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Archive for the ‘pittura’ Category

Premessa: presento di seguito il mio testo critico pubblicato per la mostra Achiropita di Nicola Montalbini, inaugurata sabato 1 aprile presso la galleria Il Coccio di Ravenna (Via Agnello Istorico 6), dove sarà visitabile sino al 13 aprile. Non perdetevela!

Nicola Montalbini, Sanpietrini, inchiostri su carta, 2017

Nicola Montalbini. Segni, ossimori 

di Luca Maggio

Il visibile si porta in spalle tutto l’invisibile. Charles Wright, Breve storia dell’ombra 

Sanno di pazienza i minuti inchiostri naturali su carta di Nicola Montalbini, odorano di tempo meditato, d’osservazione di cose talvolta minime restituita agli occhi con l’invito sottinteso a fermarsi, guardare e ragionare di pittura. I soggetti importano fino a un certo punto. O importano proprio perché quasi neutri essendo a chiunque noti. Morandi docet.

Ed è morandiano l’atteggiamento solitario dell’artista, come la sua insistita maniacalità tessitrice (o da orefice, come lui ama definirla), che lo porta segmento dopo segmento tracciato in punta di pennello a “dare stile al caos” direbbe Pasolini, ovvero dal disordine grandinante delle singole migliaia di segni-cellula alla visione ordinata e precisissima dell’insieme che riformula porzioni di mondo dai più ignorate: anziché le bottiglie, i vasi o i bicchieri del grande bolognese, appaiono qui sampietrini, murature in mattone, finestre, porte, infissi talvolta rotti, particolari d’abitazioni di cui s’intuisce l’abbandono o la vita attraverso una luce accesa o una tenda mossa dal vento e creata lasciando abitare dal bianco stesso della carta quella minuscola parte di spazio che rappresenta il tessuto. Il dialogo fra Montalbini, i suoi strumenti e supporti è sempre fitto. E diversi sono i riferimenti colti sapientemente occultati.

Nicola Montalbini, La finestra, dalla serie ‘Prospettive rovesciate’, inchiostri su carta, 2017

La metafora dell’Alberti che intendeva il quadro come “una finestra aperta sul mondo”, diviene qui il suo opposto visto che numerosi soggetti sono proprio le finestre e dunque l’artista suggerisce di guardare non attraverso esse ma esattamente esse stesse (e forse proprio in virtù di questa scelta speculare sono albertiane all’ennesima potenza).

Nicola Montalbini, Buonamico dell’Antichità, dalla serie ‘Chiese Scomparse ‘, inchiostri su carta, 2017

Se la riflessione sul tempo e il silenzio può far pensare a Morandi, in realtà per l’intensità dei segni è alla grafica pressoché sconosciuta di Domenico Gnoli che il nostro guarda, come, d’altro canto, alla scultura del romanico padano potente e solida benché aerea nel suo essere sospesa su capitelli e pareti sacre. E dunque radicano l’immaginario montalbiniano Wiligelmo, Antelami, Nicolaus (con una strizzata d’occhio, qualche secolo più in là, al gusto antiquario del Mantegna e al suo carattere marcato e insieme sofisticato), tanto che questi piccoli inchiostri-formelle possono considerarsi la sua interpretazione dei cicli dei mesi medievali e giocano a ridare in leggerezza di materiali cartacei e tecnica usata la pesantezza muraria di caseggiati o marmorea di sarcofagi e amboni paleocristiani, colorati proprio perché il loro viaggio nel tempo li presenta oggi slavati, o ancora la compattezza del Mausoleo teodericiano, protagonista d’una miniserie in cui Montalbini indulge all’ironia nel passaggio fra la messa in opera della cupola all’inizio del VI secolo, a un uso surreale della vasca sepolcrale colma d’acqua, sino al progressivo abbandono dell’area sommersa dalle falde acquifere sottostanti in cui nuota un minuscolo Corrado Ricci, per chiudere con una visione di futuro post-umano in cui l’integrazione fra pietra e natura è definitiva e irreversibile.

