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Archive for the ‘pittura’ Category

Paul Cézanne, Madame Cézanne nella poltrona gialla, 1888-90, The Metropolitan Museum of Art, New York

(…) Conviene tener presente tale singolarità, ovvero che egli osservava la moglie come fosse un frutto sulla tovaglia. Per lui i contorni, le linee della moglie possedevano l’identica estrema semplicità, e dunque ancora la complicatezza, che nelle sue opere avrebbero avuto i fiori, i bicchieri, i piatti, i coltelli, le forchette, le tovaglie, la frutta, le tazze e i bricchi del caffè. Un pane di burro era per lui significativo quanto il delicato risalto che scorgeva nel vestito della moglie. (…)

Materializzava i fiori in ogni loro dondolio di pianta, al punto che sulla carta tremolavano, esultavano, sorridevano; a stargli a cuore era la carnalità dei fiori, lo spirito del mistero insito in quel che è indecifrato nelle nature affatto particolari.

Sotto i suoi occhi intercorreva un unico connubio fra le cose, e se davvero crediamo di poter parlare, per lui, di musicalità, ebbene essa nasceva dalla ricchezza del suo sguardo, e dal tentativo di ottenere, guadagnare il consenso di ogni oggetto, schiudendovi l’animo, tanto più che egli poneva le cose grandi e quelle piccole in un unico grande “tempio”.

Robert Walser (1878-1956), Cézanniana, in Ritratti di pittori, Adelphi, Milano 2011, pp.81-82.

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Vanni Cuoghi, Corvo 2, 2017

 

Ecco una bellissima e recente intervista-ritratto a Vanni Cuoghi sul canale RAI Cultura Arte. Buona visione.

http://www.arte.rai.it/embed/vanni-cuoghi-il-raccontastorie-che-innesca-limmaginazione/41414/default.aspx

www.vannicuoghi.com/it/

PS. Sono più che convinto della grande bellezza delle opere di Vanni sin da quando, ormai molti anni fa, ne incontrai per caso alcune in una galleria di Lecce. E non solo o non tanto per l’incredibile perizia e cura con cui sono realizzate, particolare per particolare, spillo per spillo, quanto perché, anzitutto, sono parte di uno stile, direi di un linguaggio del tutto originale, quello con cui Vanni, come gli artisti veri, ha saputo creare un proprio mondo, anzi numerosi e unici micro-mondi. Grande Vanni!

Vanni Cuoghi, Il sangue ha un colore unico, 2013

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Adelita Husni-Bey, dalla serie Agency, Politici, 2014

Inaugura domani, venerdì 8 giugno 2018 alle ore 18, presso la Galleria Civica di Modena, nella sede della Palazzina dei Giardini, Adunanza, a cura di Diana Baldon e Serena Goldoni. La mostra riunisce l’eterogenea produzione che Adelita Husni-Bey ha sviluppato negli ultimi dieci anni tra video, installazioni, opere pittoriche, serie fotografiche, disegni e lavori su carta ed è la sua prima vasta personale in un’istituzione italiana. L’artista che vive a New York, negli ultimi anni si è distinta nel panorama internazionale, partecipando a manifestazioni di rilievo quali la Biennale d’Arte di Venezia nel 2017, tra i rappresentanti del Padiglione Italia, e la mostra Being: New Photography 2018 al MoMA di New York.

Fin da giovanissima, Adelita Husni-Bey (Milano, 1985), s’interessa a temi politici e sociali complessi indagandoli attraverso studi di sociologia, teorie educative anarco-collettiviste e pratiche d’insegnamento sperimentali. Le sue opere si fondano e nascono da processi collettivi, nella forma di workshop e giochi di ruolo che hanno visto la partecipazione di varie tipologie di comunità, tra cui figurano studenti, atleti, giuristi e attivisti politici. Il ruolo dell’artista, secondo Husni-Bey, consiste nel “creare situazioni e dinamiche nuove dove nulla è recitato e dove emergano criticamente, agli occhi dei soggetti coinvolti, le profonde connessioni con i rapporti di forza di tipo economico e sociale che governano l’era contemporanea”. L’opera finale, i cui proventi vengono sempre contrattualmente condivisi con i partecipanti che comunque possono decidere se prestare o meno la propria immagine, restituisce infatti solo una piccola parte dell’atto pedagogico che si realizza durante le giornate di workshop.

