mezzo al cartello: altro che la stupida rana di Kippenberger, inutile come le polemiche seguite alla sua esposizione a Bolzano, un paio d’anni fa.

Giusto qualche giorno prima, un ex prof. mi raccontava di come il sacerdote da cui serviva messa da ragazzino, non s’era fatto scrupolo di bucare una tela del Morazzone col ritratto della Vergine, per fissarle una coroncina metallica sul capo. Avrà pensato che essendo un post borromaico era abituato a soffrire? O più probabilmente, non si sarà posto dubbio alcuno, in fondo, “la Madunina ne ha bisogno”: con tanti saluti all’integrità dell’opera d’arte. Roba da rivalutare i saccheggi napoleonici.

Ora, è vero che il Regno è dei semplici, ma perché lo spirito del Vaticano II, se non ha mai sfiorato i vertici (se non per errore, presto corretto), è dovuto scemare alla base in frutti così ridicoli, quando non deleteri? Mysterium fideioremus.

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