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Archive for the ‘pittura’ Category

Emilio Isgrò, Libro cancellato, 1964

(…) Il direttore di “Arte” Michele Bonuomo, che è stato collaboratore di Lucio Amelio e con gli artisti ci sta benissimo, mi annunziò un giorno che Editalia voleva affidarmi la progettazione di un multiplo. Il che mi procurò angoscia e sgomento, non avendo io nessuna idea di cosa potessi fare.

Fino a quando Michele prese da una scansìa del mio studio una bottiglia di vetro con dentro un foglio cancellato: il classico messaggio nella bottiglia. Io non l’avevo visto, nonostante fosse lì da trent’anni. Michele lo vide.

“Ecco l’idea” disse. “Basta moltiplicarla”.

Allora ho capito che un poeta esiste davvero quando non è lui il solo che vede. Ma quando sono gli altri a vedere lui.

Emilio Isgrò, Autocurriculum, Sellerio, Palermo 2017, p. 222.

www.emilioisgro.info

Emilio Isgrò, Una indivisibile minorata (da La Costituzione cancellata), 2010

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Federica Landi, Shell, 2017, stampa fine art su carta cotone, 70×100 cm

Oggi, 27 gennaio 2018, inaugura Il tesoro è sempre più grande di quello che hai stretto tra le mani, mostra collettiva a cura di Carlo Sala che riunisce le opere di Federica Landi (Rimini, 1986), Victor Leguy (San Paolo, 1979), Pedro Vaz (Maputo, 1977), Marco Maria Zanin (Padova, 1983) nelle sale del Museo del Paesaggio di Torre di Mosto in provincia di Venezia.

I quattro artisti presentano in mostra lavori inediti realizzati nel corso di Humus Interdisciplinary Residence, piattaforma interdisciplinare che ha come scopo la contaminazione tra il mondo dell’arte contemporanea e quello di territori “al margine”, ancora estremamente legati al rapporto con l’agricoltura, le tradizioni del mondo contadino, il paesaggio, la terra intesa nel senso primario del termine. A stretto contatto con la popolazione locale, gli artisti hanno potuto operare una rilettura delle identità locali che è anche strumento di creazione di consapevolezza e di sviluppo per la stessa comunità.

Pedro Vaz, Segunda Natureza, 2017, still da video. Doppia proiezione video, (2x) 1080x1440px, 43, loop. Doppia struttura di proiezione, (2x) 120x160x70cm, legno, tela per proiezione.

Se il lavoro di Pedro Vaz, paesaggista, si è centrato sulla rappresentazione di un tratto del fiume Livenza, Federica Landi, Victor Leguy e Marco Maria Zanin hanno deciso di focalizzarsi sulla rilettura e la narrazione in senso contemporaneo del patrimonio di oggetti appartenenti al Museo della Civiltà Contadina della piccola località di Sant’Anna di Boccafossa, che gli artisti hanno visto come una potenziale attrattiva per attività di educazione, turismo e ricerca.

Marco Maria Zanin, Figura magico-religiosa, 2017, stampa fine art su carta cotone
16×20 cm

In mostra saranno esposte una serie di fotografie di Federica Landi, una installazione di Victor Leguy, una video installazione e due grandi pitture di Pedro Vaz, fotografie e sculture di Marco Maria Zanin. Ci sarà inoltre una installazione collettiva realizzata dagli artisti Federica Landi, Victor Leguy e Marco Maria Zanin secondo il modello del deMuseo, dispositivo che mira a ripensare l’idea tradizionale di museo inteso come ente conservativo statico, divenendo al contrario un “organismo” dinamico dove le esperienze collettive sono il fondamento per raccogliere e elaborare la storia e la memoria locale, che possa fungere da volano per fortificare l’identità e la coesione sociale di un territorio.

Victor Leguy (fotografie di Marco Maria Zanin), Rinascita #01 (dettaglio), legno, tessuto, terra, vetro, oggetto, stampe

In occasione del seminario di conclusione dei lavori che avrà luogo il 25 febbraio 2018 alle ore 17.00 verrà presentata la pubblicazione contenente i testi critici, le immagini del processo artistico e delle opere.

Press Irene Guzman

Il tesoro è sempre più grande di quello che hai stretto tra le mani

artisti: Federica Landi, Victor Leguy, Pedro Vaz, Marco Maria Zanin

a cura di: Carlo Sala

sede: Museo del Paesaggio di Torre di Mosto

indirizzo: Torre di Mosto, Località Boccafossa (Venezia)

date: 28 gennaio – 25 febbraio 2018

opening: 27 gennaio 2018, ore 18.00

orari: sabato: 15.00-18.00 e domenica: 10.00-12.00 / 15.00-18.00. Dal lunedì al venerdì su appuntamento.

visite guidate: domenica 28 gennaio, 4, 11 e 18 febbraio dalle 15.00 alle 18.00

 

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Franco Guerzoni, Motivi vaganti, 2017. Il tappeto Motivi vaganti, misura cm 260 x 390, firmato dall’artista e numerato, è composto dal 100% lana ‘ghazni’, origine Afghanistan, cardata e filata a mano.

Motivi vagantiNuove trame è un progetto di Franco Guerzoni in collaborazione con la Galleria Antonio Verolino di Modena, uno spazio che mette in dialogo le poetiche di alcuni importanti artisti del nostro tempo (David Tremlett nel 2015, Enzo Cucchi e Luigi Ontani nel 2016, e adesso Guerzoni) e la tradizione dell’arte tessile, con un’attenzione esclusiva alla produzione di arazzi e tappeti. Il progetto, a cura di Davide Ferri, sarà inaugurato oggi, sabato 20 gennaio, alle ore 18.00.