Adelita Husni-Bey, Postcards from the desert island, 2010-2011

La pratica di Adelita Husni-Bey si sviluppa con mezzi espressivi differenti, ma in tutte le sue opere ­– anche in quelle sviluppate attraverso il disegno, il video, la fotografia, la scultura e l’installazione – è riconoscibile la sua sensibilità e matrice pittorica. Quest’ultima è immediatamente evidente in The Sleepers (2011), un olio su tela che ritrae un gruppo di colletti bianchi nell’atto di dormire profondamente, ma anche nel dipinto integrato all’interno della video installazione Postcards from the Desert Island (2011) che accoglierà i visitatori all’ingresso della Palazzina dei Giardini. L’opera è il frutto di un seminario di tre settimane che l’artista ha svolto con i bambini dell’Ecole Vitruve di Parigi, istituto pubblico elementare sperimentale che adotta modelli educativi basati sulla cooperazione e sulla non competitività. Gli scolari sono stati invitati a costruire un’isola deserta nella propria aula scolastica e prendendo a prestito gli scenari del romanzo Il signore delle mosche di William Golding hanno fatto auto-gestione e affrontato questioni legate alla lotta per il potere, l’immigrazione, il significato dello spazio pubblico e la disobbedienza civile.

Adelita Husni-Bey, Adelita Husni-Bey, dalla serie Agency, Attivisti, 2014

Sono diverse le opere che hanno visto il coinvolgimento di gruppi di adolescenti, tra cui la serie Agency (2014), composta di una video installazione e una serie di fotografie realizzate nelle sale del Museo MAXXI di Roma. Qui una trentina di studenti volontari di un liceo della capitale ha partecipato a una riflessione sulle relazioni di potere nell’Italia contemporanea simulando — attraverso la libera scelta di azioni, atteggiamenti, pose e abbigliamento — l’appartenenza a cinque diverse categorie: politici, lavoratori, attivisti, banchieri e giornalisti, i quali dovevano produrre ogni ora un resoconto sullo stato di avanzamento della società.

Adelita Husni-Bey, The council #3, 2018

The Council (2017) è invece una serie fotografica risultante da un workshop svoltosi al MoMA di New York con alcuni giovani partecipanti del programma MoMA teens. Sviluppando un pensiero critico riguardo alla funzione delle istituzioni, i ragazzi, suddivisi in gruppi, dovevano immaginare una totale riorganizzazione degli spazi della storica istituzione newyorkese, servendosi anche dell’Image Theater, tecnica usata per riprodurre attraverso un’immagine teatrale una determinata situazione sociale, con l’obiettivo di trovare nuovi spunti e soluzioni.

Adelita Husni-Bey, After the Finish Line, 2015

Un tema di grande attualità è quello dell’analisi e della percezione sociale del dolore e della disabilità. Le storie di atleti giovanissimi, che si sono infortunati svolgendo un’attività sportiva, sono raccontate nel video After the Finish Line (2015), in cui, usando un approccio pedagogico radicale e un processo che cerca di spersonalizzare i sentimenti di fallimento, Adelita Husni-Bey ha indagato il significato e le trappole collegate allo spirito di competizione che caratterizza molti ambiti della società contemporanea.

Completano la mostra altri gruppi di disegni e opere su carta che accompagnano e riprendono alcuni dei macro-temi delle installazioni.

 

Galleria Civica di Modena fa parte – insieme a Fondazione Fotografia Modena e Museo della Figurina – di FONDAZIONE MODENA ARTI VISIVE, istituzione diretta da Diana Baldon e dedicata alla presentazione e alla promozione dell’arte e delle culture visive contemporanee.

