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Archive for settembre 2012

Jacopo Pontormo, Ritratto di Monsignor Della Casa (già ritenuto ritratto di Niccolò Ardinghelli), 1540-1543 ca., National Gallery of Art, Washington

 IV) E sappi che in Verona ebbe già un vescovo molto savio di scrittura e di senno naturale, il cui nome fu messer Giovanni Matteo Giberti, il quale fra gli altri suoi laudevoli costumi si fu cortese e liberale assai a’ nobili gentiluomini che andavano e venivano a lui, onorandogli in casa sua con magnificenza non soprabbondante, ma mezzana, quale conviene a cherico.

Avenne che, passando in quel tempo di là un nobile uomo, nomato conte Ricciardo, egli si dimorò più giorni col vescovo e con la famiglia di lui, la quale era per lo più di costumati uomini e scienziati; e, perciocché gentilissimo cavaliere parea loro e di bellissime maniere, molto lo commendarono e apprezzarono; se non che un picciolo difetto avea ne’ suoi modi; del quale essendosi il vescovo – che intendente signore era – avveduto e avutone consiglio con alcuno de’ suoi più domestichi, proposero che fosse da farne avveduto il conte, comeché temessero di fargliene noia. Per la qual cosa, avendo già il conte preso commiato e dovendosi partir la mattina vegnente, il vescovo, chiamato un suo discreto famigliare, gli impose che, montato a cavallo col conte per modo di accompagnarlo, se ne andasse con esso lui alquanto di via e, quando tempo gli paresse, per dolce modo gli venisse dicendo quello che essi aveano proposto tra loro.

Era il detto famigliare uomo già pieno d’anni, molto scienziato e oltre ad ogni credenza piacevole e ben parlante e di grazioso aspetto, e molto avea de’ suoi dì usato alle corti de’ gran signori; il quale fu e forse ancora è chiamato messer Galateo[1], a petizion del quale e per suo consiglio presi io da prima a dettar questo presente trattato. Costui, cavalcando col conte, lo ebbe assai tosto messo in piacevoli ragionamenti e di uno in altro passando, quando tempo gli parve di dover verso Verona tornarsi, pregandonelo il conte ed accommiatandolo, con lieto viso gli venne dolcemente così dicendo: – Signor mio, il vescovo mio signore rende a Vostra Signoria infinite grazie dell’onore che egli ha da voi ricevuto, il quale degnato vi siete di entrare e di soggiornar nella sua picciola casa; e oltre a ciò, in riconoscimento di tanta cortesia da voi usata verso di lui, mi ha imposto che io vi faccia un dono per sua parte, e caramente vi manda pregando che vi piaccia di riceverlo con lieto animo; e il dono è questo. Voi siete il più leggiadro e il più costumato gentiluomo che mai paresse al vescovo di vedere. Per la qual cosa, avendo egli attentamente risguardato alle vostre maniere ed essaminatole partitamente, niuna ne ha tra loro trovata che non sia sommamente piacevole e commendabile, fuori solamente un atto difforme che voi fate con le labbra e con la bocca masticando alla mensa con un nuovo strepito molto spiacevole ad udire. Questo vi manda significando il vescovo e pregandovi che voi v’ingegniate del tutto di rimanervene e che voi prendiate in luogo di caro dono la sua amorevole riprensione ed avvertimento; perciocché egli si rende certo niuno altro al mondo essere che tale presente vi facesse. –

Il conte, che del suo difetto non si era ancora mai avveduto, udendoselo rimproverare arrossò così un poco; ma, come valente uomo, assai tosto ripreso cuore, disse: – Direte al vescovo che, se tali fossero tutti i doni che gli uomini si fanno infra di loro, quale il suo è, eglino troppo più ricchi sarebbono che essi non sono; e di tanta sua cortesia e liberalità verso di me ringraziatelo senza fine, assicurandolo che io del mio difetto senza dubbio, per innanzi bene e diligentemente, mi guarderò; e andatevi con Dio. 

Giovanni Della Casa (Borgo San Lorenzo, Firenze, 1503 – Roma, 1556), dal Galateo ovvero de’ costumi, IV, 1551-55, pubblicato postumo nel 1558.


[1] Galeazzo Florimonte, detto Galateo, vescovo prima di Aquino, poi di Sessa Aurunca in terra d’Otranto, dov’era nato. Morì nel 1567 all’età di 89 anni.

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Anonimo, Il tempio di Hercules Victor e il tempio del dio Portunus, XIX sec. (micromosaico)

Ultimo week-end di apertura della piccola e preziosa mostra Ricordi in Micromosaico – Vedute e paesaggi per i viaggiatori del Grand Tour, proveniente dal Museo Praz di Roma ed esposta sino a domenica 16 settembre presso il MAR di Ravenna.

Affascinante e d’una certa attualità la storia della nascita di questa tecnica nell’età dei lumi, poi perfezionatasi lungo la prima metà del XIX secolo: in breve, terminati nel 1757 i grandi e secolari lavori musivi di decorazione della Basilica di San Pietro a Roma, i maestri mosaicisti che per generazioni vi avevano partecipato si trovano disoccupati. Che fare?

