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Archive for the ‘pittura’ Category

Elia Cantori, Untitled (Explosion)

Questo evento è il secondo appuntamento espositivo dedicato alla giovane arte italiana presso Spazio Leonardo, il contenitore espositivo di Leonardo Assicurazioni – Gruppo Generali a Milano: una personale dell’artista visivo Elia Cantori con opere inedite appositamente realizzate. 

Il progetto nasce dalla collaborazione tra Marta Barbieri e Paola Bonino di UNA Galleria (che da oltre un anno curano la programmazione espositiva dello Spazio Leonardo) e la Galleria CAR DRDE di Davide Rosi Degli Esposti. 

Cantori presenta al pubblico un’installazione composta da dieci fotogrammi in bianco e nero e due calchi in alluminio e stagno di medio formato.

Il lavoro di questo artista, che tra i molti linguaggi predilige in particolar modo la fotografia, guarda con particolare interesse agli  ambiti scientifici, ai fenomeni celesti, agli effetti della luce e della cinetica. La sua attitudine sperimentale e il ricorso costante a processi fisici e chimici, ispirano fra l’altro paragoni fra il suo operare e quello di uno scienziato.

Press Sara Zolla

Elia Cantori. Deep Vision

Spazio Leonardo, Milano 22 maggio – 20 settembre 2019

Elia Cantori, Untitled (Mirror), 2018
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Federico Pietrella, Dal 24 febbraio al 1 Marzo 2019, 2019, timbri datari con acrilico su tela, cm 100×80, courtesy l’artista e Galerie Born, Berlino

Il Festival Ipercorpo diretto da Claudio Angelini dedica anche quest’anno una sezione speciale alle arti visive che accoglierà al suo interno e farà proprio il tema di questa XVI edizione: La pratica quotidiana. Dal 30 maggio al 2 giugno presso l’Oratorio di San Sebastiano a Forlì, sono invitati a esporre sei artisti: Bekhbaatar Enkhtur, Marta Mancini, Gabriele Picco, Federico Pietrella, Nazzarena Poli Maramotti, Alessandro Sarra, i cui interventi sono affidati alla curatela di Davide Ferri. La sezione arte del festival non proporrà una vera e propria mostra ma si articolerà in uno spazio di lavoro quotidiano, dove le opere degli artisti si contamineranno e attiveranno reciprocamente.

Ipercorpo 2019
Ipercorpo 2019
Ipercorpo 2019

Si vedranno i lavori di Federico Pietrella, veri e propri racconti del tempo, in cui l’artista, utilizza un timbro datario come pennello; i dipinti di Nazzarena Poli Maramotti, attraversati da forze e movimenti che preludono a diverse potenzialità dell’immagine; i lavori di Alessandro Sarra, che nascono per via di stratificazioni successive; i disegni di Gabriele Picco, realizzati in un modo rapido e dimesso, con tratti da diario adolescenziale; i dipinti di Marta Mancini, dalle larghe campiture astratte e un’installazione di Bekhbaatar Enkhtur caratterizzata dall’utilizzo di materiali trovati e figure di animali modellate in argilla.

Press Sara Zolla

Ipercorpo – Festival delle Arti dal Vivo. La pratica quotidiana

Presso l’Oratorio di San Sebastiano, Forlì 30 maggio – 2 giugno 2019

Gabriele Picco, People I don’t like, 2008, cm 29×21, inchiostro biro su carta

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Giorgio Griffa, Rtoscsumo, 2018, 143 x 96 cm, acrilico su tela, foto Giulio Caresio, courtesy Archivio Giorgio Griffa

Amo il pensiero e la ricerca di Giorgio Griffa sin da quando alcune immagini di sue opere vennero proiettate nell’aula universitaria che frequentavo quasi due decenni fa: si tratta di uno degli artisti più coerenti e profondi degli ultimi cinquant’anni, un maestro che ha dipinto e scritto pagine importanti sul senso e l’ossessione primordiale del dipingere, a partire dall’ormai celeberrima affermazione/manifesto: “Io non rappresento nulla. Io dipingo” (catalogo Galleria Godel, Roma 1972).