Mostra Adelita Husni-Bey. Adunanza

A cura di Diana Baldon e Serena Goldoni

Sede Galleria Civica di Modena, Palazzina dei Giardini, Corso Cavour, 2 – Modena

Periodo mostra 9 giugno – 26 agosto 2018

Inaugurazione 8 giugno 2018, ore 18

Orari di apertura Giovedì-domenica 17-23

Ingresso

Intero: 6 € | Ridotto: 4 €
Per tutte le riduzioni, convenzioni e gratuità, visitare il sito:

https://www.comune.modena.it/galleria/mostre/adelita-husni-bey.-adunanza
Da aprile a luglio 2018 col biglietto da 6 € è possibile visitare tutte le mostre organizzate da FONDAZIONE MODENA ARTI VISIVE

Informazioni

tel. +39 059 2032911/2032940 – fax +39 059 2032932

www.galleriacivicadimodena.it

Ufficio stampa

Irene Guzman

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Thomas Berra, Tutti dobbiamo dei soldi al vecchio sarto di Toledo, installation view, Spazio Leonardo, Milano, courtesy UNA, ph. credit Cosimo Filippini

“Tutti dobbiamo dei soldi al vecchio sarto di Toledo.” Tano Festa

UNA è lieta di presentare la sua prima collaborazione con Spazio Leonardo, il nuovo contenitore di Leonardo Assicurazioni – Generali Milano Liberazione. Il primo appuntamento del programma espositivo è la mostra personale di Thomas Berra attualmente in corso: Tutti dobbiamo dei soldi al vecchio sarto di Toledo.

Fulcro del progetto site-specific è un grande wall painting lungo tutta la parete della Gallery, una delicata gouache improntata alla pittura segnica e gestuale, su cui si posizionano una serie di lavori su carta e su tela di piccolo e medio formato.

Thomas Berra, Tutti dobbiamo dei soldi al vecchio sarto di Toledo, installation view, Spazio Leonardo, Milano, courtesy UNA, ph. credit Cosimo Filippini

A questo proposito dice Simona Squadrito: “Con la sua ultima produzione Thomas Berra indaga e sperimenta la natura dei segni. La ricerca parte dallo studio delle forme organiche della natura, da una parafrasi del paesaggio e delle forme vegetali, come ad esempio quelle presenti nelle venature delle foglie, del legno, dei fili d’erba o della superficie dei tronchi degli alberi. Via via il segno ha preso il sopravvento, sganciandosi dalla sua intenzione rappresentativa, e la ricerca è diventata un puro studio sul ritmo e sulla composizione: un’indagine sulla relazione tra il segno e lo spazio.

Le tracce lasciate da Thomas Berra sono poco differenti l’uno dall’altra e si ripetono centimetro dopo centimetro, generando un vero e proprio ritmo visivo, e producendo una moltitudine di presenze simili ai suoni e alle note di un’orchestra, che poi altro non sono che le vibrazioni generate da una linea che si ripete e si moltiplica.

Thomas Berra, Tutti dobbiamo dei soldi al vecchio sarto di Toledo, installation view, Spazio Leonardo, Milano, courtesy UNA, ph. credit Cosimo Filippini

In questi lavori la superficie, sia quella del foglio che quella della parete, si presta ad accogliere l’esperienza fisica dell’artista, che riscopre la gioia e la vitalità di un gesto che traccia una linea con una mano rapida e sicura. Quelli di Thomas Berra sono colpi veloci e pre-razionali, segni dell’attimo: forme semplici e morbide dai colori liquidi e dalle tinte luminose e chiare. Attraverso questa ossessiva ripetitività del segno l’artista sembra voler affermare l’impossibilità di una pittura puramente intellettuale.”

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“We All Owe Money to the Old Tailor of Toledo.” Tano Festa

Una is pleased to present its first collaboration with Spazio Leonardo, Leonardo Insurance’s new container located in the heart of Milan, in the Porta Nuova Quarter.

The first appointment of the exhibition program is Thomas Berra’s solo show: Tutti dobbiamo dei soldi al vecchio sarto di Toledo [We All Owe Money to the Old Tailor of Toledo]The center of the site specific project is a large wall painting, as long as the Gallery’s wall, a delicate gouache marked by a sign and gesture painting, with a series of works on paper and canvas in small and medium format.