Motivi vagantiNuove trame si dispiega attorno a una grande opera – un tappeto interamente annodato a mano a Lahore, in Pakistan, a partire da un progetto grafico di Guerzoni, la cui immagine (indefinita e movimenta come quelle di ogni lavoro dell’artista) diventa fulcro narrativo e il centro energetico di tutta la mostra.

La sovrapposizione di toni e di colori che caratterizza ogni dipinto di Guerzoni, risultato di un “racconto del tempo” che prevede una fase di addizione, di costruzione della base materiale del dipinto attraverso strati successivi, e un’altra di sottrazione, scavo e rimozione, si traduce nel tappeto in una nuova dimensione materiale, in un diverso processo di emersione dell’immagine, grazie sia alla tecnica pot-dyeing che permette molte sfumature di colore, sia alla particolare attenzione dedicata alle finiture e nello specifico nella rasatura di alcune aree dell’opera per ottenere la massima fedeltà al progetto dell’artista.

Del resto le immagini di Guerzoni sono state sempre aperte alla possibilità di vagare o trasmigrare da un linguaggio all’altro, come è avvenuto nei passaggi – l’artista li chiama “snodi” — che hanno segnato il suo percorso nel corso degli anni: dalla fotografia al disegno, dal disegno alla pittura e talvolta anche all’oggetto. “Rivedere un’immagine che conosco profondamente, volare dal proprio supporto a un altro –afferma l’artista – è come un effetto speciale”.

Quello del tappeto è stato in alcuni momenti un passaggio prefigurato (in certi disegni del passato compare l’immagine del tappeto), un approdo immaginato, un desiderio che per la prima volta, in occasione di questo appuntamento modenese, trova il suo compimento.

Oltre al tappeto, Motivi vagantiNuove trame includerà anche altri lavori: il progetto dipinto da cui deriva l’immagine riprodotta nel tappeto; alcuni disegni dell’artista realizzati in corso d’opera, che, più che progetti, sono da intendersi come immagini potenziali, o ritratti di un oggetto (il tappeto) ancora sconosciuto dall’artista; un arazzo in lana, tessuto a telaio in Sardegna, seconda opera prodotta dalla Galleria Antonio Verolino, recante le tracce di segni inquieti – fluttuanti sul bianco del tessuto e ricamati a mano – una riemersione, su un nuovo supporto, di forme e motivi che costituiscono da sempre la sua “archeologia personale”, reale e immaginaria.

 

Motivi vagantiNuove trame si potrà visitare fino al 25 febbraio 2018. Disponibile catalogo in galleria. Orari di visita per il pubblico: da lunedì a sabato, dalle 9.00 alle 19.30. Domenica chiuso.

Galleria Antonio Verolino

Via Farini 70 (angolo Piazza Roma)

41121 Modena – Italy

Tel. +39 059 23 78 45

Fax +39 059 22 26 18

http://www.galleriaantonioverolino.com

info@galleriaantonioverolino.com

Instagram: galleria_antonio_verolino

 

Sara Zolla press

 

 

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Jackson Pollock, Convergence, 1952

Nous serons

 

N’est-ce pas ? en dépit des sots et des méchants

Qui ne manqueront pas d’envier notre joie,

Nous serons fiers parfois et toujours indulgents

 

N’est-ce pas ? nous irons, gais et lents, dans la voie

Modeste que nous montre en souriant l’Espoir,

Peu soucieux qu’on nous ignore ou qu’on nous voie.

 

Isolés dans l’amour ainsi qu’en un bois noir,

Nos deux cœurs, exhalant leur tendresse paisible,

Seront deux rossignols qui chantent dans le soir.

 

Quant au Monde, qu’il soit envers nous irascible

Ou doux, que nous feront ses gestes ? Il peut bien,

S’il veut, nous caresser ou nous prendre pour cible.

 

Unis par le plus fort et le plus cher lien,

Et d’ailleurs, possédant l’armure adamantine,

Nous sourirons à tous et n’aurons peur de rien.

 

Sans nous préoccuper de ce que nous destine

Le Sort, nous marcherons pourtant du même pas,

Et la main dans la main, avec l’âme enfantine

De ceux qui s’aiment sans mélange, n’est-ce pas ?

 

Paul Verlaine, Nous serons, La Bonne Chanson, 1870.

 

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Noi saremo

 

Noi saremo, a dispetto di stolti e di cattivi

che certo guarderanno male la nostra gioia,

 

talvolta, fieri e sempre indulgenti, è vero?

Andremo allegri e lenti sulla strada modesta

 

che la speranza addita, senza badare affatto

che qualcuno ci ignori o ci veda, è vero?

 

Nell’amore isolati come in un bosco nero,

i nostri cuori insieme, con quieta tenerezza,

 

saranno due usignoli che cantano nella sera.

Quanto al mondo, che sia con noi dolce o irascibile,

 

non ha molta importanza. Se vuole, esso può bene

accarezzarci o prenderci di mira a suo bersaglio.

 

Uniti dal più forte, dal più caro legame,

e inoltre ricoperti di una dura corazza,

sorrideremo a tutti senza paura alcuna.

 

Noi ci preoccuperemo di quello che il destino

per noi ha stabilito, cammineremo insieme

la mano nella mano, con l’anima infantile

di quelli che si amano in modo puro, vero?