Incontrarlo a Torino nel suo studio il 22 settembre 2018 per questa intervista (ora pubblicata su Mosaïque Magazine n.17, Paris 2019) è stata la realizzazione di un piccolo sogno. Devo alla cortesia del maestro e di suo figlio, l’architetto Cesare, un doveroso grazie.

Occupandomi da anni di mosaico in sede critica e conoscendo i cicli pittorici di Griffa (Segni primari, Connessioni e Contaminazioni, Tre linee e un arabesco, Numerazioni, Alter Ego, Sezione Aurea, solo per citarne alcuni), ho pensato ai suoi lavori su tela e su carta (per l’artista l’importanza è la medesima, essendo opere animate dalla stessa tensione creativa) come a tessere potenzialmente infinite di un unico mosaico mai finito: se si potessero idealmente accostare su una parete tanto vasta quanto impossibile, il colpo d’occhio vedrebbe andamenti che terminato un ciclo possono riemergere in altri anche dopo anni. Non solo: le sue opere sono nude, come la verità, nascono per essere appese senza cornice e sono fra loro in sequenza sebbene mai uguali, proprio come le tessere singole e nude del mosaico di tradizione bizantino-ravennate.

Quale sorpresa aver scoperto che qualche decennio fa, a Roma, proprio una mosaicista di Ravenna contribuì a sviluppare un mosaico del maestro! Così è iniziata la nostra conversazione.

I credits per tutte le foto sono: Giulio Caresio / courtesy Archivio Giorgio Griffa.

Giorgio Griffa, Rosa e grigio, 1969, 65 x 101 cm, acrilico su tela, foto Giulio Caresio, courtesy Archivio Giorgio Griffa

Che aria si respirava nella Torino degli anni ’60? Lei frequentava i protagonisti dell’Arte povera o era già “fuori dal coro”?

Torino ha sempre avuto una cultura più sotterranea e segreta rispetto a Milano, ma con gli artisti dell’Arte povera avevo una frequentazione fatta di amicizia e volontà di apprendimento. Ciò che di loro mi colpì fu come la mano fosse al servizio dell’intelligenza della materia. Analogamente, credendo nell’intelligenza della pittura, ho cercato di mettere la mano al servizio dei colori. E forse in questo senso, in quanto pittore, ero fuori dal coro.

C’è in particolare un evento o un incontro che in un certo senso ha deciso la rotta che avrebbe preso la sua vita?

Dipingevo già alla tenera età di nove, dieci anni. Poi, durante l’adolescenza, avrò avuto quattordici anni, vidi direttamente alcune opere di Mondrian ed ebbi una folgorazione. Capii che bisognava ricominciare da capo. Certo, dopo mi sono iscritto a una scuola pittorica tradizionale, ma ho dovuto abbandonare le figure: erano qualcosa di troppo. La pittura rappresenta il mondo non solo ricoprendolo, ma anche simbolicamente, lasciando a ogni segno la sua identità.

È stato scritto, ad esempio da Paolo Fossati, che lei riesce a “far cantare il colore”. E riguardo al suo lavoro si citano fra gli altri Matisse e Klee. Sono ancora riferimenti importanti per lei?

Non solo importanti, ma sono riferimenti doverosi, come del resto la pittura egizia, quella buddista e tantrica, o le grotte di Chauvet, Altamira e Lascaux. Io penso ad almeno 30.000 anni di pittura, un sedimento umano e una ricchezza immensa, come la musica o i poemi epici. E da queste vastità noi attingiamo qualche briciola, tenendo anche presente che millenni fa la parola e l’immagine non erano separate e per arrivare alla pittura si passò dal sacrificio alla sua elaborazione attraverso il linguaggio. La pittura carica di questa memoria rappresenta se stessa, il rito stesso del dipingere.

Giorgio Griffa, Canone aureo 894, 2017, 140 x 96 cm, acrilico su tela, foto Giulio Caresio, courtesy Archivio Giorgio Griffa

La contraddizione è creativa: da una parte i suoi lavori nascono da un atteggiamento “positivamente passivo” (la memoria della pittura sulla punta delle dita e del pennello, ad esempio), dall’altra però lei applica il metodo maieutico di Socrate, dunque fa sgorgare il segno sulla o meglio dalla superficie, trovando ritmi talvolta anche numerici. Insomma, ordina il caos?