Thomas Berra, Untitled, acrilico su tela, cm 30 x 40, 2018, courtesy UNA, ph. credit Cosimo Filippini

Thomas Berra, Untitled, acrilico su tela, cm 30 x 40, 2018, courtesy UNA, ph. credit Cosimo Filippini

Simona Squadrito says: “With his latest production, Thomas Berra investigates and experiments with the nature of signs. The research begins with the study of organic forms in nature, from a paraphrase of landscape and plant forms, such as those present in the veins of leaves, wood, blades of grass or the surface of tree trunks. Gradually the sign takes over, ridding itself of its representative intention, and the research becomes a pure study of rhythm and composition: an investigation of the relationship between the sign and the space.
The traces left by Thomas Berra aren’t much different from each other and are repeated centimeter after centimeter, generating a visual rhythm, and producing a multitude of presences similar to the sounds and notes of an orchestra, which are nothing other than the vibrations generated by a repeating and multiplying line.

Thomas Berra, Untitled, acrilico su tela, cm 30 x 40, 2018, courtesy UNA, ph. credit Cosimo Filippini

Thomas Berra, Untitled, acrilico su tela, cm 30 x 40, 2018, courtesy UNA, ph. credit Cosimo Filippini

In these works, the surface, both that of the sheet and that of the wall, yields to the physical experience of the artist, who rediscovers the joy and vitality of a gesture, a line drawn with a quick and sure hand. Thomas Berra’s marks are immediate and pre-rational, signs of the moment: simple and soft shapes with liquid colors and bright and clear shades. Through this obsessive repetition of the sign the artist seems to want to affirm the impossibility of purely intellectual painting. ”

Thomas Berra. Tutti dobbiamo dei soldi al vecchio sarto di Toledo

mostra 12 aprile – 8 giugno

orari: dal lunedì al venerdì, 10:00 – 18:00

Spazio Leonardo

via della Liberazione 16/a, 20124 Milano

www.leonardoassicurazioni.it

Per informazioni: info@unagalleria.com

+ 39 339 17 14 400 | + 39 349 35 66 535

Press contact: Sara Zolla
press@sarazolla.it

 

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Gustav Klimt, Ritratto di Adele Bloch-Baue I, 1907, New York, Neue Galerie

“Coloro che non sono innamorati della bellezza, della giustizia e della sapienza sono incapaci di pensiero.” Hannah Arendt, La vita della mente

Premessa: protagonisti della scena seguente tratta da Stolen Beauty (2017) di Laurie Lico Albanese sono Adele Bloch-Bauer e Gustav Klimt, intento a dipingere il celebre Bacio. Il romanzo si articola in capitoli in cui vengono narrate in prima persona le storie parallele di Adele sullo sfondo decadente e meraviglioso della Vienna di inizio ‘900 e di sua nipote Maria Altmann, dalla fuga dall’Austria hitleriana sino alla restituzione in tarda età (nel 2006, a 90 anni!) di alcuni capolavori rubati alla sua famiglia dai nazisti verso la fine degli anni ’30 del secolo scorso. Da questa vicenda è stato tratto il bel film Woman in Gold (2015) con protagonista Helen Mirren, ispirato però al precedente libro di Anne-Marie O’Connor The Lady in Gold (2012).

Trattando di arte, giustizia e bellezza, ho pensato fosse la pagina giusta per festeggiare l’ottavo compleanno di questo blog, aperto il 21 marzo del 2010. Ringrazio le migliaia di lettori che in tutto questo tempo hanno voluto fermarsi e dedicarmi qualche attimo del loro cammino.

Gustav Klimt, Il bacio, 1907-08, Vienna, Österreichische Galerie Belvedere

“Lavorava lentamente, con un becco di Bunsen e un vasetto di colla. Passava prima la colla su un pezzetto di tela, poi scioglieva l’oro con la fiamma. Quando aveva raggiunto la giusta fluidità applicava la pittura d’oro con un pennellino piatto. I corpi dell’uomo e della donna venivano avvolti assieme da un unico involucro d’oro: tra loro nemmeno una linea, soltanto i simboli che si fondevano e le vesti che fluttuando si mescolavano in una sola.