 

Paul Verlaine, Noi saremo, La Bonne Chanson, 1870.

 

Ps. Un grazie all’amica e artista Sara Vasini, sempre così attenta e preziosa, per avermi fatto conoscere questi versi di Verlaine associandoli a Pollock.

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Roberta Maioli, Anita (particolare), 2015

Takako Hirai, Silenzio (particolare), 2017

Matylda Trawceska, In sospeso (particolare), 2017

In occasione della V edizione di RavennaMosaico si inaugura

Amori miei. Takako Hirai Roberta Maioli Matylda Tracewska

a cura di Luca Maggio

Laboratorio Emmedi mosaici, via Salara 33, Ravenna

6 ottobre – 5 novembre 2017
orari: dal martedì alla domenica 9-13 / 15-18 chiuso il lunedì

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Amori miei

di Luca Maggio

“Possa essere io la tua estate/ Quando l’estate sarà volata!/ E la tua musica, quando caprimulgo/ E rigogolo taceranno!” Emily Dickinson

L’amore, certamente. Difficile viverlo, scriverne. Costringe alla resa dei conti. Chiede sacrificio. Ama le scommesse. In genere è in perdita. Pretende tutto e è irreparabile. Muta nel tempo, ama gli attimi o i periodi lunghi, logora nel quotidiano, ché senza cura non lo si avverte. Se lo si dà per scontato è la fine. Genera dubbi. Basta un soffio e scivola nell’ovvio. Rende necessario l’altro, la sua diversità. “Che altro è l’amore se non comprendere e gioire che un altro viva, agisca e senta in maniera diversa e opposta alla nostra? Per poter superare i contrasti con la gioia, l’amore non li deve sopprimere né negare.”[1] Domanda coraggio. Fra Eco e Narciso sceglie la prima. Fa scherzi aspri e mira in alto. Le arrampicate gli si addicono, come i sentieri tortuosi. Preferisce i sostantivi all’ingombro degli aggettivi. Spezza vite, resuscita morti, inclusi coloro che pur respirando s’erano dimenticati d’essere umani. Esige perdono. Pietà. Lacrime. Spinge oltre il limite. Non si cura della legge degli uomini, come sa Antigone. La razionalità, il calcolo, la convenienza non fanno al caso suo. Sperpera senza esaurire. Se ne può fare a meno. Molti ne vivono privi. Sono più protetti, non migliori. Fa cadere. Il suo tradimento procura rabbia, gelosia, risentimento, l’odio inestinguibile di Medea. Ma non è più amore. La volontà di possesso ne è l’alterazione. Non gradisce le intromissioni esterne, portano danni, l’amarezza fredda di Abelardo verso Eloisa, l’infelicità di William Stoner e Katherine Driscoll.[2] Può finire. Non può non iniziare. Obbliga al rischio del rifiuto. Chi ama però resta. Come Maria sotto la croce. Il piacere del bene altrui comporta rinuncia a sé poiché “come il fiume si immerge nell’oceano/ la mia mente si immerge in te.”[3] Nutre e non sazia mai. Dà senso e dà dolore. Col tempo, forse, dà senso anche al dolore. Ovidio pagò con l’esilio perpetuo. Auden ne chiede incessantemente la verità dopo la scomparsa del suo compagno.[4] È lieve ma sa togliere il respiro, fragile eppure i suoi legami durano oltre la morte, non solo nel ricordo. Porta a curare i propri cari ormai anziani o malati. Ama il corpo, il piacere. Fa dormire accanto come uniche tessere di colore in un letto-lago bianco.[5] Cerca rifugio e dona protezione: così fu per Genji lo Splendente e la Signora del murasaki.[6] Sorprende poiché non conosce età o colore di pelle. Né differenze di genere: “Mi diceva un travestito, riferendosi alla sua vita privata e non certo al suo lavoro: “Quando io ho un rapporto d’amore, non mi importa se è con un uomo o con una donna: è un essere umano che in quel momento mi dà se stesso e al quale io do me stesso.”[7] Ama il cinema, la musica e sa perdonare i tentativi umani che senza volere lo banalizzano, ché non lo impoveriscono. Quante notti insonni nel nome suo. Quante attese telefoniche, addii sui binari. E baci al ritorno. Se la lontananza dura da tempo, meglio camuffarsi come la divinità fece con Odisseo, che nella visione di un poeta accolse anche il sonno della Morte e al suo fianco ella sognò la vita.[8] Addolcisce, per un solo attimo, le sillabe di pietra di Qoèlet.[9] Conduce, per più di un attimo, re Davide alla follia.[10] È uno e multiforme. Talvolta postmoderno, vivendo (in)consapevolmente di citazioni alte e basse. È nella voce, nelle note di una canzone. Negli occhi del proprio gatto o cane che ama la famiglia di adozione con tutto sé stesso, come nel ritratto di Mila di Roberta Maioli, il cui realismo vivido è figlio d’una tradizione antica e inglese nel catturare le anime domestiche di questi animali da Gainsborough a Heywood Hardy (e prima di tutti si potrebbe ricordare l’immancabile cagnolino di Tiziano), qui giocato attraverso il linguaggio musivo che agisce a sua volta su quello fotografico, approfondendo un percorso già iniziato da Roberta in opere precedenti.[11] Le scaglie di conchiglia tagliate pulite sbiancate annerite diventano pelo al vento (com’è visibile anche nei due Studi esposti in chiaro e scuro del medesimo materiale), laddove occhi bocca e naso sono resi da smalti lucidi e come il corpo dell’animale sembra vibrare così è per lo sfondo naturale su fotografia a sua volta incollato su una base di graniglia per ottenere un’idea musiva di movimento coerente, quasi a mutare la fotografia in mosaico, chiarendo ulteriormente l’intento della Maioli come delle altre artiste qui presenti: all’inizio del XXI secolo è possibile tornare a un realismo sebbene intimo, privato, che dichiari il proprio amore per la materia musiva e il tempo dilatato che essa vuole qui in legame con altri mezzi espressivi: la fotografia per Roberta, la pittura per Matylda Tracewska e la scultura per Takako Hirai. Dunque non un semplice dialogo, ma un sincretismo voluto vissuto riuscito capace di cogliere lo spirito e le necessità di questo momento incerto della storia umana.