Ordinare il caos è un impegno che eccede le capacità umane. La ragione può mettersi al servizio della poesia, ma sa che sarà vinta dal caos. La ragione però sa accompagnare ai suoi confini e persino sporgersi oltre essi: dunque guarda anche l’ignoto che c’è dentro. In questo senso, Beuys ha rovesciato la modernità, mostrando come l’uomo nuovo possa venire da quello antico.

Oppure pensiamo alla Sezione Aurea: mi affascina proprio perché è piena di contraddizioni. Dopo la virgola, la divina proporzione, come la chiamava il matematico Luca Pacioli, apre all’irrazionale, anzi è un numero irrazionale algebrico, legato anche a Fibonacci. Questa cifra euclidea procede nel tempo da oltre duemila anni, ma non nello spazio: 1,618 non diverrà mai 1,619 o tanto meno 2. Si avvita nell’ignoto.

Il logos della pittura è il grande soggetto e punto costante dei suoi lavori, che si compiono però in un divenire continuo e vitale, nel tempo che è appunto la vita stessa. La sua è una pittura eraclitea?

Eraclito in Occidente, Buddha in India, Lao Tzu in Cina: c’è continuità fra la duplice via del conoscere e dell’unicità dell’essere, fra la solidità dell’eterno e la continuità della vita.

Prima abbiamo detto che lei agisce sullo spazio-tempo della superficie ponendo necessariamente da fuori il segno, benché intridendo la materia di pittura, attraversando il supporto, alla fine è come se quel segno pittorico provenisse da dentro. Il pittore dunque recupera la memoria della pittura, ma ne rispetta l’enigma.

Un tempo si credeva che vi fosse una materia vivente e una non vivente e l’artista prendeva dall’una per dare vita all’altra. Oggi sappiamo che tutta la materia è viva: dunque l’artista si deve mettere al servizio della materia, come la mano di Pollock era al servizio del colore che colava. Inoltre l’enigma fa parte del mondo, della vita, dunque della pittura stessa: il Principio di indeterminazione di Heisenberg o i Teoremi di incompletezza di Gödel mostrano i nostri limiti razionali e percettivi.

Giorgio Griffa, Canone aureo 135, 2017, 140 x 94 cm, acrilico su tela, foto Giulio Caresio, courtesy Archivio Giorgio Griffa

A questo proposito, per lei il cosiddetto non-finito è una necessità. Sembra sia impossibile finire un singolo arabesco, una sequenza numerica o un intero suo ciclo visto che, come un fenomeno carsico, può riemergere dopo anni.

Certo, non finire è una necessità razionale, tenendo sempre conto che la razionalità a un certo punto si ferma. Il caso fa il suo ingresso. Il non-finito può verificarsi anche semplicemente perché sono stanco o termina il colore. Di volta in volta il motivo per interrompere varia e nemmeno io lo conosco in anticipo. Ma l’opera non può essere riempita: non voglio certo arrivare alla fine, a un punto fermo e morto, gettando via la vita del dipinto, relegandolo nel passato. L’arte è tale perché è sempre viva ben oltre il proprio tempo. Noi continuiamo a leggere Piero della Francesca come presente sebbene egli fosse inserito nel sistema tolemaico, mentre noi viviamo nell’era quantistica.

In che rapporti è il suo lavoro con la musica e la poesia?

La relazione è strettissima: amo la classica e il jazz, così come mi nutro dei versi di Whitman, Ginsberg, dei Cantos di Pound, ecc. La poesia e la musica sono fondamentali per l’esplorazione del mondo nascosto, come voleva Joyce. Del resto cosa fa Orfeo? Sprofonda fisicamente nell’ignoto, perché il livello razionale non basta. Poi, purtroppo, quando egli richiama la razionalità e si volta per accertarsi della presenza di Euridice, tutto scompare, si dissolve. O torna a nascondersi.

Un’ultima osservazione: la sua scrittura-pittura procede da sinistra a destra, da occidente verso oriente. Lei è dunque un artista classico quanto a ritmo e mediterraneo quanto a ricerca della luce? Ci sono rapporti con la cultura orientale?