-Una volta mi hai chiesto come volevo essere considerata da Vienna, – dissi io. – Ecco quello che voglio – questa magnificenza e ricchezza. Questo genere di complessità: l’infinito fondermi nella città.

– Ed è esattamente quello che intendo donarti, – disse lui.

Quello che c’era tra noi non era affatto semplice, come il puro desiderio o l’attrazione sessuale. Era una brama di bellezza e di significato, la voglia di ricercare nel mondo e in noi stessi. Avevamo il senso della permanenza e la paura dell’oblio. Sapevamo, naturalmente, che tutto è transitorio e niente dura – ma questo non ci impediva di anelare a qualcosa di eternamente bello.”

Laurie Lico Albanese, La bellezza rubata, Torino 2018, p.221.

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Premessa: talvolta l’impulso di tradurre è irresistibile quanto imprevisto. Come nel caso di questi versi della Bishop. E tradurre (dal latino traducĕre, portare oltre)  per me significa anche tradire (dal latino tradĕre, consegnare), ovvero non attenersi legnosamente alla lettera e alla metrica di un’altra lingua, ma condurre il significato di quelle parole oltre, consegnandole al senso-suono della propria cultura, del proprio mondo.

Dedico questa traduzione a Mario Raciti, pittore di verità, alla sua arte che è poesia di presenza e assenza senza fine. Con l’occasione segnalo anche l’ultima sua bellissima personale Il senso dell’oltre, presso l’ottima Galleria L’Incontro a Chiari (BS), appena inaugurata e aperta sino al 21 aprile 2018.

 

Mario Raciti, Mitologia, 1989, courtesy Galleria L’Incontro, Chiari (BS)

 

One Art by Elisabeth Bishop

 

The art of losing isn’t hard to master;

so many things seem filled with the intent

to be lost that their loss is no disaster.

 

Lose something every day. Accept the fluster

of lost door keys, the hour badly spent.

The art of losing isn’t hard to master.

 

Then practice losing farther, losing faster:

places, and names, and where it was you meant

to travel. None of these will bring disaster.

 

I lost my mother’s watch. And look! my last, or

next-to-last, of three loved houses went.

The art of losing isn’t hard to master.

 

I lost two cities, lovely ones. And, vaster,

some realms I owned, two rivers, a continent.

I miss them, but it wasn’t a disaster.

 

—Even losing you (the joking voice, a gesture

I love) I shan’t have lied. It’s evident

the art of losing’s not too hard to master

though it may look like (Write it!) like disaster.

 

Elisabeth Bishop (1911-1979), One Art, from The Complete Poems 1927-1979 (Farrar, Straus and Giroux, 1979-1983).

 

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Un’arte di Elisabeth Bishop

 

L’arte di perdere non è difficile da imparare;

così tante cose sembrano compiersi con la voglia

di andare perdute, ma questo loro perdersi non è un disastro.

 

Perdi ogni giorno qualcosa. Accetta l’ansia

per le chiavi della (tua) porta perdute, per l’ora inutilmente sprecata.

L’arte di perdere non è difficile da apprendere.

 

Esercitati a perdere di più e più velocemente:

luoghi e nomi e la meta che pensavi

di raggiungere. Niente di tutto questo sarà un disastro.

 

Ho perduto l’orologio di mia madre. E guarda! Se n’è andata

anche l’ultima, o prossima a esserlo, delle mie tre amate case.

L’arte di perdere non è difficile da imparare.

 

Ho perso due città e belle. E, più vasti,

furono miei alcuni regni, due fiumi, un continente.

Mi mancano, ma perderli non fu un disastro.

 

Anche perdere te (la voce scherzosa, il gesto

che amo) non mi farà cambiare idea. È evidente

l’arte di perdere non è poi difficile da apprendere

ma somiglia (scrivilo!) a un vero disastro.

 

Elisabeth Bishop (1911-1979), Un’arte, traduzione di Luca Maggio.

 

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Premessa: di seguito il mio testo critico in catalogo per la mostra SensofOrme di Roberto Pagnani, 24 febbraio-10 marzo 2018, niArt Gallery, Ravenna.