Roberta Maioli, Mila, 2017, cm 95×121

Roberta Maioli, Mila (particolare), 2017

Roberta Maioli, Senza titolo, 2017, cm 29×37 (dimensioni del dittico)

Roberta Maioli, Anita, 2015, cm 37,5×35,5

La cornice in mattoni di Mila è eco di quella del ritratto di Anita, figlia dell’artista, mimesi di un frammento pompeiano in cui lo spettatore può giocare a completare l’opera partendo dai pochi tratti superstiti: come sarà stato il resto del volto-corpo? Chi era accanto a questa bambina sorridente? Cantava Leonard Cohen: “It is in love that we are made;/ In love we disappear.”[12]

Quest’idea di dissolvimento mai totale dell’amato, nonostante la crudeltà del tempo, collima con i cinque ritratti di Immagini residue della Tracewska, realizzati su una trama musiva bianca in opus reticulatum su cui compaiono-scompaiono i volti di persone col loro mistero carico di desiderio: “La traccia è l’apparizione di una vicinanza, per quanto possa essere lontano ciò che essa ha lasciato dietro di sé.”[13] Dunque a chi appartengono i lineamenti di queste evanescenze dipinte? Quali storie celano e hanno vissuto e forse intrecciato fra loro? Quali amori hanno colto durante il loro passaggio di cui l’artista col ritrarli è divenuta testimone e custode? Ogni sfumatura di colore, soffiata come ascoltassimo Little girl blue interpretata da Nina Simone, vuole ascolto e dunque una volta ancora l’altro, essenza d’ogni amore, poiché “l’ascoltatore ospitale svuota se stesso divenendo uno spazio di risonanza dell’Altro, che gli offre la libertà di essere se stesso. Solo l’ascolto può guarire.”[14] Il rischio altrimenti è trovarsi come gli abitanti dei micro-pianeti visitati dal Piccolo Principe di Saint-Exupéry, così presi da sé stessi e terribilmente soli, mentre il protagonista scopre il senso dell’amore, l’amicizia e cosa possa valere un singolo fiore, sino a consegnarsi liberamente alla luce della morte che non corrisponde alla parola fine. È la volpe a rivelargli: “L’essenziale è invisibile agli occhi.”[15] Anche di questo parla Matylda col suo trittico In sospeso, fatto di frammenti-pianeti su cui sono dipinti altrettanti personaggi.

Matylda Trawceska, Immagini residue, 2017, cm 30×30 (ciascuna opera)

Matylda Trawceska, Immagini residue (particolare), 2017, cm 30×30

Matylda Trawceska, In sospeso, 2017, cm 75×50 (ciascuna opera)

Matylda Trawceska, In sospeso (particolare), 2017

Matylda Trawceska, In sospeso (particolare), 2017

Matylda Trawceska, In sospeso (particolare), 2017

Sul rapporto fra natura umana e Natura, di cui l’uomo pure è figlio, si concentra la riflessione di Takako Hirai, che a seguito della tempesta devastante che ha investito Ravenna alla fine di giugno 2017 ha raccolto alcuni rametti degli alberi spezzati dalla furia naturale per poi intagliarli col cutter, suo strumento di lavoro prediletto quand’era bambina, incastonando su ciascuno una piccola tessera di vetro: Silenzio, una preghiera di acqua-luce, una richiesta di identità nuova. Le domande da cui è scaturito tale processo creativo e etico sono nette: è ancora possibile un riconoscimento e dunque un legame d’amore fra uomo e natura? Quale ruolo occupa in questo disegno l’uomo (ciascuno di noi) a differenza di una semplice erba che sa crescere laddove seme terra acqua sole si combinano? Ormai dimentico delle sue radici quale parte da demiurgo senza controllo sta già interpretando? “La tecnica umana (…) cambia effettivamente la natura, le condizioni di vita dell’uomo e anche gli obiettivi della vita umana. (…) Cosa può sopportare ancora la natura e come si vendicherà eventualmente? (…) Oggi sembra che l’uomo abbia conquistato una preoccupante sorta di superiorità e una sorta di posizione da vincitore che può divenirgli fatale.”[16] Una risposta possibile consiste nella contemplazione e ricreazione della natura con la natura, suggerita dall’artista che da sempre ama tutte le declinazioni di verde (quasi un’identificazione con l’epifania naturale), come i materiali con cui assembla immagini reali e non astratte nelle sue intenzioni, calme, emotivamente intense nel loro trattenersi com’è evidente nel paesaggio innevato dal gesso di Lùcono, in cui vetri minuscoli spuntano timidi in luccichii impercettibili, e ancor più in Vene, realizzato su un fondo di malta bianca per esaltare disegni e colori svelati dal marmo aperto tagliato e ricomposto come un bassorilievo dalla Hirai, incantata per prima dal quel verde segreto che simula una colatura di limo[17], il sedimento fertilizzante che da sempre genera e segna la vita lungo i fiumi.