Sebbene io viva nella città della nebbia, ritengo la mia pittura mediterranea. Certo, sono un figlio dell’Occidente, ma penso sia necessaria l’apertura al pensiero orientale, come del resto è da Schopenhauer in poi, anche per capire meglio noi stessi e riflettere sui numerosissimi errori prodotti nella storia dagli occidentali. L’indeterminatezza dei segni, lo stesso non finito, il richiamo alla totalità, all’impersonalità ovvero alla non identità dei segni del mio lavoro, credo siano tutte connessioni possibili col pensiero orientale. Poi il ritmo è fondamentale. È la base della conoscenza stessa, della vita per le semine, per i raccolti, i cicli lunari e solari. Il ritmo canta da sé, ha una sua memoria interiore. E qui il riferimento è alla saggezza indiana che invita all’oblio di sé. Più che a una volontà personale, il mio stesso lavoro è organizzato intorno al ritmo e all’intensità del suo fluire.

Archivio Giorgio Griffa

Giorgio Griffa, Linee policrome, 1973, 90 x 288 cm, acrilico su tela, foto Giulio Caresio, courtesy Archivio Giorgio Griffa

 

 

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Giandomenico Tiepolo, Il Mondo Novo, 1791, Ca’ Rezzonico, Venezia

La fine di Venezia trova in Giandomenico Tiepolo il suo storico favoloso – il suo mitografo. I suoi disegni e i suoi affreschi dispiegano la libertà quasi infinita di un’arte che affronta la propria fine. (…) Quando Giandomenico trascrive le scene familiari della vita veneziana, giunge sempre al sarcasmo e alla caricatura. Introduce sempre un che di irreale, un che di fantastico, agile e sulfureo. (…)

Giandomenico Tiepolo, Pulcinella e i saltimbanchi, 1797, Ca’ Rezzonico, Venezia

Giandomenico Tiepolo, Pulcinella innamorato, 1793-97, Ca’ Rezzonico, Venezia

Ma in questo universo circola una figura onnipresente, ossessionante; una figura da circo, che sfugge alla scena per mescolarsi alla vita quotidiana e contaminarla con la sua irrealtà e la sua derisione: Pulcinella. Lo troviamo dappertutto. Tra le braccia del centauro che lo rapisce. Che divide il pasto col satiro nel suo antro. Spettatore davanti alla bottega dei ciarlatani. Che segue con noncuranza la passeggiata dei patrizi… In mezzo a tutti quei volti che son maschere, porta deliberatamente la sua maschera dal nero naso adunco; non si capisce se la sua gobba e il pancione sono posticci; la mitria bianca, smisurata, non lo abbandona mai e pare far parte della sua persona. Pulcinella si riproduce e pullula: è notevolmente prolifico. Più che un singolo personaggio, è un’orgia parassitaria. Pare che Giandomenico, in una specie di comico incubo abbia immaginato che questa razza invadente, per cui la vita si limita a dei giochi derisori, si desse da fare per cacciare da Venezia il resto del genere umano. Più crudele di Carlo Gozzi, che aveva tentato di resuscitare la moribonda commedia dell’arte, Giandomenico mescola a un mondo senile alcune figure dell’infanzia, come se volesse farci costatare che l’ozio puerile di Pulcinella costituisce la verità profonda di una società il cui ruolo storico è ormai terminato.


Giandomenico Tiepolo, L’altalena dei Pulcinella, 1791-93, Ca’ Rezzonico, Venezia
Giandomenico Tiepolo,
La partenza di Pulcinella, 1797, Ca’ Rezzonico, Venezia

Si potrebbe credere che una subitanea mutazione abbia fatto nascere in ogni famiglia un piccolo Pulcinella, votato, per tutta la vita, non al lavoro né alle occupazioni produttive, ma all’assurda gesticolazione di una festa perpetua. L’onnipresenza di un Pulcinella, che si mescola alle figure della mitologia e ai resti delle famiglie patrizie, può apparire come il simbolo di una confusione che demolisce tutte le gerarchie e tutte le divisioni tradizionali: è l’agente attivo di un gioioso ritorno al caos.