Viene in aiuto la contingenza storica che vuole l’Italia del tempo meta privilegiata di nobili, studiosi, poeti e artisti europei del cosiddetto Grand Tour, attratti se non letteralmente rapiti dal dualismo del bel Paese, da una parte sede di mirabilia storico artistiche e archeologiche senza pari, dall’altra landa abitata da gente terribile e semiselvatica. In particolare molti visitatori d’oltremanica di fine ‘700 vedono “gl’italiani del popolo come sporchi, indolenti, criminosi; quelli delle classi alte poveri, scortesi, universalmente adulteri, plebe e aristocrazia superstiziose e abiette di fronte ai tiranni. I veneziani pugnalavano a tradimento alla minima provocazione, i napoletani erano per natura diabolici, e così via. Il tipo di devozione religiosa italiana soprattutto irritava gl’inglesi di quest’epoca”[1]. D’altro canto, scrittori quali Goethe, Stendhal e Chateaubriand riservano pagine più clementi verso il “brio” delle gentes italiche.

Ambito di Francesco de Poletti (Roma, 1779-1854), Paesaggio con figure danzanti (micromosaico)

Comunque, tutto contribuiva al fascino della penisola e i nostri mosaicisti ripensano le proprie abilità in piccolo, inventandosi appunto il micromosaico con tessere in pasta vitrea addirittura inferiori al millimetro, applicate su souvenir d’ogni specie, dai tavolini agli orecchini, dalle collane alle tabacchiere, dai braccialetti a veri e propri quadretti, che in altra epoca, perché no, si sarebbero potuti definire xenia.

I soggetti? Anzitutto rovine romane, colte dal vero o poste accanto ad altri monumenti in forma di capriccio, qualche tempio inclusi quelli di Paestum, il Colosseo, la torre di Pisa, persino un’eruzione del Vesuvio e poi ponti, cascate e bovi al pascolo, il paesaggio bucolico-arcadico come s’era standardizzato negli ultimi due secoli a partire da quello carraccesco[2] di inizio ‘600, passando poi per l’altro grande modello, il Lorrain, e che anche questi oggetti contribuiscono a perpetuare e diffondere nel cuore dell’Europa sino a buona parte dell’ ‘800.

Anonimo, Demi-parure con vedute di monumenti antichi e cascate, XIX sec.(micromosaico)

Molti dei loro esecutori avevano lo studio fra via Condotti, Piazza di Spagna e via del Babuino e fra di essi vanno almeno citati alcuni protagonisti, in primis Giacomo Raffaelli, padre-inventore del genere, poi Cesare Aguatti, Giuseppe Mattia, Michelangelo e Gioacchino Barberi, Francesco de Poletti, etc.: come emerge dal saggio in catalogo[3] della curatrice Chiara Stefani, essi avevano consapevolezza del proprio valore, anzi lo reclamavano presso l’Accademia di San Luca, stanchi della concorrenza sleale fatta ai loro danni da mercanti senza troppi scrupoli e altri mosaicisti di minor prezzo e bravura. A questo proposito, fin da subito[4] sorge la questione se essi siano da considerare o meno artisti: essendo, comunque, il loro un mosaico di tipo riproduttivo-pittorico, sebbene non privo in taluni casi di inventiva, si è più che altro di fronte a esempi di artigianato artistico di primissimo ordine, con alcune chicche commoventi, come la “micro-fotografia” a colori delle macerie della Basilica di San Paolo fuori le mura, fra le altre cose ricca di affreschi medievali del Cavallini e di mosaici d’età placidiana preziosissimi, dopo il terribile incendio del 1823, scena prima a me nota solo attraverso la pur ottima e precisa acquaforte del ravennate Luigi Rossini, quasi un’istantanea incisa immediatamente dopo il disastro e inserita poi nelle sue Antichità romane, volendo così per la prima volta equiparare le rovine classiche con quelle cristiane.

Anonimo, Rovine della Basilica di San Paolo fuori le mura dopo l’incendio del 1823, XIX sec. (micromosaico)

Luigi Rossini (1790-1857), Rovine della Basilica di San Paolo fuori le mura dopo l’incendio del 1823 (acquaforte)

Completano la mostra i gioielli creati da alcuni dei più originali e giovani mosaicisti formatisi presso l’Accademia di Belle Arti di Ravenna, che danno un’interpretazione personale e contemporanea della tecnica micromusiva.

Per info: Mar – Ricordi in Micromosaico


[1] Mario Praz, Scoperta dell’Italia in Bellezza e bizzarria. Saggi scelti a cura di A. Cane, Milano 2002.

[2] In particolare si ricordi il Paesaggio con fuga in Egitto di Annibale Carracci del 1602-1604 ca., conservato presso la Galleria Doria Pamphilj di Roma.

[3] Ricordi in Micromosaico (Roma, 2011), testo importante sia per la documentazione scritta che per l’apparato fotografico.

[4] Cfr. Pierre Le Veil, Essai sur la Peinture en Mosaïque, 1768, citato nel catalogo di mostra (op. cit., 2011) da Chiara Stefani nel suo saggio L’Italia in Miniatura, pag.33: “La science parfaite de toutes les parties de la Peinture n’est point de nécessité absolue pour les Peintres en Mosaïque, qui sont, à proprement parler, des Copistes, quoique dans la pratique de leur art, ils se rendent aussi estimables que bien des inventeurs…”.

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