Takako Hirai, Vene, 2017, cm 170×110

Takako Hirai, Vene (particolare), 2017

Takako Hirai, Silenzio, 2017, dimensioni varie

Takako Hirai, Silenzio (particolare), 2017

Roberta Matylda Takako, tre donne differenti per origine e formazione, accomunate da un viaggio musivo-ravennate poi distillato attraverso visioni singolarissime, indicano senza strepito e con precisione la via per un essere che possa dirsi più umano: Amor Omnia, le parole che Gertrud, la struggente protagonista del capolavoro omonimo di Dreyer[18], volle far incidere sulla propria lapide senza alcun altro nominativo: l’Amore è tutto.

 

 

[1] F. Nietzsche, Umano, troppo umano, Mondadori, Milano 1976, p.32.

[2] J. Williams, Stoner (1965), Fazi Editore, Roma 2012.

[3] Kabir, Poesie, a cura di E. Pound e G. Singh, All’insegna del pesce d’oro. Vanni Scheiwiller, Milano 1966, p.29.

[4] W. H. Auden, Tell Me the Truth About Love / La verità, vi prego, sull’amore, Adelphi, Milano 1994.

[5] Devo quest’immagine a I want to sleep with you, mosaico del 2016 tanto minuto quanto denso di poesia di Sara Vasini.

[6] M. Shikibu, La storia di Genji, Einaudi, Torino 2015

[7] L. Carmi, I travestiti, Essedì Editrice, Roma 1972. Nella medesima introduzione Lisetta Carmi aggiunge: “E i travestiti (o meglio il mio rapporto con i travestiti) mi hanno aiutato ad accettarmi per quello che sono: una persona che vive senza ruolo. (…) Ma io credo che il giudizio che noi diamo degli altri è quasi sempre un giudizio che noi diamo di noi stessi; ciò che negli altri ci spaventa è in noi; e difendiamo noi stessi sempre offendendo quella parte di noi che rifiutiamo.”

[8] N. Kazantzakis, Odissea (1938), Libro VI, vv.1266-1293, in Poeti Greci del Novecento, a cura di N. Crocetti, F. Pontani, Mondadori, Milano 2010, pp. 424-429.

[9] Qoèlet, 11, 9-10.

[10] Secondo libro di Samuele, 11, 1-26.

[11] Si vedano gli interventi pittorici su fotografia nella mostra Damnatio memoriae, 27 maggio – 26 giugno 2016, Palazzo Rasponi, Ravenna.

[12] L. Cohen, Boogie Street, in Ten New Songs, Columbia Records 2001.

[13] W. Benjamin, I “passaggi” di Parigi, in Opere complete IX, a cura di E. Gianni, Einaudi, Torino 2000, pp.499-500.

[14] B.-C. Han, L’espulsione dell’Altro, nottetempo, Milano 2017, p.93.

[15] A. de Saint-Exupéry, Il Piccolo Principe, Bompiani, Milano 2000, p.98.

[16] H. Jonas, Il dovere della paura, in Sull’orlo dell’abisso. Conversazioni sul rapporto tra uomo e natura, Einaudi, Torino 2000, pp. 84-85. Lo stesso Jonas affermava già una quarantina d’anni fa la necessità di una nuova etica responsabile per i tempi tecnologici odierni in Das Prinzip Verantwortung. Versuch einer Ethik für die technologische Zivilisation, Suhrkamp, Frankfurt/M, 1979 (Il principio responsabilità. Un’etica per la civiltà tecnologica, Einaudi, Torino 1990).

[17] Questo stupore creativo somiglia al precetto leonardesco di “vedere nelle macchie de’ muri, o nella cenere, o nuvoli, o fanghi, od altri simili luoghi, ne’ quali, se ben saranno da te considerati, tu troverai invenzioni mirabilissime, che destano l’ingegno del pittore (…)”, Leonardo da Vinci, Trattato della pittura, II, 63, Newton , Roma 1996, p.40.

[18] C. T. Dreyer, Gertrud, 1964. Sempre nel finale, la protagonista del film afferma: “Io ho molto sofferto e ho commesso molti errori, però ho amato!”.

 

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My loves

by Luca Maggio

“Summer for thee, grant I may be/ When Summer days are flown!/ Thy music still, when Whippoorwill/ And Oriole – are done!” Emily Dickinson