Giandomenico Tiepolo,
Pulcinella sviene sulla strada, da Divertimento per li regazzi, 1797-1804 ca.

Giandomenico Tiepolo,
Pulcinella impara a camminare, da Divertimento per li regazzi, 1797-1804 ca.

Per la folla di Giandomenico Il mondo nuovo è uno spettacolo di illusione. Non ci sarà alcun nuovo mondo: ci si affolla davanti a delle immagini bugiarde, e la vita popolare si lascia incantare dal prestigio di poveri saltimbanchi…

Jean Starobinski (1920-2019), da Le ultime feste di Venezia, in 1789 i sogni e gli incubi della ragione, trad. dal francese di Silvia Giacomoni, Milano 1981, pp.17-20.

Ps. Oggi compio 41 anni. Festeggio con questa pagina, col disincanto tragicomico del Pulcinella tiepolesco, restituito attraverso le parole illuminanti del grande Starobinski, scomparso giusto un paio di mesi fa.

Giandomenico Tiepolo, Il trionfo di Pulcinella, particolare, 1760-70, Statens Museum for Kunst, Copenaghen


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Ai Sabati del Moog giungono il critico d’arte Luca Maggio e la ricercatrice Cristina Carile che, tra proiezioni e parole, ci conducono in un itinerario dall’antichità a oggi sulle tracce di visioni e opere d’arte .
Visioni e appunti fra antico e contemporaneo: arrivano ai Sabati del Moog grazie alla conversazione tra la ricercatrice Cristina Carile e il critico d’arte Luca Maggio. Appuntamento con la rassegna curata da Ivano Mazzani sabato 16 marzo, alle ore 18.00, in vicolo Padenna 5 a Ravenna. Cristina Carile e Luca Maggio esplorano al Moog i codici di comunicazione di opere antiche e contemporanee, interrogandosi sul rapporto tra immagine e parola e discutendo un certo tipo di arte contemporanea che usa la parola scritta come immagine-opera in sé. A strutturare la loro conversazione, una serie di proiezioni con opere d’arte d’ogni epoca.

L’appuntamento è a ingresso libero.

Maria Cristina Carile è una bizantinista specializzata in arte e archeologia. Dopo diverse esperienze di ricerca nel Regno Unito, in Turchia e in Grecia, dal novembre 2015 è ricercatrice presso il Dipartimento di Beni Culturali dell’Università di Bologna. Lo studio congiunto delle fonti materiali, visive e testuali caratterizza la metodologia applicata alla sua ricerca, come appare nella sua monografia The Vision of the Palace of the Byzantine Emperors as a Heavenly Jerusalem (CISAM, 2012) e in altre sue pubblicazioni. Ha presentato i suoi lavori a congressi e conferenze e tenuto seminari universitari in ambito nazionale e internazionale.
Luca Maggio è nato a Bergamo nel 1978. Dopo la laurea in Conservazione dei Beni Culturali con indirizzo Arte Contemporanea presso l’Università di Bologna, si è dedicato all’insegnamento, oltre a impegnarsi come curatore di mostre e critico d’arte. Vive e lavora a Ravenna e dal 2010 gestisce il blog politematico lucamaggio.wordpress.com
 

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Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Premessa

Sabato 20 ottobre all’interno della dodicesima edizione di Rencontres Internationales de Mosaïque ha inaugurato la mostra In-Between di Matylda Tracewska presso la Chapelle Saint Éman di Chartres, visitabile sino al 16 dicembre 2018. Scrivere per questa esposizione e per quest’artista in piena maturità creativa è stato fonte di piacere profondo. Quello che segue è il testo in catalogo.

 

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Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Matylda Tracewska. In-Between

di Luca Maggio

“Le Temps scintille et le Songe est savoir.” Paul Valéry, Le cimetière marin

La metafora è tra le prime figure retoriche che si studiano sui banchi di scuola. Etimologicamente viene dal verbo μεταϕέρω ovvero “trasferire, portare oltre”. La metafora è alla base del linguaggio poetico, poiché è in grado di traghettare il significato e il suono delle parole quotidiane verso le rive delle Muse, ampliandone il senso o trovandone uno inedito.