Nicola Montalbini, La vasca, dalla serie ‘La Rotonda del Re’, inchiostri su carta, 2016

Eliminare la presenza della figura umana, sebbene evocata dai manufatti che l’uomo sa realizzare, è tipico della produzione anche precedente di Montalbini. E nemmeno queste serie, nate fra l’estate del 2016 e l’inizio del 2017, fanno eccezione: l’artista con ironia, anzi con piacere, svuota le case dai vivi e tratteggia piuttosto elenchi di finestre e selve di sarcofagi, póleis labirintiche che custodiscono morti. Come luminosamente ha intuito il poeta Charles Wright nel suo Omaggio a Giorgio Morandi: “È giusto che noi ti vediamo soprattutto dove non ci sei, tra i tuoi oggetti”. Ecco cosa sono queste decine di inchiostri: un unico autoritratto.

Nicola Montalbini. Achiropita

Testi di Luca Maggio e Paola Babini

Dall’1 al 13 aprile 2017

Galleria Il Coccio, Via Agnello Istorico 6, Ravenna (tel. 0544.34269)

Orari 9-12 / 16-19 (lunedì e domenica chiuso)

Contatto artista: nicola.montalbini@libero.it

 

Nicola Montalbini, Senza titolo, dalla serie La Città di Dio, inchiostri e acquarello su carta, 2016

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Stefano Arienti e Giovanni Ferrario, La danza delle polveri, 2009, installazione composta da 30 fogli

Oggi, sabato 25 marzo, alle ore 18.00 presso la Galleria Civica di Modena sarà inaugurata Antipolvere , mostra personale di Stefano Arienti a cura di Daniele De Luigi e Serena Goldoni

Nella Sala grande di Palazzo Santa Margherita sono state allestite opere che ripercorrono venticinque anni di attività di uno dei più noti e riconosciuti artisti italiani a livello internazionale.

Stefano Arienti, Libro Fenice, 2012, acrilici, matite, penna e altro su libro, 36x51x6 cm

Stefano Arienti, Senza titolo, 2015, slide da proiezione per Open Day 2015 dell’Accademia di Belle Arti di Carrara

Opere su carta e su supporti inconsueti, come i grandi disegni realizzati su teli da cantiere, commissionati da istituzioni pubbliche e fondazioni private, sono testimoni di un percorso di ricerca incessante in cui le immagini sono sottoposte a infiniti processi di studio e variazione: fotocopiate, ricalcate, tracciate con forature, intessute o disegnate in oro.

Tra le opere selezionate un grande telo realizzato nel 2012 per l’Isabella Stewart Garden Museum di Boston, mai esposto in Italia e due opere inedite realizzate nel 2017, ispirate a un capolavoro del Romanino conservato nella chiesa di Asola, paese natale dell’artista, e all’altarolo di El Greco, conservato presso la Galleria Estense di Modena e realizzato ad hoc per la mostra.

Irene Guzman press

Stefano Arienti, Stelline, 2012, carta traforata, installazione composta da 59 fogli

Stefano Arienti. Antipolvere

Galleria Civica di Modena, Palazzo Santa Margherita, corso Canalgrande 103 – Modena

26 marzo – 16 luglio 2017

A cura di Daniele De Luigi e Serena Goldoni

Orari mercoledì-venerdì 10.30-13.00 e 16.00-19.30; sabato, domenica e festivi 10.30-19.30.

Lunedì e martedì chiuso.

Ingresso gratuito

Ufficio stampa Pomilio Blumm

Irene Guzman tel. +39 349 1250956, email irene.guzman@comune.modena.it

Informazioni Galleria civica di Modena, corso Canalgrande 103, 41121 Modena

tel. +39 059 2032911/2032940 – fax +39 059 2032932

www.galleriacivicadimodena.it

Museo Associato AMACI

 

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Sette anni fa, il 21 marzo 2010, aprivo questo mio orto-blog. Sono contento dell’esperienza nonostante momenti di inevitabile stanchezza e altri, ben più numerosi fortunatamente, di slancio e passione. Desidero ringraziare uno a uno tutti coloro che lo hanno visitato anche solo una volta di sfuggita (oltre 482.000 visualizzazioni in sette anni, senza alcuna pubblicità eccetto il passaparola). Questo compleanno è anche vostro. Buon “Arcobaleno”.