Love, certainly. Hard to live it, write about it. It obliges us to a day of reckoning. Demands sacrifices. It loves gambles. Generally it is on a losing streak. It claims everything and is irreparable. It changes with time, it loves long moments or periods. It wears down in the everyday, because without care one does not notice it. If it is taken for granted, that’s the end. It generates doubts. A breath is enough and it slips into the obvious. It makes the other necessary, his/her diversity. “What else is love but understanding and rejoicing that another lives, acts and feels in a manner different from and opposite to our own? In order to overcome clashes with joy, love should neither suppress nor deny them.”1 It requires courage. Between Echo and Narcissus it chooses the former. It plays bitter tricks and aims high. Climbs are dedicated to it, like tortuous pathways. It prefers nouns to the bulkiness of adjectives. It shatters lives, resuscitates the dead, including the ones who though still breathing have forgotten that they are human. It demands forgiveness. Mercy. Tears. It thrusts beyond the limits. It doesn’t care about human laws, as Antigone knows. Rationality, calculation, advantage do not go down well with love. It squanders without exhausting. One can do without it. Many live deprived of it. They are more protected, not better. It makes one fall. Its betrayal arouses rage, jealousy, resentment, the inextinguishable hate of Medea. But this is no longer love. The wish to possess is an alteration of it. It does not welcome meddling from outside, which causes damage, Abelard’s cold bitterness towards Heloise, the unhappiness of William Stoner and Katherine Driscoll.2 It may end. It cannot but begin. It obliges one to the risk of refusal. Those who love, however, remain. Like Mary at the foot of the cross. The pleasure of the good of others involves renunciation of self because “as the river is swallowed up by the ocean / my mind is swallowed up by you.”3 It nourishes and never satisfies. It gives meaning and it gives pain. With time perhaps it also gives meaning to pain. Ovid paid with perpetual exile. Auden ceaselessly demanded the truth after the death of his lover.4 It is light but can take one’s breath away, fragile yet its bonds last beyond death, not only in memory. It leads to caring for your dearest ones, now old or sick. It loves the body, pleasure. It makes for sleeping side by side like unique coloured tesserae in a white bed-lake.5 It seeks refuge and gives protection: thus it was for Shining Genji and Lady Murasaki.6 It surprises because it knows neither age nor skin colour. Nor gender differences: “A transvestite told me, referring to his private life and certainly not to his work: ‘When I have a love relationship it doesn’t matter to me whether it’s a man or a woman: it’s a human being who in that moment gives me himself/herself and to whom I give myself.”7 It loves cinema, music, and it excuses human attempts that unwittingly trivialize it, because they do not impoverish it. How many sleepless nights in its name. How much hanging over the phone, how many goodbyes on railway platforms. And kisses on return. If separation lasts a long time it is better to camouflage oneself as the goddess did with Odysseus, who in the vision of the poet welcomed also the sleep of Death and at his side she dreamed of life.8 It sweetens, for a brief instant only, Ecclesiastes’ syllables of stone.9 For more than an instant it leads king David to madness.10 It is one and multiform. Sometimes postmodern, living (un)aware of citations high and low. It is in the voice, in the notes of a song. In the eyes of one’s cat or dog that loves its adoptive family with its whole self, as in Roberta Maioli’s portrait of Mila whose vivid realism descends from an old English tradition of painting pets, from Gainsborough to Heywood Hardy (and going back farther we may remember Titian’s ever present little dog). Here it is played through the language of mosaic which acts in turn on photographic language, going farther into depth along an avenue that Roberta has already set out on in previous works.11 The slivers of shell, cut, cleaned, whitened, blackened become an animal’s coat in the wind (as visible also in the two Studies on show in clear and dark in the same material), where eyes, mouth and nose are rendered by shiny enamels, and the animal’s body seems to vibrate due to the natural background on a photograph, glued to a base of crushed stone to achieve a mosaic idea of movement, further clarifying Maioli’s intention. As with the other artists here, at the beginning of the 21st century it is possible to return to a realism which although intimate, private, declares its love for mosaic material and the extended time it takes, here in tandem with other means of expression: photography for Roberta, painting for Matylda Tracewska and sculpture for Takako Hirai. Not a simple dialogue then but a desired, experienced and successful syncretism capable of grasping the spirit and needs of this uncertain moment in human history.

The brick frame of Mila is an echo of that of the portrait of Anita, the artist’s daughter, mimesis of a Pompeian fragment with which the spectator can play at completing the work, setting out from the few remaining features: how might the rest of the face-body have been? Who was next to that smiling child? Leonard Cohen sang: “It is in love that we are made; / In love we disappear.”12

This idea of the never total dissolving of the beloved, the cruelty of time notwithstanding, coincides with Tracewska’s five portraits of Residual Images, created on a white mosaic weave in opus reticulatum on which the faces of people with their mysterious charge of desire appear-disappear: “The trace is the apparition of a nearness, for all that what it has left behind may be far away.”13 So whose are the lineaments of these evanescent paintings? What stories do they conceal that they have experienced and perhaps interwoven? What loves have they gathered during their passage of which the artist in portraying them has become witness and keeper? Every nuance of colour, breathed as if we were listening to Nina Simone singing Little Girl Blue, wants a hearing, therefore once more the other, essence of every love, since “the hospitable listener empties himself to become a space of resonance for the Other, to whom he offers the freedom to be himself. Only listening can cure.”14 Otherwise the risk is to find oneself like the inhabitants of the micro-planets visited by Saint-Exupéry’s Little Prince, so taken by themselves and terribly alone, while the protagonist discovers the meaning of love, friendship and what a single flower might be worth, right down to freely delivering himself to the light of death, which does not correspond to the word end. It is the fox that reveals to him: “The essential is invisible to the eyes.”15 Matylda speaks of this too with her triptych In Suspense, made up of planets-fragments on each of which a person is painted.