Roberto Pagnani, Giulia seduta, 2018, smalti e tempere su tela

Sforme

di Luca Maggio

 

Femme tu mets au monde un corps toujours pareil

Le tien

Tu es la ressemblance.

Paul Éluard, Facile, 1935

 

Sforme è un neologismo che aiuta a definire l’ultimo e inedito ciclo pittorico di Roberto Pagnani dedicato al corpo femminile, unione di SFOndi da cui emergono tonalità e combinazioni che costituiscono l’humus cromatico primo e sottostante alla campitura celeste di superficie, e di foRME di donna quasi giustapposte a questa o meglio, secondo il proposito dell’autore, quasi figure strappate e poste sulla tela (in realtà nate su tale supporto), simulando una relazione ludicamente contraria alla street art.

Il rapporto dialogico, dunque denso di costruzioni e contrasti, tra forme e sfondi e colori, ora volutamente opachi ora lucidi, alternando voluttuosamente quanto deliberatamente smalti e tempere e acrilici, è il cuore di questi lavori che vivono secondo lo stesso Pagnani di una “pittura sensorialmente tattile”.

Se l’unità d’insieme pare garantita dall’azzurro omogeneamente steso con i pennelli, ben presto si avvertono le divergenze, laddove in squarci talvolta brevi come lampi dell’inconscio si affacciano rossi, beige, gialli, blu e avorio non dipinti sopra l’azzurro ma sotterranei a esso e costituenti pertanto l’anima prima e nascosta dei quadri, a simulare gli strappi stessi lungo i bordi delle figure o talvolta affioranti in alcuni particolari all’interno dei corpi rappresentati.

Il celeste, in genere delicato, diviene dunque quasi pop rispetto alle tecniche usate per le forme femminili, che non si generano in forza di pennello, ma grazie a colpi di spatola e mano, oltre all’impiego di stecchini immersi negli smalti neri sia per marcare e ispessire i contorni sia per le fondamentali colature, reminiscenze d’informale che sempre lavorano in Roberto, impronte che continuano la vita delle singole opere oltre l’intenzione razionale dell’autore. Come sostiene la straordinaria Greta Wells, protagonista del capolavoro di Andrew Sean Greer: “Siamo molto di più di quello che diamo per scontato.”

E impronte della memoria, scatti fotografici non in posa, talvolta con cenni di moto, possono considerarsi questi schizzi di donna che sono completi proprio nella loro indeterminatezza voluta, immaginati senza volto, in qualche caso senza braccia, ma presenti con i volumi di schiena e seni e glutei e gambe talvolta fasciate da folgori seducenti di calze nere o rosse o gialle, oggetti-soggetti pittorici in sé (come nel superbo lavoro fotografico del ’78 di Carla Cerati, Forma di donna, in cui l’autrice scriveva in premessa: “Mi resi conto che quel corpo per me aveva cessato di appartenere a una persona: non era altro che un oggetto tridimensionale con una capacità di assorbire o riflettere o respingere la luce.”), la cui identità non va cercata in una modella che di fatto non esiste, ma nelle forme stesse che li fondano, col loro carico di disordine immediato e manuale, sbozzato e dotato di craquelure, contro l’ordine equabile e rassicurante dell’azzurro su cui paiono poggiarsi grazie ai contorni accesi dal colore: questi esaltano la sensuosità della materia carnosa in via di sfacimento e perciò aperta alle cromie sottostanti: esse, nel rivelarsi a tratti, smangiate, contribuiscono a risolvere il piacere carsico della tela, fra prigionia di un desiderato masochismo pittorico e sua liberazione.

Roberto Pagnani, SensofOrme, niArt Gallery, Ravenna 2018

Roberto Pagnani, SensofOrme, niArt Gallery, Ravenna 2018

Roberto Pagnani, SensofOrme, niArt Gallery, Ravenna 2018

Roberto Pagnani, SensofOrme, niArt Gallery, Ravenna 2018

Roberto Pagnani, SensofOrme, niArt Gallery, Ravenna 2018

Da sinistra: Matteo Ramon Arevalos, Roberto Pagnani, Luca Maggio alla mostra SensofOrme, niArt Gallery, Ravenna 25 febbraio 2018

 

 

 

 

 

 

 

 

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