Ardengo Soffici, BÏF§ZF+18 Simultaneità e Chimismi lirici, 2ª edizione, Firenze 1919

Ardengo Soffici, BÏF§ZF+18 Simultaneità e Chimismi lirici, 2ª edizione, Firenze 1919

“Inzuppa 7 pennelli nel tuo cuore di 36 anni finiti ieri 7 aprile
E rallumina il viso disfatto delle antiche stagioni
Tu hai cavalcato la vita come le sirene nichelate dei caroselli da fiera
In giro
Da una città all’altra di filosofia in delirio
D’amore in passione di regalità in miseria
Non c’è chiesa cinematografo redazione o taverna che tu non conosca
Tu hai dormito nel letto d’ogni famiglia
Ci sarebbe da fare un carnevale
Di tutti i dolori
Dimenticati con l’ombrello nei caffè d’Europa
Partiti tra il fumo coi fazzoletti negli sleeping-cars diretti al nord al sud

Ardengo Soffici, Linee e volumi di una persona (Mendicante), 1912

Ardengo Soffici, Linee e volumi di una persona (Mendicante), 1912

Paesi ore
Ci sono delle voci che accompagnan pertutto come la luna e i cani
Ma anche il fischio di una ciminiera
Che rimescola i colori del mattino
E dei sogni
Non si dimentica né il profumo di certe notti affogate nelle ascelle di topazio
Queste fredde giunchiglie che ho sulla tavola accanto all’inchiostro
Eran dipinte sui muri della camera n.19 nell’Hôtel des Anglais a Rouen
Un treno passeggiava sul quai notturno
Sotto la nostra finestra
Decapitando i riflessi delle lanterne versicolori
Tra le botti del vino di Sicilia
E la Senna era un giardino di bandiere infiammate

Ardengo Soffici, Sintesi di un paesaggio primaverile, 1913

Ardengo Soffici, Sintesi di un paesaggio primaverile, 1913

Non c’è più tempo

Lo spazio

È un verme crepuscolare che si raggricchia in una goccia di fosforo
Ogni cosa è presente
Come nel 1902 tu sei a Parigi in una soffitta
Coperto da 35 centimetri quadri di cielo
Liquefatto nel vetro dell’abbaino
La Ville t’offre ancora ogni mattina
Il bouquet fiorito dello Square de Cluny
Dal boulevard Saint-Germain scoppiante di trams e d’autobus
Arriva la sera a queste campagne la voce briaca della giornalaia
Di rue de la Harpe
«Pari-cûrses» «l’Intransigeant» «la Presse»
Il negozio di Chaussures Raoul fa sempre concorrenza alle stelle
E mi accarezzo le mani tutte intrise dei liquori del tramonto
Come quando pensavo al suicidio vicino alla casa di Rigoletto
Sì caro
L’uomo più fortunato è colui che sa vivere nella contingenza al pari dei fiori
Guarda il signore che passa
E accende il sigaro orgoglioso della sua forza virile
Ricuperata nelle quarte pagine dei quotidiani

O quel soldato di cavalleria galoppante nell’indaco della caserma
Con una ciocchetta di lilla fra i denti

Ardengo Soffici, Natura morta (Piccola velocità), 1913

Ardengo Soffici, Natura morta (Piccola velocità), 1913

L’eternità splende in un volo di mosca
Metti l’uno accanto all’altro i colori dei tuoi occhi
Disegna il tuo arco
La storia è fuggevole come un saluto alla stazione
E l’automobile tricolore del sole batte sempre più

invano il suo record fra i vecchi macchinari del cosmo
Tu ti ricordi insieme ad un bacio seminato nel buio
Una vetrina di libraio tedesco Avenue de l’Opéra
E la capra che brucava le ginestre
Sulle ruine della scala del palazzo di Dario a Persepoli
Basta guardarsi intorno
E scriver come si sogna
Per rianimare il volto della nostra gioia
Ricordo tutti i climi che si sono carezzati alla mia pelle d’amore
Tutti i paesi e civiltà
Raggianti al mio desiderio
Nevi
Mari gialli
Gongs
Carovane
Il carminio di Bombay e l’oro bruciato dell’Iran
Ne porto un geroglifico sull’ala nera
Anima girasole il fenomeno converge in questo centro di danza
Ma il canto più bello è ancora quello dei sensi nudi

Ardengo Soffici, Decorazioni di Bulciano, 1914

Ardengo Soffici, Decorazioni di Bulciano, 1914

Silenzio musica meridiana
Qui e nel mondo poesia circolare
L’oggi si sposa col sempre
Nel diadema dell’iride che s’alza
Siedo alla mia tavola e fumo e guardo
Ecco una foglia giovane che trilla nel verziere difaccia
I bianchi colombi volteggiano per l’aria come lettere d’amore buttate dalla finestra
Conosco il simbolo la cifra il legame
Elettrico
La simpatia delle cose lontane
Ma ci vorrebbero delle frutta delle luci e delle moltitudini
Per tendere il festone miracolo di questa pasqua