Takako Hirai concentrates her reflections on the relationship between human nature and Nature, of which man is indeed the child. Following the devastating storm that hit Ravenna at the end of June 2017, she collected some small branches from trees split by the natural fury and then carved them with a cutter, her favourite tool since childhood, setting a small glass tessera in each one: Silence, a prayer of water-light, a demand for a new identity. The questions from which this creative and ethical process arose are clear: can we still have acknowledgement and therefore a bond of love between man and nature? What role does man (each one of us) occupy in this design, as opposed to a blade of grass that can grow wherever there is a combination of seed, soil, water and sun? Forgetful by now of his roots, what part of demiurge without control is he now playing? “Human technique (…) effectively changes nature, the conditions of man’s life and also the objectives of human life. (…) What can nature still bear and how will it avenge itself in the end? (…) Today it seems that man has won a preoccupying sort of superiority and a sort of winner’s position which could prove to be fatal to him.”16 A possible answer lies in the contemplation and re-creation of nature with nature suggested by the artist, who has always loved all the declensions of green (almost an identification with the natural epiphany), like the materials with which she assembles real images and not abstract in her intentions, calm, emotively intense in their restraint, as is evident in the landscape snowed with chalk of Lùcono: minuscule pieces of glass sprout shyly in imperceptible glimmerings, and even more so in Veins, created on a background of white mortar to highlight drawings and colours revealed by the open marble, cut and recomposed like a bas-relief by the artist, enchanted first by that secret green which simulates a straining of silt17, the fertilizing sediment that has always generated and indicated life along rivers.

Roberta, Matylda, Takako, three women different in origins and in training, brought together by a journey through Ravenna and mosaic subsequently distilled through highly singular visions. They indicate, without clamour and with precision, the road to a way of being that might be called more human: Amor Omnia, the words that Gertrud, the tormented protagonist of Dreyer’s18 homonymous masterpiece, wishes to have inscribed on her tombstone without any other name: Love is all.

 

 

1 F. Nietzsche, Umano, troppo umano, Mondadori, Milano 1976, p.32.

2 J. Williams, Stoner (1965), Fazi Editore, Roma 2012.

3 Kabir, Poesie, a cura di E. Pound e G. Singh, All’insegna del pesce d’oro. Vanni Scheiwiller, Milano 1966, p.29.

4 W. H. Auden, Tell Me the Truth About Love / La verità, vi prego, sull’amore, Adelphi, Milano 1994.

5 I have this image to  I want to sleep with you, a mosaic of 2016, so small, as full of poetry by Sara Vasini.

6 M. Shikibu, La storia di Genji, Einaudi, Torino 2015

7 L. Carmi, I travestiti, Essedì Editrice, Roma 1972. In the introduction Lisetta Carmi says: And the transvestive (or rather my relationship with transvestive) they help me to accept me for what I am: a person who lives without a role. (…) But I believe the judgment we give to others is almost always the judgment we give ourselves; what frighten us in others, is in us; and efendi ourselves, always offeding our part that we refuse.”

8 N. Kazantzakis, Odissea (1938), Libro VI, vv.1266-1293, in Poeti Greci del Novecento, a cura di N. Crocetti, F. Pontani, Mondadori, Milano 2010, pp. 424-429.

9 Qoèlet, 11, 9-10.

10 Secondo libro di Samuele, 11, 1-26.

11 In reference to painting on photography in the exhibition  Damnatio memoriae, 27 maggio – 26 giugno 2016, Palazzo Rasponi, Ravenna.

12 L. Cohen, Boogie Street, in Ten New Songs, Columbia Records 2001.

13 W. Benjamin, I “passaggi” di Parigi, in Opere complete IX, a cura di E. Gianni, Einaudi, Torino 2000, pp.499-500.

14 B.-C. Han, L’espulsione dell’Altro, nottetempo, Milano 2017, p.93.

15 A. de Saint-Exupéry, Il Piccolo Principe, Bompiani, Milano 2000, p.98.

16 H. Jonas, Il dovere della paura, in Sull’orlo dell’abisso. Conversazioni sul rapporto tra uomo e natura, Einaudi, Torino 2000, pp. 84-85. Jonas said about 40 years ago the need for a new ethic that was responsible for today’s technological times.  in Das Prinzip Verantwortung. Versuch einer Ethik für die technologische Zivilisation, Suhrkamp, Frankfurt/M, 1979 (Il principio responsabilità. Un’etica per la civiltà tecnologica, Einaudi, Torino 1990).

17 This creative astonishment resembles Leonardo’s precept  of “to see in stains or ashes or mud or other similar place , which if considered by you, you’ll find wonderful inventions,  that arouse the painter’s ingenuity (…)”, Leonardo da Vinci, Trattato della pittura, II, 63, Newton , Roma 1996, p.40.

18 C. T. Dreyer, Gertrud, 1964. In the final, the protagonist of the film claims: “I suffered and made many mistakes, but I loved it!”.

 

 

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In occasione della V edizione di RavennaMosaico si inaugura:

Amori miei. Takako Hirai Roberta Maioli Matylda Tracewska

a cura di Luca Maggio

Giovedì 5 ottobre 2017 ore 21.00

Laboratorio Emmedi mosaici
Via Salara 33, Ravenna

6 ottobre – 5 novembre 2017
orari: dal martedì alla domenica 9-13 / 15-18 chiuso il lunedì

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Paolo Ventura, Ex Voto (4), 2017, acrilici e matite colorate su fotografia

La Galleria Antonio Verolino presenta Variazioni su un tema, una mostra che riunisce opere di tre artisti, Arthur Duff, Alberto Gianfreda e Paolo Ventura, insieme a un intervento site-specific del giovane artista modenese Luca Zamoc.

L’esposizione, curata da Luca Panaro e Paola Formenti Tavazzani, inaugurerà venerdì 15 settembre 2017, alle ore 18.00 nell’ambito del festivalfilosofia di Modena.