Matylda Tracewska ha scelto di intitolare questa mostra In-Between perché ha avvertito a questo punto della sua vita l’urgenza di confrontarsi col passaggio materiale e metaforico di tecniche e mezzi differenti, il vetro e il mosaico principalmente, rispetto a un luogo così carico di storia per il quale ha pensato le nuove opere, dunque Chartres e in particolare la Chapelle Saint Éman.

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Questa ricerca poetica parla dunque di trasparenza in una delle località cardine delle vetrate medievali che “significano al tempo stesso luce e colore; costruiscono un’architettura colorata e luminosa, hanno dimensione monumentale e conservano nel tempo stesso il carattere prezioso delle gemme. (…) la semplice contemplazione dei colori splendenti aveva per effetto di innalzare lo spirito dalle cose materiali alle immateriali e di trasportare la mente da un mondo inferiore a uno superiore, in una regione dell’universo che non apparteneva interamente né alla bassa terra né al puro cielo.” (E. Castelnuovo, Vetrate medievali, Torino 2007, pp.8-9)

Tuttavia Matylda da sempre predilige un uso accorto dei colori che, sono delicatamente presenti come i ritratti di persone e personaggi. E questi compaiono quasi sospesi, come emergendo dal fondo per dare forme riconoscibili al grumo circostante, che in realtà mai è frutto di disordine ma studio attento dei pesi e delle distribuzioni delle singole tessere, qualsiasi sia la loro origine, lapidea, vetrosa, perlacea ecc.

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, foto Matylda Tracewska in studio

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

I colori della Tracewska, essendo la natura dei suoi lavori indubbiamente anche pittorica, richiamano il dilùcolo, la prima alba e non i fuochi del tramonto, le tinte del principio del mattino, chiarità aurorali che si giocano in delicatezze, soffi talvolta appena accennati, sfumati, tendenti al bianco, alla pura luce: non aggrediscono l’occhio, lo invitano all’ascolto, al raccoglimento e catturano l’anima senza il clamore di effetti spettacolari quanto effimeri: sono un canto gregoriano che accoglie il giorno e riverbera dopo essersi compiuto, come l’alternarsi delle voci di The Hilliard Ensemble e del sassofono di Jan Garbarek in Parce mihi domine nel capolavoro Officium o il salire e ridiscendere ora femminile ora maschile, nudo semplice e forte, del canto di The Tallis Scholars nel Magnificat di Arvo Pärt in Tintinnabuli.

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Matylda è riuscita a rendere metafora i materiali usati per riflettere sull’incontro fra natura, anche umana, e cultura, o meglio le culture che ha incrociato e fatto proprie: lei, artista polacca, che si è formata sul mosaico bizantino-ravennate, che segue, secondo la regola, gli andamenti delle tessere, a differenza della sua tradizione d’origine, che tende invece all’assemblaggio degli elementi. A ciò si aggiunga l’influenza orientale, in particolare la scoperta meditativa e spirituale dei giardini giapponesi, come quello di pietra, il Ryōan-ji di Kyoto.

Così quest’artista è arrivata a ciò che Heidegger chiamava “il giungere-nella-vicinanza di ciò che è lontano” laddove, commenta John Berger, “c’è un movimento reciproco. Il pensiero si avvicina a ciò che è lontano; ma a sua volta ciò che è lontano si avvicina al pensiero.” (Sul guardare, Milano 2017, p.123)

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Chi esperisce queste sue opere, grazie anche ai giochi di riflessione dei materiali scelti, si trova coinvolto in esse, felice di fermarsi, di restare intrappolato in un tempo che pare annullarsi nel suo dilatarsi, poiché sono “minuti depredati della luce” (Agota Kristof, I paesaggi più belli, in Chiodi, Bellinzona 2018, p.21) e sente la tensione alla verticalità attraverso la collocazione di ogni singolo lavoro, inclusi quelli sul pavimento, in dialogo con gli altri e il contesto operativo: tutto si eleva.