Ardengo Soffici, Autoritratto, 1949

Ardengo Soffici, Autoritratto, 1949

Il giorno si sprofonda nella conca scarlatta dell’estate
E non ci son più parole
Per il ponte di fuoco e di gemme
Giovinezza tu passerai come tutto finisce al teatro
Tant pis Mi farò allora un vestito favoloso di vecchie affiches”

Ardengo Soffici (1879-1964), Arcobaleno, da BÏF§ZF+18 Simultaneità e Chimismi lirici, Firenze 1919 (1ª edizione 1915).

Ardengo Soffici, BÏF§ZF+18 Simultaneità e Chimismi lirici, 1ª edizione, Firenze 1915

Ardengo Soffici, BÏF§ZF+18 Simultaneità e Chimismi lirici, 1ª edizione, Firenze 1915

 

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Nel cuore nero del XIX secolo italiano, venne commesso un incredibile gesto di crudeltà nei confronti di un’indifesa famiglia ebrea bolognese da parte dell’agonizzante Stato pontificio (Bologna si sarebbe presto unita al Regno sabaudo nel marzo 1860 tramite plebiscito): la sera del 23 giugno 1858 il piccolo Edgardo Mortara, che avrebbe compiuto i sette anni il 27 agosto, venne sottratto di forza ai suoi genitori Momolo e Marianna e ai suoi sette fratelli dalla polizia su ordine dell’inquisitore Padre Feletti dietro denuncia dell’ex domestica dei Mortara di aver battezzato il bambino durante una malattia che credeva mortale. Tutto questo era falso e la donna solo un’ingrata vendicativa, ma bastò secondo la legge del tempo per avviare il sequestro e trasferire il piccolo “neocristiano” a Roma dove sarebbe stato educato al cattolicesimo e per sicurezza ribattezzato (dunque le autorità ecclesiastiche sapevano benissimo la malafede con cui stavano agendo), sino a diventare sacerdote e come tale morire nel monastero di Bouhay, vicino Liegi, nel 1940.

A nulla valsero gli appelli disperati della famiglia, il clamore che tale vicenda suscitò presso le corti di mezza Europa e il processo intentato sotto il Regno d’Italia all’ex inquisitore: Pio IX fu crudelmente irremovibile e a parte un breve incontro assistito non diede altri permessi di far rivedere il proprio bambino a dei genitori in sostanza distrutti.

Paolo Uccello, Miracolo dell’ostia profanata, 1467-1468, tempera su tavola, cm 43x351, Galleria Nazionale delle Marche, Urbino

Paolo Uccello, Miracolo dell’ostia profanata, 1467-1468, tempera su tavola, cm 43×351, Galleria Nazionale delle Marche, Urbino

Da secoli gli ebrei “deicidi” erano vittima dell’antisemitismo cristiano: senza citare gli studi fondamentali di Lev Poljakov, vengono in mente Il miracolo dell’ostia profanata di Paolo Uccello, lo straordinario Shylock shakespeariano, le persecuzioni della corona spagnola da Ferdinando II d’Aragona a Filippo II contro i marranos  o gli altrettanto orrendi pogrom dall’altra parte d’Europa, sino al caso Dreyfus nella civilissima Francia di fine ‘800.

E pur sapendo bene che il primo dovere di uno storico è sempre quello di contestualizzare avvenimenti e sentimenti altrimenti incomprensibili (la schiavitù nell’economia della storia antica, ad esempio), resta sorprendente il cieco accanimento dell’ultimo Papa Re nei confronti di questo bambino e della sua famiglia, come a voler dimostrare un potere ormai fuori dalla storia.