Il progetto nasce attorno all’argomento centrale di questa nuova edizione del festival, che rifletterà sul rapporto tra il pensiero e l’arte indagando il concetto di tecnica, di lavoro e opera, oltre all’impatto che l’immagine ha sul mondo e i suoi significati e sulla trasformazione del ruolo dell’artista.

Pur nella evidente diversità delle tecniche utilizzate e nelle varianti proposte, le opere degli artisti presentati esprimono una costante rigorosa fedeltà alla loro personale, molto articolata, struttura di pensiero: per Arthur Duff la dinamica dei flussi che attraversano tutto l’universo dall’invisibile al visibile e viceversa; per Alberto Gianfreda la resilienza dell’icona, che si adatta a nuove specifiche situazioni in modo interattivo; per Paolo Ventura la teatralità ricreata e fotografata in un’atmosfera tra il reale e il surreale. Nelle opere recentissime esposte in mostra si vedrà come le scienze, in particolare l’astrofisica per il primo, l’antropologia del sacro per il secondo, e la storia, la cinematografia per il terzo e la filosofia per tutti, alimentino costantemente la loro ricerca.

Arthur Duff, Emitter, 2016, pietra lavica, neon, filo elettrico, trasformatore, cm 25×40

Arthur Duff, Black Star_Fragment_M14, 2016, corda in poliestere su telaio in ferro, cm 140×140

Arthur Duff a tutt’oggi presenta un corpus di opere molto vasto, che si è andato definendo negli ultimi anni e che possiamo suddividere in quattro filoni principali: i lavori con i fili annodati e tesati su telaio, di cui fa parte la serie Black Stars; i ricami su tela mimetica; le proiezioni al laser; i neon e le carte. In mostra saranno esposte quattro di queste tipologie di lavori sufficienti a evidenziare il carattere strumentale della parola e del segno. Nella voluta assenza del carattere semantico l’autore rivela l’interesse rivolto altrove: ad ambiti specifici della fisica e dell’astronomia. La scultura di neon crea una parola palindroma; i ricami su tessuto militare si attengono alla morfologia sottostante; la sagoma della pietra vulcanica determina l’andamento del tubo al neon; l’intreccio di nodi neri di Black Star Fragment ricrea un conglomerato di stelle ormai estinto ma visibile oggi.

Alberto Gianfreda, Nothing as it seems, 2017, ceramica, alluminio, misure variabili

Alberto Gianfreda, Nothing as it seems, 2017, ceramica, alluminio, misure variabili

Le opere di Alberto Gianfreda rappresentano invece l’approdo di un lavoro di ricerca volto a dare una nuova configurazione al marmo, per conferire al materiale statico e monumentale per antonomasia mobilità e adattabilità, caratteristiche sentite dall’autore come rispondenti alle esigenze della contemporaneità. Iniziata con l’elaborazione del marmo, la ricerca della versatilità dei materiali di Gianfreda si è estesa anche alla terracotta e alla ceramica. In mostra saranno esposti una serie di vasi cinesi, ridotti a frammenti e ricomposti. L’oggetto originario si legge appena; la destrutturazione dell’icona permette di intuirne la forma primaria e di offrire al contempo una molteplicità di nuove possibili configurazioni, che lo spettatore stesso può a suo piacimento creare. Una ricercata interattività e una riflessione sulla riformulazione dell’immagine. La resilienza dell’icona si configura come la metafora della resilienza della cultura di fronte ai mutamenti drastici della postmodernità.

Paolo Ventura, Ex Voto (1), 2017, acrilici e matite colorate su fotografia

Paolo Ventura, Ex Voto (2), 2017, acrilici e matite colorate su fotografia

I lavori di Paolo Ventura risentono infine degli schemi iconografici degli ex-voto dipinti, molto diffusi nell’Ottocento ma praticati anche nel XX secolo. Una ricca collezione è conservata nel Santuario della Consolata di Torino, dove l’artista si è recato per apprezzarne i dettagli di realizzazione. Gli ex-voto sono quadri basati su schemi ripetitivi, dipinti con grande realismo nella restituzione delle scene. Rappresentano solitamente personaggi vittime di incidenti o malattie, dai quali sono sopravvissuti, e le figure sono ambientate all’interno di luoghi rarefatti ed essenziali. Rifacendosi a questa iconografia, Ventura, si autoritrae fotograficamente in abiti militari della Prima Guerra Mondiale, intervenendo poi con acrilici e matite colorate negli occhi e sul volto in genere, che muta così di significato, specie per la presenza di alcuni schizzi di sangue che restituiscono ambiguità alla rappresentazione.

All’esterno della galleria l’intervento su tessuto di Luca Zamoc fa da ingresso iconografico alla mostra. L’opera esplora la genesi di “ars e techne” tracciando in bianco e nero figure e simboli del sedimento culturale e storico di queste discipline ed è pensata come contenitore alle opere esposte in galleria.

Press Sara Zolla

Variazioni su un tema. Arthur Duff Alberto Gianfreda Paolo Ventura

con un intervento site-specific di Luca Zamoc

a cura di Luca Panaro, Paola Formenti Tavazzani

Galleria Antonio Verolino

15 settembre – 22 ottobre 2017

Via Farini 70 (angolo Piazza Roma)

41121 Modena – Italy

Tel. +39 059 23 78 45

Fax +39 059 22 26 18

www.galleriaantonioverolino.com

info@galleriaantonioverolino.com

Instagram: galleria_antonio_verolino

 

 

 

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