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Alle pareti nascono sia i due piccoli lacerti con trama a pelta, quasi foglie di pietra o pelli di mosaico antico appese forse per ricordare frammenti di memoria perduta, come il particolare di una lacrima che cade da un occhio ormai chiuso, sia i ritratti umani, corpi o solo volti, col loro carico di mistero irrisolto, che appaiono-scompaiono su trame musive a nido d’ape, o circolari, oppure bianche in opus reticulatum, o come incorniciate in foto senza tempo, o letteralmente pietrificati grazie all’uso di tessere lapidee. E ancora un altro viso, quasi galleggiante, su uno dei “muschi”, escrescenze organiche altrimenti aniconiche, fatte di onice e perline fittissime, posizionate senza lasciare interstizi, che sono invece evidenti per terra, lungo la navata centrale, sul tappeto di  tessere-calchi di resina, fiume geometricamente scandito e definito che l’artista ha ritoccato con pigmenti in polvere, inserendo qua e là qualche raro calcare bianco naturale con venature verdi, appunto come sassi in un corso d’acqua viva e corrente, bagnati dalla luce che li attraversa: “Più ancora dell’acqua, che mi è stata così cara, ho amato la luce. Non soltanto i colori che sono il suo ornamento e il suo lusso come lo stile è l’ornamento e il lusso del linguaggio. Ma quella semplice luce che ci giunge dal Sole e che fa vivere il mondo. Mi è sempre sembrato che la luce fosse qualcosa di paragonabile al pensiero o a quello che chiamiamo lo spirito: un dono della materia che però si eleva per miracolo, nello stupore e nell’emozione, alla sovrana dignità della grandezza e della bellezza.” (Jean D’Ormesson, Guida degli smarriti, Vicenza 2016, pp.39-40)

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Proseguendo in questo mescolarsi e annullarsi reciproco di natura e artificio (dove sono i confini ora?), dal pavimento emergono sia la scultura-installazione di bambù in vetri verdi, sia le quattro piccole sculture coperte di fiori di madreperla e l’unica in vetri blu. Esse richiedono una sosta per seguire le torsioni minute della luce che si adegua ai labirinti ora voluti ora casuali della Tracewska, la quale lega-slega-rilega le singole tessere in screziature grazie al filo della luce che illumina gli insiemi delle superfici, ma nel dettaglio, avvicinandosi, procede attimo dopo attimo, fiore di luce per fiore di luce nelle sculture di madreperla o frammento per frammento in quelle di vetri blu e si arrende, alla fine, questa luce, si abbandona soddisfatta per abbracciarne ogni millimetro e trovare dimora presso questi oggetti, cadendo in loro, nascondendosi fra gli interstizi per farsi materia essa stessa, metamorfosi in forma di vetro o madreperla, riverberando anche sulle pietre e resine circostanti. Ecco il mosaico, lo splendore.

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, foto Matylda Tracewska all’aperto

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

Tutto infine conduce al culmine, alla cascata di luce dell’abside, la vera grande vetrata della Tracewska, il velo di organza e tessere di vetro visibili da ambo i lati e che forse non si limitano a scendere o salire verso l’altro, ma sono porta, passaggio diretto di un altrove luminoso come la finestra-icona di Pavel Florenskij: “una finestra è una finestra in quanto attraverso ad essa si diffonde il dominio della luce, e allora la stessa finestra che ci dà luce è luce, non è somigliante alla luce, non è collegata per un’associazione soggettiva a una nozione di luce soggettivamente escogitata, ma è luce stessa nella sua identità ontologica, quella luce indivisibile in sé e non divisibile dal sole che splende nel nostro spazio.” (Le porte regali, Milano 2007, p. 60)

A tanto è giunta Matylda Tracewska con le sue briciole di materia, di sguardi e mani pazienti, di trasparenze intuite, attese, pensate: con Devozione direbbe Yves Bonnefoy, per “mantenere gli dei in mezzo a noi.”

Uscendo da questo luogo, attraversati dall’eco dell’esperienza di tanta luce possibile, non si può che serbarne a lungo nostalgia.