Vanni Cuoghi, Il caso Mortara, 2016, chine e collage su carta, cm 118x42

Vanni Cuoghi, Il caso Mortara, 2016, chine e collage su carta, cm 42×118

Steven Spielberg, basandosi sul libro di David Kertzer Prigioniero del Papa Re (The Kidnapping of Edgardo Mortara, 1997), girerà presto un film sull’accaduto e l’amico Vanni Cuoghi, nello splendido ciclo che lo scorso anno ha dedicato ai 500 anni del ghetto veneziano, ha ideato un’opera/libro d’artista con svolgimento orizzontale (forse memore della tavola uccellesca) sul caso Mortara di lugubre e calzante perfezione, così carica d’ombre e grigi e neri e azzurri plumbei (l’immagine è all’interno del catalogo Vanni Cuoghi. Da Cielo a Terra, testi di Ivan Quaroni e Riccardo Calimani, Ravenna 2016).

Ma è con piacere che in questo 27 gennaio desidero ricordare la madre di tutti gli studi senza il cui apporto non si saprebbe quasi nulla di una vicenda dimenticata anche a causa dell’orrore indicibile della Shoah, la storica Germana Volli col suo Il caso Mortara. Il bambino rapito da Pio IX pubblicato nel 1960 e recentemente rieditato dalla benemerita Giuntina di Firenze. L’attenzione, il rigore, la passione autentica e non faziosa per la storia e i suoi documenti rendono di stretta attualità la quarantina di leggibili e scorrevoli pagine di questo libro sia per gli accadimenti in esso descritti sia come esempio del lavoro di un vero storico che ha un solo fine: la verità.

Da sinistra: Riccardo Mortara (il fratello maggiore), la madre Marianna Padovani seduta e il figlio don Pio Edgardo Mortara, a Parigi nel 1878, primo incontro vent'anni dopo il rapimento. Tale immagine inedita è contenuta nel prezioso volume di Germana Volli e appartenente al fondo della figlia di Riccardo.

Da sinistra: Riccardo Mortara (il fratello maggiore), la madre Marianna Padovani seduta e il figlio don Pio Edgardo Mortara, a Parigi nel 1878, primo incontro vent’anni dopo il rapimento. Tale immagine inedita è contenuta nel prezioso volume di Germana Volli e appartenente al fondo della figlia di Riccardo.

 

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Museo di Castelvecchio, Verona

Museo di Castelvecchio, Verona

Il 19 novembre 2015 erano stati rubati ben diciassette dipinti dal Museo di Castelvecchio a Verona, fra cui numerosi capolavori di Pisanello, Mantegna, Bellini, Caroto, Tintoretto e Rubens.

Il furto, organizzato da una banda dell’est europeo con la complicità degli addetti alla vigilanza, era stato risolto già durante la primavera 2016, quando le opere d’arte erano state recuperate in Ucraina, paese che forse per motivi politici le ha tenute con sé per mesi, sino al 21 dicembre scorso.

È dunque solo da poco più di un paio di settimane che si possono tornare ad ammirare nella loro sede originaria, il bellissimo Museo di Castelvecchio, già restaurato durante gli anni ’60 dal genio di Carlo Scarpa.

È una piccola notizia per i media nazionali che non credo ne abbiano evidenziato a sufficienza l’importanza. Per la storia della cultura italiana è invece una vittoria luminosa, ottima per chiudere un anno e aprire quello nuovo sotto auspici davvero buoni. E il sorriso ritrovato, così carico di vita, del fanciullo del Caroto ne è il suggello migliore.

Ps. Dedico questo breve ma positivo post a due grandi purtroppo scomparsi in questi giorni: il linguista Tullio de Mauro e lo scrittore John Berger. In ambiti differenti hanno entrambi contribuito a sviluppare riflessioni sul linguaggio (Berger anche come critico e pittore). E in fondo l’arte non è che un insieme di linguaggi in divenire.

Museo di Castelvecchio – Verona

Gianfrancesco Caroto, Ritratto di fanciullo con disegno infantile, 1520 ca.

Gianfrancesco Caroto, Ritratto di fanciullo con disegno infantile, 1520 ca.

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Paolo Gotti, Marocco

Paolo Gotti, Marocco

Venerdì 16 dicembre 2016 alle ore 19,00 inaugura la mostra Colors del fotografo bolognese Paolo Gotti, che occuperà diversi spazi lungo il passaggio coperto di Corte Isolani a Bologna fino al 31 gennaio 2017.

Nel corso dei secoli, anzitutto la pittura poi la fotografia hanno scandagliato tutte le potenzialità della luce riflessa per descrivere sensazioni e stati d’animo.

Paolo Gotti raccoglie l’eredità di questa ricerca scegliendo di mettere in mostra le fotografie che compongono la mostra Colors, dove il colore svolge il ruolo del protagonista.