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Matylda Tracewska, In-between, 20 ottobre – 16 dicembre 2018, Chapelle Saint Éman, Chartres, foto Clément Mitéran e Laura Hirennau

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Il Comune di Ravenna–Assessorato alla Cultura e il Museo d’Arte della città di Ravenna, presentano dal 6 ottobre al 13 gennaio 2019 la mostra ?War is over ARTE E CONFLITTI tra mito e contemporaneità a cura di Angela Tecce e Maurizio Tarantino.

L’esposizione si collega idealmente al centenario della conclusione della prima guerra mondiale, proponendo un percorso che, attraverso l’arte di due secoli, riflette sui conflitti non a livello puramente storico ma in maniera più ampia, artistica e poetica, personale e collettiva, estetica ed etica. Non si tratta infatti di una mostra storico-documentaria ma di un itinerario che suggerisce e testimonia letture molteplici sulla guerra: uno (e non l’unico) tra gli esiti possibili verso cui spinge la necessità antropologica della relazione tra diversi; il più crudele e distruttivo, ma anche il più potente creatore di mitologie.

L’arte si è da sempre misurata col tema del conflitto – o ne è stata condizionata – non solo attraverso la sua rappresentazione ma, spesso, anche attraverso il rifiuto, la rimozione, l’introiezione. Le opere scelte per la mostra intendono illustrare, con media diversi, la tensione che esiste da sempre tra la creatività individuale e l’urgenza di misurarsi con un tema così pervasivo e onnipresente alle coscienze più vigili.

L’allestimento si avvale di installazioni di Studio Azzurro, che rappresentano un ideale trait-d’union tra i vari temi affrontati e contribuiscono a rendere più affascinante e articolato il percorso espositivo che si snoda attraverso opere e immagini di grande impatto visivo ed evocativo: dal monumento funebre di Guidarello Guidarelli, simbolo delle collezioni del MAR, a Picasso e Rubens, fino ad arrivare ad artisti tra cui spiccano, solo per dirne alcuni, Abramovic, Beuys, Boetti, Burri, Christo, De Chirico, Fabre, Kiefer, Kentridge, Kounellis, Rauschenberg, Warhol.

Nell’ottica della valorizzazione delle collezioni permanenti, nel percorso espositivo della mostra sono presenti anche opere del patrimonio del Mar.

MAR – War is over

Marina Abramović, Balkan erotic Epic: Banging the Skull, 2005

Marisa Albanese, Combattente, 2000-2013

Botto&Bruno, See the sky about the rain VII, 2014

Davide Cantoni, Child soldier Liberia, 2007

Jota Castro, Borders, 2016

Jake & Dinos Chapman, Back to the end of the beginning of the end again, 2016

Christo, Running fence (Project for Sonoma County and Marin County, State of California), 1976

Benedetto Croce, La fine della civiltà, 1946, manoscritto autografato con dedica a Dora Mazza

Gilbert & George, Machete, 2011

Paolo Grassino, Lode a TT, 2005-2006

Renato Guttuso, Fucilazione in campagna, 1939

Thomas Hirschhorn, Pixel collage n. 84, 2017

Emilio Isgrò, Weltanschauung, 2007

Alfredo Jaar, Milan, 1946: Lucio Fontana visits his studio on his return from Argentina, 2013

William Kentridge, Execution of Partisan, 2015

Tullio Lombardo, Lastra sepolcrale di Guidarello Guidarelli, particolare, 1525

Hermann Nitsch, Schüttbild mit Malhemd,, 2007

Pino Pascali, Bomba a mano (Diario), “il 24-1-67 ho ricaricato la bomba con questo biglietto. Pascali l’ho riverniciata oggi con smalto verde di cadmio”, 1967

Perino & Vele, Senza titolo (Mappamondo), 2006

Pablo Picasso, Jeux de pages,Vallauris, 24 février 1951

Pittore dei Niobidi, Cratere attico a figure rosse, 475-465 a.C.

Pieter Paul Rubens, Alabardiere, 1605

Pietro Ruffo, Migrazioni 24, 2017

Andres Serrano, Fool’s mask, Hever castle, England (torture), 2015

Shōzō Shimamoto, ID 0561 Punta Campanella 40 (Canvas 33), 2008

Robert Rauschenberg, Kite, 1963

Andy Warhol, Sedia elettrica, 1971

 

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