Paolo Gotti, Cuba

Paolo Gotti, Cuba

E lo fa rendendo omaggio all’arte del passato, tendendo un filo sottile ma significativo tra fotografia e pittura. È così che, attraverso le parole stesse degli artisti, le tante sfumature dell’oceano rimandano alla connessione tra luce e pittura secondo Hans Hoffmann e la fotografia della facciata di una casa si riallaccia al desiderio di Edward Hopper di dipingerne l’effetto luminoso. E ancora un albero tra realtà e finzione riflette l’ispirazione che Vincent Van Gogh traeva dalle cromie della natura, o un campo di fiori è associato alla ricerca della gioia nei quadri di Pierre-Auguste Renoir. Molti altri sono gli artisti presi in esame da Paolo Gotti, in ognuno dei quali il fotografo bolognese ritrova una traccia “a posteriori” nelle proprie opere fotografiche, anche se l’intero progetto si può riassumere nell’opinione di Pablo Picasso, per il quale “tutto ciò che puoi immaginare è reale”.

Paolo Gotti, Cuba (2)

Paolo Gotti, Cuba (2)

In occasione dell’inaugurazione della mostra, venerdì 16 novembre alle ore 19.00 presso l’Enoteca Giacchero di Corte Isolani si potrà assistere alla presentazione del calendario Colors, che racchiude 13 fra le immagini più significative della mostra. A ogni immagine è associata una citazione di un pittore, la cui arte – a diversi livelli di profondità – si ricollega anche visivamente alla fotografia di Paolo Gotti. Parteciperanno all’incontro il critico d’arte Paola Barbara Sega e il giornalista dell’Espresso Roberto Di Caro.

Paolo Gotti – Colors

16 dicembre 2016 – 31 gennaio 2017

Corte Isolani, Bologna

 www.corteisolani.it

www.paologotti.com

Irene Guzman – Paolo Gotti Press

Paolo Gotti, Cina

Paolo Gotti, Cina

 

 

 

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Édouard Manet (?), Liseuse, 1879-1881 ca., olio su tavola, 41x32,5 cm, Roma, collezione privata

Édouard Manet (?), Liseuse, 1879-1881 ca., olio su tavola, 41×32,5 cm, Roma, collezione privata

Metti due cari amici, un musicista e un pittore, che in un pomeriggio di fine estate mi raccontano una vicenda che ha dell’incredibile, “Sembra una fantasia da romanzo, Luca, ma è tutto vero, documentato!”

Così vengo a conoscenza della storia di un piccolo olio su tavola (41×32,5 cm) che tanto per cominciare è stato fortuitamente acquistato ormai diversi anni fa da un intellettuale romano (così per ora desidera essere definito) e da sua moglie in un mercatino della capitale per pochissimi euro. È proprio la signora a essere attratta da lontano dal volto dipinto che rappresenta una giovane donna intenta a leggere, come nell’oggi famoso olio su tela (61×50 cm) detto Liseuse di Édouard Manet, conservato presso l’Art Institute di Chicago con datazione proposta 1879, di cui la tavoletta romana sembra essere assai simile ma non esattamente il gemello, ché alcune differenze non solo di dimensione sussistono, forse addirittura è una versione di poco precedente di quella maggiormente definita e nota attualmente negli Stati Uniti.

Il ritratto romano ha anche una firma sul recto in alto a destra, Manet appunto, e una dedica sul verso con una seconda firma: “à monsieur / Strohlfern Paris 1881 / Manet”.

Ora, immagino io, chiunque un po’ accorto, prima di pensare di aver fatto l’affare del secolo, ci va molto cauto, non crede com’è giusto in casi così ai propri occhi, anche solo per evitare di fare figure inutilmente chiassose. Pertanto dagli attuali proprietari vengono avviate rigorose indagini scientifiche, ricerche storiche e artistiche, in sostanza viene raccolto nel tempo un vero e proprio dossier intorno a questa piccola opera, tentando di ricostruirne la storia e una possibile attribuzione riferibile al grande francese.

Premetto che non sono un esperto di Manet, né in generale di pittura francese del XIX secolo, dunque la mia parola conta davvero poco, ma dopo aver letto con attenzione tutti i passaggi del materiale raccolto, questa paternità è “alquanto sorprendente, certo, ma non per questo da escludere”, citando la conclusione nella relazione dell’attuale proprietario.

Édouard Manet (?), Liseuse, particolare della firma sul recto, 1879-1881 ca., Roma, collezione privata

Édouard Manet (?), Liseuse, particolare della firma sul recto, 1879-1881 ca., Roma, collezione privata

Qualche dato: Manet, pur prediligendo la tela, ha realizzato almeno altre tredici opere su tavola; è raro che il pittore abbia replicato un proprio quadro, ma sono note ben “sei coppie di lavori che propongono il medesimo soggetto” (questa citazione come le successive vengono sempre dalla relazione del proprietario, che scrupolosamente in essa elenca ognuno dei dipinti di cui qui mi limito a citare il numero); le analisi scientifiche (stratigrafica, Fluorescenza X, Riflettografia IR, Radiografia X) hanno dimostrato concordemente “che non esiste alcun tipo di disegno preparatorio (reticolo o altro)” dunque non è una copia, il lavoro è iniziato dal cappello (ed esistono numerosi schizzi coevi di cappelli del pittore) e “non c’è traccia di pulviscolo atmosferico tra la preparazione e il colore.”

La commissione dell’Istituto Wildenstein di Parigi che ha esaminato la tavola “ha rilevato l’ottima qualità della sua fattura ma non ha potuto affermarne l’autenticità per mancanza di documentazione. È importante tuttavia sottolineare il fatto che la suddetta commissione – pur non esprimendo un giudizio – non ha tuttavia ritenuto di trovarsi in presenza di un falso.”

Ma chi era Alfred Wilhelm Strohl (Sainte-Marie-aux-Mines, 1847 – Roma, 1927), cui è dedicato il dipinto? Facoltoso alsaziano, appassionato di pittura (fu allievo dello svizzero Charles Gleyre, come del resto Monet, Sisley, Bazille e Renoir, fra gli altri), dopo la sconfitta di Sedan, non volendo diventare cittadino tedesco, lasciò l’Alsazia e dal 1879 si trasferì a Roma, dove mutò il cognome in Strohl-Fern (suffisso che vuol significare “lontano” dalla patria). Qui acquistò una proprietà nei pressi di Villa Borghese, dove ospitò “artisti di varie nazionalità che formarono un cenacolo molto noto nella capitale.” Alla sua morte fu sepolto nel cimitero romano acattolico e lasciò la sua villa allo Stato francese. “Alla vigilia dell’entrata in guerra dell’Italia a fianco della Germania (1940) l’allora Amministratore della Villa Strohlfern – il còrso Fieschi, Cancelliere d’Ambasciata – vendette (presumibilmente su direttiva del compositore Jacques Ibert, allora Direttore dell’Accademia di Villa Medici) tutto quello che la Villa conteneva: così l’intero archivio, i mobili, i libri, le opere che Strohl aveva dipinto o scolpito ed i quadri che aveva raccolto sono andati completamente dispersi.”

Quindi, presumibilmente, anche la tavola oggetto di questo ritrovamento a decenni di distanza.

Édouard Manet (?), Liseuse, 1879-1881 ca., particolare con dedica sul verso, Roma, collezione privata

Édouard Manet (?), Liseuse, 1879-1881 ca., particolare con dedica sul verso, Roma, collezione privata

A proposito, com’è mai potuta giungere nella città eterna? L’ipotesi è che “potrebbe essere stata portata a Roma da qualcuno conosciuto da Strohl nel periodo parigino, forse dallo stesso Renoir, che visitò Roma tra l’ottobre 1881 e il gennaio 1882 (la data che appare nella dedica della tavola è appunto 1881)  e che potrebbe essere stato ospitato a Villa Strohl-fern,  dato che (a differenza – per esempio – del suo soggiorno palermitano) non ci sono indicazioni sul luogo del suo soggiorno a Roma. In questo modo si spiegherebbe la presenza a Roma di un’opera di Manet della quale non si aveva mai avuto notizia.”

Insomma, ce n’è abbastanza per ricavarne un romanzo, anche se credo basterebbe un’attribuzione definitiva da parte di un esperto che volesse prendersi responsabilità, coraggio e merito di questa fortunosa storia insieme, ça va sans dire, ai proprietari.

Spero con questo breve articolo di aver acceso curiosità e interesse di chi di dovere.

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